Italia. Editoriali ed interviste pubblicati il 23 e 24 dicembre 2006 su Piergiorgio Welby (3)
"Eutanasia clandestina, una verità che fa scandalo". Intervista a Piergiorgio Strata
Da Il Manifesto del 24 Dicembre 2006, di Bleonora Martini
"Ho molto rispetto per il dottor Mario Riccio che, aiutando Piergiorgio Wellby a far valere il suo diritto costituzioonale, ha preso una decisione che prenderei anch'io". Lo dice pacatamente Piergiorgio Strata, ordinario di neurofisiologia all'università di Torino, diretttore responsabile del Rita Montalcini Center for Brain Repair e copresidente dell'Associazione Luca Cosciooni. In quest'ultima veste ha presenziaato martedì scorso, con l'organizzazioone radicale, all'audizione in commisssione Sanità del Senato che sta analizzzando otto diversi ddl sul testamento biologico.
Una questione che invece divide trasversalmente la classe politica e non solo.
Ci sono due mondi: c'è chi crede in un Creatore a cui noi tutti dobbiamo rendere conto e che ci detta le sue leggi per bocca di alcuni intermediari, e c'è un altro mondo di cui mi sento parte che, al di là del grande mistero dell'universo, ritiene invece che la mente umana sia frutto dell'evoluzione del cervello. Noi sappiamo che il codice etico è scritto nei nostri geni: nell' evoluzione si sono stabiliti dei codici di comportamento dai quali solo alcuni soggetti "malati" deviano quando, per esempio, uccidono. Quindi la libertà non è assoluta ma è condizionata da regole. In questo senso ho diritto di essere padrone e di decidere di me stesso. Quelli che oggi chiedono di denunciare e mettere in galera chi ha aiutato Piergiorgio Welby sono dei fanatici; ci sono sempre stati e sempre ci saranno.
Tra gli altri anche la ministra Rosi Bindi ha parlato di atto di eutanasia.
Non è stata eutanasia, anche se io sono favorevole al diritto all' eutanasia. Aldous Huxley ha scritto che la coscienza dell'uomo si è ribellata all'indifferenza morale della natura. E allora la coscienza dell'uomo deve intervenire nel cercare di creare benessere. La scienza lo ha fatto e ha allungato la vita ma non si possono adottare queesti progressi per torturare una persona. In questo caso si trattava semplicemente di non aiutare una persona a sopravvivere, non di indurre la morte attivamente. Quello che ha chiesto Welby l'ho chiesto anche io ai miei figli nel caso mi trovassi in condizioni simili.
Professore, ci può dare un'idea di quanto l'eutanasia sia praticata clandestinamente negli ospedali?
Questa è una domanda molto imbarazzante, perché la verità scandalizzza sempre un po' l'opinione pubblica. Pensi già solo al fatto che l'espianto degli organi si fa quando una persona è morta cerebralmente ma non biologicamente. Se c'è un paziente attaccato al respiratore senza più risorse e poi arriva un ragazzino che ha avuto un incidente e ha bisogno di un trapianto, l'atto di staccare la spina è abbastanza diffuso. In alcuni casi il medico può decidere, d'accordo con la famiglia, anche se non è ancora sopraggiunta del tutto la morte cerebrale. Se a questo si aggiunge il bisogno di letti liberi, è prassi che non ci si accanisca nella terapia su pazienti senza più speranze. Pochi giorni fa ero a cena con illustri oncologi e tutti riportavano questo tipo di testimonianze.
Sono temi molto delicati che metttono in discussione l'etica...
L'altro giorno parlando con Paola Binetti, che conosco benissimo da anni, eravamo d'accordo almeno su un punto: che l'etica si basa sulla razionalità. Purtroppo però come diceva Pascal il nostro comportamento è dettato in parte dalla ragione ma con una componente emotiva. E' evidente nella questione dell' embrione: se uno vede che nell'embrione c'è già una figura umana si fa prendere dall'emozione. Alcuni esperimenti scientifici riportati in letteratura si basano sulla domanda se sia lecito, per salvare cinque persone, ucciderne una schiacciando un pulsante. Il 90% degli studenti dice che è eticamente accettabiile. E' una risposta razionale, in questi casi si attiva la parte prefrontale del cervello. Se poi si chiede loro se la butterebbero giù da un ponte, rispondono che è eticamente sbagliato. Questo avviene perché si attiva il neurosistema delle emozioni. Voglio dire che l'etica dovrebbe essere razionale ma di fatto non lo è.
Secondo lei l'eutamlsia andrebbe legalizzata o depenalizzata?
Questo è il grosso scontro. Io sarei più per la legalizzazione, però non ne farei una battaglia. Credo che sia neecessario mettere dei paletti ben precisi perché non si può aiutare a morire un malato depresso e anche per evitare che si possa far fuori un vecchietto che dà noia in casa. Per quanto riguarda invece la libertà di rifiutare un trattamento sanitario, è un diritto già sancito dalla Costituzione. Tanto è vero che esiste il trattamento sanitario obbligatorio che si può imporre solo a persone che non sono in quel momento capaci di intendere e volere.
Cosa avete detto alla commissione Sanità del Senato?
Abbiamo chiesto di tener conto nel dibattito di quattro punti per noi fondamentali. Primo: il testamento biologico, che esiste in quasi tutti i paesi avanzati, deve essere vincolante per il medico tranne che per gli obiettori di coscienza e anche nei casi di urgenza o di pericolo di vita. Secondo: l'idrataazione e l'alimentazione artificiale devono essere incluse esplicitamente tra i trattamenti sanitari che il paziente ha diritto di rifiutare. Terzo: la necessità di nominare un fiduciario che in presenza di testimoni raccolga queste volontà ed è fondamentale però che il testamento venga verificato periodicamente. Per ultimo abbiamo espresso la nostra contrarietà alla proposta di Veronesi di un testamento notarile, perché complica inutilmente le cose.
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Se l'Etica si fa Legge e perde di vista la persona
Da Il Manifesto del 24 Dicembre 2006, di Ida Dominijanni
Pervasa dal discorso sul morire, l'attesa natalizia della Nascita si fa quest' anno più segreta, e più preziosa. L'Evento, l'Inaudito, l'Imprevisto che il Natale celebra e rinnova è forse l'antidoto più sano alla volontà di potenza di un'Etica e di una Legge che tutto vorrebbero rendere definito, regolamentato, previsto e prevedibile, dalla culla alla tomba, dalla nascita alla morte. E' proprio quando il discorso dell'Etica, e sull'Etica, si fa più pressante che dobbiamo imparare a diffidarne; è proprio quando l'Etica si erge a paladina della Vita, che dobbiamo vederne la pulsione di morte che l'attraversa; è proprio quando si erge a Legge generale, che dobbiamo combatterne la tendenza a prescindere dalle situazioni particolari.
Come sulla procreazione, difendendo la vita del bambino che ancora non c'è una certa etica prescinde dalla vita della madre che c'è, così sul morire difendendo la sopravvivenza del morente quella stessa etica prescinde dal suo volere, anzi dal volere che in lui si forma nelle concrete e viventi relazioni -con i cari, con il medico, con la tecnica - in cui si trova.
Scrive il filosofo francese Alain Badiou: "L'etica, con la sua determinazione negativa e a priori del Male, si impedisce di pensare la singolarità delle situazioni, cioè quel che è !'inizio obbligato di ogni azione propriamente umana". E criticando una situazione rovesciata rispetto al caso Welby continua: "Il medico allineato all'ideologia 'etica' mediterà in riunioni e commissioni su ogni tipo di considerazione circa 'i malati'. Ma lo stesso medico non vedrà alcun inconveniente nel fatto che questa persona non venga curata in ospedale, e con tutti i mezzi necessari, nel caso in cui sia senza documenti, o non registrata presso la cassa previdenza e malattia ... Vi è una sola e unica situazione medica: la situazione clinica, e non c'è bisogno di alcuna etica, ma solo di una visione chiara di questa situazione, per sapere che nella circostanza il medico è medico solo se cura questa persona che glielo domanda sotto la regola del massimo possibile".
Rovesciamo la situazione e rileggiamo in questa ottica il caso Welby: più si chiedevano pronunce generali al Consiglio superiore di sanità, più si invocavano leggi generali sull'accanimento terapeutico, sul rifiuto della cura, sul testamento biologico e sull'eutanasia (confondendoli tra loro), più si rischiava di perdere di vista quella persona, quella situazione, quella domanda di non essere più curato, quelle relazioni, con la moglie e la sorella, che hanno consentito a Piergiorgio Welby di affrontare umanamente una situazione ai limiti dell'umana sopportazione. E quel medico che infine ha eticamente deciso di agire secondo la domanda di quel malato, che non è detto sia la stessa di tutti "i malati". "Ogni umanità si radica identificandosi nel pensiero di situazioni singolari. Non c'è etica in generale. C'è - eventualmente - solo un'etica dei processi attraverso i quali si trattano le possibilità di una situazione", scrive ancora Badiou. Non è relativismo - sentiamo già montare l'accusa - né nichilismo. Al contrario: è fiducia nella capacità umana di fare del bene, contro l'ossessione del Male da cui l'etica è perseguitata, e nella capacità dell'umano di misurarsi con la contingenza, anche la più tragica, quando non funziona "la sua inscrizione ordinaria in 'ciò che c'è'" e un evento "ci costringe a decidere una nuova maniera d'essere", né scritta né prescritta.
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"Apprezzo il coraggio del medico"
Da Il Manifesto del 24 Dicembre 2006, di Carlo Lania
"Piergiorgìo Welby è un martire, una persona che nonostante la sofferenza ha saputo condurre la sua battaglia fino all'ultimo e con grande capacità". C'è una cosa a cui Chiara Acciarini, sottosegretario alle politiche per la famiglia, sembra tenere in modo particolare: "Ricordare che Welby è stata una persona che non si è certo arresa alle prime difficoltà, ma che per tantissimi anni ha accettato la sfida con la malattia e con una sofferenza non indiffeerente". Anche per questo, spiega, è massimo il rispetto per la sua scelta, come massimo è il rispetto per il medico che, mercoledì sera, lo ha aiutato a morire: "Dal punto di vista morale - dice - apprezzo il suo coraggio".
Che conclusioni trae dalla vicenda di Welby?
Andrei per punti, e quelli importanti sono tre. Il primo è il fatto che Welby era sottoposto a una terapia che non aveva scelto, perché non aveva dato il consenso all'intubazione. Questo dà molto valore al fatto che lui l'abbia accettata per molti anni. Il suo rifiuto della terapia è simile ad altri rifiuti, come quello della chemio o come quello espresso dalla signora di Genova che negò il permesso a farsi amputare una gamba. Abbiamo dei casi in cui è accettato che una persona pienamente cosciente rinunnci a terapie molto invasive anche se gli garantirebbero la vita. Nel nostro ordinamento questo è accettato e previsto dalla Costituzione. Quindi direi che come prima cosa dobbiamo tutelare al massimo il diritto del paziente a rifiutare una terapia che giudica inaccettabile.
E il secondo punto?
E' il testamento biologico. Se coscientemente un malato può rifiutare la terapia, quando non è più cosciente deve esserci qualcuno al suo posto che può agire in nome e per conto suo. Qualsiasi ragionamento che non tenga conto della volontà del malato mi sembra una violazione dei principi di libertà garantiti dalla Costituzione. Il terzo punto invece è questo: proprio perché sono convinta delle cose che dico, ritengo che sia diverso il ragionamento delle iniezioni letali, cioè della persona malata, anche sofferente, che chiede l'iniezione che ti fa morire. Che chieda, cioè, l'eutanasia.
Alla quale lei non è favorevole. Perché?
Penso che oggi nel nostro paese ci sia la possibilità di stabilire per legge che si possono rifiutare le terapie e che ci possa essere qualcuno che, ove non fossimo coscienti, possa scegliere al nostro posto. Non credo che al momento si possa andare oltre, perché penso che su certi temi il paese sia ancora molto indietro.
Ciò non impedisce però che l'eutanasia venga praticata clandestinamente negli ospedali, come ha denunciato il professar Veronesi.
Questa è la cosa più grave, ma succede proprio perché non c'è chiarezza sui primi due punti. Molti dei casi che definiamo di eutanasia clandestina in realtà sono il non insistere nell'accanimento terapeutico. Spegnere una macchina che ti fa vivere è diverso da un'iniezione che ti fa morire. Io vorrei che la prima fosse una cosa limpida, chiara e regolamentata.
Come giudica il dottor Mario Riccio, il medico che ha staccato la spina a Welby?
Ho il massimo rispetto per lui. Non sono un giurista né un magistrato, quindi la legge come al solito farà il suo corso, ma non possiamo non chiederci cosa ha fatto questo medico. Ha impedito che la fine di Welby fosse di grande sofferenza sedandolo prima di staccare la spina. Quindi io ho il massimo rispetto per lui. E dal punto di vista morale ha tutta la mia considerazione per il suo coraggio.
Il Parlamento si è rifiutato di svolgere un'inchiesta conoscitiva sull'eutanasia clandestina. Non pensa che sia stata un'altra occasione persa?
Io sull'indagine conoscitiva sarei stata d'accordo e l'avrei votata, perché sono convinta che il Parlamento deve anche capire cosa succede realmente.
Sui temi etici e sui diritti civili -eutanasia, pacs, aborto- questo governo e tutta la sinistra in generale sembra avere paura. Pensi allo scontro sulle unioni civili.
Lei sa che su questo c'è un impegno del governo. Io sono al governo e ritengo che sia nostro dovere presentare una proposta di legge. E' vero, il centrosinistra non ha una posizione univoca, ma bisognerebbe anche ammetttere che sono argomenti che in qualche modo rappreesentano una fase nuova della vita politica. Insomma, non sono stati sempre all'ordine del giorno come invece è stato per la distribuzione della ricchezza. Ciò non toglie che si tratta di temi forti, su quali i cittadini ci chiedono risposte che dobbiamo avere il coraggio di dare.
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Il vescovo che non ci sta: a Welby i funerali li farei io
Da Libero del 24 Dicembre 2006, di Alessandro Maggiolini, vescovo di Como
Caro direttore Feltri, cari lettori di libero, vi scrivo da un letto d'ospedale, per cui questo Natale per me - come tante volte capita ai vecchi e anche a chi ha meno anni - è avvolto più dal manto della pena che da quello della gioia. Eppure la pace viene. E oso dire anche la letizia. Il lieto annuncio vale anche per chi è malato o moribonndo. È un Mistero. In questa nascita - ha scritto il poeta - è già scritta la morte del santo Bambino. I pittori più grandi - come Grunewald - hanno avvolto nello stesso lacero straccio il bambino appena nato e il fianco nudo del condannato a morte. Sempre però, vicino a quel panno, c'erano le mani della Madonna, che io so sistemare anche ora i fianchi miei e di chi sta nel gelo della malattia. La pace viene. Accade con il Figlio di Dio che adesso entra nel tempo e vi porta l'eterno. E questo dà pace, in qualsiasi circostanza un uomo si trovi a vivere. E a morire. Io sono convinto dell'utilità dellla mia vita anche sotto queste lenzuola che a volte mi paiono pesanti come marmo. Ma non mi lamento, ho coscienza di essere in grazia di Dio e confido nel mio Signore e nella Sua volontà.
La pace e la misericordia vengono con questo bambino divino anche per Piergiorgio Welby. In queste condizioni è diventato più facile mettermi in sintonia con lui. Ho letto i suoi scritti, veduto la sua fotografia. Non ho intenzione di fare prediche né di fornire lezioni. Chi pretende di riassumere in parole il significato del dolore somiglia a quei finti sapienti che circondavano Giobbe e pretendevano di sciogliere in parole di teologi un'esperienza che si può sciogliere soltanto in una domanda a Dio. Perché? Io guardo il Crocifisso (non la Croce, che è di legno, ma chi è inchiodato a quello strumento di morte). E contemplo senza parole questa decisione libera del Padre e del Figlio, che hanno accettato questo sacrificio non per innalzare il dolore e la morte a divinità, ma per sconfiggerli alla radice caricandoseli addosso.
Questo mio compagno di dolore - tale io lo ritengo - ha deciso che la vita per lui fosse ormai inutile. Il suo corpo, una prigione. Ogni attimo, una tortura.
Non credo che avesse lancinanti dolori fisici, ma soffriva. La sofferenza attiene al perché del dolore. Uno che ha dolori lancinanti non ragiona lucidamente come lui. Non era insomma questione di analgesici, ma di innsopportabilità della vita di un infermo, con il corpo squadernato senza possibilità di decidere che muscolo muovere. Secondo me, e glielo dico adesso che lo sa, lo vede, ed io spero sia impresso il Cristo risorto; secondo me, Piergiorgio sbagliava! Lo dico in tutta umiltà, ma con piena certezza. Non esistono macchine per togliere o ridurre dignità alla vita. Una morte non è dignitosa a seconda delle circostanze. La sua dignità dipende dal cuore di chi la vive. Ho in mente certi quadri di martiri: erano scorticati da mani crudeli. Indegna non era la loro morte, ma la crudeltà dell' assassino. Però Giorgio - so che così era chiamato da chi lo amava - si è annoiato (e per noia intendo qualcosa di radicale, che pesca in fondo al pozzo della coscienza un vuoto) di questa esistenza durissima. La Bibbia ci aveva avvertiti. "Vita hominis militia est, la vita dell'uomo è una guerra". Anche Oriana Fallaci lo ha scritto. "Ogni giorno è una guerra; la vita è una guerra" (Se il sole muore, 1965). Possiamo ritirarci. Non possiamo pretendere però che ci sia una legge che soccorra ciò che, se scelto dalla maggioranza, distruggerebbbe la società. Le leggi devono contenere in sé - diceva Aristotele - una valenza pedagogica. Per questo io condanno il circo costruito intorno a lui. Lui lo voleva? Mi dicono di sì. Però quel circo non meritava un funerale religioso. Per questo comprendo la decisione del Vicariato di Roma, e cioè del cardinal Camillo Ruìni, di non acconsentire a che un rito cattolico accompagnasse Piergiorgio nel suo ultimo tragitto.
Io però avanzerei una soluzione diversa da quella dei funerali civili. Ho letto che negli ultimi 20 minuti Giorgio, che era cattolico e tale si professava, ha chiesto perdono a Dio. Anche soltanto il dubbio di questo dovrebbe indurre a dare esequie cattoliche. Non mi permetto di contestare la scelta del cardinale, canonicamente fondata.
Vuole essere un monito. Il rifiuto della vita, la propaganda di questo atto, espressa con piena coscienza, va guardata con il massimo rispetto. E sanzionata anche visibilmente. I gesti sono sempre simbolici. Non si può dar l'idea che della propria vita si possa disporre a piacimento. La Chiesa non ha definito le sue regole da se stessa, ma obbedisce a Cristo. Ma proprio per questo, avendo Welby chiesto perdono, e con questa motivazione, si poteva benedire la salma, accompagnarla con la preghiera al sepolcro. Dio è misericordia, il suo nome è Amore. Non vuol dire che Gli va bene tutto. Ma se uno domanda perdono, egli asciuga le lacrime della sorella e della moglie. Penso che per i parenti quel gesto andasse compiuto. Sì dunque ai funerali cattolici di un uomo che chiede perdono.
Ma io avrei chiesto anche di allestire i funerali del niente. Un corteo con una bara vuota. Al seguito, il capo di Stato, il premier, i politici che hanno stamazzato in piazza strumentalizzando questa tragedia. Per loro la morte era la cosa migliore, una liberazione? Piangano allora il nulla, dietro una cassa piena di aria. Sono per i due funerali. Quello cattolico e quello del circo nichilista. Uno col corpo destinato alla resurrezione, che vorrei benedire. E un altro gonfio di un'ideologia adoratrice del Nulla che è la più grande nemica del Natale.
Buon Natale a lei, direttore Feltri, ai suoi lettori, e a chi ha voluto bene a Welby.
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Basta con le critiche, la Chiesa non è un bancomat
Da Libero del 24 Dicembre 2006, di Luca Volonte'
La Chiesa non è un bancomat, né uno scaffale del supermercaato dal quale prendere ciò che ci pare e piace o utile per la necessità del momento e lasciare il resto. No, questa malsana voglia di trattare la morale e il catechiismo della Chiesa Cattolica, come una religione del "takeeaway", non mi garba. Anzi mi fa pensare che le proteste alla Pannnella verso il Vaticano, siano ancora una volta figlie della totale strumentalità e violenza. Lui e i suoi sodali, da un lato contribuiscono ad un atto che per autorevoli pronunciamenti della giustizia ordinaria e degli organi superiori della Sanità, appare un omicidio, dall'altro si appellano al Papa che solitamente "bollano" con appellativi irripetibili. Si vuole un'eccezione anche per la morte di Welby, si sarebbe desiderato che anche la Chiesa facesse una eccezione a se stessa e al proprio Credo, per venire incontro all'ultimo desiderio di Pannella e della morte. E invece no, sarebbe troppo comodo, sarebbe come chiedere il suicidio della Chiesa. "Non abbiamo potuto concedere tali esequie perché, a differenza dei casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dr. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica. Non vengono però meno le preghiere per l'eterna salvezza del defunto", così la nota del Vicariato di ieri. Sono io ad essere sconvolto dalle critiche e dalle polemiche verso la Chiesa Cattolica. Mica è obbligatorio essere cattolici, chi ha ricevuto il dono del battesimo e continua a professare la propria appartenenza alla fede di Cristo e della sua Chiesa, non può nemmeno immaginare deliberatamente di vivere la sua vita nella fede come fosse, appunto, al supermercato dell'anima.
La vita è una dono di Dio, dall'inizio alla fine, noi ne abbiamo solo il possesso e non la proprietà. Chi la pensa diversamente può anche rivolgersi ad un'altra religione, la Chiesa Cattolica non è un box da stadio, dove prendere patatine, cioccolati o bibite. Nei ridicoli appelli al Papa per le esequie religiose al fu Dr. Welby, si vorrebbe che il Vicario di Cristo, violando la norma, violasse anche l'origine della creazione. Addirittura Pannella vorrebbe essere riconosciuto come il padrone della morte, dopo le sue battaglie pro frullatore embrionale e pro aborto. Signori, la Misericordia di Dio è infinita, ma far passare un presunto atto illecito che asseconda la fine della vita come un atto di pietà, ha del patetico più che del commovente. Addirittura, tentare di dare l'immagine di martire a Welby e ai suoi amici, significa ribaltare il mondo. Un martire è un uomo che si appassiona talmente a qualcosa che è fuori e dentro di lui fino a dimenticare se stesso. Qualche imbecille descrive questa nostra fede cattolica come un "credo" valido solo per l'età antica, ci troveremmo invece ora in una nuova età, nella quale Scalfari o Pannella ne san più del Papa. Domani è Natale. È di questo avvenimento di gioia, del nato e risorto, che vive la Chiesa Cattolica.
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"La sua volontà di morire è contraria alla dottrina"
Da Il Tempo del 24 Dicembre 2006, di Paolo Luigi Rodari
POCHI e risicati commenti sono arrivati da esponenti della Chiesa in merito alla decisione assunta l'altro ieri dal Vicariato di Roma di non concedere la celebrazione delle esequie ecclesiastiche a Piergiorgio Welby, una decisione presa perché - come recita lo stesso comunicato diffuso dal Vicariato - "a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso", la volontà di Welby "di porre fine alla propria vita" era "ripetutamente e pubblicamente affermata" e ciò, si osserva nella nota, "contrasta con la dottrina cattolica". Della vicenda ha voluto parlare ieri l'arcivescovo Luigi Moretti, vicegerente della diocesi di Roma. Per lui "i motivi" che hanno provocato la decisione del Vicariato "si inseriscono in quella che è la tradizione costante della Chiesa, che non può approvare la volontà di togliersi la vita". E ancora: "Questo proprio perché noi crediamo che la vita sia un bene che ci viene donato". "Nella prassi normale - ha detto ieri Moretti -, quando ci sono casi di persone che rifiutano la vita, in situazioni in cui non sempre si riesce a comprendere quale sia lo stato di libertà, di consapevolezza, i funerali si fanno affidando sempre tutto alla misericordia di Dio, perché nessuno di noi è giudice. In questo caso, invece, c'è un discorso diverso, legato non tanto al voler essere noi i giudici - perché questo, lo ripeto, non spetta certo a noi - ma al modo in cui è stata condotta la vicenda di questa sofferenza e di questa morte, anche per prese di posizioni dello stesso malato, di coloro che sono entrati in questa vicenda e dei familiari stessi. A questo punto, il segno che la Chiesa poteva dare era semplicemente quello di riconoscere e prendere atto di una volontà espressa che, come tutte le scelte, ovviamente va a collocarsi all'interno di una responsabilità che porta con sé delle conseguenze. Non possiamo, quindi, dare dei segnali contraddittori anche per le persone". Insomma, a Welby vengono negati i funerali cattolici perché così ha voluto lui, perché lui stesso si è posto responsabilmente nella condizione di non volerli. La decisione del Vicariato ha suscitato reazioni di critica anche in chi è normalmente schierato contro la Chiesa cattolica: "In questi casi - ha detto Moretti - tutto serve ad alimentare le polemiche. Io credo che meriterebbe più rispetto il mistero della morte: non può diventare tutto oggetto di polemiche e di strumentalizzazioni. Io credo che l'appartenenza alla fede, l'appartenenza alla Chiesa non sia semplicemente un qualcosa di soggettivo. La scelta della fede è una scelta di libertà e la scelta della coerenza nella fede è il minimo che si possa chiedere e che ci chiede il Signore". La Chiesa, lo dice anche il comunicato dell'altro ieri, è vicina a Welby e ai suoi familiari con la preghiera. "È risaputo - ha spiegato ancora Moretti - che i sacerdoti della loro parrocchia sono stati e sono in costante rapporto con loro, portando loro il conforto di una parola di speranza, di una parola cristiana. Questo può continuare e continuerà".
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"È stato lui a chiedere di morire così ha tradito i principi cristiani"
da Il Giornale del 24 dicembre 2006, di Andrea Tornielli
"Con tristezza non abbiamo concesso le esequie cattoliche per Welby. È stato un atto di responsabilità e di fedeltà al nostro credo. Ma ciò non significa affatto che la Chiesa non preghi per lui, per la salvezza della sua anima, per i suoi congiunti che ora sono nel dolore". Il vescovo Rino Fisichella, rettore della Pontificia università Lateranense e cappellano della Camera dei deputati, spiega in questo modo il comunicato con cui il Vicariato di Roma ha negato i funerali a Piergiorgio Welby. Una decisione che ha suscitato polemiche e interrogativi, anche tra i fedeli.
Perché questo rifiuto?
"Quello di Piergiorgio Welby è diverso dai tanti casi di suicidio, nei quali è sempre estremamente difficile poter accertare le motivazioni e il grado di consapevolezza di chi si toglie la vita. Spesso questa consapevolezza non è certa. Per Welby, invece, era chiarissima: c'è stata un'ostinata reiterazione nel chiedere la propria morte, un'esplicita consapevolezza nel negare i principi fondamentali della fede cristiana riguardanti il valore della vita e il senso della sofferenza. Un cristiano non può accettare il principio dell'eutanasia che invece Welby ha fatto proprio e ha chiesto".
Mi scusi: non crede che anche nel suo caso ci si potesse interrogare sul grado di consapevolezza? In fondo si trattava di uomo provato da decenni trascorsi immobilizzato a letto...
"Non credo sinceramente che si possa dubitare sulla consapevolezza di Welby. Tutti coloro che lo hanno incontrato, che lo hanno visitato, hanno sempre potuto osservare la sua lucidità e la sua volontà, espressa ripetutamente, per iscritto. Lui stesso aveva detto che avrebbe preferito avere un funerale laico e credo che sia giusto rispettare la sua decisione".
Monsignore, la Chiesa non rischia così di sembrare poco misericordiosa?
"No, perché la Chiesa non cessa di pregare per Welby, per la salvezza della sua anima. Dobbiamo ben distinguere la decisione di non celebrare le esequie religiose dall'atteggiamento di condivisione del dolore di una famiglia, alla quale va il nostro affetto e la nostra preghiera. Ci appelliamo alla misericordia di Dio. La misericordia della Chiesa si esprime nella preghiera per l'anima di Welby e per i suoi congiunti. Bisogna però comprendere che noi dobbiamo essere fedeli ai contenuti costitutivi della nostra fede e così come non siamo autorizzati a dare la comunione a un fedele divorziato risposato, così non possiamo celebrare i funerali di una persona che in modo così chiaro e ripetuto ha dichiarato la sua volontà di porre fine alla propria vita, com'è alla fine accaduto".
C'è chi considera la negazione del funerale una risposta "politica" della Chiesa a una vicenda che è stata volutamente politicizzata.
"La Chiesa non si presta ad alcuna strumentalizzazione in questo senso. La nostra decisione, lo ripeto, è stata determinata dalla fedeltà alla fede che professiamo. Mi sembra che siano stati altri a strumentalizzare e politicizzare questa dolorosa vicenda, non senza qualche punta di cinismo. Vorrei però anche aggiungere che l'affidarsi alla misericordia di Dio pregando per Welby, in questo giorno di vigilia del Natale, festa di vita, diventa un annuncio di speranza anche per chi non condivide la nostra fede e per i tanti malati che si trovano nelle stesse condizioni di Welby ma vogliono continuare a vivere, sorretti dall'affetto di tante persone".
È stato riferito che prima di perdere coscienza Welby si è affidato alla misericordia di Dio.
"Non ne ero informato, ma se ciò è accaduto non posso che gioirne. Nel momento estremo e supremo della morte anche chi non crede avverte la nostalgia di Dio".
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Ma la carita' non si sacrifica alla verita'
da Il Giornale del 24 dicembre 2006, di Gianni Baget Bozzo
È costume del laicismo italiano dire alla Chiesa Cattolica quello che deve fare per essere cristiana. Forse ciò nasce dal riconoscimento del ruolo pubblico della Chiesa, forse invece è solamente un modo di combatterla. E la lezione del laicismo italiano è molto semplice: essi vogliono che la Chiesa sia carità senza verità. Il maestro di questo pensiero è certamente Eugenio Scalfari, che invita i cattolici ad amare il diverso in quanto diverso. E ciò vuol dire una sola cosa: accettare la verità del diverso come propria verità. "Farsi tutto con tutti" dice San Paolo ed i laicisti italiani lo intendono così: per essere cristiani occorre accettare la verità dell'avversario e svuotarsi, ridursi, rimpicciolirsi.
Ciò è stata a lungo un'idea diffusa tra i cattolici progressisti e lo è tuttora. Il priore di Bose che va per la maggiore, Enzo Bianchi, ha scritto un libro intitolato La differenza cristiana in cui egli esprime la stessa linea di Scalfari: essere cristiani significa alienarsi nella verità dell'altro, conformarsi.
Fortunatamente abbiamo un Papa che ha attraversato il Novecento con mente aperta e cuore libero e sa che il Dio che si definisce come carità è anche il vero Dio. Il Cattolicesimo è a suo modo la coincidenza dei contrari, come insegna Nicola Cusano, e non può pagare la carità al prezzo della verità. Lo prova l'esperienza più significativa del Cristianesimo: il martirio. Il martirio è esattamente il rifiuto di conformarsi all'altro al prezzo della propria vita. Conformarsi all'altro vuol dire rinunciare al Cristo e conformarsi ai poteri di questo mondo. La Chiesa Cattolica è stata la più perseguitata di tutte le chiese perché è rimasta legata alla sua verità: Gesù Cristo.
In genere queste critiche alla Chiesa vengono da sinistra e non credo che Giordano Bruno Guerri appartenga alla sinistra. Ovviamente c'è anche un laicismo di destra e sappiamo quanto consistente. Se c'è una cosa che dovrebbe essere considerata di competenza ecclesiastica è l'amministrazione dei sacramenti.
La Chiesa non dà i sacramenti senza condizione e quindi in riferimento alla verità di chi riceve il sacramento, della sua conversione. La Chiesa non giudica la coscienza di nessuno, sa che infine Dio conosce i suoi anche quando essa non li conosce. Il suffragio cristiano va all'anima di Piergiorgio Welby perché è battezzato ed ha diritto all'intercessione ecclesiale.
Il primo sentimento che il vescovo Fisichella ha espresso alla notizia della morte di Welby mediante l'interruzione dello strumento che lo manteneva vivo è stato di rispetto e di preghiera. Ma Welby ha legato la sua morte all'affermazione del principio del diritto a disporre della propria morte: e questo è un principio che la Chiesa non ritiene vero.
Il funerale pubblico significava un riconoscimento di un atto politico voluto esattamente per combattere la posizione della Chiesa. E siccome la Chiesa è legata dalla verità che professa non può concedere questo fatto. È il medesimo principio per cui i primi cristiani rifiutavano di dare onore divino agli imperatori romani. La Chiesa non ritiene di dover bruciare nemmeno un anello di incenso di fronte al dio del nostro giorno: l'opinione pubblica.
Il laicismo è dominante in Italia ed in Europa e vuole che la Chiesa diventi irrilevante applicando come assoluto il principio di compassione. Così la compassione diventa resa, presenta il Dio morto di compassione di cui ha parlato Zarathustra; o il "Gesù idiota" che rifiuta di riconoscere il male come Nietzsche che ha descritto l'anticristo.
È strano trovare che uno scrittore che aveva capito tutto annunciando la morte di Dio, tutto ciò che sarebbe stato il Novecento, ci venga ora riservito dagli atei colti come se non sapessimo il latino. La loro indignazione è violenta, ed essi ci comunicano "il sentimento di vergogna e di ripugnanza". La violenza della parola indica un'avversità profonda, quella che il Cristianesimo sempre suscita, e soprattutto il Cattolicesimo, in coloro che ne sentono il fascino e lo esprimono respingendolo con decisione.
Un amore alla vita che termina scegliendo la morte suscita rispetto ma non accettazione. È sempre il problema della carità della verità, una carità che il laicismo non gradisce ma che il Cattolicesimo non può non offrire perché Gesù Cristo ha detto di sé: "Io sono la Verità".
Da Il Manifesto del 24 Dicembre 2006, di Bleonora Martini
"Ho molto rispetto per il dottor Mario Riccio che, aiutando Piergiorgio Wellby a far valere il suo diritto costituzioonale, ha preso una decisione che prenderei anch'io". Lo dice pacatamente Piergiorgio Strata, ordinario di neurofisiologia all'università di Torino, diretttore responsabile del Rita Montalcini Center for Brain Repair e copresidente dell'Associazione Luca Cosciooni. In quest'ultima veste ha presenziaato martedì scorso, con l'organizzazioone radicale, all'audizione in commisssione Sanità del Senato che sta analizzzando otto diversi ddl sul testamento biologico.
Una questione che invece divide trasversalmente la classe politica e non solo.
Ci sono due mondi: c'è chi crede in un Creatore a cui noi tutti dobbiamo rendere conto e che ci detta le sue leggi per bocca di alcuni intermediari, e c'è un altro mondo di cui mi sento parte che, al di là del grande mistero dell'universo, ritiene invece che la mente umana sia frutto dell'evoluzione del cervello. Noi sappiamo che il codice etico è scritto nei nostri geni: nell' evoluzione si sono stabiliti dei codici di comportamento dai quali solo alcuni soggetti "malati" deviano quando, per esempio, uccidono. Quindi la libertà non è assoluta ma è condizionata da regole. In questo senso ho diritto di essere padrone e di decidere di me stesso. Quelli che oggi chiedono di denunciare e mettere in galera chi ha aiutato Piergiorgio Welby sono dei fanatici; ci sono sempre stati e sempre ci saranno.
Tra gli altri anche la ministra Rosi Bindi ha parlato di atto di eutanasia.
Non è stata eutanasia, anche se io sono favorevole al diritto all' eutanasia. Aldous Huxley ha scritto che la coscienza dell'uomo si è ribellata all'indifferenza morale della natura. E allora la coscienza dell'uomo deve intervenire nel cercare di creare benessere. La scienza lo ha fatto e ha allungato la vita ma non si possono adottare queesti progressi per torturare una persona. In questo caso si trattava semplicemente di non aiutare una persona a sopravvivere, non di indurre la morte attivamente. Quello che ha chiesto Welby l'ho chiesto anche io ai miei figli nel caso mi trovassi in condizioni simili.
Professore, ci può dare un'idea di quanto l'eutanasia sia praticata clandestinamente negli ospedali?
Questa è una domanda molto imbarazzante, perché la verità scandalizzza sempre un po' l'opinione pubblica. Pensi già solo al fatto che l'espianto degli organi si fa quando una persona è morta cerebralmente ma non biologicamente. Se c'è un paziente attaccato al respiratore senza più risorse e poi arriva un ragazzino che ha avuto un incidente e ha bisogno di un trapianto, l'atto di staccare la spina è abbastanza diffuso. In alcuni casi il medico può decidere, d'accordo con la famiglia, anche se non è ancora sopraggiunta del tutto la morte cerebrale. Se a questo si aggiunge il bisogno di letti liberi, è prassi che non ci si accanisca nella terapia su pazienti senza più speranze. Pochi giorni fa ero a cena con illustri oncologi e tutti riportavano questo tipo di testimonianze.
Sono temi molto delicati che metttono in discussione l'etica...
L'altro giorno parlando con Paola Binetti, che conosco benissimo da anni, eravamo d'accordo almeno su un punto: che l'etica si basa sulla razionalità. Purtroppo però come diceva Pascal il nostro comportamento è dettato in parte dalla ragione ma con una componente emotiva. E' evidente nella questione dell' embrione: se uno vede che nell'embrione c'è già una figura umana si fa prendere dall'emozione. Alcuni esperimenti scientifici riportati in letteratura si basano sulla domanda se sia lecito, per salvare cinque persone, ucciderne una schiacciando un pulsante. Il 90% degli studenti dice che è eticamente accettabiile. E' una risposta razionale, in questi casi si attiva la parte prefrontale del cervello. Se poi si chiede loro se la butterebbero giù da un ponte, rispondono che è eticamente sbagliato. Questo avviene perché si attiva il neurosistema delle emozioni. Voglio dire che l'etica dovrebbe essere razionale ma di fatto non lo è.
Secondo lei l'eutamlsia andrebbe legalizzata o depenalizzata?
Questo è il grosso scontro. Io sarei più per la legalizzazione, però non ne farei una battaglia. Credo che sia neecessario mettere dei paletti ben precisi perché non si può aiutare a morire un malato depresso e anche per evitare che si possa far fuori un vecchietto che dà noia in casa. Per quanto riguarda invece la libertà di rifiutare un trattamento sanitario, è un diritto già sancito dalla Costituzione. Tanto è vero che esiste il trattamento sanitario obbligatorio che si può imporre solo a persone che non sono in quel momento capaci di intendere e volere.
Cosa avete detto alla commissione Sanità del Senato?
Abbiamo chiesto di tener conto nel dibattito di quattro punti per noi fondamentali. Primo: il testamento biologico, che esiste in quasi tutti i paesi avanzati, deve essere vincolante per il medico tranne che per gli obiettori di coscienza e anche nei casi di urgenza o di pericolo di vita. Secondo: l'idrataazione e l'alimentazione artificiale devono essere incluse esplicitamente tra i trattamenti sanitari che il paziente ha diritto di rifiutare. Terzo: la necessità di nominare un fiduciario che in presenza di testimoni raccolga queste volontà ed è fondamentale però che il testamento venga verificato periodicamente. Per ultimo abbiamo espresso la nostra contrarietà alla proposta di Veronesi di un testamento notarile, perché complica inutilmente le cose.
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Se l'Etica si fa Legge e perde di vista la persona
Da Il Manifesto del 24 Dicembre 2006, di Ida Dominijanni
Pervasa dal discorso sul morire, l'attesa natalizia della Nascita si fa quest' anno più segreta, e più preziosa. L'Evento, l'Inaudito, l'Imprevisto che il Natale celebra e rinnova è forse l'antidoto più sano alla volontà di potenza di un'Etica e di una Legge che tutto vorrebbero rendere definito, regolamentato, previsto e prevedibile, dalla culla alla tomba, dalla nascita alla morte. E' proprio quando il discorso dell'Etica, e sull'Etica, si fa più pressante che dobbiamo imparare a diffidarne; è proprio quando l'Etica si erge a paladina della Vita, che dobbiamo vederne la pulsione di morte che l'attraversa; è proprio quando si erge a Legge generale, che dobbiamo combatterne la tendenza a prescindere dalle situazioni particolari.
Come sulla procreazione, difendendo la vita del bambino che ancora non c'è una certa etica prescinde dalla vita della madre che c'è, così sul morire difendendo la sopravvivenza del morente quella stessa etica prescinde dal suo volere, anzi dal volere che in lui si forma nelle concrete e viventi relazioni -con i cari, con il medico, con la tecnica - in cui si trova.
Scrive il filosofo francese Alain Badiou: "L'etica, con la sua determinazione negativa e a priori del Male, si impedisce di pensare la singolarità delle situazioni, cioè quel che è !'inizio obbligato di ogni azione propriamente umana". E criticando una situazione rovesciata rispetto al caso Welby continua: "Il medico allineato all'ideologia 'etica' mediterà in riunioni e commissioni su ogni tipo di considerazione circa 'i malati'. Ma lo stesso medico non vedrà alcun inconveniente nel fatto che questa persona non venga curata in ospedale, e con tutti i mezzi necessari, nel caso in cui sia senza documenti, o non registrata presso la cassa previdenza e malattia ... Vi è una sola e unica situazione medica: la situazione clinica, e non c'è bisogno di alcuna etica, ma solo di una visione chiara di questa situazione, per sapere che nella circostanza il medico è medico solo se cura questa persona che glielo domanda sotto la regola del massimo possibile".
Rovesciamo la situazione e rileggiamo in questa ottica il caso Welby: più si chiedevano pronunce generali al Consiglio superiore di sanità, più si invocavano leggi generali sull'accanimento terapeutico, sul rifiuto della cura, sul testamento biologico e sull'eutanasia (confondendoli tra loro), più si rischiava di perdere di vista quella persona, quella situazione, quella domanda di non essere più curato, quelle relazioni, con la moglie e la sorella, che hanno consentito a Piergiorgio Welby di affrontare umanamente una situazione ai limiti dell'umana sopportazione. E quel medico che infine ha eticamente deciso di agire secondo la domanda di quel malato, che non è detto sia la stessa di tutti "i malati". "Ogni umanità si radica identificandosi nel pensiero di situazioni singolari. Non c'è etica in generale. C'è - eventualmente - solo un'etica dei processi attraverso i quali si trattano le possibilità di una situazione", scrive ancora Badiou. Non è relativismo - sentiamo già montare l'accusa - né nichilismo. Al contrario: è fiducia nella capacità umana di fare del bene, contro l'ossessione del Male da cui l'etica è perseguitata, e nella capacità dell'umano di misurarsi con la contingenza, anche la più tragica, quando non funziona "la sua inscrizione ordinaria in 'ciò che c'è'" e un evento "ci costringe a decidere una nuova maniera d'essere", né scritta né prescritta.
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"Apprezzo il coraggio del medico"
Da Il Manifesto del 24 Dicembre 2006, di Carlo Lania
"Piergiorgìo Welby è un martire, una persona che nonostante la sofferenza ha saputo condurre la sua battaglia fino all'ultimo e con grande capacità". C'è una cosa a cui Chiara Acciarini, sottosegretario alle politiche per la famiglia, sembra tenere in modo particolare: "Ricordare che Welby è stata una persona che non si è certo arresa alle prime difficoltà, ma che per tantissimi anni ha accettato la sfida con la malattia e con una sofferenza non indiffeerente". Anche per questo, spiega, è massimo il rispetto per la sua scelta, come massimo è il rispetto per il medico che, mercoledì sera, lo ha aiutato a morire: "Dal punto di vista morale - dice - apprezzo il suo coraggio".
Che conclusioni trae dalla vicenda di Welby?
Andrei per punti, e quelli importanti sono tre. Il primo è il fatto che Welby era sottoposto a una terapia che non aveva scelto, perché non aveva dato il consenso all'intubazione. Questo dà molto valore al fatto che lui l'abbia accettata per molti anni. Il suo rifiuto della terapia è simile ad altri rifiuti, come quello della chemio o come quello espresso dalla signora di Genova che negò il permesso a farsi amputare una gamba. Abbiamo dei casi in cui è accettato che una persona pienamente cosciente rinunnci a terapie molto invasive anche se gli garantirebbero la vita. Nel nostro ordinamento questo è accettato e previsto dalla Costituzione. Quindi direi che come prima cosa dobbiamo tutelare al massimo il diritto del paziente a rifiutare una terapia che giudica inaccettabile.
E il secondo punto?
E' il testamento biologico. Se coscientemente un malato può rifiutare la terapia, quando non è più cosciente deve esserci qualcuno al suo posto che può agire in nome e per conto suo. Qualsiasi ragionamento che non tenga conto della volontà del malato mi sembra una violazione dei principi di libertà garantiti dalla Costituzione. Il terzo punto invece è questo: proprio perché sono convinta delle cose che dico, ritengo che sia diverso il ragionamento delle iniezioni letali, cioè della persona malata, anche sofferente, che chiede l'iniezione che ti fa morire. Che chieda, cioè, l'eutanasia.
Alla quale lei non è favorevole. Perché?
Penso che oggi nel nostro paese ci sia la possibilità di stabilire per legge che si possono rifiutare le terapie e che ci possa essere qualcuno che, ove non fossimo coscienti, possa scegliere al nostro posto. Non credo che al momento si possa andare oltre, perché penso che su certi temi il paese sia ancora molto indietro.
Ciò non impedisce però che l'eutanasia venga praticata clandestinamente negli ospedali, come ha denunciato il professar Veronesi.
Questa è la cosa più grave, ma succede proprio perché non c'è chiarezza sui primi due punti. Molti dei casi che definiamo di eutanasia clandestina in realtà sono il non insistere nell'accanimento terapeutico. Spegnere una macchina che ti fa vivere è diverso da un'iniezione che ti fa morire. Io vorrei che la prima fosse una cosa limpida, chiara e regolamentata.
Come giudica il dottor Mario Riccio, il medico che ha staccato la spina a Welby?
Ho il massimo rispetto per lui. Non sono un giurista né un magistrato, quindi la legge come al solito farà il suo corso, ma non possiamo non chiederci cosa ha fatto questo medico. Ha impedito che la fine di Welby fosse di grande sofferenza sedandolo prima di staccare la spina. Quindi io ho il massimo rispetto per lui. E dal punto di vista morale ha tutta la mia considerazione per il suo coraggio.
Il Parlamento si è rifiutato di svolgere un'inchiesta conoscitiva sull'eutanasia clandestina. Non pensa che sia stata un'altra occasione persa?
Io sull'indagine conoscitiva sarei stata d'accordo e l'avrei votata, perché sono convinta che il Parlamento deve anche capire cosa succede realmente.
Sui temi etici e sui diritti civili -eutanasia, pacs, aborto- questo governo e tutta la sinistra in generale sembra avere paura. Pensi allo scontro sulle unioni civili.
Lei sa che su questo c'è un impegno del governo. Io sono al governo e ritengo che sia nostro dovere presentare una proposta di legge. E' vero, il centrosinistra non ha una posizione univoca, ma bisognerebbe anche ammetttere che sono argomenti che in qualche modo rappreesentano una fase nuova della vita politica. Insomma, non sono stati sempre all'ordine del giorno come invece è stato per la distribuzione della ricchezza. Ciò non toglie che si tratta di temi forti, su quali i cittadini ci chiedono risposte che dobbiamo avere il coraggio di dare.
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Il vescovo che non ci sta: a Welby i funerali li farei io
Da Libero del 24 Dicembre 2006, di Alessandro Maggiolini, vescovo di Como
Caro direttore Feltri, cari lettori di libero, vi scrivo da un letto d'ospedale, per cui questo Natale per me - come tante volte capita ai vecchi e anche a chi ha meno anni - è avvolto più dal manto della pena che da quello della gioia. Eppure la pace viene. E oso dire anche la letizia. Il lieto annuncio vale anche per chi è malato o moribonndo. È un Mistero. In questa nascita - ha scritto il poeta - è già scritta la morte del santo Bambino. I pittori più grandi - come Grunewald - hanno avvolto nello stesso lacero straccio il bambino appena nato e il fianco nudo del condannato a morte. Sempre però, vicino a quel panno, c'erano le mani della Madonna, che io so sistemare anche ora i fianchi miei e di chi sta nel gelo della malattia. La pace viene. Accade con il Figlio di Dio che adesso entra nel tempo e vi porta l'eterno. E questo dà pace, in qualsiasi circostanza un uomo si trovi a vivere. E a morire. Io sono convinto dell'utilità dellla mia vita anche sotto queste lenzuola che a volte mi paiono pesanti come marmo. Ma non mi lamento, ho coscienza di essere in grazia di Dio e confido nel mio Signore e nella Sua volontà.
La pace e la misericordia vengono con questo bambino divino anche per Piergiorgio Welby. In queste condizioni è diventato più facile mettermi in sintonia con lui. Ho letto i suoi scritti, veduto la sua fotografia. Non ho intenzione di fare prediche né di fornire lezioni. Chi pretende di riassumere in parole il significato del dolore somiglia a quei finti sapienti che circondavano Giobbe e pretendevano di sciogliere in parole di teologi un'esperienza che si può sciogliere soltanto in una domanda a Dio. Perché? Io guardo il Crocifisso (non la Croce, che è di legno, ma chi è inchiodato a quello strumento di morte). E contemplo senza parole questa decisione libera del Padre e del Figlio, che hanno accettato questo sacrificio non per innalzare il dolore e la morte a divinità, ma per sconfiggerli alla radice caricandoseli addosso.
Questo mio compagno di dolore - tale io lo ritengo - ha deciso che la vita per lui fosse ormai inutile. Il suo corpo, una prigione. Ogni attimo, una tortura.
Non credo che avesse lancinanti dolori fisici, ma soffriva. La sofferenza attiene al perché del dolore. Uno che ha dolori lancinanti non ragiona lucidamente come lui. Non era insomma questione di analgesici, ma di innsopportabilità della vita di un infermo, con il corpo squadernato senza possibilità di decidere che muscolo muovere. Secondo me, e glielo dico adesso che lo sa, lo vede, ed io spero sia impresso il Cristo risorto; secondo me, Piergiorgio sbagliava! Lo dico in tutta umiltà, ma con piena certezza. Non esistono macchine per togliere o ridurre dignità alla vita. Una morte non è dignitosa a seconda delle circostanze. La sua dignità dipende dal cuore di chi la vive. Ho in mente certi quadri di martiri: erano scorticati da mani crudeli. Indegna non era la loro morte, ma la crudeltà dell' assassino. Però Giorgio - so che così era chiamato da chi lo amava - si è annoiato (e per noia intendo qualcosa di radicale, che pesca in fondo al pozzo della coscienza un vuoto) di questa esistenza durissima. La Bibbia ci aveva avvertiti. "Vita hominis militia est, la vita dell'uomo è una guerra". Anche Oriana Fallaci lo ha scritto. "Ogni giorno è una guerra; la vita è una guerra" (Se il sole muore, 1965). Possiamo ritirarci. Non possiamo pretendere però che ci sia una legge che soccorra ciò che, se scelto dalla maggioranza, distruggerebbbe la società. Le leggi devono contenere in sé - diceva Aristotele - una valenza pedagogica. Per questo io condanno il circo costruito intorno a lui. Lui lo voleva? Mi dicono di sì. Però quel circo non meritava un funerale religioso. Per questo comprendo la decisione del Vicariato di Roma, e cioè del cardinal Camillo Ruìni, di non acconsentire a che un rito cattolico accompagnasse Piergiorgio nel suo ultimo tragitto.
Io però avanzerei una soluzione diversa da quella dei funerali civili. Ho letto che negli ultimi 20 minuti Giorgio, che era cattolico e tale si professava, ha chiesto perdono a Dio. Anche soltanto il dubbio di questo dovrebbe indurre a dare esequie cattoliche. Non mi permetto di contestare la scelta del cardinale, canonicamente fondata.
Vuole essere un monito. Il rifiuto della vita, la propaganda di questo atto, espressa con piena coscienza, va guardata con il massimo rispetto. E sanzionata anche visibilmente. I gesti sono sempre simbolici. Non si può dar l'idea che della propria vita si possa disporre a piacimento. La Chiesa non ha definito le sue regole da se stessa, ma obbedisce a Cristo. Ma proprio per questo, avendo Welby chiesto perdono, e con questa motivazione, si poteva benedire la salma, accompagnarla con la preghiera al sepolcro. Dio è misericordia, il suo nome è Amore. Non vuol dire che Gli va bene tutto. Ma se uno domanda perdono, egli asciuga le lacrime della sorella e della moglie. Penso che per i parenti quel gesto andasse compiuto. Sì dunque ai funerali cattolici di un uomo che chiede perdono.
Ma io avrei chiesto anche di allestire i funerali del niente. Un corteo con una bara vuota. Al seguito, il capo di Stato, il premier, i politici che hanno stamazzato in piazza strumentalizzando questa tragedia. Per loro la morte era la cosa migliore, una liberazione? Piangano allora il nulla, dietro una cassa piena di aria. Sono per i due funerali. Quello cattolico e quello del circo nichilista. Uno col corpo destinato alla resurrezione, che vorrei benedire. E un altro gonfio di un'ideologia adoratrice del Nulla che è la più grande nemica del Natale.
Buon Natale a lei, direttore Feltri, ai suoi lettori, e a chi ha voluto bene a Welby.
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Basta con le critiche, la Chiesa non è un bancomat
Da Libero del 24 Dicembre 2006, di Luca Volonte'
La Chiesa non è un bancomat, né uno scaffale del supermercaato dal quale prendere ciò che ci pare e piace o utile per la necessità del momento e lasciare il resto. No, questa malsana voglia di trattare la morale e il catechiismo della Chiesa Cattolica, come una religione del "takeeaway", non mi garba. Anzi mi fa pensare che le proteste alla Pannnella verso il Vaticano, siano ancora una volta figlie della totale strumentalità e violenza. Lui e i suoi sodali, da un lato contribuiscono ad un atto che per autorevoli pronunciamenti della giustizia ordinaria e degli organi superiori della Sanità, appare un omicidio, dall'altro si appellano al Papa che solitamente "bollano" con appellativi irripetibili. Si vuole un'eccezione anche per la morte di Welby, si sarebbe desiderato che anche la Chiesa facesse una eccezione a se stessa e al proprio Credo, per venire incontro all'ultimo desiderio di Pannella e della morte. E invece no, sarebbe troppo comodo, sarebbe come chiedere il suicidio della Chiesa. "Non abbiamo potuto concedere tali esequie perché, a differenza dei casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dr. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica. Non vengono però meno le preghiere per l'eterna salvezza del defunto", così la nota del Vicariato di ieri. Sono io ad essere sconvolto dalle critiche e dalle polemiche verso la Chiesa Cattolica. Mica è obbligatorio essere cattolici, chi ha ricevuto il dono del battesimo e continua a professare la propria appartenenza alla fede di Cristo e della sua Chiesa, non può nemmeno immaginare deliberatamente di vivere la sua vita nella fede come fosse, appunto, al supermercato dell'anima.
La vita è una dono di Dio, dall'inizio alla fine, noi ne abbiamo solo il possesso e non la proprietà. Chi la pensa diversamente può anche rivolgersi ad un'altra religione, la Chiesa Cattolica non è un box da stadio, dove prendere patatine, cioccolati o bibite. Nei ridicoli appelli al Papa per le esequie religiose al fu Dr. Welby, si vorrebbe che il Vicario di Cristo, violando la norma, violasse anche l'origine della creazione. Addirittura Pannella vorrebbe essere riconosciuto come il padrone della morte, dopo le sue battaglie pro frullatore embrionale e pro aborto. Signori, la Misericordia di Dio è infinita, ma far passare un presunto atto illecito che asseconda la fine della vita come un atto di pietà, ha del patetico più che del commovente. Addirittura, tentare di dare l'immagine di martire a Welby e ai suoi amici, significa ribaltare il mondo. Un martire è un uomo che si appassiona talmente a qualcosa che è fuori e dentro di lui fino a dimenticare se stesso. Qualche imbecille descrive questa nostra fede cattolica come un "credo" valido solo per l'età antica, ci troveremmo invece ora in una nuova età, nella quale Scalfari o Pannella ne san più del Papa. Domani è Natale. È di questo avvenimento di gioia, del nato e risorto, che vive la Chiesa Cattolica.
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"La sua volontà di morire è contraria alla dottrina"
Da Il Tempo del 24 Dicembre 2006, di Paolo Luigi Rodari
POCHI e risicati commenti sono arrivati da esponenti della Chiesa in merito alla decisione assunta l'altro ieri dal Vicariato di Roma di non concedere la celebrazione delle esequie ecclesiastiche a Piergiorgio Welby, una decisione presa perché - come recita lo stesso comunicato diffuso dal Vicariato - "a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso", la volontà di Welby "di porre fine alla propria vita" era "ripetutamente e pubblicamente affermata" e ciò, si osserva nella nota, "contrasta con la dottrina cattolica". Della vicenda ha voluto parlare ieri l'arcivescovo Luigi Moretti, vicegerente della diocesi di Roma. Per lui "i motivi" che hanno provocato la decisione del Vicariato "si inseriscono in quella che è la tradizione costante della Chiesa, che non può approvare la volontà di togliersi la vita". E ancora: "Questo proprio perché noi crediamo che la vita sia un bene che ci viene donato". "Nella prassi normale - ha detto ieri Moretti -, quando ci sono casi di persone che rifiutano la vita, in situazioni in cui non sempre si riesce a comprendere quale sia lo stato di libertà, di consapevolezza, i funerali si fanno affidando sempre tutto alla misericordia di Dio, perché nessuno di noi è giudice. In questo caso, invece, c'è un discorso diverso, legato non tanto al voler essere noi i giudici - perché questo, lo ripeto, non spetta certo a noi - ma al modo in cui è stata condotta la vicenda di questa sofferenza e di questa morte, anche per prese di posizioni dello stesso malato, di coloro che sono entrati in questa vicenda e dei familiari stessi. A questo punto, il segno che la Chiesa poteva dare era semplicemente quello di riconoscere e prendere atto di una volontà espressa che, come tutte le scelte, ovviamente va a collocarsi all'interno di una responsabilità che porta con sé delle conseguenze. Non possiamo, quindi, dare dei segnali contraddittori anche per le persone". Insomma, a Welby vengono negati i funerali cattolici perché così ha voluto lui, perché lui stesso si è posto responsabilmente nella condizione di non volerli. La decisione del Vicariato ha suscitato reazioni di critica anche in chi è normalmente schierato contro la Chiesa cattolica: "In questi casi - ha detto Moretti - tutto serve ad alimentare le polemiche. Io credo che meriterebbe più rispetto il mistero della morte: non può diventare tutto oggetto di polemiche e di strumentalizzazioni. Io credo che l'appartenenza alla fede, l'appartenenza alla Chiesa non sia semplicemente un qualcosa di soggettivo. La scelta della fede è una scelta di libertà e la scelta della coerenza nella fede è il minimo che si possa chiedere e che ci chiede il Signore". La Chiesa, lo dice anche il comunicato dell'altro ieri, è vicina a Welby e ai suoi familiari con la preghiera. "È risaputo - ha spiegato ancora Moretti - che i sacerdoti della loro parrocchia sono stati e sono in costante rapporto con loro, portando loro il conforto di una parola di speranza, di una parola cristiana. Questo può continuare e continuerà".
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"È stato lui a chiedere di morire così ha tradito i principi cristiani"
da Il Giornale del 24 dicembre 2006, di Andrea Tornielli
"Con tristezza non abbiamo concesso le esequie cattoliche per Welby. È stato un atto di responsabilità e di fedeltà al nostro credo. Ma ciò non significa affatto che la Chiesa non preghi per lui, per la salvezza della sua anima, per i suoi congiunti che ora sono nel dolore". Il vescovo Rino Fisichella, rettore della Pontificia università Lateranense e cappellano della Camera dei deputati, spiega in questo modo il comunicato con cui il Vicariato di Roma ha negato i funerali a Piergiorgio Welby. Una decisione che ha suscitato polemiche e interrogativi, anche tra i fedeli.
Perché questo rifiuto?
"Quello di Piergiorgio Welby è diverso dai tanti casi di suicidio, nei quali è sempre estremamente difficile poter accertare le motivazioni e il grado di consapevolezza di chi si toglie la vita. Spesso questa consapevolezza non è certa. Per Welby, invece, era chiarissima: c'è stata un'ostinata reiterazione nel chiedere la propria morte, un'esplicita consapevolezza nel negare i principi fondamentali della fede cristiana riguardanti il valore della vita e il senso della sofferenza. Un cristiano non può accettare il principio dell'eutanasia che invece Welby ha fatto proprio e ha chiesto".
Mi scusi: non crede che anche nel suo caso ci si potesse interrogare sul grado di consapevolezza? In fondo si trattava di uomo provato da decenni trascorsi immobilizzato a letto...
"Non credo sinceramente che si possa dubitare sulla consapevolezza di Welby. Tutti coloro che lo hanno incontrato, che lo hanno visitato, hanno sempre potuto osservare la sua lucidità e la sua volontà, espressa ripetutamente, per iscritto. Lui stesso aveva detto che avrebbe preferito avere un funerale laico e credo che sia giusto rispettare la sua decisione".
Monsignore, la Chiesa non rischia così di sembrare poco misericordiosa?
"No, perché la Chiesa non cessa di pregare per Welby, per la salvezza della sua anima. Dobbiamo ben distinguere la decisione di non celebrare le esequie religiose dall'atteggiamento di condivisione del dolore di una famiglia, alla quale va il nostro affetto e la nostra preghiera. Ci appelliamo alla misericordia di Dio. La misericordia della Chiesa si esprime nella preghiera per l'anima di Welby e per i suoi congiunti. Bisogna però comprendere che noi dobbiamo essere fedeli ai contenuti costitutivi della nostra fede e così come non siamo autorizzati a dare la comunione a un fedele divorziato risposato, così non possiamo celebrare i funerali di una persona che in modo così chiaro e ripetuto ha dichiarato la sua volontà di porre fine alla propria vita, com'è alla fine accaduto".
C'è chi considera la negazione del funerale una risposta "politica" della Chiesa a una vicenda che è stata volutamente politicizzata.
"La Chiesa non si presta ad alcuna strumentalizzazione in questo senso. La nostra decisione, lo ripeto, è stata determinata dalla fedeltà alla fede che professiamo. Mi sembra che siano stati altri a strumentalizzare e politicizzare questa dolorosa vicenda, non senza qualche punta di cinismo. Vorrei però anche aggiungere che l'affidarsi alla misericordia di Dio pregando per Welby, in questo giorno di vigilia del Natale, festa di vita, diventa un annuncio di speranza anche per chi non condivide la nostra fede e per i tanti malati che si trovano nelle stesse condizioni di Welby ma vogliono continuare a vivere, sorretti dall'affetto di tante persone".
È stato riferito che prima di perdere coscienza Welby si è affidato alla misericordia di Dio.
"Non ne ero informato, ma se ciò è accaduto non posso che gioirne. Nel momento estremo e supremo della morte anche chi non crede avverte la nostalgia di Dio".
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Ma la carita' non si sacrifica alla verita'
da Il Giornale del 24 dicembre 2006, di Gianni Baget Bozzo
È costume del laicismo italiano dire alla Chiesa Cattolica quello che deve fare per essere cristiana. Forse ciò nasce dal riconoscimento del ruolo pubblico della Chiesa, forse invece è solamente un modo di combatterla. E la lezione del laicismo italiano è molto semplice: essi vogliono che la Chiesa sia carità senza verità. Il maestro di questo pensiero è certamente Eugenio Scalfari, che invita i cattolici ad amare il diverso in quanto diverso. E ciò vuol dire una sola cosa: accettare la verità del diverso come propria verità. "Farsi tutto con tutti" dice San Paolo ed i laicisti italiani lo intendono così: per essere cristiani occorre accettare la verità dell'avversario e svuotarsi, ridursi, rimpicciolirsi.
Ciò è stata a lungo un'idea diffusa tra i cattolici progressisti e lo è tuttora. Il priore di Bose che va per la maggiore, Enzo Bianchi, ha scritto un libro intitolato La differenza cristiana in cui egli esprime la stessa linea di Scalfari: essere cristiani significa alienarsi nella verità dell'altro, conformarsi.
Fortunatamente abbiamo un Papa che ha attraversato il Novecento con mente aperta e cuore libero e sa che il Dio che si definisce come carità è anche il vero Dio. Il Cattolicesimo è a suo modo la coincidenza dei contrari, come insegna Nicola Cusano, e non può pagare la carità al prezzo della verità. Lo prova l'esperienza più significativa del Cristianesimo: il martirio. Il martirio è esattamente il rifiuto di conformarsi all'altro al prezzo della propria vita. Conformarsi all'altro vuol dire rinunciare al Cristo e conformarsi ai poteri di questo mondo. La Chiesa Cattolica è stata la più perseguitata di tutte le chiese perché è rimasta legata alla sua verità: Gesù Cristo.
In genere queste critiche alla Chiesa vengono da sinistra e non credo che Giordano Bruno Guerri appartenga alla sinistra. Ovviamente c'è anche un laicismo di destra e sappiamo quanto consistente. Se c'è una cosa che dovrebbe essere considerata di competenza ecclesiastica è l'amministrazione dei sacramenti.
La Chiesa non dà i sacramenti senza condizione e quindi in riferimento alla verità di chi riceve il sacramento, della sua conversione. La Chiesa non giudica la coscienza di nessuno, sa che infine Dio conosce i suoi anche quando essa non li conosce. Il suffragio cristiano va all'anima di Piergiorgio Welby perché è battezzato ed ha diritto all'intercessione ecclesiale.
Il primo sentimento che il vescovo Fisichella ha espresso alla notizia della morte di Welby mediante l'interruzione dello strumento che lo manteneva vivo è stato di rispetto e di preghiera. Ma Welby ha legato la sua morte all'affermazione del principio del diritto a disporre della propria morte: e questo è un principio che la Chiesa non ritiene vero.
Il funerale pubblico significava un riconoscimento di un atto politico voluto esattamente per combattere la posizione della Chiesa. E siccome la Chiesa è legata dalla verità che professa non può concedere questo fatto. È il medesimo principio per cui i primi cristiani rifiutavano di dare onore divino agli imperatori romani. La Chiesa non ritiene di dover bruciare nemmeno un anello di incenso di fronte al dio del nostro giorno: l'opinione pubblica.
Il laicismo è dominante in Italia ed in Europa e vuole che la Chiesa diventi irrilevante applicando come assoluto il principio di compassione. Così la compassione diventa resa, presenta il Dio morto di compassione di cui ha parlato Zarathustra; o il "Gesù idiota" che rifiuta di riconoscere il male come Nietzsche che ha descritto l'anticristo.
È strano trovare che uno scrittore che aveva capito tutto annunciando la morte di Dio, tutto ciò che sarebbe stato il Novecento, ci venga ora riservito dagli atei colti come se non sapessimo il latino. La loro indignazione è violenta, ed essi ci comunicano "il sentimento di vergogna e di ripugnanza". La violenza della parola indica un'avversità profonda, quella che il Cristianesimo sempre suscita, e soprattutto il Cattolicesimo, in coloro che ne sentono il fascino e lo esprimono respingendolo con decisione.
Un amore alla vita che termina scegliendo la morte suscita rispetto ma non accettazione. È sempre il problema della carità della verità, una carità che il laicismo non gradisce ma che il Cattolicesimo non può non offrire perché Gesù Cristo ha detto di sé: "Io sono la Verità".
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