Italia. Editoriali pubblicati oggi su Piergiorgio Welby
Pubblichiamo alcuni editoriali pubblicati oggi su Piergiorgio Welby
Accettiamo la morte
da Europa del 7 dicembre 2006, di Pierluigi Petrini
L'accorata lettera che Piergiorgio Welby ha scritto al presidente Napolitano, raccontando la sua quotidiana lotta per la sopravvivenza e il suo struggente desiderio di morte, ha riaperto il dibattito sull'eutanasia. Welby è affetto da una forma di distrofìa muscolare che ha paralizzato ormai completamente i suoi muscoli compresi quelli respiratori. È costretto alla più completa immobilità, mentre una macchina provvede ad insufflare l'aria nei suoi polmoni. "Io amo la vita, presidente - scrive Welby - non sono né un malinconico, né un maniaco depresso. Morire mi fa orrore. Purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita, è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio ... è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti". Il rispetto che dobbiamo alla persona e alla sua drammatica condizione ci permette, spero, di affrontare il problema da lui sollevato senza cadere nella intransigenza della ideologia e nella volgarità della strumentalizzazione politica.
Da un punto di vista giuridico il problema non sembrerebbe affatto complesso. L'articolo 32, secondo comma della Costituzione, infatti, non lascia spazio a dubbi interpretativi: "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana", ove è evidente che eventuali leggi coercitive della volontà dell'individuo si giustificano solo di fronte ad un superiore interesse collettivo o all'impossibilità del soggetto ad esercitare il proprio libero arbitrio. Esiste, a riguardo, una giurisprudenza ormai consolidata: dal diritto per i testimoni di Geova di rifiutare trasfusioni di sangue, alle recenti vicende che hanno visto alcuni pazienti rifiutare l'amputazione di un arto in cancrena. Rifiuti irrazionali di fronte alla scienza, ma validi di fronte alla legge in quanto espressione di un'incoercibile autonomia della persona. Chi avesse dei dubbi sulla fondatezza di questo diritto provi a ragionare per assurdo - come nei teoremi di geometria - e si domandi se riterrebbe possibile "arrestare" queste persone in quanto "renitenti alla terapia", condurle coattivamente in ospedale, legarle al tavolo operatorio o al letto di contenzione ed infliggere loro - come una pena - la terapia. Assurdo! Come volevasi dimostrare. Parrebbe quindi del tutto legittima la richiesta di Welby di interrompere la terapia, ed anzi nella sua continuazione c'è la sgradevole sensazione di una violenza nei confronti della persona che, privata dalla malattia di ogni autonomia fisica, viene privata dalla collettività anche del proprio libero arbitrio. Ma a complicare questo impianto logico-giuridico vi è l'intimo rapporto causale tra l'interruzione della terapia (respiratoria) e la morte del paziente, che rischia di incorrere nei rigori dell'artìcolo 759 del codice penale che punisce "chiunque cagiona la morte di un uomo col consenso di lui" con la reclusione da 6 a 15 anni. Paradossalmente Welby potrebbe ottenere la cessazione di ogni terapia di sostegno - lasciando che la morte sopravvenga, dopo una non breve agonia, per squilibrio idro-elettrolitico e metabolico - ma non ha il diritto di chiedere il distacco dal ventilatore polmonare. Questa palese contraddizione tra il diritto di non sottostare a terapie non volute e il nondiritto di volere la propria morte, pone il legislatore di fronte all'obbligo di sciogliere il nodo. Il parlamento, però, sembra paralizzato dall'evidenza che una legge che permetta al medico curante di Welby di staccare il respiratore affermerebbe due principi: 1 - Una persona cosciente e raziocinante ha il diritto di decidere se vivere o morire. 2 - II medico curante ha il dovere (salvo obiezioni di coscienza) di attuare la volontà del paziente. Due principi che sostanziano l'eutanasia nella sua più ampia accezione. Due principi fortemente avversati dalla dottrina cattolica, che ritiene la vita umana inserita in un disegno divino e indisponibile alla volontà della persona, e che preoccupano anche quanti, fra i non credenti, attribuiscono alla vita una "sacralità naturale". Per uscire da questo vicolo cieco occorre capire che esistono fattispecie diverse. Nell'eutanasia comunemente intesa la morte è evento futuro, magari prossimo come nei malati terminali, ma non ancora naturalmente realizzabile, sicché essa deve essere "data" mediante mezzi farmacologici. In casi come quello di Welby la morte è ormai da tempo immanente alla sua patologia, non deve essere data, ma solo accettata nella sua ineluttabile naturalità. L'accettazione della morte è categoria di pensiero estranea alla cultura moderna. Per lungo tempo abbiamo combattuto sempre e strenuamente per allontanarla dalla nostra vita. Ma i progressi della medicina rianimatoria e le troppe vite innaturalmente protratte ci impongono oggi di interrogarci se non vi è un momento in cui sia razionale e morale arrendersi a questo invincibile nemico: accettare la morte, la sua ineluttabilità, la sua naturalità.
Che pensano i liberali di Welby?
da Europa del 7 dicembre 2006, di Federico Orlando
Leggevo sui giornali di martedì una sfilza di articoli su temi liberali, tipo il diritto di Welby di non soffrire la tortura in ossequio al dogma, il diritto alla privacy della studentessa che tenta il suicidio perché qualcuno ha mandato le sue foto "spinte" sui telefonini, il rischio che le liberalizzazioni di Bersani sui notai vengano annullate dalla corporazione, la banda Guzzanti-Scaramella che usava in parlamento mezzi istituzionali per macchinazioni contro politici di centrosinistra, e via a non finire. Cercavo, fra le righe degli articoli, il nome di qualche liberale del centrosinistra, o di qualche conservatore liberale di centrodestra, che vibrasse di sdegno per le cose che leggevo o per altre che denunciano quanto stia finendo male la civiltà liberale. E invece trovo sull'Unità il nome di Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, che insorge con un'ampia intervista affinchè sia "rispettata la coscienza individuale, anche di Welby". Trovo sul Corriere della Sera, la Repubblica, il Riformista e altri fogli grandi e piccoli che la ministra Bonino ha iniziato lo sciopero della fame a favore dell'eutanasia per Welby, che il ministro Mussi si schiera contro il "mantenimento in vita del dolore", che la ministra Turco istituisce una Commissione sulla fine della vita (che però non si occuperà di Welby). Insomma, chi con decisioni, chi con circonlocuzioni, chi istituendo ma escludendo e comunque richiamando, sono molti a esprimere esigenze liberali, di fronte a una legislazione da vecchio mondo, fatta per favorire dogmi, ricatti, spionaggi, privilegi. Tutte le cose che il liberalismo dovrebbe avere come sue nemiche naturali.
E invece niente. I nomi dei liberali "figurano solo in calce a lettere che si scambiano fra loro i presidenti, i direttori, i segretari di niente, fra le sigle nazionali e quelle raccolte nell'Internazionale liberale, per denunciare reciproche inadempienze o rivendicare primogeniture e rappresentanze fantasiose del nulla. Nel mondo ci sono 60 partiti liberali, attivi al governo o all'opposizione. In Italia ci sono altrettanti fantasmi Perché non chiudere, se non si riesce a creare non un partito, che sarebbe antistorico in tempi di bipartitismi o bipolarismi, ma almeno una fondazione comune per esprimere posizioni su casi come quelli ricordati all'inizio; e così far sentire le ragioni della cultura liberale. Che darebbe forza a chi vuol migliorare la qualità della vita.
Perciò facciamo una proposta ai liberali, a cominciare da Zanone (cui farebbe anche bene) e dagli altri parlamentari riammessi come gruppo nellìInternazionale: si uniscano anche loro ai 700 intellettuali, politici, gente comune (e perfino un ministro, come dicevamo) che da 14 giorni si alternano nello sciopero della fame per consentire l'eutanasia o il non accanimento terapeutico o come cavolo la si voglia chiamare, a Piergiorgio Welby. Il presidente della repubblica Napolitano ha concesso la grazia a un padre che uccise il figlio autistico dopo trent'anni di sofferenze; il filosofo Severino, contraddicendo i sepolcri imbiancati di Avvenire, ricorda che la democrazia parte anche dal singolo e dai suoi casi; il Foglio, che tra i teocon è il più intelligente, propone una via d'uscita con un'arzigogolata masturbazione tra pietà e compassione: e lo fa perché vede montare contro i torturatori la rabbia di una folla sempre più numerosa. Come quella che in questi giorni ci descrive il film Maria Antonietta.
Vita prigioniera delle regole
da La Repubblica del 7 dicembre 2006, di Stefano Rodotà
La vita travolge le regole o è destinata a rimanerne prigioniera? Guardando al modo in cui in Italia si considerano i temi "eticamente sensibili" si può avere la fondata impressione che da questo dilemma non si esca. Le cronache ci parlano dell'aumento del numero di coppie che si recano all'estero per motivi di procreazione assistita, sottraendosi così ai vincoli della legge italiana. Dei vincoli legislativi, invece, sembra non potersi liberare Piergiorgio Welby per morire, come chiede, con dignità. Sull'intera discussione, poi si abbatte pesantemente una serie di pregiudiziali ideologiche, che rendono difficile non solo qualsiasi dialogo, ma la stessa comprensione dei problemi.
Piergiorgio Welby aveva scritto al Presidente della Repubblica e questi, rispondendogli, aveva sottolineato l'opportunità di una discussione parlamentare su questo difficile tema. Di fronte a questa richiesta la politica è fuggita, è scomparsa, quasi che il nostro Parlamento non sia in grado di sopportare il peso della realtà, di comprendere che l'invito di Giorgio Napolitano cercava di stabilire un circuito nuovo, con le istituzioni che non si ritraggono di fronte ai drammi dell'esistenza e così possono recuperare la fiducia dei cittadini. E a questa fuga si accompagnano confusioni terminologiche, sorprendenti vuoti di memoria relativi a situazioni già risolte e che qualcuno sembra voler rimettere in discussione. A questo atteggiamento, che rivela un limite della politica non più accettabile, risponde l'ultima mossa del presidente della Repubblica, altamente simbolica e politicamente significativa: la concessione della grazia ad una persona condannata per un intervento attivo ed estremo per consentire al figlio una morte dignitosa.
Eutanasia, accanimento terapeutico, testamento biologico. Parole e concetti che vengono mischiati, sovrapposti, mentre si tratta di questioni tra loro diversissime, pur dovendo essere affrontate partendo da una premessa comune: le decisioni che riguardano il vivere e il morire appartengono ormai agli interessati, la regola è quella del consenso,dunque della volontà liBeramente manifestata da ciascuno. Sono ormai numerosi, e ben noti, i casi di persone che riguardano. La regola è quella del consenso, dunque della volontà liberamente manifestata da ciascuno. Sono ormai numerosi e ben noti i casi di persone che hanno rifiutato una cura o un intervento chirurgico, preferendo la morte a un intervento chirurgico, preferendo la morte ad una esistenza in condizioni menomate. E questo accade anche per convinzioni religiose. Ai Testimoni di Geova è stato riconosciuto il diritto di rifiutare le trasfusioni di sangue, anche quando questa decisione può essere letale. Se la morte appartiene alla natura, il morire diventa sempre più governabile dall'uomo, appartiene alla sua vita, dunque rientra nell'autonomia delle scelte individuali.
Ribadita questa premessa, ormai indiscutibile, vi è un secondo punto fermo da considerare. Da tempo l'accanimento terapeutico non è ritenuto legittimo. Lo diceva la chiesa di Pio XII già negli anni '50. Lo dichiara espressamente l'articolo 14 del Codice di deontologia medica, stabilendo che "il medico deve astenersi dall'ostinazione in trattamenti da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per l'assistito e/o un miglioramento della qualità della vita". Qui emerge con nettezza il principio di dignità, che deve accompagnare ogni persona fino all'estremo limite della vita.
Conclusione obbligata: non servono nuove regole contro l'accanimento terapeutico, e il testamento biologico non puòo essere considerato uno strumento che serve, appunto, ad impedirlo. La sua funzione è del tutto diversa. La persona cosciente, in grado d'intendere e di volere, può in ogni momento rifiutare una cura, un trattamento. Ma che cosa accade quando questa capacità è perduta? Il governo della vita è ormai affidato soltanto a decisioni dei congiunti o del medico, o ciascuno di noi dev'essere messo in condizione di proiettare la propria volontà nel futuro, decidendo in anticipo le modalità del morire conformi alle sue convinzioni? Ecco perché si parla di testamento, strumento storicamente adoperato per permettere a ciascuno di stabilire la sorte dei propri beni dopo la morte, e che oggi diviene parola che descrive il potere di ciascuno di stabilire, sempre in anticipo la sorte del proprio corpo. E dalla legittimità del testamento biologico non si può più discutere, visto che essa si manifesta come una conseguenza necessaria del principio che attribuisce alla volontà dell'interessatole decisioni che riguardano la sua vita, che costruisce il rifiuto di cure come un diritto. Oggi si tratta soltanto di stabilire le sue modalità, non di discuterne l'ammissibilità.
Combiniamo questi diversi elementi ed applichiamoli al caso di Piergiorgio Welby. Esso è del tutto estraneo alla materia del testamento biologico, trattandosi di persona in grado di prendere consapevolmente le decisioni che lo riguardano. La regola, quindi, va cercata nel principio ricordato prima, nell'autonomia della volontà, nel diritto di rifiutare le cure e di chiedere l'interruzione di un trattamento che garantisce la sopravvivenza, ma testimonia un accanimento, rende l'esistenza intollerabile ed impedisce di morire con dignità.
Con parole pacate, il presidente della Commissione Sanità del Senato, Ignazio Marino, ha cercato di ricondurre la discussione a questi dati di realtà. Impresa che rischia di diventare sempre più difficile, dal momento che si assiste a tentativi continui di azzerare tutto, di imporre in tutte le occasioni una connotazione ideologica che revoca in dubbio persino regole già acquisite.
Una regressione culturale e politica? Temo proprio di sì, e questo dovrebbe preoccupare soprattutto coloro i quali invocano il dialogo, il confronto aperto e, invece, si trovano di fronte a strumentalizzazioni continue delle questioni di vita per piccoli giochi politici. Le reazioni a questo cattivo costume non sono adeguate, e questo incoraggia una insistenza nei comportamenti aggressivi che trascina con sé ulteriore regressione culturale e peggioramento del clima politico.
Non è pessimismo o partito preso ad ispirare queste considerazioni. Guardiamo solo alle vicende più recenti. La ragionevole iniziativa di Livia Turco in materia di sostanze stupefacenti ha suscitato mosse parlamentari rivelatrici di una voglia di proibizionismo che, in nome di una astratta ideologica difesa dei valori della vita, produce conseguenze negative proprio per quei giovani che si dice di voler proteggere. Pochi giorni prima, in Consiglio dei Ministri, era stata attaccata una direttiva europea che prevede il diritto di soggiornare e circolare liberamente nei paesi dell'Unione anche per il partner dello stesso sesso di un cittadino nei casi di "relazione stabile debitamente accertata", così ignorando, tra l'altro, che i trattati e la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea vietano ogni discriminazione basata sull'orientamento sessuale delle persone. E finora non si sono registrate reazioni adeguate alle recentissime notizie dell'aumento di quattro volte del numero delle coppie italiane che, per sfuggire al proibizionismo della legge sulla procreazione assistita, si rifugiano nei paesi più diversi, dalla Spagna alla Svizzera, dalla Turchia alla Grecia. Una constatazione grave, che dovrebbe allarmare per almeno due ragioni: l'evidente delegittimazione del Parlamento derivante l'inevitabile aggiramento di una legge che interferisce irragionevolmente nelle decisioni della vita; la creazione di una nuova "cittadinanza censitaria", dal momento che i nuovi viaggi della speranza sono evidentemente alla portata solo di chi dispone di adeguate risorse finanziarie.
Bastano questi esempi per mostrare come, insieme alla regressione culturale, si stia manifestando un pericoloso e crescente isolamento dell'Italia nella stessa Unione europea proprio nelle materie che riguardano le nuove frontiere dei diritti delle persone. A questa deriva è indispensabile reagire con una azione culturale che mostri con convinzione che vi sono valori ri riferimento non meno rilevanti di quelli che, anche con evidenti forzature, vengono presentati come espressione della tradizione cattolica, alla quale, peraltro, la pigrizia intellettuale di molti sta affidando una vera delega in bianco. Sul piano politico serve una riflessione che, in presenza di fini dichiarati "non negoziabili", ricordi che la politica democratica esige l'eguale rispetto dei diversi punti di vista e che, nelle materie che riguardano l'esistenza, non è possibile l'imposizione autoritaria di valori non condivisi, ma serve piuttosto la promozione dell'autoresponsabilità dei soggetti. Opportunamente Leopoldo Elia ha ricordato le parole pronunciate da Aldo Moro nel consiglio nazionale della DC all'indomani del referendum sul divorzio del 1974, sottolineando che settori dell'opinione pubblica "sono ora ben più netti nel richiedere che nessuna forzatura sia fatta con lo strumento della legge, con l'autorità del potere, al modo comune di intendere e disciplinare, in alcuni punti sensibili, i rapporti umani. Di questa circostanza non si può non tener conto, perché essa tocca ormai profondamente la vita democratica del nostro paese, consigliando talvolta di realizzare la difesa di principi e valori cristiani al di fuori delle istituzioni e delle leggi, e cioè nel vivo, aperto e disponibile tessuto della nostra vita sociale". Il dialogo, quello vero, può partire da qui.
Accettiamo la morte
da Europa del 7 dicembre 2006, di Pierluigi Petrini
L'accorata lettera che Piergiorgio Welby ha scritto al presidente Napolitano, raccontando la sua quotidiana lotta per la sopravvivenza e il suo struggente desiderio di morte, ha riaperto il dibattito sull'eutanasia. Welby è affetto da una forma di distrofìa muscolare che ha paralizzato ormai completamente i suoi muscoli compresi quelli respiratori. È costretto alla più completa immobilità, mentre una macchina provvede ad insufflare l'aria nei suoi polmoni. "Io amo la vita, presidente - scrive Welby - non sono né un malinconico, né un maniaco depresso. Morire mi fa orrore. Purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita, è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio ... è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti". Il rispetto che dobbiamo alla persona e alla sua drammatica condizione ci permette, spero, di affrontare il problema da lui sollevato senza cadere nella intransigenza della ideologia e nella volgarità della strumentalizzazione politica.
Da un punto di vista giuridico il problema non sembrerebbe affatto complesso. L'articolo 32, secondo comma della Costituzione, infatti, non lascia spazio a dubbi interpretativi: "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana", ove è evidente che eventuali leggi coercitive della volontà dell'individuo si giustificano solo di fronte ad un superiore interesse collettivo o all'impossibilità del soggetto ad esercitare il proprio libero arbitrio. Esiste, a riguardo, una giurisprudenza ormai consolidata: dal diritto per i testimoni di Geova di rifiutare trasfusioni di sangue, alle recenti vicende che hanno visto alcuni pazienti rifiutare l'amputazione di un arto in cancrena. Rifiuti irrazionali di fronte alla scienza, ma validi di fronte alla legge in quanto espressione di un'incoercibile autonomia della persona. Chi avesse dei dubbi sulla fondatezza di questo diritto provi a ragionare per assurdo - come nei teoremi di geometria - e si domandi se riterrebbe possibile "arrestare" queste persone in quanto "renitenti alla terapia", condurle coattivamente in ospedale, legarle al tavolo operatorio o al letto di contenzione ed infliggere loro - come una pena - la terapia. Assurdo! Come volevasi dimostrare. Parrebbe quindi del tutto legittima la richiesta di Welby di interrompere la terapia, ed anzi nella sua continuazione c'è la sgradevole sensazione di una violenza nei confronti della persona che, privata dalla malattia di ogni autonomia fisica, viene privata dalla collettività anche del proprio libero arbitrio. Ma a complicare questo impianto logico-giuridico vi è l'intimo rapporto causale tra l'interruzione della terapia (respiratoria) e la morte del paziente, che rischia di incorrere nei rigori dell'artìcolo 759 del codice penale che punisce "chiunque cagiona la morte di un uomo col consenso di lui" con la reclusione da 6 a 15 anni. Paradossalmente Welby potrebbe ottenere la cessazione di ogni terapia di sostegno - lasciando che la morte sopravvenga, dopo una non breve agonia, per squilibrio idro-elettrolitico e metabolico - ma non ha il diritto di chiedere il distacco dal ventilatore polmonare. Questa palese contraddizione tra il diritto di non sottostare a terapie non volute e il nondiritto di volere la propria morte, pone il legislatore di fronte all'obbligo di sciogliere il nodo. Il parlamento, però, sembra paralizzato dall'evidenza che una legge che permetta al medico curante di Welby di staccare il respiratore affermerebbe due principi: 1 - Una persona cosciente e raziocinante ha il diritto di decidere se vivere o morire. 2 - II medico curante ha il dovere (salvo obiezioni di coscienza) di attuare la volontà del paziente. Due principi che sostanziano l'eutanasia nella sua più ampia accezione. Due principi fortemente avversati dalla dottrina cattolica, che ritiene la vita umana inserita in un disegno divino e indisponibile alla volontà della persona, e che preoccupano anche quanti, fra i non credenti, attribuiscono alla vita una "sacralità naturale". Per uscire da questo vicolo cieco occorre capire che esistono fattispecie diverse. Nell'eutanasia comunemente intesa la morte è evento futuro, magari prossimo come nei malati terminali, ma non ancora naturalmente realizzabile, sicché essa deve essere "data" mediante mezzi farmacologici. In casi come quello di Welby la morte è ormai da tempo immanente alla sua patologia, non deve essere data, ma solo accettata nella sua ineluttabile naturalità. L'accettazione della morte è categoria di pensiero estranea alla cultura moderna. Per lungo tempo abbiamo combattuto sempre e strenuamente per allontanarla dalla nostra vita. Ma i progressi della medicina rianimatoria e le troppe vite innaturalmente protratte ci impongono oggi di interrogarci se non vi è un momento in cui sia razionale e morale arrendersi a questo invincibile nemico: accettare la morte, la sua ineluttabilità, la sua naturalità.
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Che pensano i liberali di Welby?
da Europa del 7 dicembre 2006, di Federico Orlando
Leggevo sui giornali di martedì una sfilza di articoli su temi liberali, tipo il diritto di Welby di non soffrire la tortura in ossequio al dogma, il diritto alla privacy della studentessa che tenta il suicidio perché qualcuno ha mandato le sue foto "spinte" sui telefonini, il rischio che le liberalizzazioni di Bersani sui notai vengano annullate dalla corporazione, la banda Guzzanti-Scaramella che usava in parlamento mezzi istituzionali per macchinazioni contro politici di centrosinistra, e via a non finire. Cercavo, fra le righe degli articoli, il nome di qualche liberale del centrosinistra, o di qualche conservatore liberale di centrodestra, che vibrasse di sdegno per le cose che leggevo o per altre che denunciano quanto stia finendo male la civiltà liberale. E invece trovo sull'Unità il nome di Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, che insorge con un'ampia intervista affinchè sia "rispettata la coscienza individuale, anche di Welby". Trovo sul Corriere della Sera, la Repubblica, il Riformista e altri fogli grandi e piccoli che la ministra Bonino ha iniziato lo sciopero della fame a favore dell'eutanasia per Welby, che il ministro Mussi si schiera contro il "mantenimento in vita del dolore", che la ministra Turco istituisce una Commissione sulla fine della vita (che però non si occuperà di Welby). Insomma, chi con decisioni, chi con circonlocuzioni, chi istituendo ma escludendo e comunque richiamando, sono molti a esprimere esigenze liberali, di fronte a una legislazione da vecchio mondo, fatta per favorire dogmi, ricatti, spionaggi, privilegi. Tutte le cose che il liberalismo dovrebbe avere come sue nemiche naturali.
E invece niente. I nomi dei liberali "figurano solo in calce a lettere che si scambiano fra loro i presidenti, i direttori, i segretari di niente, fra le sigle nazionali e quelle raccolte nell'Internazionale liberale, per denunciare reciproche inadempienze o rivendicare primogeniture e rappresentanze fantasiose del nulla. Nel mondo ci sono 60 partiti liberali, attivi al governo o all'opposizione. In Italia ci sono altrettanti fantasmi Perché non chiudere, se non si riesce a creare non un partito, che sarebbe antistorico in tempi di bipartitismi o bipolarismi, ma almeno una fondazione comune per esprimere posizioni su casi come quelli ricordati all'inizio; e così far sentire le ragioni della cultura liberale. Che darebbe forza a chi vuol migliorare la qualità della vita.
Perciò facciamo una proposta ai liberali, a cominciare da Zanone (cui farebbe anche bene) e dagli altri parlamentari riammessi come gruppo nellìInternazionale: si uniscano anche loro ai 700 intellettuali, politici, gente comune (e perfino un ministro, come dicevamo) che da 14 giorni si alternano nello sciopero della fame per consentire l'eutanasia o il non accanimento terapeutico o come cavolo la si voglia chiamare, a Piergiorgio Welby. Il presidente della repubblica Napolitano ha concesso la grazia a un padre che uccise il figlio autistico dopo trent'anni di sofferenze; il filosofo Severino, contraddicendo i sepolcri imbiancati di Avvenire, ricorda che la democrazia parte anche dal singolo e dai suoi casi; il Foglio, che tra i teocon è il più intelligente, propone una via d'uscita con un'arzigogolata masturbazione tra pietà e compassione: e lo fa perché vede montare contro i torturatori la rabbia di una folla sempre più numerosa. Come quella che in questi giorni ci descrive il film Maria Antonietta.
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Vita prigioniera delle regole
da La Repubblica del 7 dicembre 2006, di Stefano Rodotà
La vita travolge le regole o è destinata a rimanerne prigioniera? Guardando al modo in cui in Italia si considerano i temi "eticamente sensibili" si può avere la fondata impressione che da questo dilemma non si esca. Le cronache ci parlano dell'aumento del numero di coppie che si recano all'estero per motivi di procreazione assistita, sottraendosi così ai vincoli della legge italiana. Dei vincoli legislativi, invece, sembra non potersi liberare Piergiorgio Welby per morire, come chiede, con dignità. Sull'intera discussione, poi si abbatte pesantemente una serie di pregiudiziali ideologiche, che rendono difficile non solo qualsiasi dialogo, ma la stessa comprensione dei problemi.
Piergiorgio Welby aveva scritto al Presidente della Repubblica e questi, rispondendogli, aveva sottolineato l'opportunità di una discussione parlamentare su questo difficile tema. Di fronte a questa richiesta la politica è fuggita, è scomparsa, quasi che il nostro Parlamento non sia in grado di sopportare il peso della realtà, di comprendere che l'invito di Giorgio Napolitano cercava di stabilire un circuito nuovo, con le istituzioni che non si ritraggono di fronte ai drammi dell'esistenza e così possono recuperare la fiducia dei cittadini. E a questa fuga si accompagnano confusioni terminologiche, sorprendenti vuoti di memoria relativi a situazioni già risolte e che qualcuno sembra voler rimettere in discussione. A questo atteggiamento, che rivela un limite della politica non più accettabile, risponde l'ultima mossa del presidente della Repubblica, altamente simbolica e politicamente significativa: la concessione della grazia ad una persona condannata per un intervento attivo ed estremo per consentire al figlio una morte dignitosa.
Eutanasia, accanimento terapeutico, testamento biologico. Parole e concetti che vengono mischiati, sovrapposti, mentre si tratta di questioni tra loro diversissime, pur dovendo essere affrontate partendo da una premessa comune: le decisioni che riguardano il vivere e il morire appartengono ormai agli interessati, la regola è quella del consenso,dunque della volontà liBeramente manifestata da ciascuno. Sono ormai numerosi, e ben noti, i casi di persone che riguardano. La regola è quella del consenso, dunque della volontà liberamente manifestata da ciascuno. Sono ormai numerosi e ben noti i casi di persone che hanno rifiutato una cura o un intervento chirurgico, preferendo la morte a un intervento chirurgico, preferendo la morte ad una esistenza in condizioni menomate. E questo accade anche per convinzioni religiose. Ai Testimoni di Geova è stato riconosciuto il diritto di rifiutare le trasfusioni di sangue, anche quando questa decisione può essere letale. Se la morte appartiene alla natura, il morire diventa sempre più governabile dall'uomo, appartiene alla sua vita, dunque rientra nell'autonomia delle scelte individuali.
Ribadita questa premessa, ormai indiscutibile, vi è un secondo punto fermo da considerare. Da tempo l'accanimento terapeutico non è ritenuto legittimo. Lo diceva la chiesa di Pio XII già negli anni '50. Lo dichiara espressamente l'articolo 14 del Codice di deontologia medica, stabilendo che "il medico deve astenersi dall'ostinazione in trattamenti da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per l'assistito e/o un miglioramento della qualità della vita". Qui emerge con nettezza il principio di dignità, che deve accompagnare ogni persona fino all'estremo limite della vita.
Conclusione obbligata: non servono nuove regole contro l'accanimento terapeutico, e il testamento biologico non puòo essere considerato uno strumento che serve, appunto, ad impedirlo. La sua funzione è del tutto diversa. La persona cosciente, in grado d'intendere e di volere, può in ogni momento rifiutare una cura, un trattamento. Ma che cosa accade quando questa capacità è perduta? Il governo della vita è ormai affidato soltanto a decisioni dei congiunti o del medico, o ciascuno di noi dev'essere messo in condizione di proiettare la propria volontà nel futuro, decidendo in anticipo le modalità del morire conformi alle sue convinzioni? Ecco perché si parla di testamento, strumento storicamente adoperato per permettere a ciascuno di stabilire la sorte dei propri beni dopo la morte, e che oggi diviene parola che descrive il potere di ciascuno di stabilire, sempre in anticipo la sorte del proprio corpo. E dalla legittimità del testamento biologico non si può più discutere, visto che essa si manifesta come una conseguenza necessaria del principio che attribuisce alla volontà dell'interessatole decisioni che riguardano la sua vita, che costruisce il rifiuto di cure come un diritto. Oggi si tratta soltanto di stabilire le sue modalità, non di discuterne l'ammissibilità.
Combiniamo questi diversi elementi ed applichiamoli al caso di Piergiorgio Welby. Esso è del tutto estraneo alla materia del testamento biologico, trattandosi di persona in grado di prendere consapevolmente le decisioni che lo riguardano. La regola, quindi, va cercata nel principio ricordato prima, nell'autonomia della volontà, nel diritto di rifiutare le cure e di chiedere l'interruzione di un trattamento che garantisce la sopravvivenza, ma testimonia un accanimento, rende l'esistenza intollerabile ed impedisce di morire con dignità.
Con parole pacate, il presidente della Commissione Sanità del Senato, Ignazio Marino, ha cercato di ricondurre la discussione a questi dati di realtà. Impresa che rischia di diventare sempre più difficile, dal momento che si assiste a tentativi continui di azzerare tutto, di imporre in tutte le occasioni una connotazione ideologica che revoca in dubbio persino regole già acquisite.
Una regressione culturale e politica? Temo proprio di sì, e questo dovrebbe preoccupare soprattutto coloro i quali invocano il dialogo, il confronto aperto e, invece, si trovano di fronte a strumentalizzazioni continue delle questioni di vita per piccoli giochi politici. Le reazioni a questo cattivo costume non sono adeguate, e questo incoraggia una insistenza nei comportamenti aggressivi che trascina con sé ulteriore regressione culturale e peggioramento del clima politico.
Non è pessimismo o partito preso ad ispirare queste considerazioni. Guardiamo solo alle vicende più recenti. La ragionevole iniziativa di Livia Turco in materia di sostanze stupefacenti ha suscitato mosse parlamentari rivelatrici di una voglia di proibizionismo che, in nome di una astratta ideologica difesa dei valori della vita, produce conseguenze negative proprio per quei giovani che si dice di voler proteggere. Pochi giorni prima, in Consiglio dei Ministri, era stata attaccata una direttiva europea che prevede il diritto di soggiornare e circolare liberamente nei paesi dell'Unione anche per il partner dello stesso sesso di un cittadino nei casi di "relazione stabile debitamente accertata", così ignorando, tra l'altro, che i trattati e la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea vietano ogni discriminazione basata sull'orientamento sessuale delle persone. E finora non si sono registrate reazioni adeguate alle recentissime notizie dell'aumento di quattro volte del numero delle coppie italiane che, per sfuggire al proibizionismo della legge sulla procreazione assistita, si rifugiano nei paesi più diversi, dalla Spagna alla Svizzera, dalla Turchia alla Grecia. Una constatazione grave, che dovrebbe allarmare per almeno due ragioni: l'evidente delegittimazione del Parlamento derivante l'inevitabile aggiramento di una legge che interferisce irragionevolmente nelle decisioni della vita; la creazione di una nuova "cittadinanza censitaria", dal momento che i nuovi viaggi della speranza sono evidentemente alla portata solo di chi dispone di adeguate risorse finanziarie.
Bastano questi esempi per mostrare come, insieme alla regressione culturale, si stia manifestando un pericoloso e crescente isolamento dell'Italia nella stessa Unione europea proprio nelle materie che riguardano le nuove frontiere dei diritti delle persone. A questa deriva è indispensabile reagire con una azione culturale che mostri con convinzione che vi sono valori ri riferimento non meno rilevanti di quelli che, anche con evidenti forzature, vengono presentati come espressione della tradizione cattolica, alla quale, peraltro, la pigrizia intellettuale di molti sta affidando una vera delega in bianco. Sul piano politico serve una riflessione che, in presenza di fini dichiarati "non negoziabili", ricordi che la politica democratica esige l'eguale rispetto dei diversi punti di vista e che, nelle materie che riguardano l'esistenza, non è possibile l'imposizione autoritaria di valori non condivisi, ma serve piuttosto la promozione dell'autoresponsabilità dei soggetti. Opportunamente Leopoldo Elia ha ricordato le parole pronunciate da Aldo Moro nel consiglio nazionale della DC all'indomani del referendum sul divorzio del 1974, sottolineando che settori dell'opinione pubblica "sono ora ben più netti nel richiedere che nessuna forzatura sia fatta con lo strumento della legge, con l'autorità del potere, al modo comune di intendere e disciplinare, in alcuni punti sensibili, i rapporti umani. Di questa circostanza non si può non tener conto, perché essa tocca ormai profondamente la vita democratica del nostro paese, consigliando talvolta di realizzare la difesa di principi e valori cristiani al di fuori delle istituzioni e delle leggi, e cioè nel vivo, aperto e disponibile tessuto della nostra vita sociale". Il dialogo, quello vero, può partire da qui.
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