Italia. Editoriali ed interviste pubblicati il 23 e 24 dicembre 2006 su Piergiorgio Welby (1)
Una scelta politica e senza pieta'
da Il Giornale del 23 dicembre 2006, di Giordano Bruno Guerri
Ufficialmente la decisione è stata presa dal vicariato di Roma, cioè dal cardinale Camillo Ruini. Ma è del tutto improbabile che su una vicenda così delicata e rilevante non sia stato interpellato Benedetto XVI: la scelta vaticana di non concedere i funerali religiosi a Piergiorgio Welby assume così un peso e una gravità enormi, e non solo dal punto di vista religioso.
Non intendo discutere gli articoli del Catechismo, citati nel comunicato per giustificare la decisione. Do per certo che forniscano tutte le necessarie pezze d'appoggio dottrinali e burocratiche necessarie a rendere tecnicamente ineccepibile la scelta della Chiesa. Ma è proprio questo richiamarsi a un testo normativo che suscita lo sgomento dei non credenti e - forse soprattutto - di moltissimi credenti. Quando ci si trova di fronte a scelte morali di questa portata, come negare i funerali religiosi al cristiano Welby, non credenti e credenti si aspettano che la Chiesa si ispiri prima di tutto alla caritas e alla pietas che sono alla base del cristianesimo, anzi sono il cristianesimo stesso. Carità e pietà cristiana esigono - senza discussione - che si perdoni un uomo che ha tanto sofferto, e che ha deciso di non soffrire più. Ci si aspetta che anche - e soprattutto - la Chiesa abbia rispetto per il suo dolore e la sua volontà.
Invece di una decisione cristiana, il Vaticano ha preso una decisione politica, come appare evidente dallo stesso linguaggio del comunicato. Nel quale l'espressione di massimo rispetto per Welby sta nel definirlo "il defunto dott.", così tipico di una pratica burocratica. Si specifica, poi, che i funerali religiosi vengono negati perché "era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del dott. Welby di porre fine alla propria vita". Il messaggio politico, e non cristiano, è che non ci sarà nessuna tolleranza per i casi di eutanasia, più gravi dei casi di suicidio, "nei quali si presume la mancanza di condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso":
e che per di più, è sottinteso, comportano la partecipazione di altri individui al "peccato" di morte voluta, se non addirittura il consenso dello Stato. La Chiesa ha aggiunto dolore al dolore della famiglia Welby, insomma, per dare un avvertimento esplicito a credenti e non credenti, ma soprattutto al Parlamento che dovrà legiferare in proposito. Il messaggio, tradotto in termini laici, è: tolleranza zero. Un'espressione comprensibile se usata contro la criminalità, ma che suscita sgomento se applicata alla morte di un essere umano e al dovere di uno Stato di provvedere al benessere dei cittadini, e non alla salvezza della loro anima. Il caso Welby ha dimostrato che il benessere di un cittadino può consistere anche nell'assisterlo clinicamente nella sua volontà di morire.
Trovo del tutto lecito, che in questo come in altri casi (aborto, cellule staminali), la Chiesa intervenga nel dibattito politico con il suo peso religioso e la sua capacità di lobby. Ma suscita sgomento e ripugnanza che per farlo usi anche il rigore esemplare della non-carità, della non-pietà. Immagino che da parte cattolica si sosterrà, per giustificare la decisione, il principio del non "dare scandalo", perché questo ha voluto fare Welby con la sua volontà "ripetutamente e pubblicamente affermata". Il suo però era uno scandalo civile, per difendere il diritto di tutti a morire quando la vita non è più sopportabile. Welby amava la vita, non la morte, e per questo ha scelto la morte. Il desiderio, suo e della famiglia, di avere funerali religiosi conferma che amava la vita anche oltre la morte. È stata proprio la Chiesa a dare lo scandalo maggiore negando loro questo passaggio di amore da una vita all'altra.
Quando mi interrogo sulle caratteristiche di un possibile Dio - capita spesso, ai non credenti - mi chiedo quale possa essere la sua principale caratteristica. E la risposta è sempre la stessa: l'amore per la vita, visto che l'ha creata. Welby, morendo come è morto, ha dimostrato di amare la vita più di qualunque cosa, e per questo sono convinto che anche il Dio dei non credenti, oltre quello "buonissimo e perfettissimo" dei credenti, l'abbia già accolto a braccia aperte. Anche senza funerale religioso e ben prima della "preghiera della Chiesa per l'eterna salvezza del defunto", come recita il comunicato.
&&&
Ma la morte di Stato non c'entra
da Il Giornale del 23 dicembre 2006,di Massimo Teodori
Sulla tragica vicenda Welby si è forse discusso anche troppo. Non tornerò quindi sui politici eccitati dalle manette, come l'udiccino Luca Volontè, che hanno dato voce al grido di "assassini", un grido definito "idiota" da un piccolo quotidiano d'opinione. Né mi soffermerò sulle singolari opinioni della senatrice margheritina Paola Binetti che forse ritiene di far parte del tribunale del popolo invece che del Parlamento, quando stabilisce ciò che è o non è reato, per cui invoca le dimissioni del ministro Bonino. Argomenti di questo genere non sono seri. Lo sono invece le questioni poste dal direttore Belpietro circa il "Trapasso statalizzato".
L'interrogativo è il seguente: la vicenda Welby sospinge verso uno Stato onnipresente, onnipotente ed onniregolamentante e propone una tale Weltanschauung anche sulle questioni di vita e morte? Se così fosse, l'itinerario personale di Piergiorgio sarebbe stato ancora più pietoso, e il suo risvolto pubblico guidato dalla accorta regia radicale avrebbe portato anche per me ad un esito decisamente funesto. Non occorre ripetere che per uno spirito liberale è l'uomo e non lo Stato, la Chiesa, il partito o l'ideologia ad essere al centro del giudizio sul bene e il male.
A me tuttavia pare che se c'è stata una spinta verso la statalizzazione del trapasso del malato, essa è stata esercitata contro e non su iniziativa di Welby. Ho già ripetutamente polemizzato sul macabro balletto che si è avvitato intorno al malato. Che cosa aveva a che fare con il caso reale il pronunciamento generico dell'ordine dei medici? Che senso aveva il parere richiesto dal ministro Turco al Consiglio superiore della Sanità se si trattasse di "accanimento terapeutico" o no, considerato che l'articolo 32 della Costituzione è relativo a tutti i trattamenti? Perché vi doveva essere una decisione di un tribunale quando il dettato costituzionale è esplicito sulla preminenza della volontà della persona malata? Perché dovrebbe essere necessaria una legge o un regolamento per disciplinare i criteri di intervento del medico il quale risponde personalmente in scienza e coscienza solo alle regole deontologiche a cui è vincolato?
Ed il comitato di bioetica cosa altro avrebbe potuto dire in difformità dagli articoli 2, 13, e 32 della Costituzione?
È vero, la confusione ha regnato sovrana. Perché, diversamente da casi con pazienti come Terry Schiavo non in possesso delle loro facoltà, con Welby si trattava di una persona integralmente cosciente che ripetutamente aveva manifestato la chiarissima volontà di accelerare il trapasso sospendendo i trattamenti artificiali in altra epoca prescelti e chiedendo che la medicina facesse ciò che normalmente fa per alleviare le sofferenze.
Ecco perché sostengo che Welby non desiderava affatto una morte garantita dallo Stato ma, al contrario, ha lottato fino in fondo per far prevalere la propria volontà su quella dei medici, degli esperti, dei giuristi (spesso in versione di azzeccacarbugli) e degli stessi politici che, come accade spesso, non hanno compreso che le ragioni e i tempi dei momenti difficili della persona umana non hanno nulla a che fare con le vischiosità proprie degli interessi partitici e istituzionali.
Vi è poi un secondo interrogativo. L'azione radicale, resa efficace dall'innesto della disobbedienza civile, è volta a forzare l'introduzione di una legislazione, cioè di una regolamentazione dello Stato, anche su questioni così drammaticamente personali? Certo, la risposta può essere affermativa ma con due importanti distinguo. Il primo riguarda il fatto che non sono stati i radicali a scegliere Welby forzandolo all'azione che è stata compiuta, ma è stato Welby a volere fare con grande determinazione delle proprie scelte esistenziali un caso pubblico che potesse in qualche modo servire anche ad altri.
Quanto poi alla futura legislazione, sarà l'intero Parlamento che dovrà prendere le opportune decisioni mediando fra i diversi e talora opposti valori delle varie correnti in esso presenti. Non sono certo io a parlare in nome di qualcuno, rappresentando solo la mia personalissima opinione. Tuttavia posso affermare che è nella tradizione liberale e libertaria volere la minima intrusione dello Stato negli affari personali che devono restare ben guidati dalla coscienza individuale fino al punto in cui non nuocciono a terzi.
&&&
Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà
da Il Giornale del 23 dicembre 2006, di Stefano Lorenzetto
Di una sola cosa possiamo star sicuri: Piergiorgio Welby era infinitamente migliore di coloro che l'hanno ammazzato. È nella prova suprema che vengono fuori la verità e il coraggio d'un uomo e Welby ha ordinato al medico: staccami prima di tutto il respiratore automatico, e solo dopo somministrami i farmaci per combattere il dolore. Gli era ostile la macchina, non la vita. Ma il dottor Mario Riccio, l'anestesista arrivato da Cremona per dargli la morte, non ha voluto accontentarlo. "Era improponibile dal punto di vista deontologico e giuridico, avrebbe sofferto troppo", s'è giustificato.
La moglie Mina ha dichiarato che suo marito aveva il terrore di morire soffocato. A giudicare dalla richiesta posta al medico, si stenta persino a crederlo. Possibile che Welby non conoscesse bene, per averle a lungo soppesate, le implicazioni cliniche, morali e legali che quella sua intimazione sottendeva? Staccami il respiratore, cioè fai cessare l'accanimento terapeutico, com'è nel mio diritto di persona pretendere. Poi, assistimi con le medicine appropriate per alleggerire l'inevitabile dolore che ne deriverà, impediscimi di diventare cianotico a causa dell'asfissia, tienimi la mano. Che credevate? È proprio per questo, mica per un intento persecutorio, che i malati di distrofia muscolare o di sclerosi laterale amiotrofica a un certo punto della loro malattia degenerativa vengono in fretta e furia intubati e restano attaccati per sempre a un ventilatore polmonare: per non farli soffocare.
Su avanti, ditemi: capitasse a voi, che cosa chiedereste, in quel preciso istante, al medico? Di lasciare che il vostro stesso respiro vi strozzi, come se aveste un cappio al collo o un sacchetto di cellofan in testa? Pensateci bene. È di questo, non di altro, che si sta discutendo. E non c'è testamento biologico che tenga, di fronte a un evento di tale spropositata cogenza. Quando subentra la paralisi della muscolatura respiratoria, il paziente cessa di vivere per anossia, lentamente, crudelmente, a meno che non lo sottopongano a tracheotomia. "Io l'ho assistito un malato così, un ragazzo di Milano", mi ha spiegato il dottor Giovanni Battista Guizzetti, un medico che da molti anni si prende cura di 14 lungodegenti in stato vegetativo. "S'era raccomandato di non fargli nulla, di lasciarlo andare. Però me l'aveva detto mentre ancora respirava bene. Quando è subentrata la crisi finale, sentendosi morire soffocato ha chiesto con l'ultimo filo di voce: "Fatemi la tracheotomia!"". E mentre si chinava a praticargliela in extremis, il dottor Guizzetti sapeva d'obbedire al giuramento d'Ippocrate e diceva a se stesso: "E se fra uno, cinque o dieci anni si trovasse la cura per la distrofia e la sclerosi? In passato chi avrebbe dato qualche chance a un malato di Aids?".
Il medico venuto da Cremona se n'è fregato della tempistica imposta da Welby. Ha preferito adottare il sistema collaudato dagli aguzzini che eseguono le sentenze capitali nelle prigioni degli Stati Uniti. Più sicuro, meno sporco. I boia americani prima imbottiscono il condannato a morte di sodio thiopental, un anestetico ad azione rapida che fa perdere conoscenza; quindi gli iniettano bromuro di curaro che provoca il collasso del diaframma, in modo da impedire ai polmoni di espandersi; infine mettono nella flebo la dose letale vera e propria di cloruro di potassio che ferma il cuore. Nel caso di Welby il distacco dal tubo ha semplicemente sostituito il bromuro di curaro: la macchina ha smesso di gonfiargli i polmoni. Ma il dottor Riccio dovrebbe spiegarci quale sostanza ha provocato l'arresto cardiaco dopo 40 minuti di spasmi. E dirci qualcosa di più, su quei terribili 40 minuti, perché se nel braccio della morte di Huntsville, in Texas, dove per queste faccende hanno la mano, non c'è condannato che non rovesci le orbite all'indietro e non rantoli atrocemente - ho testimonianze dirette su questa barbarie - è assai difficile immaginare che in un appartamento di Roma possa essere accaduto come per incanto qualcosa di diverso.
Il paziente Welby aveva chiesto per sé l'esatto contrario di ciò che ha avuto. Si preoccupava per la moglie, per la sorella, per il medico, per gli amici radicali, lui. Fanno sempre così, quelli che muoiono: si preoccupano per quelli che restano. Perciò via il respiratore, e poi la sedazione, ha detto. Non viceversa. La tempistica non è affare di poco conto. Chissà quante volte ci avrà pensato e ripensato, nelle sue lunghe giornate di solitudine. "Mi devo concentrare sulla mia morte. È la prima volta che muoio", s'era confidato. L'hanno interpretata come una frase ironica, pronunciata per stemperare la tensione. Stolti. Ma non lo capite? Voleva mettere d'accordo tutti. Medici, carabinieri, giudici, politici, opinione pubblica. Pure la Chiesa, che non trova nulla da ridire sul fatto che il malato possa rifiutare cure sproporzionate, tali da prolungare soltanto un'agonia senza speranza.
È sempre richiesto un altissimo sacrificio personale per mettere d'accordo tutti e questo sessantenne annichilito dall'infermità si apprestava volontariamente ad andarvi incontro a testa alta. Aveva addirittura reclamato che gli dessero i sedativi per bocca, una volta interrotta la ventilazione polmonare, come se con quel gesto intendesse lasciare a futura memoria una qualche traccia di volontarietà - il deglutire - e nel contempo volesse sollevare chiunque da qualsivoglia responsabilità penale. È la stessa determinazione che due mesi fa lo aveva spinto a strapparsi da solo il respiratore, ricavandone 40 giorni di medicazioni e di sofferenze aggiuntive.
Ora gli scocciava l'ennesimo ago infilato in vena con la forza. Non l'hanno accontentato. Strano. Di solito l'ultimo desiderio del condannato a morte viene sempre esaudito, non esiste carnefice al mondo che si sottragga all'obbligo di accendergli una sigaretta o servirgli un doppio cheeseburger con patatine. Con l'ultimo battito di palpebre ha anche invocato una melodia che lo accompagnasse nel commiato: "V-i-v-a-l-d-i". Niente. Non s'è trovato neppure il Cd con le musiche del Prete rosso, gli è toccato andarsene sulle note di Bob Dylan. Chissà perché i radicali, sempre tanto sensibili ai risvolti mediatici delle loro azioni - e, anzi, solo a quelli - stavolta non si sono portati al seguito neppure uno straccio di cronista che ci raccontasse questo tragico requiem.
Non è stato accontentato in nulla, Piergiorgio Welby. Chiedeva di morire da vivo. L'hanno fatto morire da morto. Ora il dottor Riccio confessa che "no, non è stata una cosa facile". Da domani lo sarà meno ancora. E così per sempre, sino alla fine dei giorni.
&&&
L'eredità di Piergiorgio
da Il Manifesto del 23 dicembre 2006, di Ignazio Marino
La scomparsa di Piergiorgio Welby ha commosso e addolorato un paese intero. Per più ragioni. Perché è venuto meno un uomo che aveva risposto con forza, coraggio e intelligenza alla sfida dolorosa della malattia. Perché le sue sofferenze indicibili ci riducevano a spettatori impotenti. E, ancora, perché non abbiamo saputo rispondere alla sua richiesta di aiuto. Quando, negli ultimi mesi, il male era divenuto insostenibile, Welby ci ha chiesto di lottare al suo fianco per vedere riconosciuto il suo diritto a rinunciare a cure che per lui non erano altro che accanimento e prosecuzione di un calvario disumano. Ci ha coinvolto in una battaglia civile cui ha prestato con dignità il suo dolore e il suo corpo straziato. Conforta sapere che aveva consapevolmente accettato la fine della propria vita e desiderava una morte naturale come liberazione dalla sua incurabile malattia. Piergiorgio era destinato a un'ulteriore e più grave evoluzione del male. Fra poco tempo non sarebbe più stato in grado di alimentarsi da solo e avrebbe potuto rimanere in vita solo nutrito e idratato attraverso un tubo inserito chirurgicamente nel suo stomaco. Avendolo conosciuto, sono convinto che avrebbe rifiutato questo trattamento. Un no che gli sarebbe costato una lunga e penosa agonia.
Ma la sua morte è anche causa di grande frustrazione per non essere stati in grado di rispondere alle sue richieste. Piergiorgio ci chiedeva di poter rinunciare a quello che lui riteneva un accanimento e di staccare l'apparecchio che lo manteneva in vita nonostante fosse preparato ad accettare l'esito naturale della malattia. Ha chiesto aiuto alle istituzioni, ma non siamo stati in grado di offrirglielo.
La lucida e inflessibile determinazione che Welby ha dimostrato, fino all'ultimo, ci ha posto di fronte a interrogativi ancora senza risposta, evidenziando l'esistenza di un vuoto legislativo. Una lacuna che lascia disatteso il diritto fondamentale dell'uomo di poter decidere in autonomia quali cure ritiene accettabili per sé.
A Piergiorgio avevo chiesto, nel corso del nostro incontro, se era veramente intenzionato a morire. Gli avevo chiesto di riflettere ancora, per permetterci di combattere con lui la sua battaglia. Ora, la sua decisione drammatica ed estrema ci impone un'assunzione di responsabilità. Dobbiamo fare in modo che ognuno si veda riconosciuto il diritto di scegliere le terapie che ritiene accettabili, di accettare o rifiutare la tecnologia che la scienza mette a disposizione, di dire basta a un accanimento che ritiene intollerabile. Scelte di questo tipo dovrebbero potersi compiere come naturale accettazione del decorso di una malattia terminale.
Si tratta del resto di un diritto affermato chiaramente dalla nostra Costituzione, dove si dice che "nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento se non per legge" e che "la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona".
Lo stesso principio è riconosciuto anche dalla Chiesa, se nel Compendio del Catechismo si legge che "l'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. Non si vuole procurare la morte: si accetta di non poterla impedire". Non si potrebbe spiegare meglio di quanto viene fatto in quel testo, la differenza sostanziale tra la rinuncia all'accanimento terapeutico e l'eutanasia. Perché una cosa è sospendere terapie fuori dall'ordinario e altra cosa è porre fine volontariamente a una vita con la somministrazione di un farmaco letale.
Ora che Piergiorgio non c'è più, mi auguro che il Parlamento sappia assumersi la responsabilità di una scelta normativa che riconosca quel diritto. E' più che mai necessario dare seguito alla sua testimonianza approvando una legge sul testamento biologico e contro l'accanimento terapeutico che consenta a ognuno di indicare le cure e i trattamenti che ritiene accettabili e sopportabili per sé.
Voglio credere che le forze politiche sapranno proseguire in modo sereno ed equilibrato il dibattito. Anche ora che non abbiamo più di fronte gli occhi sofferenti di Piergiorgio Welby.
&&&
Il Natale, Welby, Dio e il senso della vita
Da Il manifesto del 23 Dicembre 2006, di Enzo Mazzi
Il Natale, la vita che rinasce secondo il significato ancestrale della festa, mi sembra che doni un senso positivo, un senso natalizio direi, alla stessa vicenda di Welby, che invece è vista solo nei suoi aspetti negativi e funerei. Sul tema dell'eutanasia molto si parla in termini politici, biologici, medici, giuridici. E già questo è un segno di maturazione della coscienza collettiva in campo etico. Poco si è parlato e si parla però delle radici inconsce che condizionano le nostre scelte. Sono consapevole di addentrarmi in un tema complesso, che richiede ben altro spazio. Ritengo ne valga la pena anche a costo di qualche approssimazione.
La cosa più inquietante è che il rifiuto opposto alla richiesta di Welby viene attribuito al volere di Dio, cioè parandosi dietro al principio di natura. Ma il Dio che ha rifiutato a Welby, come a decine di malati terminali, il diritto di essere aiutato a morire con dignità, il Dio a cui si appellano le forze politiche d'ispirazione cristiana contrarie a qualsiasi legge che regoli con saggezza l'eutanasia e altri aspetti dell'etica come le coppie di fatto, la fecondazione assistita, ecc., è lo stesso tenero bambinello del Natale, portatore di una profezia di universale rinascita? Sì, bisogna ammetterlo, è lo stesso Dio. L'identificazione di Gesù col Dio onnipotente, creatore e padrone assoluto della vita e della morte, è frutto di una codificazione iniziata fin dai primi secoli dell'era cristiana, con qualche aggancio già nei Vangeli. Sta proprio in quella identificazione, la chiave della grande vittoria del cristianesimo e il suo affermarsi come religione dell'Impero. Il Dio della codificazione dogmatica cristiana scioglie i cuori quando è nella mangiatoia, incute terrore quando è sul trono simbolico delll'onnipotenza. Al fondo dei problemi etici che agitano il nostro tempo c'è questo Dio tenero per certi aspetti e terrificante per altri. Il cristianesimo codificato, al cui interno sempre c'è stata una ricerca alternativa condannata però come eretica, ha umanizzato Dio onnnipotente ma non l'ha detronizzato. Anzi ha reso più condizionante la paura di Lui. Della paura di una onnipotenza che ci sovrasta, che si chiami Dio o Natura o Destino, sono vittime credenti e non credenti. Ci sarà anche una certa dose di razionalità nell'intransigenza etica, ma ritengo per lunga esperienza di anime, che l'irrazionalità della paura giochi un ruolo fondamentale. La paura dell'onnipotenza che ci tiene in pugno è sepolta da millenni nell'inconscio colllettivo, nella zona più oscura della vita individuale e sociale. Quella paura non basta esorcizzarla con esercizi solo mentali; non ritengo sufficiente per esempio il negazionismo ateista, perché dal profondo essa emerge in forme mascherate. L'appellarsi senza mediazioni al giuramento d'Ippocrate o alla superiorità delle competenze scientifiche e tecniche e perfino all'insindacabilità della magistratura, ad esernpio, può essere usato proprio come esorcismo della paura dall'astuzia di una mente astratta.
La paura, sepolta nella zona più oscura della vita, ha bisogno innanzi tutto di essere riconosciuta, narrata e analizzata. Le emergenze etiche possono essere l'occasione per dare finalmente cittadinanza a esperienze essenziali del vivere umano, per elaborare le nostre paure e ridare il senso di una vita che ci appartiene non soltanto nella sua potenza ma anche nella sua finitezza. La quale finitezza è dinamica, è creativa, è perennemente generatrice. Tutto questo è anche un tema educativo. Dovremmo trovare i modi per trasmetttere ai bambini e ai giovani un tale senso della vita e della morte. Il problema è che da soli non ci si fa e mancano luoghi per socializzare tali elaborazioni e esperienze. O forse non si cercano. E quando è il momento rimaniamo soli.
Lo stesso Natale, oltre quell'immaginario che viene ribadito da mille simbologie, catechismi, luminarie, auguri, regali, presepi, panettoni, può essere forse un tempo propizio per accendere ano che solo un lucignolo fumigante nell'interiorità e nelle relazioni che recuperi e attualizzi il senso ancestrale della rinascita e diradi un po' l'oscurità sulla strada del cammino verso la liberazione dalla paura del vivere e del morire. In questo senso mi sento di rivolgere l'augurio natalizio a Welby e a tutto ciò che nasce e muore e nasce senza fine.
&&&
Adesso è più profondo il fossato tra i laici e la Chiesa
Da Il Riformista del 23 Dicembre 2006, di Paolo Franchi
Aveva torto, dunque, don Giovanni Nonne, il viceparroco della chiesa di Don Bosco, dove la mamma, cattolicissima, di Piergiorgio Welby avrebbe voluto si svolgessero, domani, le esequie. A Welby il funerale religioso non viene negato perché la sua morte rappresenta "un caso troppo clamoroso", come pensava lui, ma perché ha "ripetutamente e pubblicamente" affermato la volontà di porre termine alla sua vita, come ha reso noto il Vicariato di Roma. Bontà sua, il Vicario partecipa al dolore dei congiunti, e non gli nega la preghiera della Chiesa per l'eterna salvezza, con ciò testimoniando, ci pare, che l'Onnipotente, se c'è, potrebbe essere più misericordioso delle note 2276-2283 e 2324-2325 del Catechismo. Ma tiene a chiarire come sia proprio per via della sua lucida determinazione che a Welby (anzi: al dott. Welby, come burocraticamente recita il comunicato stampa del Vicariato) sono inibite quelle esequie religiose che ormai vengono a concesse ai suicidi dei quali invece è lecito presupporre "la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso".
Può darsi, anzi, è pressoché certo che, nei termini di un diritto canonico del quale non possiamo davvero spacciarci per esperti, le ragioni del Vicario siano assolutamente inoppugnabili. Da laici, non ci impicciamo, limitandoci a chiarire che quello di Welby non è un suicidio assistito. Ma è assai probabile pure che una decisione simile sia destinata a suscitare dolore e interrogativi pesanti anche tra i cattolici, se persino Calderoli chiede di cambiarla. Ed è sicuro che contribuirà non poco a scavare un fossato ancora più profondo tra i laici (non i mangiapreti, non i "laicisti" esasperati: semplicemente i laici, credenti o non credenti che siano) e una Chiesa di Roma evidentemente impegnata, per combattere la "marginalizzazione" cui teme esposti i suoi valori in un'Italia secolarizzata, a rimarcare soprattutto quanto la separa e quasi la contrappone allo spirito del tempo.
Se così deve essere, così sia: saluteremo da laici l'eroe laico Piergiorgio Welby, e andremo avanti nella sua lotta, che adesso più che mai sentiamo nostra. Ma questo esito non era scritto. Anzi, era lecito sperare (spes contra spem) tutto il contrario. E cioè che la battaglia coerente, lucida e volutamente esemplare condotta da Piergiorgio Welby, riuscisse ad aprire - nella politica, nella medicina, nella cultura, nella società - una riflessione alta e approfondita; e la ricerca faticosa e appassionata di soluzioni condivise. Anche perché, come questo giornale ha cercato quotidianamente di testimoniare, la domanda che Welby ha rivolto e continua a rivolgere a tutti noi, e in primo luogo a chi esercita responsabilità politiche, non riguarda l'eutanasia, sulla quale soluzioni condivise sono evidentemente improponibili, ma, come ha ricordato giovedì il presidente Giorgio Napolitano nel suo messaggio alla signora Mina, "il problema della sofferenza estrema in caso di risorse a terapie che non possono garantire una ragionevole speranza di esito positivo". Risposte (a Welby, e anche al capo dello Stato) non ne sono arrivate. Continueremo a cercarle, senza timidezze e senza ipocrisia.
P.S. C'è, diciamo così, freddezza, anche nell'Ulivo, verso i radicali che, nonostante stiano al governo, avrebbero esasperato, specie in questi ultimi, drammatici giorni, una vicenda già tragica. A noi viene solo da osservare che i radicali fanno i radicali. La sinistra, invece, non si sa bene cosa faccia.
&&&
"Ma anche Giovanni Paolo II rifiutò l'accanimento terapeutico"
Da Il Riformista del 23 Dicembre 2006, di Rio Paladoro
"Cupio dissolvi", disse San Paolo nella lettera ai Filippesi, e cioè, tradotto letteralmente, "desidero morire". "Sono messo alle strette - disse - tra due scelte: il desiderio di morire (cupio dissolvi) ed essere con Cristo, ma d'altra parte è più necesssario, per voi, che resti nella carne". Così San Paolo, circa duemila anni fa, esprimeva il prooprio desiderio di morire e lasciare dunque una volta per tutte questa terra per entrare nel regno del Padre. Un desiderio poi rimasto incompiuto perché egli comprese che il suo compito in questo mondo non era ancora terminato. E' lo stesso desiderio che espresse Giovanni Paolo II quando, qualche giorno prima di morire, tornato dall'ospedale Gemelli - dove era stato ricoverato per la seconnda volta - al terzo piano del palazzo apostolico in Vaticano, disse ai suoi più stretti collaboratori di non volere più essere ricoverato perché oramai la fine di tutto si avvicinava? E lo stesso cupio dissolvi quello che disse Wojtyla ai suoi medici pochi giorni prima di morire? "Il desiderio credo si possa dire fosse lo stesso", spiega monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni, Narni e Amelia e, insieme, padre spirituale della Comunità di Sant'Egidio. "Certamente Giovanni Paolo II era consapevole che il Padre l'avrebbe chiamaato presto e così accettò con fede la sua entraata nel cielo. Infatti - continua Paglia -la prospettiva entro la quale guardare il gesto di Wojtyla è prettamente spirituale".
Era il 30 marzo 2005 quando Giovanni Paolo II si mostrava alla finestra del suo studio e, senza parlare, benediceva la folla che, atttonita e dolente, l'attendeva in piazza San Pietro. Fu l'ultima statio pubblica della sua penosa via crucis. Nel pomeriggio - almeno così riportano le cronache degli ultimi giorni di vita di Giovanni Paolo II - ascoltati i medici circa l'eventualità che egli intraprendesse la nutrizione mediante il posizionamento di un sondino nasogastrico, Wojtyla chiese che ogni cura gli venisse eventualmente sommministrata in casa: rifiutò in sostanza ulteriori cure all' ospedale Gemelli. Rifiutò perché certo della fine imminente.
La vicenda di Piergiorgio Welby è viva nel cuore e nei pensieri di Paglia. Non vuole accostare le ultime ore di Wojtyla a quelle di Welby ma vuole semplicemente dire - e lo fa pensando a Wojtyla - che il desiderio di morire ha riscontri evidenti nella Sacra Scrittura. "A parte le parole di San Paolo - dice - mi viene alla memoria Giobbe, il quale maledice pubblicamente il giorno della sua nascita: "Non fossi mai nato", sono le sue parole". "Cito Giobbe - è ancora Paglia a parlare - per dire che la morte è una cosa seria e delicata e che non va trattata come in questi giorni purtroppo si sta facendo. Pensando a Piergiorgio Welby mi viene in mente come sia arduo stare accanto alla sofferenza. Riifiuto di pensare, inoltre, che la sofferenza sia esclusivamente un problema legislativo e ritengo che oggi, dopo quello che è successo a Welby, è dentro il mistero del dolore che ci siamo dovuti immergere. È questo il livello con cui guardare a quanto accaduto. Ogni altra considerazione mi sembra oggi faziosa e inopportuna e non la voglio fare".
Sono tante le considerazioni che balzano alla mente a poche ore dalla scomparsa di Welby. "Tante e vorticose - spiega Paglia - Credo che il più grosso rammarico sia pensare che una persona è morta senza avere la consapevolezza dell'utilità della propria vita. Certo, Welby ha reso a noi un servizio enorme perché ha messo ognuno di noi davanti al mistero del dolore e in questo senso ancora oggi la sua presenza qui sarebbe preziosa e utile. Welby, pur dentro la sofferenza, ha mostrato una forza incredibile che oggi vorrei che egli fosse ancora qui a mostrare. Mi domando: chi terrà alta adesso la voce dei malati come Welby? Chi terrà alte le raagioni della gente che come Welby soffre senza ricevere aiuto e consolazione? Non è forse da ritenere una perdita enorme quella di un uomo come Welby? Io credo sia una perdita grandissima".
Intrecciato alla morte di Welby c'è il dibattito circa la necessità di legalizzare la rinuncia all'accanimento terapeutico e, ancora di più, l'entrata in vigore dell'eutanasia. Paglia non si esime dal dire la sua: "Invece di parlare dell' eutanasia credo sia giusto parlare della modalità per far sì che sempre meno persone arrivino a desiderare di morire. Invece, circa l'accanimento terapeutico, sono del parere che oggi il problema sia garantire a più persone che si può avere una morte degna e con meno sofferenze possibili. Oggi soltanto i ricchi possono mettersi nella condizione di morire dignitosamente e non è giusto".
&&&
Piergiorgio, hai sbagliato
Dal Quotidiano Nazionale del 23 Dicembre 2006, di Salvatore Crisafulli
LA SCELTA di morte di Welby la rispetto, perché non posso arrogarmi il diritto di giudicare un mio fratello di sofferenza. Però non la condivido. Dicono che Piergiorgio fosse libero e consapevole nel dire di sì a chi, in camice bianco o in doppiopetto da parlamentare voleva prendere la sua vita per farne strumento di vittoria politica. Qualcuno ha detto che il suo è stato un gesto di sfida, saggio e coraggioso, addirittura sportivo. Quante bestemmie, quanta folle presunzione, in questi commennti. Spero proprio che il suo terribile atto di "suicidio assistito", perché di questo si tratta, sia stato accettato e vissuto in stato di schiavitù e disperazione psicologica, non di piena avvertenza e deliberato consenso, come richiede il catechismo cattolico per il peccato mortale. Solo così la parte più bella, più nobile e immortale di lui, la sua anima, resa candida come la neve da quella malcurata sofferenza infinita e feroce, sopravviverà alla morte eterna. Lo credo e lo spero con tutto il cuore.
Povero caro, Piergiorgio, la sua vita pur immobile stava smuovendo tannte coscienze di politici egoisti e indifferenti, per indurii a pretendere una sanità più umana, efficiente e amorevole, più vicina a chi soffre, stava vincendo la sua vera battaglia, quella delle migliaia di suoi fratelli paralizzati e senza voce che aspettano nuovi decisivi progressi qualitativi dellla ricerca scientifica e del cuore dell'uomo.
IO, CHE SONO scampato dal vortice del nulla in cui l'ignoranza e la mancanza di umanità di una medicina senza amore mi stava precipitando, io posso finalmente protestare per i centomila Salvatore Crisafulli che aspettano e sperano, senza lasciarsi corteggiare dalla voglia insana di morire anzitempo. Solo una scienza al servizio di chi soffre può cacciare dal letto dei moribondi quei necrofili assassini che hanno fatto una lunga asfissianie ronda di morte al povero Welby solo per trarne un misero beneficio elettorale e politico, solo per mettere il piede in mezzo alla porta verso la liberalizzazione dell'eutanasia, la macabra conquista etica dei senza Dio, degli arroganti e intoccabili caini che cedono alla perfida luusinga luciferina del "sarete come Dio".
Che il Signore converta la coscienza degli sciacalli che, anziché promuovere la vita e la migliore assistenza dei malati disperati e morenti, hanno fondato un'associazione a delinquere per liberarsi con l'omicidio delle vite altrui, quando queste sono reputate inutili e costose per la società. Caro Piergiorgio, meraviglioso inciampo per la nostra scadente sanità pubblica, ora saprai giudicare senza veli quanto inganno c'era nella diabolica sollecitudine dei falsi amici che si avvicendavano intorno al tuo letto, per aggiudicarsi il trofeo della tua vita. Ora finalmente saprai ben distinguere, nella tenebra della tua sofferenza umana, l'ombra della mano del Siignore che ti porgeva una carezza, rispetto all'ombra di quel medico, ciniico traditore del suo giuramento morale, che si chinava su di te solo per porgerti il suo più macabro regalo di Natale, dicendoti: muori.
Addio, Piergiorgio, caro e sfortunato compagno di sventura.
&&&
Ma la vita è indisponibile
Dal Quotidiano Nazionale del 23 Dicembre 2006, Tommaso Ghirelli
Piergiorgio Welby era entrato nella vita mia e di tannti da quando attraverso i mass media il suo volto ci era diventaato familiare. Se il distacco è doloroso per i suoi familiari, che oltre tutto si sono visti portar via la sua salma (ma non accade la stesssa cosa ogni giorno, negli ospedali?), lo è anche per tutti coloro che da mesi si appassionavano al suo dramma e si ponevano seri interrogatiivi circa la liceità morale e giuridica della sua richiesta di "staccare la spina". Ora che questo gesto fatale è stato compiuto, l'Italiano ha forse rivendicato e conquistato un suo diritto o è stato maggiormente risuccchiato dall'illusione di essere padrone della vita e della morte? La riichiesta di Welby era diretta contro un caso di accanimento terapeutico o apriva la strada all'eutanasia?
In questo momento, sento il bisogno di fare silenzio e di pregare: la vita di ogni persona è irripetibile; si svolge come dialogo con Dio e con i propri compagni di viaggio; soprattutto non cade nel nulla, per cui si possa pensare: è finita. E voltare pagina. Perciò non posso fare a meno di affidare il mio sventurato fratello alla misericordia di Dio. Non sta a noi giudicare, ma nello stesso tempo nel nostro intimo sappiamo che al giudizio non si sfugge. Un sacerdote ha detto che Welby stesso si è affidato a Dio: questo è ciò che conta per lui; ma la responsabilità del medico che ha staccato il respiratore resta intatta. Egli non può nascondersi dietro la volontà di un altro, risponde dei propri atti sia di fronte al malato sia di fronte alla comunità. Nessuno, infatti, se non Dio ha diritto di vita e di morte.
VORREI OSSERVARE sommessamente che difronte ad un malaato il quale chiede di morire non si è tenuti ad obbedirgli alla lettera, come ad uno che reclama un indiscutibile diritto, ma si è tenuti ad interpretare il suo grido d'aiuto, valutando tutti gli aspetti della situaazione e le diverse possibilità di risposta, impegnandosi in ogni ragioneevole tentativo. In ogni caso, non è lecito dare la morte a nessuno (se non per legittima difesa) né lasciare morire una persona semplicemennte perché lo chiede (o lo ha scritto quando era nel pieno possesso delle sue facoltà).
Ne consegue - a mio parere - che non si può neppure interrompere un'assistenza o una terapia, senza sostituirle con altre, magari meno invasive, ma sempre finalizzate a preservare il bene della vita, perché esso è un valore indisponibile.
&&&
Omaggio a un medico che (come tanti altri) ha saputo fare il proprio dovere di medico
Da il Riformista del 23 Dicembre 2006, di Anna Meldolesi
Mario Riccio ha avuto coraggio ad aiutare Piergiorgio Welby. Ha fatto ciò che molti suoi colleghi hanno fatto prima di lui, senza clamore. Anzi ha fatto ciò che ogni medico dovrebbe fare: si è caricato sulle spalle il fardello di rispettare la volontà di un paziente che rifiutava un trattamento di sostegno vitale. Ma ha agito sapendo che la sua vita non sarebbbe stata più la stessa. Subito dopo la conferenza stampa dell'Associazione Coscioni, è stato interrogato per quaranta minuti dalla Digos come persona informata dei fatti. E una parte del mondo politico lo ha già condannnato senza appello dagli schermi della tv: è eutanasia, arrestatelo.
Il presidente dell'Ordine dei medici di Cremona, Andrea Bianchi, lo ha convocato per la prossima settiimana, ma al Riformista affida un messaggio rassicurante. "In attesa di sentirlo abbiamo escluso all'unanimità un provvedimento d'urgenza, di cui non si ravvisa alcuna neecessità. E comunque mi sento di respingere sin da ora e con fermezza i giudizi espressi da alcuni esponenti politici. Riccio non è certo un criminale". Parole di solidarietà arrivano anche dalla Siaarti, la Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva a cui il medico cremonese è iscritto come la maggioranza degli anestesisti italiani. Il presidente Luciano Gattinoni è convinto che "quello di Welby non avrebbe nemmmeno dovuto diventare un caso". "Riccio ha tutto il mio appoggio, sono convinto che abbia agito nel rispetto della deontologia e della leggge" aggiunge Davide Mazzon, coordinatore della Commissione bioetica della Siaarti. "Spiegare il polverone che si è sollevato intorno al caso Welby a un collega straniero sarebbe difficile, il problema è che qui si usa la parola eutanasia in modo del tutto inappropriato" sostiene Mazzon. "La politica si richiama a un'idea di sacralità della vita che sconfina nell'iidolatria, e lo dico da credente"
Fra le tante voci che si sono alzate per commentare i fatti sarebbe davvero ora di dare spazio a quella degli anestesisti-rianimatori. La medicina offre un numero crescente di strumenti tecnologici per prolungare vita ed agonia. E in parte dell'ambiente medico prevale una logica difensivistica, che spinge ad agire ad oltranza, anche a costo di praticare un approccio sproporzionato rispetto alle condizioni del paziente o ai suoi desideri. In questo contesto gli anestesisti-rianimatori vengono chiamaati anche fuori dai reparti di terapia intensiva per aiutare il malato e i suoi familiari alle prese con le decisioni di fine vita. Su di loro viene caricata "la difficile responsabilità di riaffermare - in un contesto sociooculturale che tende a neegarla - la realtà della morte come esperienza ineluttabile e parte integrante della vita". Per aiutare i suoi 6.000 iscritti in questo compito la Siaarti, con il contributo attivo dello stesso Mario Riccio, ha elaborato delle raccomandazioni per l'approccio al malato morente. Ciò che l'anestesista cremonese ha fatto - staccando il ventilatore e sedando il paziente Welby - è seguire le raccomandazioni della società scientifica di riferimento in Italia, oltre che la nostra Costituzione. "La limitazioone dei trattamenti invasivi non si configura né come atto eutanasico né come abbandono del malato; bensì come appropriata espressione di una cura attenta ai suoi bisogni, ispirata ai principi bioetici di autonomia, beneficienza, non maleficienza", recita il documento preparato queest'anno dal gruppo di lavoro multidisciplinare e pluralista. Il testo della Siaarti riconosce il diritto del malato cosciente a rifiutare qualsiasi trattamento e illustra le procedure da seguire: spiega come informarlo e pianificare con lui le azioni, come sospendere la ventilazione meccanica, come proteggerlo dalla dispnea tramite sedazione.
Il problema semmai è che queste indicazioni non vengono sempre seeguite. La sedazione palliativa è utilizzzata ancora troppo poco in ambito neurologico, per esempio nei casi di sclerosi laterale amiotrofica o di distrofia muscolare, quando il malato rifiuta la ventilazione invasiva oppure, una volta cominciata, ne chiede la sospensione. Purtroppo non ci sono dati epidemiologici sull'incidenza di questi interventi in neurologia e forse è il caso di suggerire a Livia Turco di colmare questa lacuna. "Ma lasciamo stare l'idea di stabilire per legge cos'è l'accanimento terapeutico, perché non è possibile una definizione oggettiva e rigida" dice Gattinoni. Intanto il gruppo di lavoro su bioetica e cure palliative della Società italiana di neurologia ha già espresso le sue posizioni nel 2005: "La sedazione terminale è una pratica poco conosciuta che può consentire di alleviare i sintomi intrattabili come la dispnea, specie quando un paziente chiede di essere disconnesso dal ventilatore". Ciò che bisognerebbe fare, insomma, è diffondere queste conoscenze e fare in moodo che tutti i pazienti che lo desideraano possano usufruirne. Con l'aiuto di medici anestesisti che credono sino in fondo nel proprio lavoro.
&&&
L'appello sospetto alla Legge
Da Il Manifesto del 23 Dicembre 2006, di Ida Dominijanni
Con Stefano Rodotà, che ai problemi della "buona morte" ha dedicato larga parte del suo ultimo libro la vita, le regole (Feltrinelli) e che sul caso Welby è più volte intervenuto anche su queste pagine, tentiamo un bilancio di questa vicenda, al confiine fra diritto, cultura, politica.
Con la morte di Welby, ilcaso è tutt'altro che chiuso. Quali problemi ci lascia di fronte'?
In primo luogo il problema di una spaventosa e pericolosa regresssione culturale, che si vede anche dall'uso delle parole. Nella discussione sul caso Welby sono state continuamente sovrapposte quattro situazioni e quattro nozioni diverse - accanimento terapeutico; rifiuto di cure; testamento biologico; eutanasia attiva o suicidio assistito - che già ricevono diversi trattamenti giuuridici. In secondo luogo, c'è il prooblema della richiesta insistita di nuove norme, in una materia su cui il quadro normativo è già sufficiente e limpido, o richiederebbe solo aggiunte minime. Mai come in questo campo il diritto dev'essere sobrio, limitato e rispettoso dell'autonomia personale.
Perché allora questa pressante richiesta di una legge?
Per ignoranza o deliberato travisamento delle indcazioni ricavabili dalle norme già esistenti. O forse per un bisogno di rassicurazione. Oppure, ed è l'ipotesi che io temo, per mettere nelle mani della legge e dello stato una materia che dovrebbe nettamente restare appannaggio dell'autodeterminazione dei singoli soggetti. La richiesta di nuove leggi serve insomma per risolvere in termini di limitazioni e divieti quello che dovrebbe essere risolto in termini di libertà. Com' è già avvenuto per la procreazione assistita: l'allarme sul "far west" procreativo e sulla mancanza di norme è servito a produrre una legge restrirtiva.
Dici che le norme che servono ci sono già. Ma il tribunale di Roma ha respinto il ricorso di WeIby sul suo diritto all'interruzione della cura con l'argomento che il dirittto al rifiuto della cura c'è, ma mancano le condizioni per la sua attuazione concreta, in assenza di una legge specifica sull'accanimento teerapeutico.
L'ordinanza del tribunale di Roma commetteva un doppio errore. Lamentava l'assenza di una legge specifica sull'accanimento terapeutico, ma in primo luogo nel caso di Welby non si trattava di accanimento terapeutico bensì di rifiuto delle cure, in secondo luogo non è vero che sull'accanimento terapeutico manchino le norme. Rifiuto di cure e accanimento terapeutico sono cose diverse e indipendenti l'una dall'altra: il paziente può rifiutare di essere curato, e la sua volontà dev'esssere rispettata, anche in assenza di accanimento terapeutico. L'articolo 32 della Costituzione parla chiaro: la salute è un diritto fondamentale dell'individuo, non possono essere imposti trattamenti sanitari se non per legge, e una legge non può violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Dunque nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario; e la mancanza di una leggge può rendere illegittimo un trattamento, non la richiesta di interromperlo. Se poi Welby fosse stato anche oggetto di accanimento terapeutico, allora sarebbe scattato il codice di deontologia, che obbliga il medico a astenersi dall'ostinazione a "trattamenti da cui non possa fondatamente attendersi un beneficio per l'assistito sia un miglioramento della qualità della vita", salvo essere sottoposto a procedimento disciplinare. Dunque l'accanimento terapeutico è inaccettabile, dal punto di vista etico e giuridico. Non c'è nessun vuoto normativo, la strada è ben tracciata dalle norme esistenti, che nitidamente lasciano la decisione sul morire all'autodeterminazione dei soggetti.
Parli giustamente di autodeterrminazione e sovranità su di sé. Ma siamo sicuri di poter applicare la categoria dell'autodeterminazione e della sovranità a un individuo in stato di malattia terminale, al confine fra sopravvivenza e morte? Tu dici, e siamo d'accordo, che la soovranità statuale non può avocarsi il potere di decidere in una materia che è appannaggio della libertà dei singoli. Ma se anche si mette al servizio della sovranita' dei singoli, il diritto non corre comunque il rischio di voler irreggimentare, razionalizzare, ordinare quel margine di non-sovranità, contingenza, caso, che resta ineliminabile nell'accadere della morte?
Vedo bene il paradosso. Qui però non stiamo discutendo tanto della morte, quanto del morire e della sofferenza. "Quant'è bella 'a morte 'e subito", dice un proverbio napoletano. Se uno ha la fortuna di morire repentinamente, tutte lè sofferenze del morire gli sono risparmiate. Ma se il morire diventa un processo lunngo e tormentato, e oggi può diventarlo sempre più in forza del mutamennto tecnologico, bisogna vigilare contro l'espropriazione di sovranità del morente. Espropriazione che può venire sia dalla tecnologia sia da una norma autoritaria. Sul morire, il diritto non può svolgere altro che una funzione di accompagnamento, tanto più se il morente si trova nella condizione di non poter esercitare appieno la sua sovranità; il testaamento biologico serve proprio a retrodatare, per quanto è possibile, la decisione sul morire a un momento in cui si è ancora pienamente lucidi. Ma se questa lucidità non c'è, una norma di accompagnamento non può stabire nel dettaglio quando si stacca la spina o dove comincia esattamente l'accanimento terapeutico: deve lasciare margini di decisione alla contingenza, caso per caso. L'indecidibile del diritto, in questa materia, è cruciale.
Secondo te il medico che ha sospeso il trattamento di Welby dev'essere incriminato?
No. In una situazione di legittimo rifiuto della cura, a norma di Costituuzione il medico deve limitarsi a registrare se la volontà manifestata dal paziente è davvero quella della sospensione. Se la procura di Roma seeguirà i criteri che l'avevano portata a dichiarare legittima la richiesta di sospensione delle cure di Welby, non dovrebbe incriminare nessuno. Trovo poi assurdi i bizantinismi dell'ex presidente del comitato di bioetica, per cui il medico sarebbe nel giusto se prima ha staccato la spina e poi ha sedato il paziente, e sarebbe colpevole nel caso inverso.
In queste settimane è stato lamentato da più parti che nella nostra cultura non c'è più spazio per un discorso collettivo sulla morte. Secondo te è vero?
No, al contrario ... Si sono spese molte parole retoriche sulla solitudine del morente, del tutto inappropriate al caso in questione. Welby stava a casa, sostenuto dal massimo degli affetti, con la moglie e la sorella accanto, e ha voluto fare della sua storia un caso pubblico. Non c'è solitudine del morente né privatizzazione della morte in questo caso: al contrario, esso ci ha immerso in quel Revival of Death, secondo il titolo di un recente libro americano, nel discorso pubblico, cui ci sospinge il mutamento medico e tecnologico.
Insomma c'è bisogno di elaborare un nuovo discorso pubblico sulla morte; altrimenti detto, la morte si politicizza. Ma la politicizzazione non deve voler dire necessariamennte normativizzazione...
&&&
Il tempo di scrivere la nostra vita
Da il Manifesto del 23 Dicembre 2006, di Silvia Niccolai*
Poiché ha offerto la propria malattia alla battaglia per la legalizzazione dell' eutanasia, Piergiorgio Welby ha sopportato i tempi propri di una protesta civile: prima l'esperimento delle procedure giudiziarie, poi, come atto finale di denuncia di una legge considerata ingiusta perché ostacola quell'azione, lo spegnimento dei macchinari. Ha accettato la spersonalizzazione che queste battaglie comportano: "ho eseguito la volontà del paziente", dice il medico, che pure era amico di Welby, e che però non mette come movente del suo gesto l'amicizia, ma qualcosa che si pretende oggetto di normativa. Il potere della legge, della volontà, il potere di vietare e autorizzare, è stato al centro della vicenda di Welby, insieme alla ribellione contro il disciplinamento tecnologico, al quale la malattia e la morte sono nel nostro tempo consegnate, ribellione tentata da un uomo che, per il tipo di lotta che con esso ha ingaggiato, ha reso forse quel disciplinamento più irrimediabile, più pieno, più potente, accettando che l'interesse politico per una nuova e diversa legge quasi dettasse i tempi della morte. Ma che proprio in tal modo ci ha restituito per intero la domanda su dove mettiamo la vita, la malattia e la morte, che cosa pensiamo le governi; a chi, secondo noi, esse appartengono. Oggi che Welby è morto, resta a noi la responsabilità di che cosa sapremo fare della sua domanda.
Potremmo lasciarla alla politica dei partiti, dove, come lotta iterativa della battaglia per la legalizzazione dell'aborto, potrebbe concludersi con il riconoscimento di un diritto di morire che suggellerà un ulteriore allontanamento da noi della morte, e la finzione che, alla fine, si muore sempre per scelta. Potremmo invocare a favore di questa legge l'urgenza di decidere, e farlo specialmente a fronte delle indecisioni dei giudici. Essi, quando hanno esaminato la richiesta di Welby di interruzione dei trattamenti, hanno pensato probabilmente al fatto che proprio nella protezione della vita la democrazia che si è costituita dopo i campi di sterminio ha riposto la propria identità, una identità che, d'altronde, evidentemente non offre una guida certa e sufficiente quando non si sa se le cure stanno dalla parte della vita, o della morte. Perciò, le loro risposte non sono state risposte, e in questo può esser vista una mancanza di giustizia. Ma la mancanza della giustizia, in certi casi, contiene una opportunità. Essa segnala che bisogna tenere aperto il tempo affinché un senso possa formarsi tra di noi, senza il quale nessuna risposta è possibile. È questo il tempo che ci serve. L'urgenza di decidere, si dice, c'è per proteggerci dagli abusi, che in assenza di regole i medici potrebbero compiere ai danni di malati come Welby. Ma si potrebbe dire che una legge non ci proteggerà dagli abusi; che, anzi, la ritualizzazione e l'abitudine, che le regole portano con sé, ne accresce il rischio.
Potremmo allora ascoltare altre versioni, altre storie, altre interpretazioni, ed esse potrebbbero suggerirei che ciò che ci protegge dagli abusi è la posizione in cui riusciamo a trovarrci in una situazione; e che questa posizione è fatta dei nostri rapporti con gli altri e con noi stessi, che ci sostengono e ci tengono insieeme. Più versioni, più storie, più interpretaziooni ci daremo il tempo di sentire, di tenere preesenti e tra di noi, più potremmo iniziare a vedere, in vicende come quella di Welby, anziché il potere che giganteggia solo, più modestamente tante, diverse possibilità aperte. Se il senso comune di ciò che è in gioco in questi casi cambiasse così, anche il fantasma dei giudici che o non decidono o perseguitano chi compie un gesto di pietà, potrebbe affievolirsi, perché quel tipo di senso comune potrebbe sostenere decisioni giudiziarie capaci di equità, del tener conto delle circostanze, della ragione e della coscienza. Se ci daremo tempo, potremmo forse, invece di vivere nel terrore e nell'impotenza, renderei capaci di nutrirei l'un l'altro della convinzione che, se non si è soli, possiamo scrivere la nostra vita fino in fondo, e in tanti modi diversi. Questo dono io spero ci venga dalla domanda che Welby ci ha lasciato.
*Docente di diritto costituzionale Università di Cagliari
da Il Giornale del 23 dicembre 2006, di Giordano Bruno Guerri
Ufficialmente la decisione è stata presa dal vicariato di Roma, cioè dal cardinale Camillo Ruini. Ma è del tutto improbabile che su una vicenda così delicata e rilevante non sia stato interpellato Benedetto XVI: la scelta vaticana di non concedere i funerali religiosi a Piergiorgio Welby assume così un peso e una gravità enormi, e non solo dal punto di vista religioso.
Non intendo discutere gli articoli del Catechismo, citati nel comunicato per giustificare la decisione. Do per certo che forniscano tutte le necessarie pezze d'appoggio dottrinali e burocratiche necessarie a rendere tecnicamente ineccepibile la scelta della Chiesa. Ma è proprio questo richiamarsi a un testo normativo che suscita lo sgomento dei non credenti e - forse soprattutto - di moltissimi credenti. Quando ci si trova di fronte a scelte morali di questa portata, come negare i funerali religiosi al cristiano Welby, non credenti e credenti si aspettano che la Chiesa si ispiri prima di tutto alla caritas e alla pietas che sono alla base del cristianesimo, anzi sono il cristianesimo stesso. Carità e pietà cristiana esigono - senza discussione - che si perdoni un uomo che ha tanto sofferto, e che ha deciso di non soffrire più. Ci si aspetta che anche - e soprattutto - la Chiesa abbia rispetto per il suo dolore e la sua volontà.
Invece di una decisione cristiana, il Vaticano ha preso una decisione politica, come appare evidente dallo stesso linguaggio del comunicato. Nel quale l'espressione di massimo rispetto per Welby sta nel definirlo "il defunto dott.", così tipico di una pratica burocratica. Si specifica, poi, che i funerali religiosi vengono negati perché "era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del dott. Welby di porre fine alla propria vita". Il messaggio politico, e non cristiano, è che non ci sarà nessuna tolleranza per i casi di eutanasia, più gravi dei casi di suicidio, "nei quali si presume la mancanza di condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso":
e che per di più, è sottinteso, comportano la partecipazione di altri individui al "peccato" di morte voluta, se non addirittura il consenso dello Stato. La Chiesa ha aggiunto dolore al dolore della famiglia Welby, insomma, per dare un avvertimento esplicito a credenti e non credenti, ma soprattutto al Parlamento che dovrà legiferare in proposito. Il messaggio, tradotto in termini laici, è: tolleranza zero. Un'espressione comprensibile se usata contro la criminalità, ma che suscita sgomento se applicata alla morte di un essere umano e al dovere di uno Stato di provvedere al benessere dei cittadini, e non alla salvezza della loro anima. Il caso Welby ha dimostrato che il benessere di un cittadino può consistere anche nell'assisterlo clinicamente nella sua volontà di morire.
Trovo del tutto lecito, che in questo come in altri casi (aborto, cellule staminali), la Chiesa intervenga nel dibattito politico con il suo peso religioso e la sua capacità di lobby. Ma suscita sgomento e ripugnanza che per farlo usi anche il rigore esemplare della non-carità, della non-pietà. Immagino che da parte cattolica si sosterrà, per giustificare la decisione, il principio del non "dare scandalo", perché questo ha voluto fare Welby con la sua volontà "ripetutamente e pubblicamente affermata". Il suo però era uno scandalo civile, per difendere il diritto di tutti a morire quando la vita non è più sopportabile. Welby amava la vita, non la morte, e per questo ha scelto la morte. Il desiderio, suo e della famiglia, di avere funerali religiosi conferma che amava la vita anche oltre la morte. È stata proprio la Chiesa a dare lo scandalo maggiore negando loro questo passaggio di amore da una vita all'altra.
Quando mi interrogo sulle caratteristiche di un possibile Dio - capita spesso, ai non credenti - mi chiedo quale possa essere la sua principale caratteristica. E la risposta è sempre la stessa: l'amore per la vita, visto che l'ha creata. Welby, morendo come è morto, ha dimostrato di amare la vita più di qualunque cosa, e per questo sono convinto che anche il Dio dei non credenti, oltre quello "buonissimo e perfettissimo" dei credenti, l'abbia già accolto a braccia aperte. Anche senza funerale religioso e ben prima della "preghiera della Chiesa per l'eterna salvezza del defunto", come recita il comunicato.
&&&
Ma la morte di Stato non c'entra
da Il Giornale del 23 dicembre 2006,di Massimo Teodori
Sulla tragica vicenda Welby si è forse discusso anche troppo. Non tornerò quindi sui politici eccitati dalle manette, come l'udiccino Luca Volontè, che hanno dato voce al grido di "assassini", un grido definito "idiota" da un piccolo quotidiano d'opinione. Né mi soffermerò sulle singolari opinioni della senatrice margheritina Paola Binetti che forse ritiene di far parte del tribunale del popolo invece che del Parlamento, quando stabilisce ciò che è o non è reato, per cui invoca le dimissioni del ministro Bonino. Argomenti di questo genere non sono seri. Lo sono invece le questioni poste dal direttore Belpietro circa il "Trapasso statalizzato".
L'interrogativo è il seguente: la vicenda Welby sospinge verso uno Stato onnipresente, onnipotente ed onniregolamentante e propone una tale Weltanschauung anche sulle questioni di vita e morte? Se così fosse, l'itinerario personale di Piergiorgio sarebbe stato ancora più pietoso, e il suo risvolto pubblico guidato dalla accorta regia radicale avrebbe portato anche per me ad un esito decisamente funesto. Non occorre ripetere che per uno spirito liberale è l'uomo e non lo Stato, la Chiesa, il partito o l'ideologia ad essere al centro del giudizio sul bene e il male.
A me tuttavia pare che se c'è stata una spinta verso la statalizzazione del trapasso del malato, essa è stata esercitata contro e non su iniziativa di Welby. Ho già ripetutamente polemizzato sul macabro balletto che si è avvitato intorno al malato. Che cosa aveva a che fare con il caso reale il pronunciamento generico dell'ordine dei medici? Che senso aveva il parere richiesto dal ministro Turco al Consiglio superiore della Sanità se si trattasse di "accanimento terapeutico" o no, considerato che l'articolo 32 della Costituzione è relativo a tutti i trattamenti? Perché vi doveva essere una decisione di un tribunale quando il dettato costituzionale è esplicito sulla preminenza della volontà della persona malata? Perché dovrebbe essere necessaria una legge o un regolamento per disciplinare i criteri di intervento del medico il quale risponde personalmente in scienza e coscienza solo alle regole deontologiche a cui è vincolato?
Ed il comitato di bioetica cosa altro avrebbe potuto dire in difformità dagli articoli 2, 13, e 32 della Costituzione?
È vero, la confusione ha regnato sovrana. Perché, diversamente da casi con pazienti come Terry Schiavo non in possesso delle loro facoltà, con Welby si trattava di una persona integralmente cosciente che ripetutamente aveva manifestato la chiarissima volontà di accelerare il trapasso sospendendo i trattamenti artificiali in altra epoca prescelti e chiedendo che la medicina facesse ciò che normalmente fa per alleviare le sofferenze.
Ecco perché sostengo che Welby non desiderava affatto una morte garantita dallo Stato ma, al contrario, ha lottato fino in fondo per far prevalere la propria volontà su quella dei medici, degli esperti, dei giuristi (spesso in versione di azzeccacarbugli) e degli stessi politici che, come accade spesso, non hanno compreso che le ragioni e i tempi dei momenti difficili della persona umana non hanno nulla a che fare con le vischiosità proprie degli interessi partitici e istituzionali.
Vi è poi un secondo interrogativo. L'azione radicale, resa efficace dall'innesto della disobbedienza civile, è volta a forzare l'introduzione di una legislazione, cioè di una regolamentazione dello Stato, anche su questioni così drammaticamente personali? Certo, la risposta può essere affermativa ma con due importanti distinguo. Il primo riguarda il fatto che non sono stati i radicali a scegliere Welby forzandolo all'azione che è stata compiuta, ma è stato Welby a volere fare con grande determinazione delle proprie scelte esistenziali un caso pubblico che potesse in qualche modo servire anche ad altri.
Quanto poi alla futura legislazione, sarà l'intero Parlamento che dovrà prendere le opportune decisioni mediando fra i diversi e talora opposti valori delle varie correnti in esso presenti. Non sono certo io a parlare in nome di qualcuno, rappresentando solo la mia personalissima opinione. Tuttavia posso affermare che è nella tradizione liberale e libertaria volere la minima intrusione dello Stato negli affari personali che devono restare ben guidati dalla coscienza individuale fino al punto in cui non nuocciono a terzi.
&&&
Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà
da Il Giornale del 23 dicembre 2006, di Stefano Lorenzetto
Di una sola cosa possiamo star sicuri: Piergiorgio Welby era infinitamente migliore di coloro che l'hanno ammazzato. È nella prova suprema che vengono fuori la verità e il coraggio d'un uomo e Welby ha ordinato al medico: staccami prima di tutto il respiratore automatico, e solo dopo somministrami i farmaci per combattere il dolore. Gli era ostile la macchina, non la vita. Ma il dottor Mario Riccio, l'anestesista arrivato da Cremona per dargli la morte, non ha voluto accontentarlo. "Era improponibile dal punto di vista deontologico e giuridico, avrebbe sofferto troppo", s'è giustificato.
La moglie Mina ha dichiarato che suo marito aveva il terrore di morire soffocato. A giudicare dalla richiesta posta al medico, si stenta persino a crederlo. Possibile che Welby non conoscesse bene, per averle a lungo soppesate, le implicazioni cliniche, morali e legali che quella sua intimazione sottendeva? Staccami il respiratore, cioè fai cessare l'accanimento terapeutico, com'è nel mio diritto di persona pretendere. Poi, assistimi con le medicine appropriate per alleggerire l'inevitabile dolore che ne deriverà, impediscimi di diventare cianotico a causa dell'asfissia, tienimi la mano. Che credevate? È proprio per questo, mica per un intento persecutorio, che i malati di distrofia muscolare o di sclerosi laterale amiotrofica a un certo punto della loro malattia degenerativa vengono in fretta e furia intubati e restano attaccati per sempre a un ventilatore polmonare: per non farli soffocare.
Su avanti, ditemi: capitasse a voi, che cosa chiedereste, in quel preciso istante, al medico? Di lasciare che il vostro stesso respiro vi strozzi, come se aveste un cappio al collo o un sacchetto di cellofan in testa? Pensateci bene. È di questo, non di altro, che si sta discutendo. E non c'è testamento biologico che tenga, di fronte a un evento di tale spropositata cogenza. Quando subentra la paralisi della muscolatura respiratoria, il paziente cessa di vivere per anossia, lentamente, crudelmente, a meno che non lo sottopongano a tracheotomia. "Io l'ho assistito un malato così, un ragazzo di Milano", mi ha spiegato il dottor Giovanni Battista Guizzetti, un medico che da molti anni si prende cura di 14 lungodegenti in stato vegetativo. "S'era raccomandato di non fargli nulla, di lasciarlo andare. Però me l'aveva detto mentre ancora respirava bene. Quando è subentrata la crisi finale, sentendosi morire soffocato ha chiesto con l'ultimo filo di voce: "Fatemi la tracheotomia!"". E mentre si chinava a praticargliela in extremis, il dottor Guizzetti sapeva d'obbedire al giuramento d'Ippocrate e diceva a se stesso: "E se fra uno, cinque o dieci anni si trovasse la cura per la distrofia e la sclerosi? In passato chi avrebbe dato qualche chance a un malato di Aids?".
Il medico venuto da Cremona se n'è fregato della tempistica imposta da Welby. Ha preferito adottare il sistema collaudato dagli aguzzini che eseguono le sentenze capitali nelle prigioni degli Stati Uniti. Più sicuro, meno sporco. I boia americani prima imbottiscono il condannato a morte di sodio thiopental, un anestetico ad azione rapida che fa perdere conoscenza; quindi gli iniettano bromuro di curaro che provoca il collasso del diaframma, in modo da impedire ai polmoni di espandersi; infine mettono nella flebo la dose letale vera e propria di cloruro di potassio che ferma il cuore. Nel caso di Welby il distacco dal tubo ha semplicemente sostituito il bromuro di curaro: la macchina ha smesso di gonfiargli i polmoni. Ma il dottor Riccio dovrebbe spiegarci quale sostanza ha provocato l'arresto cardiaco dopo 40 minuti di spasmi. E dirci qualcosa di più, su quei terribili 40 minuti, perché se nel braccio della morte di Huntsville, in Texas, dove per queste faccende hanno la mano, non c'è condannato che non rovesci le orbite all'indietro e non rantoli atrocemente - ho testimonianze dirette su questa barbarie - è assai difficile immaginare che in un appartamento di Roma possa essere accaduto come per incanto qualcosa di diverso.
Il paziente Welby aveva chiesto per sé l'esatto contrario di ciò che ha avuto. Si preoccupava per la moglie, per la sorella, per il medico, per gli amici radicali, lui. Fanno sempre così, quelli che muoiono: si preoccupano per quelli che restano. Perciò via il respiratore, e poi la sedazione, ha detto. Non viceversa. La tempistica non è affare di poco conto. Chissà quante volte ci avrà pensato e ripensato, nelle sue lunghe giornate di solitudine. "Mi devo concentrare sulla mia morte. È la prima volta che muoio", s'era confidato. L'hanno interpretata come una frase ironica, pronunciata per stemperare la tensione. Stolti. Ma non lo capite? Voleva mettere d'accordo tutti. Medici, carabinieri, giudici, politici, opinione pubblica. Pure la Chiesa, che non trova nulla da ridire sul fatto che il malato possa rifiutare cure sproporzionate, tali da prolungare soltanto un'agonia senza speranza.
È sempre richiesto un altissimo sacrificio personale per mettere d'accordo tutti e questo sessantenne annichilito dall'infermità si apprestava volontariamente ad andarvi incontro a testa alta. Aveva addirittura reclamato che gli dessero i sedativi per bocca, una volta interrotta la ventilazione polmonare, come se con quel gesto intendesse lasciare a futura memoria una qualche traccia di volontarietà - il deglutire - e nel contempo volesse sollevare chiunque da qualsivoglia responsabilità penale. È la stessa determinazione che due mesi fa lo aveva spinto a strapparsi da solo il respiratore, ricavandone 40 giorni di medicazioni e di sofferenze aggiuntive.
Ora gli scocciava l'ennesimo ago infilato in vena con la forza. Non l'hanno accontentato. Strano. Di solito l'ultimo desiderio del condannato a morte viene sempre esaudito, non esiste carnefice al mondo che si sottragga all'obbligo di accendergli una sigaretta o servirgli un doppio cheeseburger con patatine. Con l'ultimo battito di palpebre ha anche invocato una melodia che lo accompagnasse nel commiato: "V-i-v-a-l-d-i". Niente. Non s'è trovato neppure il Cd con le musiche del Prete rosso, gli è toccato andarsene sulle note di Bob Dylan. Chissà perché i radicali, sempre tanto sensibili ai risvolti mediatici delle loro azioni - e, anzi, solo a quelli - stavolta non si sono portati al seguito neppure uno straccio di cronista che ci raccontasse questo tragico requiem.
Non è stato accontentato in nulla, Piergiorgio Welby. Chiedeva di morire da vivo. L'hanno fatto morire da morto. Ora il dottor Riccio confessa che "no, non è stata una cosa facile". Da domani lo sarà meno ancora. E così per sempre, sino alla fine dei giorni.
&&&
L'eredità di Piergiorgio
da Il Manifesto del 23 dicembre 2006, di Ignazio Marino
La scomparsa di Piergiorgio Welby ha commosso e addolorato un paese intero. Per più ragioni. Perché è venuto meno un uomo che aveva risposto con forza, coraggio e intelligenza alla sfida dolorosa della malattia. Perché le sue sofferenze indicibili ci riducevano a spettatori impotenti. E, ancora, perché non abbiamo saputo rispondere alla sua richiesta di aiuto. Quando, negli ultimi mesi, il male era divenuto insostenibile, Welby ci ha chiesto di lottare al suo fianco per vedere riconosciuto il suo diritto a rinunciare a cure che per lui non erano altro che accanimento e prosecuzione di un calvario disumano. Ci ha coinvolto in una battaglia civile cui ha prestato con dignità il suo dolore e il suo corpo straziato. Conforta sapere che aveva consapevolmente accettato la fine della propria vita e desiderava una morte naturale come liberazione dalla sua incurabile malattia. Piergiorgio era destinato a un'ulteriore e più grave evoluzione del male. Fra poco tempo non sarebbe più stato in grado di alimentarsi da solo e avrebbe potuto rimanere in vita solo nutrito e idratato attraverso un tubo inserito chirurgicamente nel suo stomaco. Avendolo conosciuto, sono convinto che avrebbe rifiutato questo trattamento. Un no che gli sarebbe costato una lunga e penosa agonia.
Ma la sua morte è anche causa di grande frustrazione per non essere stati in grado di rispondere alle sue richieste. Piergiorgio ci chiedeva di poter rinunciare a quello che lui riteneva un accanimento e di staccare l'apparecchio che lo manteneva in vita nonostante fosse preparato ad accettare l'esito naturale della malattia. Ha chiesto aiuto alle istituzioni, ma non siamo stati in grado di offrirglielo.
La lucida e inflessibile determinazione che Welby ha dimostrato, fino all'ultimo, ci ha posto di fronte a interrogativi ancora senza risposta, evidenziando l'esistenza di un vuoto legislativo. Una lacuna che lascia disatteso il diritto fondamentale dell'uomo di poter decidere in autonomia quali cure ritiene accettabili per sé.
A Piergiorgio avevo chiesto, nel corso del nostro incontro, se era veramente intenzionato a morire. Gli avevo chiesto di riflettere ancora, per permetterci di combattere con lui la sua battaglia. Ora, la sua decisione drammatica ed estrema ci impone un'assunzione di responsabilità. Dobbiamo fare in modo che ognuno si veda riconosciuto il diritto di scegliere le terapie che ritiene accettabili, di accettare o rifiutare la tecnologia che la scienza mette a disposizione, di dire basta a un accanimento che ritiene intollerabile. Scelte di questo tipo dovrebbero potersi compiere come naturale accettazione del decorso di una malattia terminale.
Si tratta del resto di un diritto affermato chiaramente dalla nostra Costituzione, dove si dice che "nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento se non per legge" e che "la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona".
Lo stesso principio è riconosciuto anche dalla Chiesa, se nel Compendio del Catechismo si legge che "l'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. Non si vuole procurare la morte: si accetta di non poterla impedire". Non si potrebbe spiegare meglio di quanto viene fatto in quel testo, la differenza sostanziale tra la rinuncia all'accanimento terapeutico e l'eutanasia. Perché una cosa è sospendere terapie fuori dall'ordinario e altra cosa è porre fine volontariamente a una vita con la somministrazione di un farmaco letale.
Ora che Piergiorgio non c'è più, mi auguro che il Parlamento sappia assumersi la responsabilità di una scelta normativa che riconosca quel diritto. E' più che mai necessario dare seguito alla sua testimonianza approvando una legge sul testamento biologico e contro l'accanimento terapeutico che consenta a ognuno di indicare le cure e i trattamenti che ritiene accettabili e sopportabili per sé.
Voglio credere che le forze politiche sapranno proseguire in modo sereno ed equilibrato il dibattito. Anche ora che non abbiamo più di fronte gli occhi sofferenti di Piergiorgio Welby.
&&&
Il Natale, Welby, Dio e il senso della vita
Da Il manifesto del 23 Dicembre 2006, di Enzo Mazzi
Il Natale, la vita che rinasce secondo il significato ancestrale della festa, mi sembra che doni un senso positivo, un senso natalizio direi, alla stessa vicenda di Welby, che invece è vista solo nei suoi aspetti negativi e funerei. Sul tema dell'eutanasia molto si parla in termini politici, biologici, medici, giuridici. E già questo è un segno di maturazione della coscienza collettiva in campo etico. Poco si è parlato e si parla però delle radici inconsce che condizionano le nostre scelte. Sono consapevole di addentrarmi in un tema complesso, che richiede ben altro spazio. Ritengo ne valga la pena anche a costo di qualche approssimazione.
La cosa più inquietante è che il rifiuto opposto alla richiesta di Welby viene attribuito al volere di Dio, cioè parandosi dietro al principio di natura. Ma il Dio che ha rifiutato a Welby, come a decine di malati terminali, il diritto di essere aiutato a morire con dignità, il Dio a cui si appellano le forze politiche d'ispirazione cristiana contrarie a qualsiasi legge che regoli con saggezza l'eutanasia e altri aspetti dell'etica come le coppie di fatto, la fecondazione assistita, ecc., è lo stesso tenero bambinello del Natale, portatore di una profezia di universale rinascita? Sì, bisogna ammetterlo, è lo stesso Dio. L'identificazione di Gesù col Dio onnipotente, creatore e padrone assoluto della vita e della morte, è frutto di una codificazione iniziata fin dai primi secoli dell'era cristiana, con qualche aggancio già nei Vangeli. Sta proprio in quella identificazione, la chiave della grande vittoria del cristianesimo e il suo affermarsi come religione dell'Impero. Il Dio della codificazione dogmatica cristiana scioglie i cuori quando è nella mangiatoia, incute terrore quando è sul trono simbolico delll'onnipotenza. Al fondo dei problemi etici che agitano il nostro tempo c'è questo Dio tenero per certi aspetti e terrificante per altri. Il cristianesimo codificato, al cui interno sempre c'è stata una ricerca alternativa condannata però come eretica, ha umanizzato Dio onnnipotente ma non l'ha detronizzato. Anzi ha reso più condizionante la paura di Lui. Della paura di una onnipotenza che ci sovrasta, che si chiami Dio o Natura o Destino, sono vittime credenti e non credenti. Ci sarà anche una certa dose di razionalità nell'intransigenza etica, ma ritengo per lunga esperienza di anime, che l'irrazionalità della paura giochi un ruolo fondamentale. La paura dell'onnipotenza che ci tiene in pugno è sepolta da millenni nell'inconscio colllettivo, nella zona più oscura della vita individuale e sociale. Quella paura non basta esorcizzarla con esercizi solo mentali; non ritengo sufficiente per esempio il negazionismo ateista, perché dal profondo essa emerge in forme mascherate. L'appellarsi senza mediazioni al giuramento d'Ippocrate o alla superiorità delle competenze scientifiche e tecniche e perfino all'insindacabilità della magistratura, ad esernpio, può essere usato proprio come esorcismo della paura dall'astuzia di una mente astratta.
La paura, sepolta nella zona più oscura della vita, ha bisogno innanzi tutto di essere riconosciuta, narrata e analizzata. Le emergenze etiche possono essere l'occasione per dare finalmente cittadinanza a esperienze essenziali del vivere umano, per elaborare le nostre paure e ridare il senso di una vita che ci appartiene non soltanto nella sua potenza ma anche nella sua finitezza. La quale finitezza è dinamica, è creativa, è perennemente generatrice. Tutto questo è anche un tema educativo. Dovremmo trovare i modi per trasmetttere ai bambini e ai giovani un tale senso della vita e della morte. Il problema è che da soli non ci si fa e mancano luoghi per socializzare tali elaborazioni e esperienze. O forse non si cercano. E quando è il momento rimaniamo soli.
Lo stesso Natale, oltre quell'immaginario che viene ribadito da mille simbologie, catechismi, luminarie, auguri, regali, presepi, panettoni, può essere forse un tempo propizio per accendere ano che solo un lucignolo fumigante nell'interiorità e nelle relazioni che recuperi e attualizzi il senso ancestrale della rinascita e diradi un po' l'oscurità sulla strada del cammino verso la liberazione dalla paura del vivere e del morire. In questo senso mi sento di rivolgere l'augurio natalizio a Welby e a tutto ciò che nasce e muore e nasce senza fine.
&&&
Adesso è più profondo il fossato tra i laici e la Chiesa
Da Il Riformista del 23 Dicembre 2006, di Paolo Franchi
Aveva torto, dunque, don Giovanni Nonne, il viceparroco della chiesa di Don Bosco, dove la mamma, cattolicissima, di Piergiorgio Welby avrebbe voluto si svolgessero, domani, le esequie. A Welby il funerale religioso non viene negato perché la sua morte rappresenta "un caso troppo clamoroso", come pensava lui, ma perché ha "ripetutamente e pubblicamente" affermato la volontà di porre termine alla sua vita, come ha reso noto il Vicariato di Roma. Bontà sua, il Vicario partecipa al dolore dei congiunti, e non gli nega la preghiera della Chiesa per l'eterna salvezza, con ciò testimoniando, ci pare, che l'Onnipotente, se c'è, potrebbe essere più misericordioso delle note 2276-2283 e 2324-2325 del Catechismo. Ma tiene a chiarire come sia proprio per via della sua lucida determinazione che a Welby (anzi: al dott. Welby, come burocraticamente recita il comunicato stampa del Vicariato) sono inibite quelle esequie religiose che ormai vengono a concesse ai suicidi dei quali invece è lecito presupporre "la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso".
Può darsi, anzi, è pressoché certo che, nei termini di un diritto canonico del quale non possiamo davvero spacciarci per esperti, le ragioni del Vicario siano assolutamente inoppugnabili. Da laici, non ci impicciamo, limitandoci a chiarire che quello di Welby non è un suicidio assistito. Ma è assai probabile pure che una decisione simile sia destinata a suscitare dolore e interrogativi pesanti anche tra i cattolici, se persino Calderoli chiede di cambiarla. Ed è sicuro che contribuirà non poco a scavare un fossato ancora più profondo tra i laici (non i mangiapreti, non i "laicisti" esasperati: semplicemente i laici, credenti o non credenti che siano) e una Chiesa di Roma evidentemente impegnata, per combattere la "marginalizzazione" cui teme esposti i suoi valori in un'Italia secolarizzata, a rimarcare soprattutto quanto la separa e quasi la contrappone allo spirito del tempo.
Se così deve essere, così sia: saluteremo da laici l'eroe laico Piergiorgio Welby, e andremo avanti nella sua lotta, che adesso più che mai sentiamo nostra. Ma questo esito non era scritto. Anzi, era lecito sperare (spes contra spem) tutto il contrario. E cioè che la battaglia coerente, lucida e volutamente esemplare condotta da Piergiorgio Welby, riuscisse ad aprire - nella politica, nella medicina, nella cultura, nella società - una riflessione alta e approfondita; e la ricerca faticosa e appassionata di soluzioni condivise. Anche perché, come questo giornale ha cercato quotidianamente di testimoniare, la domanda che Welby ha rivolto e continua a rivolgere a tutti noi, e in primo luogo a chi esercita responsabilità politiche, non riguarda l'eutanasia, sulla quale soluzioni condivise sono evidentemente improponibili, ma, come ha ricordato giovedì il presidente Giorgio Napolitano nel suo messaggio alla signora Mina, "il problema della sofferenza estrema in caso di risorse a terapie che non possono garantire una ragionevole speranza di esito positivo". Risposte (a Welby, e anche al capo dello Stato) non ne sono arrivate. Continueremo a cercarle, senza timidezze e senza ipocrisia.
P.S. C'è, diciamo così, freddezza, anche nell'Ulivo, verso i radicali che, nonostante stiano al governo, avrebbero esasperato, specie in questi ultimi, drammatici giorni, una vicenda già tragica. A noi viene solo da osservare che i radicali fanno i radicali. La sinistra, invece, non si sa bene cosa faccia.
&&&
"Ma anche Giovanni Paolo II rifiutò l'accanimento terapeutico"
Da Il Riformista del 23 Dicembre 2006, di Rio Paladoro
"Cupio dissolvi", disse San Paolo nella lettera ai Filippesi, e cioè, tradotto letteralmente, "desidero morire". "Sono messo alle strette - disse - tra due scelte: il desiderio di morire (cupio dissolvi) ed essere con Cristo, ma d'altra parte è più necesssario, per voi, che resti nella carne". Così San Paolo, circa duemila anni fa, esprimeva il prooprio desiderio di morire e lasciare dunque una volta per tutte questa terra per entrare nel regno del Padre. Un desiderio poi rimasto incompiuto perché egli comprese che il suo compito in questo mondo non era ancora terminato. E' lo stesso desiderio che espresse Giovanni Paolo II quando, qualche giorno prima di morire, tornato dall'ospedale Gemelli - dove era stato ricoverato per la seconnda volta - al terzo piano del palazzo apostolico in Vaticano, disse ai suoi più stretti collaboratori di non volere più essere ricoverato perché oramai la fine di tutto si avvicinava? E lo stesso cupio dissolvi quello che disse Wojtyla ai suoi medici pochi giorni prima di morire? "Il desiderio credo si possa dire fosse lo stesso", spiega monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni, Narni e Amelia e, insieme, padre spirituale della Comunità di Sant'Egidio. "Certamente Giovanni Paolo II era consapevole che il Padre l'avrebbe chiamaato presto e così accettò con fede la sua entraata nel cielo. Infatti - continua Paglia -la prospettiva entro la quale guardare il gesto di Wojtyla è prettamente spirituale".
Era il 30 marzo 2005 quando Giovanni Paolo II si mostrava alla finestra del suo studio e, senza parlare, benediceva la folla che, atttonita e dolente, l'attendeva in piazza San Pietro. Fu l'ultima statio pubblica della sua penosa via crucis. Nel pomeriggio - almeno così riportano le cronache degli ultimi giorni di vita di Giovanni Paolo II - ascoltati i medici circa l'eventualità che egli intraprendesse la nutrizione mediante il posizionamento di un sondino nasogastrico, Wojtyla chiese che ogni cura gli venisse eventualmente sommministrata in casa: rifiutò in sostanza ulteriori cure all' ospedale Gemelli. Rifiutò perché certo della fine imminente.
La vicenda di Piergiorgio Welby è viva nel cuore e nei pensieri di Paglia. Non vuole accostare le ultime ore di Wojtyla a quelle di Welby ma vuole semplicemente dire - e lo fa pensando a Wojtyla - che il desiderio di morire ha riscontri evidenti nella Sacra Scrittura. "A parte le parole di San Paolo - dice - mi viene alla memoria Giobbe, il quale maledice pubblicamente il giorno della sua nascita: "Non fossi mai nato", sono le sue parole". "Cito Giobbe - è ancora Paglia a parlare - per dire che la morte è una cosa seria e delicata e che non va trattata come in questi giorni purtroppo si sta facendo. Pensando a Piergiorgio Welby mi viene in mente come sia arduo stare accanto alla sofferenza. Riifiuto di pensare, inoltre, che la sofferenza sia esclusivamente un problema legislativo e ritengo che oggi, dopo quello che è successo a Welby, è dentro il mistero del dolore che ci siamo dovuti immergere. È questo il livello con cui guardare a quanto accaduto. Ogni altra considerazione mi sembra oggi faziosa e inopportuna e non la voglio fare".
Sono tante le considerazioni che balzano alla mente a poche ore dalla scomparsa di Welby. "Tante e vorticose - spiega Paglia - Credo che il più grosso rammarico sia pensare che una persona è morta senza avere la consapevolezza dell'utilità della propria vita. Certo, Welby ha reso a noi un servizio enorme perché ha messo ognuno di noi davanti al mistero del dolore e in questo senso ancora oggi la sua presenza qui sarebbe preziosa e utile. Welby, pur dentro la sofferenza, ha mostrato una forza incredibile che oggi vorrei che egli fosse ancora qui a mostrare. Mi domando: chi terrà alta adesso la voce dei malati come Welby? Chi terrà alte le raagioni della gente che come Welby soffre senza ricevere aiuto e consolazione? Non è forse da ritenere una perdita enorme quella di un uomo come Welby? Io credo sia una perdita grandissima".
Intrecciato alla morte di Welby c'è il dibattito circa la necessità di legalizzare la rinuncia all'accanimento terapeutico e, ancora di più, l'entrata in vigore dell'eutanasia. Paglia non si esime dal dire la sua: "Invece di parlare dell' eutanasia credo sia giusto parlare della modalità per far sì che sempre meno persone arrivino a desiderare di morire. Invece, circa l'accanimento terapeutico, sono del parere che oggi il problema sia garantire a più persone che si può avere una morte degna e con meno sofferenze possibili. Oggi soltanto i ricchi possono mettersi nella condizione di morire dignitosamente e non è giusto".
&&&
Piergiorgio, hai sbagliato
Dal Quotidiano Nazionale del 23 Dicembre 2006, di Salvatore Crisafulli
LA SCELTA di morte di Welby la rispetto, perché non posso arrogarmi il diritto di giudicare un mio fratello di sofferenza. Però non la condivido. Dicono che Piergiorgio fosse libero e consapevole nel dire di sì a chi, in camice bianco o in doppiopetto da parlamentare voleva prendere la sua vita per farne strumento di vittoria politica. Qualcuno ha detto che il suo è stato un gesto di sfida, saggio e coraggioso, addirittura sportivo. Quante bestemmie, quanta folle presunzione, in questi commennti. Spero proprio che il suo terribile atto di "suicidio assistito", perché di questo si tratta, sia stato accettato e vissuto in stato di schiavitù e disperazione psicologica, non di piena avvertenza e deliberato consenso, come richiede il catechismo cattolico per il peccato mortale. Solo così la parte più bella, più nobile e immortale di lui, la sua anima, resa candida come la neve da quella malcurata sofferenza infinita e feroce, sopravviverà alla morte eterna. Lo credo e lo spero con tutto il cuore.
Povero caro, Piergiorgio, la sua vita pur immobile stava smuovendo tannte coscienze di politici egoisti e indifferenti, per indurii a pretendere una sanità più umana, efficiente e amorevole, più vicina a chi soffre, stava vincendo la sua vera battaglia, quella delle migliaia di suoi fratelli paralizzati e senza voce che aspettano nuovi decisivi progressi qualitativi dellla ricerca scientifica e del cuore dell'uomo.
IO, CHE SONO scampato dal vortice del nulla in cui l'ignoranza e la mancanza di umanità di una medicina senza amore mi stava precipitando, io posso finalmente protestare per i centomila Salvatore Crisafulli che aspettano e sperano, senza lasciarsi corteggiare dalla voglia insana di morire anzitempo. Solo una scienza al servizio di chi soffre può cacciare dal letto dei moribondi quei necrofili assassini che hanno fatto una lunga asfissianie ronda di morte al povero Welby solo per trarne un misero beneficio elettorale e politico, solo per mettere il piede in mezzo alla porta verso la liberalizzazione dell'eutanasia, la macabra conquista etica dei senza Dio, degli arroganti e intoccabili caini che cedono alla perfida luusinga luciferina del "sarete come Dio".
Che il Signore converta la coscienza degli sciacalli che, anziché promuovere la vita e la migliore assistenza dei malati disperati e morenti, hanno fondato un'associazione a delinquere per liberarsi con l'omicidio delle vite altrui, quando queste sono reputate inutili e costose per la società. Caro Piergiorgio, meraviglioso inciampo per la nostra scadente sanità pubblica, ora saprai giudicare senza veli quanto inganno c'era nella diabolica sollecitudine dei falsi amici che si avvicendavano intorno al tuo letto, per aggiudicarsi il trofeo della tua vita. Ora finalmente saprai ben distinguere, nella tenebra della tua sofferenza umana, l'ombra della mano del Siignore che ti porgeva una carezza, rispetto all'ombra di quel medico, ciniico traditore del suo giuramento morale, che si chinava su di te solo per porgerti il suo più macabro regalo di Natale, dicendoti: muori.
Addio, Piergiorgio, caro e sfortunato compagno di sventura.
&&&
Ma la vita è indisponibile
Dal Quotidiano Nazionale del 23 Dicembre 2006, Tommaso Ghirelli
Piergiorgio Welby era entrato nella vita mia e di tannti da quando attraverso i mass media il suo volto ci era diventaato familiare. Se il distacco è doloroso per i suoi familiari, che oltre tutto si sono visti portar via la sua salma (ma non accade la stesssa cosa ogni giorno, negli ospedali?), lo è anche per tutti coloro che da mesi si appassionavano al suo dramma e si ponevano seri interrogatiivi circa la liceità morale e giuridica della sua richiesta di "staccare la spina". Ora che questo gesto fatale è stato compiuto, l'Italiano ha forse rivendicato e conquistato un suo diritto o è stato maggiormente risuccchiato dall'illusione di essere padrone della vita e della morte? La riichiesta di Welby era diretta contro un caso di accanimento terapeutico o apriva la strada all'eutanasia?
In questo momento, sento il bisogno di fare silenzio e di pregare: la vita di ogni persona è irripetibile; si svolge come dialogo con Dio e con i propri compagni di viaggio; soprattutto non cade nel nulla, per cui si possa pensare: è finita. E voltare pagina. Perciò non posso fare a meno di affidare il mio sventurato fratello alla misericordia di Dio. Non sta a noi giudicare, ma nello stesso tempo nel nostro intimo sappiamo che al giudizio non si sfugge. Un sacerdote ha detto che Welby stesso si è affidato a Dio: questo è ciò che conta per lui; ma la responsabilità del medico che ha staccato il respiratore resta intatta. Egli non può nascondersi dietro la volontà di un altro, risponde dei propri atti sia di fronte al malato sia di fronte alla comunità. Nessuno, infatti, se non Dio ha diritto di vita e di morte.
VORREI OSSERVARE sommessamente che difronte ad un malaato il quale chiede di morire non si è tenuti ad obbedirgli alla lettera, come ad uno che reclama un indiscutibile diritto, ma si è tenuti ad interpretare il suo grido d'aiuto, valutando tutti gli aspetti della situaazione e le diverse possibilità di risposta, impegnandosi in ogni ragioneevole tentativo. In ogni caso, non è lecito dare la morte a nessuno (se non per legittima difesa) né lasciare morire una persona semplicemennte perché lo chiede (o lo ha scritto quando era nel pieno possesso delle sue facoltà).
Ne consegue - a mio parere - che non si può neppure interrompere un'assistenza o una terapia, senza sostituirle con altre, magari meno invasive, ma sempre finalizzate a preservare il bene della vita, perché esso è un valore indisponibile.
&&&
Omaggio a un medico che (come tanti altri) ha saputo fare il proprio dovere di medico
Da il Riformista del 23 Dicembre 2006, di Anna Meldolesi
Mario Riccio ha avuto coraggio ad aiutare Piergiorgio Welby. Ha fatto ciò che molti suoi colleghi hanno fatto prima di lui, senza clamore. Anzi ha fatto ciò che ogni medico dovrebbe fare: si è caricato sulle spalle il fardello di rispettare la volontà di un paziente che rifiutava un trattamento di sostegno vitale. Ma ha agito sapendo che la sua vita non sarebbbe stata più la stessa. Subito dopo la conferenza stampa dell'Associazione Coscioni, è stato interrogato per quaranta minuti dalla Digos come persona informata dei fatti. E una parte del mondo politico lo ha già condannnato senza appello dagli schermi della tv: è eutanasia, arrestatelo.
Il presidente dell'Ordine dei medici di Cremona, Andrea Bianchi, lo ha convocato per la prossima settiimana, ma al Riformista affida un messaggio rassicurante. "In attesa di sentirlo abbiamo escluso all'unanimità un provvedimento d'urgenza, di cui non si ravvisa alcuna neecessità. E comunque mi sento di respingere sin da ora e con fermezza i giudizi espressi da alcuni esponenti politici. Riccio non è certo un criminale". Parole di solidarietà arrivano anche dalla Siaarti, la Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva a cui il medico cremonese è iscritto come la maggioranza degli anestesisti italiani. Il presidente Luciano Gattinoni è convinto che "quello di Welby non avrebbe nemmmeno dovuto diventare un caso". "Riccio ha tutto il mio appoggio, sono convinto che abbia agito nel rispetto della deontologia e della leggge" aggiunge Davide Mazzon, coordinatore della Commissione bioetica della Siaarti. "Spiegare il polverone che si è sollevato intorno al caso Welby a un collega straniero sarebbe difficile, il problema è che qui si usa la parola eutanasia in modo del tutto inappropriato" sostiene Mazzon. "La politica si richiama a un'idea di sacralità della vita che sconfina nell'iidolatria, e lo dico da credente"
Fra le tante voci che si sono alzate per commentare i fatti sarebbe davvero ora di dare spazio a quella degli anestesisti-rianimatori. La medicina offre un numero crescente di strumenti tecnologici per prolungare vita ed agonia. E in parte dell'ambiente medico prevale una logica difensivistica, che spinge ad agire ad oltranza, anche a costo di praticare un approccio sproporzionato rispetto alle condizioni del paziente o ai suoi desideri. In questo contesto gli anestesisti-rianimatori vengono chiamaati anche fuori dai reparti di terapia intensiva per aiutare il malato e i suoi familiari alle prese con le decisioni di fine vita. Su di loro viene caricata "la difficile responsabilità di riaffermare - in un contesto sociooculturale che tende a neegarla - la realtà della morte come esperienza ineluttabile e parte integrante della vita". Per aiutare i suoi 6.000 iscritti in questo compito la Siaarti, con il contributo attivo dello stesso Mario Riccio, ha elaborato delle raccomandazioni per l'approccio al malato morente. Ciò che l'anestesista cremonese ha fatto - staccando il ventilatore e sedando il paziente Welby - è seguire le raccomandazioni della società scientifica di riferimento in Italia, oltre che la nostra Costituzione. "La limitazioone dei trattamenti invasivi non si configura né come atto eutanasico né come abbandono del malato; bensì come appropriata espressione di una cura attenta ai suoi bisogni, ispirata ai principi bioetici di autonomia, beneficienza, non maleficienza", recita il documento preparato queest'anno dal gruppo di lavoro multidisciplinare e pluralista. Il testo della Siaarti riconosce il diritto del malato cosciente a rifiutare qualsiasi trattamento e illustra le procedure da seguire: spiega come informarlo e pianificare con lui le azioni, come sospendere la ventilazione meccanica, come proteggerlo dalla dispnea tramite sedazione.
Il problema semmai è che queste indicazioni non vengono sempre seeguite. La sedazione palliativa è utilizzzata ancora troppo poco in ambito neurologico, per esempio nei casi di sclerosi laterale amiotrofica o di distrofia muscolare, quando il malato rifiuta la ventilazione invasiva oppure, una volta cominciata, ne chiede la sospensione. Purtroppo non ci sono dati epidemiologici sull'incidenza di questi interventi in neurologia e forse è il caso di suggerire a Livia Turco di colmare questa lacuna. "Ma lasciamo stare l'idea di stabilire per legge cos'è l'accanimento terapeutico, perché non è possibile una definizione oggettiva e rigida" dice Gattinoni. Intanto il gruppo di lavoro su bioetica e cure palliative della Società italiana di neurologia ha già espresso le sue posizioni nel 2005: "La sedazione terminale è una pratica poco conosciuta che può consentire di alleviare i sintomi intrattabili come la dispnea, specie quando un paziente chiede di essere disconnesso dal ventilatore". Ciò che bisognerebbe fare, insomma, è diffondere queste conoscenze e fare in moodo che tutti i pazienti che lo desideraano possano usufruirne. Con l'aiuto di medici anestesisti che credono sino in fondo nel proprio lavoro.
&&&
L'appello sospetto alla Legge
Da Il Manifesto del 23 Dicembre 2006, di Ida Dominijanni
Con Stefano Rodotà, che ai problemi della "buona morte" ha dedicato larga parte del suo ultimo libro la vita, le regole (Feltrinelli) e che sul caso Welby è più volte intervenuto anche su queste pagine, tentiamo un bilancio di questa vicenda, al confiine fra diritto, cultura, politica.
Con la morte di Welby, ilcaso è tutt'altro che chiuso. Quali problemi ci lascia di fronte'?
In primo luogo il problema di una spaventosa e pericolosa regresssione culturale, che si vede anche dall'uso delle parole. Nella discussione sul caso Welby sono state continuamente sovrapposte quattro situazioni e quattro nozioni diverse - accanimento terapeutico; rifiuto di cure; testamento biologico; eutanasia attiva o suicidio assistito - che già ricevono diversi trattamenti giuuridici. In secondo luogo, c'è il prooblema della richiesta insistita di nuove norme, in una materia su cui il quadro normativo è già sufficiente e limpido, o richiederebbe solo aggiunte minime. Mai come in questo campo il diritto dev'essere sobrio, limitato e rispettoso dell'autonomia personale.
Perché allora questa pressante richiesta di una legge?
Per ignoranza o deliberato travisamento delle indcazioni ricavabili dalle norme già esistenti. O forse per un bisogno di rassicurazione. Oppure, ed è l'ipotesi che io temo, per mettere nelle mani della legge e dello stato una materia che dovrebbe nettamente restare appannaggio dell'autodeterminazione dei singoli soggetti. La richiesta di nuove leggi serve insomma per risolvere in termini di limitazioni e divieti quello che dovrebbe essere risolto in termini di libertà. Com' è già avvenuto per la procreazione assistita: l'allarme sul "far west" procreativo e sulla mancanza di norme è servito a produrre una legge restrirtiva.
Dici che le norme che servono ci sono già. Ma il tribunale di Roma ha respinto il ricorso di WeIby sul suo diritto all'interruzione della cura con l'argomento che il dirittto al rifiuto della cura c'è, ma mancano le condizioni per la sua attuazione concreta, in assenza di una legge specifica sull'accanimento teerapeutico.
L'ordinanza del tribunale di Roma commetteva un doppio errore. Lamentava l'assenza di una legge specifica sull'accanimento terapeutico, ma in primo luogo nel caso di Welby non si trattava di accanimento terapeutico bensì di rifiuto delle cure, in secondo luogo non è vero che sull'accanimento terapeutico manchino le norme. Rifiuto di cure e accanimento terapeutico sono cose diverse e indipendenti l'una dall'altra: il paziente può rifiutare di essere curato, e la sua volontà dev'esssere rispettata, anche in assenza di accanimento terapeutico. L'articolo 32 della Costituzione parla chiaro: la salute è un diritto fondamentale dell'individuo, non possono essere imposti trattamenti sanitari se non per legge, e una legge non può violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Dunque nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario; e la mancanza di una leggge può rendere illegittimo un trattamento, non la richiesta di interromperlo. Se poi Welby fosse stato anche oggetto di accanimento terapeutico, allora sarebbe scattato il codice di deontologia, che obbliga il medico a astenersi dall'ostinazione a "trattamenti da cui non possa fondatamente attendersi un beneficio per l'assistito sia un miglioramento della qualità della vita", salvo essere sottoposto a procedimento disciplinare. Dunque l'accanimento terapeutico è inaccettabile, dal punto di vista etico e giuridico. Non c'è nessun vuoto normativo, la strada è ben tracciata dalle norme esistenti, che nitidamente lasciano la decisione sul morire all'autodeterminazione dei soggetti.
Parli giustamente di autodeterrminazione e sovranità su di sé. Ma siamo sicuri di poter applicare la categoria dell'autodeterminazione e della sovranità a un individuo in stato di malattia terminale, al confine fra sopravvivenza e morte? Tu dici, e siamo d'accordo, che la soovranità statuale non può avocarsi il potere di decidere in una materia che è appannaggio della libertà dei singoli. Ma se anche si mette al servizio della sovranita' dei singoli, il diritto non corre comunque il rischio di voler irreggimentare, razionalizzare, ordinare quel margine di non-sovranità, contingenza, caso, che resta ineliminabile nell'accadere della morte?
Vedo bene il paradosso. Qui però non stiamo discutendo tanto della morte, quanto del morire e della sofferenza. "Quant'è bella 'a morte 'e subito", dice un proverbio napoletano. Se uno ha la fortuna di morire repentinamente, tutte lè sofferenze del morire gli sono risparmiate. Ma se il morire diventa un processo lunngo e tormentato, e oggi può diventarlo sempre più in forza del mutamennto tecnologico, bisogna vigilare contro l'espropriazione di sovranità del morente. Espropriazione che può venire sia dalla tecnologia sia da una norma autoritaria. Sul morire, il diritto non può svolgere altro che una funzione di accompagnamento, tanto più se il morente si trova nella condizione di non poter esercitare appieno la sua sovranità; il testaamento biologico serve proprio a retrodatare, per quanto è possibile, la decisione sul morire a un momento in cui si è ancora pienamente lucidi. Ma se questa lucidità non c'è, una norma di accompagnamento non può stabire nel dettaglio quando si stacca la spina o dove comincia esattamente l'accanimento terapeutico: deve lasciare margini di decisione alla contingenza, caso per caso. L'indecidibile del diritto, in questa materia, è cruciale.
Secondo te il medico che ha sospeso il trattamento di Welby dev'essere incriminato?
No. In una situazione di legittimo rifiuto della cura, a norma di Costituuzione il medico deve limitarsi a registrare se la volontà manifestata dal paziente è davvero quella della sospensione. Se la procura di Roma seeguirà i criteri che l'avevano portata a dichiarare legittima la richiesta di sospensione delle cure di Welby, non dovrebbe incriminare nessuno. Trovo poi assurdi i bizantinismi dell'ex presidente del comitato di bioetica, per cui il medico sarebbe nel giusto se prima ha staccato la spina e poi ha sedato il paziente, e sarebbe colpevole nel caso inverso.
In queste settimane è stato lamentato da più parti che nella nostra cultura non c'è più spazio per un discorso collettivo sulla morte. Secondo te è vero?
No, al contrario ... Si sono spese molte parole retoriche sulla solitudine del morente, del tutto inappropriate al caso in questione. Welby stava a casa, sostenuto dal massimo degli affetti, con la moglie e la sorella accanto, e ha voluto fare della sua storia un caso pubblico. Non c'è solitudine del morente né privatizzazione della morte in questo caso: al contrario, esso ci ha immerso in quel Revival of Death, secondo il titolo di un recente libro americano, nel discorso pubblico, cui ci sospinge il mutamento medico e tecnologico.
Insomma c'è bisogno di elaborare un nuovo discorso pubblico sulla morte; altrimenti detto, la morte si politicizza. Ma la politicizzazione non deve voler dire necessariamennte normativizzazione...
&&&
Il tempo di scrivere la nostra vita
Da il Manifesto del 23 Dicembre 2006, di Silvia Niccolai*
Poiché ha offerto la propria malattia alla battaglia per la legalizzazione dell' eutanasia, Piergiorgio Welby ha sopportato i tempi propri di una protesta civile: prima l'esperimento delle procedure giudiziarie, poi, come atto finale di denuncia di una legge considerata ingiusta perché ostacola quell'azione, lo spegnimento dei macchinari. Ha accettato la spersonalizzazione che queste battaglie comportano: "ho eseguito la volontà del paziente", dice il medico, che pure era amico di Welby, e che però non mette come movente del suo gesto l'amicizia, ma qualcosa che si pretende oggetto di normativa. Il potere della legge, della volontà, il potere di vietare e autorizzare, è stato al centro della vicenda di Welby, insieme alla ribellione contro il disciplinamento tecnologico, al quale la malattia e la morte sono nel nostro tempo consegnate, ribellione tentata da un uomo che, per il tipo di lotta che con esso ha ingaggiato, ha reso forse quel disciplinamento più irrimediabile, più pieno, più potente, accettando che l'interesse politico per una nuova e diversa legge quasi dettasse i tempi della morte. Ma che proprio in tal modo ci ha restituito per intero la domanda su dove mettiamo la vita, la malattia e la morte, che cosa pensiamo le governi; a chi, secondo noi, esse appartengono. Oggi che Welby è morto, resta a noi la responsabilità di che cosa sapremo fare della sua domanda.
Potremmo lasciarla alla politica dei partiti, dove, come lotta iterativa della battaglia per la legalizzazione dell'aborto, potrebbe concludersi con il riconoscimento di un diritto di morire che suggellerà un ulteriore allontanamento da noi della morte, e la finzione che, alla fine, si muore sempre per scelta. Potremmo invocare a favore di questa legge l'urgenza di decidere, e farlo specialmente a fronte delle indecisioni dei giudici. Essi, quando hanno esaminato la richiesta di Welby di interruzione dei trattamenti, hanno pensato probabilmente al fatto che proprio nella protezione della vita la democrazia che si è costituita dopo i campi di sterminio ha riposto la propria identità, una identità che, d'altronde, evidentemente non offre una guida certa e sufficiente quando non si sa se le cure stanno dalla parte della vita, o della morte. Perciò, le loro risposte non sono state risposte, e in questo può esser vista una mancanza di giustizia. Ma la mancanza della giustizia, in certi casi, contiene una opportunità. Essa segnala che bisogna tenere aperto il tempo affinché un senso possa formarsi tra di noi, senza il quale nessuna risposta è possibile. È questo il tempo che ci serve. L'urgenza di decidere, si dice, c'è per proteggerci dagli abusi, che in assenza di regole i medici potrebbero compiere ai danni di malati come Welby. Ma si potrebbe dire che una legge non ci proteggerà dagli abusi; che, anzi, la ritualizzazione e l'abitudine, che le regole portano con sé, ne accresce il rischio.
Potremmo allora ascoltare altre versioni, altre storie, altre interpretazioni, ed esse potrebbbero suggerirei che ciò che ci protegge dagli abusi è la posizione in cui riusciamo a trovarrci in una situazione; e che questa posizione è fatta dei nostri rapporti con gli altri e con noi stessi, che ci sostengono e ci tengono insieeme. Più versioni, più storie, più interpretaziooni ci daremo il tempo di sentire, di tenere preesenti e tra di noi, più potremmo iniziare a vedere, in vicende come quella di Welby, anziché il potere che giganteggia solo, più modestamente tante, diverse possibilità aperte. Se il senso comune di ciò che è in gioco in questi casi cambiasse così, anche il fantasma dei giudici che o non decidono o perseguitano chi compie un gesto di pietà, potrebbe affievolirsi, perché quel tipo di senso comune potrebbe sostenere decisioni giudiziarie capaci di equità, del tener conto delle circostanze, della ragione e della coscienza. Se ci daremo tempo, potremmo forse, invece di vivere nel terrore e nell'impotenza, renderei capaci di nutrirei l'un l'altro della convinzione che, se non si è soli, possiamo scrivere la nostra vita fino in fondo, e in tanti modi diversi. Questo dono io spero ci venga dalla domanda che Welby ci ha lasciato.
*Docente di diritto costituzionale Università di Cagliari
ADUC è indipendente
Nessun finanziamento pubblico né pubblicità. Solo le donazioni ci rendono liberi.
Sostienici →
Potrebbe interessarti