Domenica 7 giugno 2026
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Italia. Interviste ed editoriali di oggi su Piergiorgio Welby

U.E. - ITALIA
Notizia ·
Welby: la Turco? Meglio tacere
da La Stampa del 15 dicembre 2006

Piergiorgio Welby ha una fi­bra da lottatore. Ogni giorno, se il suo corpo lo permette, si fa mettere seduto su una se­dia. Una base sulle gambe e il computer portatile sopra, guarda le e-mail, controlla le agenzie, tiene aggiornato il suo blog, risponde alla ciur­ma di nomi che lo segue, fede­le, da anni, nel forum sul sito dei Radicali. I suoi movimenti sono limitati a un dito, con quel dito si muove sul touchpad con una rapidità fulmi­nante. Quanto tempo riesca a stare seduto così dipende dai giorni, quanto basta comun­que per tenersi in contatto con il mondo esterno. Fino a poche settimane fa ancora riusciva a digitare intere fra­si, negli ultimi tempi ha dovuto ridurre ancora i gesti e, dun­que, taglia, copia, incolla oppu­re le faccette (i simboli delle va­rie espressioni sui computer) sono il suo linguaggio. E' nata così l'idea di un'intervista un po' particolare, fatta di doman­de a cui potesse rispondere con questi pochi e semplici gesti. Domande, quindi, con risposte preconfezionate, lanciate come un messaggio in bottiglia con una e-mail. Welby ha risposto meno di un'ora dopo. La prima domanda non poteva non ri­guardare il professor Casale, lo specialista in cure palliative a cui aveva rivolto la richiesta uf­ficiale di sospendere le terapie lo scorso 27 novembre e che - a sorpresa - martedì scorso in tribunale aveva parzialmente rifiutato. Deluso, gli abbiamo chiesto, oppure te lo aspettavi?
"Deluso", ha risposto lui che si era affidato a quel medi­co e evidentemente nei loro col­loqui di novembre non aveva sospettato nulla.

La seconda domanda riguardava gli italiani. Sono mol­ti i sondaggi condotti in questi giorni, da tutti appare con una certa evidenza che la maggio­ranza è favorevole a interrom­pere la terapia in un caso come quello di Piergiorgio Welby e, più in generale, ogni volta che si profila un accanimento tera­peutico. Anche in questo caso abbiamo chiesto: te l'aspettavi o ti ha un po' sorpreso. "Sor­preso" è stata la sua risposta.

La terza domanda era l'uni­ca non politica. Avendo capito quale sia il suo amore per la vi­ta nelle sue diverse forme, lo abbiamo posto di fronte alla scelta su quale delle sue grandi passioni gli mancasse di più: un piatto di pasta, una bella donna, una passeggiata in cam­pagna semmai andando a cac­cia, poter leggere un libro stra­vaccato su un divano con una birra ghiacciata. Ha scelto la passeggiata in campagna, sem­mai andando a caccia, come fa­ceva da ragazzo con il padre. Gli amici stretti ci avrebbero scommesso.

La quarta domanda era per il ministro della Salute Livia Turco, che ieri sera partecipan­do a "Otto e mezzo" è intervenuta sul caso: "Forse non è così chiaro che si tratta di un caso di accanimento terapeutico. Personalmente non me la senti­rei di staccare la spina". Si era parlato di una visita della Tur­co la scorsa settimana, poi sa­bato pomeriggio all'improvvi­so la marcia indietro da parte di Piergiorgio e Mina: "Le con­dizioni sono peggiorate" era stata la giustificazione. L'incon­tro - si disse allora - è stato so­lo rinviato. A Piergiorgio abbia­mo chiesto se avesse qualcosa da dire al ministro. La scelta era fra: "Niente", "Venga pure se vuole", e "Lasci perdere".

Ha scelto "lasci perdere".

Due politici erano stati par­ticolarmente colpiti durante le conversazioni con i partecipan­ti al forum: la senatrice Paola Binetti della Margherita e Lu­ca Volontè dell'Udc per le loro dichiarazioni particolarmente forti nei confronti di Welby e della sua lotta. Anche in questo caso gli abbiamo chiesto che co­sa volesse rispondere. Stavolta ha scelto l'opzione: "Niente".
 
Infine, conoscendo il suo amore per le poesie gli abbia­mo chiesto dei suoi versi da de­dicare a Sandro Bondi che ieri aveva composto una poesia per lui. Ci ha mandato dieci versi che iniziavano così: "Io per te ho pianto..."


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Welby e gli Welby

da Il Giornale del 15 dicembre 2006, di Filippo Facci

I radicali dicono che in Italia esistono innumerevoli casi come quello di Piergiorgio Welby, altri ribattono che si tratta di un caso eccezionale che i radicali strumentalizzano. I radicali dicono che le cifre dell'eutanasia clandestina e delle interruzioni di sostentamento vitale sono da capogiro, altri ricordano quando i radicali sostenevano che in Italia ci fossero un milione di aborti clandestini e invece non era vero. Non so a voi: a me non sembra una questione di poco conto il sapere se il decesso di centinaia di migliaia di persone, nel mio Paese, sia accompagnato o meno da un intervento non dichiarato dei medici. Mi pare rilevante indipendentemente da tutto. Sul tema ho trovato un'indagine realizzata dal Centro di Bioetica dell'Università Cattolica di Milano, secondo la quale il 3,6 per cento dei medici ha praticato l'eutanasia e il 42 per cento la sospensione delle cure tipo appunto staccare il respiratore. La rivista medica Lancet invece ha sostenuto che il 23 per cento dei decessi è stato preceduto da una decisione medica e che il 79, 4 per cento dei medici è disposto ad interrompere il sostentamento vitale. Un altro paio di altre riviste mediche danno i numeri loro ma non c'è moltissimo materiale. Tra tanti studi e commissioni inutili mi chiedo se il Parlamento non debba avviare un'indagine seria per farci sapere come stiano davvero le cose.


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Su alcune controversie politico-morali
da Il Riformista del 15 dicembre 2006, di Luigi Manconi

Le questioni che qui tratterò hanno, ognuna, uno spessore etico-giuridico assai robusto; e implicazioni particolarmente delicate e talvolta ag­grovigliate. E, tuttavia, questo non impedisce che siano trattate sul piano del dibattito pubblico e della decisione politica, a partire da due criteri essenziali e condivisi (meglio: condivisibili).

Il primo criterio teorico-pratico è quello del­la "riduzione del danno": ovvero la traduzione in termini politico-sociali di quel principio che, nel­la teologia e nella morale del cattolicesimo, è il "male minore". Il secondo criterio risiede nella consapevolezza della possibilità di fondare e ar­gomentare in termini etici - non necessariamen­te di ispirazione religiosa - le opzioni su quei te­mi controversi e la loro trascrizione normativa.

Questo può aiutare a trovare soluzioni co­muni su alcune questioni aperte.

1) II confine tra cura doverosa e accanimen­to terapeutico è sottile, lo sappiamo: e spesso in­certo. Ma quando una terapia si rivela inequivo­cabilmente incapace di fermare il progredire de­vastante del male, di alleviare le sofferenze e di migliorare in qualche misura la qualità di vita del paziente, lì si ha accanimento terapeutico.

E, in presenza di una terapia ostinata e inutile, il codice deontolo­gico dei medici, tutta la giurispru­denza e i protocolli scientifici sono chiari: quella terapia va sospesa. Co­me affermò l'allora cardinale Jo­seph Ratzinger, all'epoca Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, "la rinuncia all'accani­mento terapeutico è anche moral­mente legittima".

La vicenda di Piergiorgio Welby rientra in quella definizione? A mio avviso, sì. Senza quella macchina, senza il ventilatore polmonare, la sua vita si sarebbe conclusa da tem­po  e,  come   dire?,  naturalmente. L'intervento del ventilatore si pre­senta, pertanto, come una protesi, un sussidio meccanico, una strumen­tazione tecnologica, destinata a pro­lungare  artificialmente  la  vita  di Welby. Questo intervento - utile, e fin provvidenzia­le, come  soluzione  d'ur­genza  e  terapia  d'emer­genza - in una situazione di cronicizzazione, si ridu­ce a motivo di coercizione e afflizione e a fonte di sofferenze.

Interrompere l'atti­vità di quella macchina significa so­spendere una terapia fattasi aggres­siva e ostile.

Non c'è nulla di utilitaristico in questo ragionamento e non c'è alcu­na svalutazione del significato della vita umana. Certo, quella vita può avere un senso e una qualità anche quando non risponde ai parametri economicistici, salutistici e "monda­ni" della mentalità corrente: ma un corpo che decade progressivamente a sede esclusiva di sofferenze rischia di negare qualunque senso alla so­pravvivenza, riducendola a mera perpetuazione del dolore.

Sospendere quel trattamento sa­nitario è, dunque, ragionevole, pie­toso, perfettamente coerente con la nostra Costituzione e, poi, con leggi, regolamenti e codici professionali: e risponde a un'istanza morale, facen­dosi carico della sofferenza del ma­lato terminale, e delle "scelte tragi-che" che quella sofferenza impone.

2) Le tabelle relative alle sostan­ze stupefacenti sono una questione esclusivamente di natura giuridica, medica, penale e sociale. Di conse­guenza, con criteri giuridici, medici, penali e sociali vanno elaborate e valutate. Non certo in base a opzio­ni morali o religiose. Tali opzioni so­no importanti e contano, ma vanno fatte valere altrove e altrimenti ri­spetto agli ambiti e ai parametri che devono orientare la fissazione di quei limiti tabellari.

Tali limiti, all'interno della nor­mativa vigente, hanno la sola fun­zione (approssimativa e imperfetta) di indicare un qualche accettabile confine tra detenzione a fini di uso personale e detenzione a fini di spaccio. A questo, e solo a questo, sono funzionali quei limiti.

Fissare quelle soglie massime ri­sponde esclusivamente a un'esigen­za di efficacia. Ovvero evitare il car­cere, e ciò che comporta, a chi non è spacciatore: così come dichiara di volere la  legislazione  vigente (Fini-Giovanardi  com­presa).

Le scelte morali si collocano altrove, e so­no  legittime  e  preziose, ma non devono interferire con quei limiti tabellari. Fissare, poniamo, a 5 o a 10 quel tet­to non significa disapprovare (se il limite è a 5) o approvare (se è a 10) il consumo di sostanze. Signifi­ca permettere che un certo numero di consumatori (se il limite è più alto) o un numero ancora superiore (se il limite è più basso) entri in carcere - contro la ratio della stes­sa legge, che pure contestiamo.

Dopo di che, superato o ridotto ai minimi termini il rischio detenti­vo per i consumatori di sostanze, si porrà il problema di elaborare intel­ligenti e razionali politiche di dis­suasione dal consumo: tanto più efficaci quanto più saranno dirette, contemporaneamente, nei confronti delle cosiddette droghe legali (alcol e tabacco). A questo punto, ciascuno farà valere le proprie opzioni mora­li, le proprie strategie educative, la propria ispirazione anche religiosa.

3) A proposito di coppie di fatto, il punto cruciale mi sembra il se­guente: alla famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio si riconosce un progetto, una condivisione di aspettative e di valori e, dunque, una costituzione morale. Cosa, quest'ul­tima, che si nega alle altre forme di convivenza e che colloca queste, pertanto, in una condizione di inferiorità: innanzitutto morale. E infat­ti, secondo i sostenitori in buona fe­de dell'unicità della famiglia tradi­zionale, le "altre famiglie" possono essere tollerate e, in alcuni casi e per certe prerogative, tutelate: senza ri­conoscere loro, però, la piena di­gnità di relazione, dotata di una in­tenzionalità morale e di un progetto antropologico-sociale. E, ancor pri­ma, senza riconoscerle come fami­glie (e, addirittura, senza dirle fami­glie). Questo sia nel caso delle fami­glie di fatto a composizione etero­sessuale, sia nel caso delle unioni omosessuali. Tanto  la prima tipologia quanto la seconda vengono considerate come espressione, se non di disordine, di irrego­larità (sociale e morale): e, dunque, suscettibili - al più - di venire tolle­rate (perché diventate fenomeno statisticamente rilevante).

Ma questo non è sufficiente. Non lo è, in primo luogo, rispetto alle tra­sformazioni avvenute (e da decen­ni!) nella società italiana; trasforma­zioni culturali e sociali, che hanno determinato il passaggio da una ti­pologia di famiglia a una pluralità di forme relazionali e coniugali. Così che - oggi, in Italia - le "nuove fami­glie" riguardano milioni di persone e costituiscono il 17% di tutte le ag­gregazioni familiari.

Ma la tolleranza risulta insuffi­ciente per una seconda (ancora più importante) ragione: perché non tie­ne conto della grande "trasforma­zione morale" in atto. Ed è il punto che più mi preme sottolineare.

Quella trasformazione consiste, sostanzialmente, in questo: una gran parte delle famiglie di fatto (etero-sessuali e omosessuali) fonda la propria scelta relazionale e coniu­gale su principi morali. Che non so­no, certo, quelli della "morale di maggioranza" (di derivazione reli­gioso-cattolica): ma che, comunque, chiedono riconoscimento e doman­dano tutela.

A ben vedere, poi, in termini giuridici, i Pacs si limitano a preve­dere l'allargamento del numero di cittadini garantiti da alcuni diritti: che sono una parte di quelli attual­mente riconosciuti a due persone che contraggono matrimonio. Chi promuove una visione esclusivizzante di quei diritti ("Vuoi usufruir­ne? sposati!") fraintende la sostan­za stessa delle libertà cui essi sono preposti. Quella sostanza è positiva e tende a essere universale e gene­rale. Se è vero che l'esercizio di un diritto non può condurre alla viola­zione di un altro diritto (da qui il principio della "coesistenza dei di­ritti"), è altresì vero che - come scri­ve Giuseppe Capograssi - i diritti "sono tra di loro solidali, fanno in­sieme sistema; nessuno può essere sacrificato col pretesto di arrivare, mediante questo sacrificio, all'appagamento degli   altri". Ecco, esemplarmente, un caso in cui si rispettano entrambe le condizioni: riconoscere diritti ai cit­tadini impegnati in una convivenza duratura e solidale non minaccia i diritti di alcun altro. Per contro, ri­conoscere quei diritti vuoi dire promuovere   quel   principio   di mutualità, fare sistema, ridurre le disparità, garantire tutela e possibi­lità di convivenza: oltre che tra due persone, tra i cittadini tutti.

Rifiutare ciò è, a mio avviso, un errore grave: significa ignorare do­mande e comportamenti assai diffu­si e significa accogliere una visione della società italiana, propria di al­cuni settori più malinconicamente conservatori delle gerarchie eccle-siastiche: ovvero la società italiana come un deserto etico, dove resiste - assediata e clamans - la morale cat­tolica, quale solo presidio di valori forti. Le cose non stanno affatto co­sì. La crisi della "morale di maggio­ranza" (che fu di maggioranza) non ha causato un vuoto di valori e di principi - il deserto dell'etica, ap­punto - ma ha prodotto, al contrario, un pieno di morali. Al plurale: mo­rali di gruppo e di comunità, di sub­cultura e di tendenza, di minoranze e di identità. E tuttavia morali. Par­ziali e provvisorie, ma qualificanti e dirimenti per coloro che vi si ricono­scono e meritevoli di rispetto e di tutela in una società pluralista.


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Staccare la spina è bipartisan. Intervista a Marco Cappato.
da La Voce Repubblicana del 15 dicembre 2006

Le adesioni alla veglia per Piergiorgio Welby giungono anche da tanti parlamentari dì centrodestra. Lo spiega il Presidente dell'Associazione Luca Coscioni Marco Cappato in questa intervista alla "Voce" sulla battaglia con­dotta sull'eutanasia.

Onorevole Marco Cappato, quanti parlamentari hanno ade­rito alla veglia di sabato notte a favore di Welby?
"In questi giorni ci sono state centinaia di adesioni al nostro appello da parte di deputati e senatori che hanno convinzioni diversissime. Abbiamo anche ricevuto molte adesioni di parla­mentari di centrodestra. Questa non la ritengo una notizia. Non condivido il clamore intorno a queste scelte. Non credo sia giu­sto leggere le decisioni di un singolo parlamentare esclusiva­mente attraverso la lente dell'ideologia. Credo che la lotta di Piergiorgio Welby stia riuscendo a riportare al centro del dibat­tito i temi della vita concreta".

Che significato politico date a questa veglia di sabato pros­simo?
"Questa veglia ha anche il significato di un ringraziamento nei confronti di Welby. Oltre ottanta giorni fa Welby ha scritto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Questi sono stati giorni di tortu­ra che Welby ha accettato di subire per tra­sformare quello che è già un suo diritto che avrebbe potuto ottenere clandestinamente. Invece Welby ha voluto ottenere il successo di questa iniziativa anche per le altre perso­ne che soffrono. In Italia ci sono migliaia di persone che si trovano in condizioni simili".

Cosa chiedete alle persone che condividono questa batta­glia?
"Di essere vicine a Welby non solo perché magari hanno vissu­to questo dramma attraverso dei loro cari, ma anche perché sono convinti che sia un'iniziativa giusta. Questo è il momento di fare qualcosa che l'Associazione Luca Coscioni  è in grado di organizzare. Quindi nessuno deve essere investito dalle iniziati­ve degli altri sulla veglia di sabato sera, ma adoperarsi per orga­nizzarla nella piazza del proprio comune. Questa è la cosa con­creta che si può fare insieme ad altre iniziative che stanno pren­dendo corpo in queste settimane".

Il principale obiettivo della veglia è la libertà di scelta da parte di Welby?
"Stiamo attendendo il giudizio del tribunale sulla libertà scelta di Welby ad interrompere le cure dolorose a cui è sottoposto in questo momento difficile per lui".

Siete pronti a staccare la spina? Come si realizza la volontà di Welby?
"Si realizza come dice la Costituzione. Nessuno può essere sottoposto ad un trattamento medico contro la sua volontà.


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Staccare la spina

da La Repubblica del 15 dicembre 2006

"Eutanasia" è una parola greca che significa "buona morte", che è poi la morte che compete all'uomo che ha condotto la sua vita senza prevaricazioni e senza eccessi, attenendosi alla giusta misura (kata metron). Oggi la parola significa "morte anticipata" rispetto alle residue risorse dell'organismo, grazie alle possibilità rese disponibili dalla tecnica medica. E siccome la tecnica medica è in continuo avanzamento, sempre più difficile sarà distinguere il dovere di cura dall'accanimento terapeutico. La tecnica infatti ha creato un tempo intermedio tra la vita e la morte, dove una vita organica si protrae o in assenza di una vita cognitiva o in conflitto con la capacità di sopportazione del paziente, che in questo caso chiede di essere aiutato a morire.

 Come scrive Umberto Veronesi in "Il diritto di morire" (Rizzoli, 2005) di eutanasia si può parlare solo in questo secondo caso in cui: "Si asseconda la libera volontà espressa da un malato di porre fine alla sua esistenza quando si verificano alcune condizioni che la rendono insopportabile". Perché tanta incertezza e tante discussioni intorno alla morte assistita, chiesta, invocata, quando il paziente è vivo solo per le leggi biologiche dell'organismo, in quella notte buia determinata dalla irreversibilità della propria condizione che non attende più nessuna alba? Perché è incerto il nostro concetto di "vita", che oscilla paurosamente tra la vita anonima dell'organismo e quella personalizzata dell'individuo che, nelle residue possibilità biologiche del suo corpo, non riconosce e non lascia riconoscere alcuna immagine di sé.

 Sulla prima posizione è attestata la Chiesa cattolica e la convinzione di molti credenti che, partendo dal concetto che la vita è un dono di Dio, ne chiedono il rispetto fino all'ultimo respiro. Questo argomento a me pare troppo generico fino ai limiti dell'insignificanza, quando non addirittura decisamente materialistico. Che cos'è, infatti, la vita? La semplice animazione della materia, come pare di poter dire per certe esistenze tenute appunto "in vita" dalla strumentazione tecnologica, o il rispetto dell'individuo, della sua coscienza, della sua deliberazione che proprio il cristianesimo, e non altri, ha eretto a valore indiscusso, trasmettendo questo riconoscimento alla cultura laica che lo ha assunto a principio della sua organizzazione sociale?

 Il problema dell'eutanasia non mette in gioco il valore della "vita" che prolifera ovunque, ma il valore dell'individuo" che, in certe condizioni, può non ritenersi più degno di se, e può quindi sentirsi in diritto di decidere di porre fine a un'esistenza quando questa ha assunto i tratti di un puro processo biologico che, grazie all'assistenza tecnica, procede nella sua anonima irreversibilità.

 A questo punto sorge la domanda: perché la morte fatica cosi tanto a entrare nel circuito dell'amicizia, dell'amore e acquistare così un volto sereno? Perché bisogna morire solo per cause organiche sotto l'unica giurisdizione della scienza medica? La morte è un evento che riguarda solo il mio organismo oppure riguarda la mia vita, che non è fatta solo di organi fisici, ma soprattutto di vissuti, di amori, di amicizie, di stili, di rispetto di se? L'organismo, certo, è la condizione della vita, ma la vita non si risolve nel buon funzionamento dei miei organi. E quando gli organi funzionano solo per il supporto tecnico, per morire bisogna attendere solo il loro definitivo collasso? O si può anche chiedere a chi legifera di rivisitare la nozione di "morte" connettendola strettamente alla nozione di "vita" che, come ognuno percepisce, e una nozione decisamente più alta, più ricca, più mia, di quanto non sia la nozione di organismo noto solo alla competenza medica.

Il problema dell'eutanasia è tutto qui. La morte mi riguarda o riguarda solo il mio organismo, Questo pensiero che accompagna la vita di tutti noi, che limita la nostra progettualità, che ci fa compiere certe scelte a una certa età e non a un'età più avanzata, questo pensiero della fine dei nostri giorni che coinvolge aspettative e speranze, progetti e rimpianti, affetti e stili di vita, e una faccenda da affidare alle sorti della materia di cui siamo fatti, o è una faccenda su cui anche noi possiamo intervenire, proprio perché coinvolge quel che siamo e non solo quello di cui siamo fatti?

 Quando ci emanciperemo da questo grossolano materialismo che, cadenzando la vita sulle sorti della materia, ci espropria da quel che la vita ha significato per noi, dello stile che le abbiamo dato, dell'impronta che le abbiamo conferito, per consegnarci irrimediabilmente a quell'evento non nostro che è la morte organica?

 E perché i difensori della "sacralità della vita" ritengono che bisogna nascere solo come natura prevede e non come i progressi della tecnica medica oggi consentono al di là dei limiti della natura, e poi capovolgono il ragionamento quando si tratta di morire? Il risultato è che chi vuole figli e non li può avere secondo natura deve affogare in un mare di tristezza, e chi vuol morire secondo natura non lo può fare e deve prolungare la propria esistenza in un mare di tortura, Dobbiamo dire che tristezza e tortura sono i veri capi saldi a sostegno della "sacralità della vita" in uno scenario dove il sadismo sembra aver preso il posto dell'amore?

 Con queste considerazioni non voglio spezzare lance a favore dell'eutanasia; semplicemente vorrei che la morte perdesse quel suo tratto di estraneità che inevitabilmente possiede quando è affidata alle sorti biologiche dell'organismo e diventasse qualcosa di familiare con la vita, qualcosa che non chiude come un evento estraneo amori e amicizie, ma si fa accompagnare dagli amori e dalle amicizie per cui e con cui si è vissuto. Questa è la morte "umana" che va assolutamente distinta dalla morte "biologica" che al limite non ci riguarda.

 Di fronte ai progressi della tecnica medica, che i difensori della "sacralità della vita" rifiutano quando si tratta di nascere e accolgono a mani aperte quando si tratta di morire, non rimuoviamo la zona d'ombra che rintracciamo nello sguardo modesto, perché solo "organico", che la scienza ha della vita e della morte.

 La scienza fa benissimo ad attenersi rigorosamente al suo sguardo perché altrimenti salterebbero tutti i suoi metodi, ma malissimo faremmo noi ad abbassare il nostro sguardo sulla vita e sulla morte a livello dello sguardo scientifico. Perderemmo nell'ordine: la nozione di  "persona" a favore di "organismo", la nozione di "individuo" a favore di quella di "genere", la nozione di "vita" ridotta a semplice prolungamento del proprio "quantitativo biologico", dimenticando che la vita è essenzialmente biografia, reperimento di un senso, spazio di libertà e di decisione. Misconoscere queste caratteristiche significa non riconoscere l'uomo e la sua differenza essenziale rispetto agli animali, le piante, le cose.



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Paralizzato come Welby sostengo la sua battaglia

da La Repubblica del 15 dicembre 2006, di Adolfo Baravaglio

Ho 55 anni, scrivo da Pray Biellese, o meglio, qualcun altro scrive mentre io detto, siccome da 17 anni sono completamente paralizzato. Potrei raccontare la tortura della mia vita, ma desidero invece esprimere la mia ammirazione verso Piero Welby, il quale avrebbe potuto farla finita da solo poco prima di giungere al tragico stadio di completa immobilità. Invece ha scelto di diventare martire per combattere una battaglia a favore di ogni cittadino italiano, una battaglia per approdare a una legge che consenta l'eutanasia anche nel nostro Paese "laico".

 Io non sarei stato tanto coraggioso ma, purtroppo, fino al 30 aprile 1989 camminavo, correvo, ballavo, praticavo sport, mentre qualche giorno dopo, al risveglio da un coma che non ha voluto cedermi con carità alla morte, mi sono ritrovato inchiodato a un letto, rinchiuso dentro una gabbia grande appena quanto il mio corpo, senza la possibilità di decidere più nulla di me stesso.

 Anche a questo ogni italiano dovrebbe prestare attenzione: non sempre si può ricorrere da soli a un rimedio clandestino, io ne sono l'esempio. (Lettera scritta, sotto dettatura, da Gabriele Vidano).


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Le storie degli uomni e lo scandalo della morte

da La Repubblica del 15 dicembre 2006, di Michel Vovelle

"Ogni morte è nel dolore": la vecchia formula nella sua brutalità ci informa subito sui limiti della tanto deside­rata eutanasia, o morte dolce, che ci arriva dagli antichi, ma ciò non attenua l'aspirazione a umanizza­re, quando è possibile, l'ultimo istante di vita. Per aver scritto di morte e Occidente dal 1300 ai gior­ni nostri, eccomi qui - dopo la scomparsa dei miei contempora­nei, lo storico Philippe Ariès o l'an­tropologo Louis-Vincent Thomas - invitato a titolo di esperto a parla­re di eutanasia, non senza qualche scrupolo. Nel dramma di questi giorni di Piergiorgio Welby ritrovo il riflesso crudele, al limite dell'in­sopportabile, della buona morte, da sempre impossibile. Senza voler risalire all'antichità, la nostra ci­viltà cristiana è stata portatrice del modello, esemplificato dalla mor­te dei santi, della buona morte che si raggiunge "giacendo a letto ma­lati" e di cui parlano le migliaia di testamenti che ho consultato: è quel tipo di morte che consente di dare le proprie disposizioni, di mettersi in pace con il cielo, evitan­do la sorpresa della morte violenta, valorizzazione obbligata del dolo­re in un'epoca, fino a ieri o quasi, nella quale contro di essa non era possibile fare nulla o ben poco. Il colpo di grazia misericordioso era il privilegio rarissimo o clandestino di pochi: il medico Cabanis che da l'oppio a Mirabeau.

Tutto ciò oggi è diver­so. Da quan­do? Non in­tendo riper­correre tutte le tappe del­l'evoluzione alla quale so­no andati incontro i vari modi di pro­lungare la vi­ta, a comin­ciare dalle odierne tecniche di ria­nimazione e di conservazione del­le funzioni vitali. Ma questa inno­vazione, che incontra il proprio li­mite soltanto sulla soglia stessa della morte, si accompagna a un profondo cambiamento dei nostri atteggiamenti e delle nostre sensi­bilità. Nelle nostre società, in cui si vive più a lungo, si prende in consi­derazione la sorte dei malati termi­nali, ai quali si cerca di rendere più umano l'ultimo passaggio, nel­l'ambito di cure palliative, lottan­do contro il dolore, ma anche per salvaguardarne la dignità. Così co­me la auspicherebbe la maggior parte di coloro che rispondono ai sondaggi, la "morte dolce" oggi sarebbe rapida: ma i mezzi terapeutici invece fanno sì che ormai il con­cetto di morte naturale si stia fa­cendo sempre più sfumato.

Negli ultimi decenni c'è stata un'accesa denuncia del potere dei medici, che si esplica attraverso quello che noi in Francia chiamia­mo accanimento terapeutico, mentre gli anglosassoni parlano di "misure coraggiose". Chi ha torto? Chi ha ragione? La Chiesa, contra­ria all'accanimento terapeutico, resta ciò nondimeno contraria al­l'eutanasia, sia attiva sia passiva, al fatto di cessare di combattere, quando tutta una corrente - a dire il vero fino a questo momento an­cora elitaria - nelle nostre società occidentali rivendica il diritto a una morte dignitosa. Sentiamo parlare, con progetti alquanto complicati, della possibilità per ogni persona di prescrivere, nel­l'ambito delle sue ultime volontà, di non voler essere sottoposta a una rianimazione così decisa da prolungare la vita in modo artifi­ciale. In Francia questo problema è stato oggetto di discussioni a livel­lo parlamentare e una nuova legge comincia a essere applicata con grande prudenza. Il fatto è che al di là della polemica in nome dei valo­ri fondamentali "-l'assoluto rispet­to della vita contro il diritto indivi­duale a disporre della propria per­sona- le realtà oggettive si impon­gono in modo crudele per mezzo di situazioni drammatiche.

I media ci hanno messo in una condizione di familiarità con que­sti casi di mantenimento in vita ve­getativa di morti-viventi, giovani e vecchi, in stato di coma irreversibi­le, ma talvolta anche in condizioni di assoluto decadimento del loro fisico, e in preda per questo motivo a uno sconforto profondo. Di fron­te a questi casi i medici che rompo­no la consegna del silenzio hanno da tempo ammesso che, a un certo punto, occorre pur "staccare la spina". Alcuni personaggi - di levatura non certo inferiore (in Francia il professor Schwartzenberg) - han­no rivendicato il fatto di aver prati­cato l'eutanasia attiva in qualche caso senza speranza. Accanto a lo­ro, le famiglie si dividono tra quel­le che si aggrappano disperata­mente alla tutela del più piccolo soffio di vita e quelle che compiono il gesto misericordioso, con o sen­za aiuti. La giustizia francese in al­cuni casi recenti ha optato, premu­nendosi in vario modo, per un at­teggiamento di comprensione. Il fatto è che i problemi sui quali si focalizza l'opinione pubblica con­traria all'eutanasia non sono di secondo piano: a partire da quale sta­dio l'eutanasia è legittima? A chi tocca la responsabilità di questo gesto, al medico, al personale cu­rante, alla famiglia? I nostri media evocano talora casi di infermiere assassine o di inquietanti antica­mere della morte.

In definitiva, che ne è del pazie-te terminale? È sufficiente  che quando è in salute esprima una scelta  che in punto di mor­te   potrebbe non essere più sua.

Ed eccomi qui, se non proprio al ca­pezzale quan­to meno ac­canto a Pier­giorgio Welby. Dall'abisso del suo sconforto, con gli ultimi mezzi di co­municazione che ancora gli sono disponibili, chiede di essere liberato da quella che ormai rappresenta per lui soltanto una parvenza di vita. Pare quasi, leggendo le pagine della stampa italiana che sfoglio, che il suo grido faccia scandalo per il fatto stesso di essere ripreso e ripetuto. Eccolo, il nostro martire, accusato di aver pubblicizzato e strumentalizzato il proprio supplizio. Questo ci ripor­ta evidentemente all'attuale situa­zione del nostro universo mediatico: da anni ormai abbiamo familia­rizzato con l'idea del tabù moder­no della morte, che ha scalzato quello di ieri del sesso. È vero, nel­la realtà oggettiva la morte con­temporanea si è fatta clandestina, anonima. Non lasciamoci trarre in inganno, però: al contempo, infat­ti, noi viviamo la contraddizione del ritorno della morte manifesta, in immagini o in racconti, quella di massa o quella dei grandi perso­naggi. Si pensi, per esempio, a quella cronaca di una morte an­nunciata che, orchestrata da lui stesso, ha rappresentato la fine del presidente François Mitterrand. Nel caso più anonimo di Piergior­gio Welby, pare che lo scandalo sia nato dall'averne informato l'opi­nione pubblica. Ma su chi ricade la vergogna? Su colui che grida o su coloro che vorrebbero distogliere lo sguardo e che si attendesse in si­lenzio lo spegnersi degli ultimi ran­toli?


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Il confine della vita
da L'Unità del 15 dicembre 2006

L'eutanasia, insieme all'abor­to volontario e a qualche al­tra irregolarità dei comportamen­ti sociali di minor conto, vengo­no accusati di minare le basi mo­rali della nostra comunità. A dire il vero, se mi guardo intorno ne debbo necessariamente trarre la sensazione che la vera peste che ammorba il nostro tessuto socia­le sia quella delle guerre di religio­ne, che da secoli e secoli stanno facendo strage di innocenti. Poi­ché il tema di questo articolo è l'eutanasia, fingerò di ignorare la realtà che ci circonda tutti per tentare di dare una giustificazio­ne di questa opzione come possi­bile scelta, tra tutte quelle possibi­li, di porre fine a una esistenza umana. Sono sinceramente assai poco interessato alla discussione sulla disponibilità o sulla indispo­nibilità della mia esistenza, un ar­gomento che, non essendo cre­dente, non mi sfiora neppure.

Vorrei invece fermarmi per qual­che riga a considerare il modo con il quale, oggi, siamo obbligati ad aspettare la morte, un evento che sembra quasi non appartenere più alla malattia. La maggior parte delle persone affette da malattie che hanno un certo esito letale e che non consentono - o lo consentono con prezzi personali altissimi -una relazione affettiva con le persone più care, entrano in contatto, nei nostri ospedali, con una medicina tecnicamen­te avanzata e umanamente im­placabile e odiosa che riesce a tener lontana la morte e a evita­re le complicazioni più dram­matiche anche per lunghi peri­odi di tempo, ma che non rie­sce a evitare che in minima par­te la sofferenza e che lascia inal­terati il degrado del corpo e la perdita della dignità personale. In Europa quasi l'80% delle morti si verifica negli ospedali, e le circostanze del morire sono prevalentemente contrassegna­te da una fondamentale preva­lenza della tecnica sulla compassione: le persone soffrono a lungo e inutilmente, la richie­ste di alcune di loro di essere ab­bandonate al proprio inevitabi­le destino non trovano rispo­sta. Così, staccare una spina, lungi dall'essere considerato, come in molte circostanze do­vrebbe essere, un atto di pietà, diventa sinonimo di azione de­littuosa, di omicidio. Le conse­guenze di un antipatico dibatti­to ideologico su questi temi so­no la causa della nascita di alcu­ni effetti paradossali. Un pa­ziente può rifiutare di ricevere cure e persino di essere nutrito e idratato, se è abbastanza luci­do da opporsi a questi interven­ti della medicina, ma se accetta di iniziare queste cure poi non riesce più a farle sospendere. Una persona in stato vegetati­vo permanente può occupare un letto di ospedale per anni, pur avendo lasciato chiare indi­cazioni contrarie ai suoi familia­ri. Eppure, questa condizione clinica conisponde alla perdita di tutte quelle capacità che per noi sono essenziali per poter de­finire una persona: il pensiero, la riflessione, la costruzione del­le idee, la coscienza, la memo­ria. È parte del sentire comune che quando tutte queste cose non ci sono più, con loro se ne è andata anche la persona con la quale le abbiamo sempre identificate. Che senso ha, allo­ra, accanirsi su quel povero cor­po vuoto, quel corpo nel quale la persona che conoscevamo non abita più?

Il caso Welby, più di ogni altro caso umano giunto alle prime pagine dei giornali sino ad oggi, ha fatto sobbalzare le coscienze dei cittadini. Si tratta di un uo­mo che non ha più da tempo una vita che contenga anche un solo barlume di qualità e che da tempo ha deciso di respinge­re con sdegno le ipocrite affer­mazioni di solidarietà di quanti, è ben facile capirlo, vorrebbero solo che se ne stesse zitto, di quanti vorrebbero sostituire alla parola eutanasia un'altra paro­la, magari anch'essa greca, che significasse morte silenziosa. Welby ha messo a nudo la pro­pria dolente umanità e ha chiesto due cose assai semplici: che gli si stacchi il ventilatore che gli consente di respirare; che gli somministrino farmaci di seda­zione per non soffrire durante il trapasso, che potrebbe essere do­loroso. Chi ha seguito il caso ha anche capito che Welby ha rinunciato ad essere aiutato dalla pietà dei medici che in questi ca­si, sapendo di essere illegittima, scompare non appena si accen­dono le luci dei riflettori. Questa rinuncia è un dono stra­ordinario che Welby ha fatto a tutti noi, perché è proprio da es­sa che prende origine la possibi­lità di discutere, per una volta ancora e con maggior consape­volezza del consueto, il proble­ma dell'eutanasia.
 
Non c'è niente di illecito nella richiesta di Welby, niente che -almeno in teoria - possa mette­re in imbarazzo la magistratu­ra. È un uomo sottoposto a cu­re che utilizzano mezzi spropor­zionati, che non possono esser­gli di alcun giovamento, che si limitano ad allungare impieto­samente le sue sofferenze: e questo è un modo di definire l'accanimento terapeutico. La somministrazione di sedativi non sarebbe comunque la cau­sa della morte di Welby, che morrà comunque della sua ma­lattia. La magistratura, purtrop­po, ha deciso di prendersi un al­tro po' di tempo, una cosa piut­tosto irritante, visto che Wel­by, di tempo, sembra averne ben poco. Capisco che la magi­stratura deve essere rispettata, ma qualche volta ho la precisa sensazione che operi in un mondo parallelo, diverso dal mio, un mondo senza tempo e senza urgenze, chissà se riusci­rò mai a visitarlo. Questa comunque è l'occasio­ne per cominciare a discutere senza ipocrisie del problema dell'eutanasia, tenendo conto di tutto ciò che il caso Welby ci ha consentito di capire. E la pri­ma cosa che ho personalmente capito è che guardando troppo a lungo il cielo, alla ricerca di quelle verità che secondo alcu­ni vi si trovano celate, si diven­ta incapaci di guardare per ter­ra, a noi poveri uomini, alle no­stre sofferenze, ai nostri biso­gni, alle nostre paure. Si diven­ta incapaci di compassione. Ho appena finito di leggere un arti­colo pubblicato su questo gior­nale dalla senatrice Binetti nel quale ci spiega le ragioni mora­li, alte, oneste, delle sue scelte. Mi ha molto colpito la sincerità delle sue parole, ma mi ha al­trettanto ferito scoprire che nes­suno di noi le interessa, le inte­ressano solo i suoi principi ulti­mi, i suoi dogmi, le sue certezze... Encomiabili, inutili perso­ne, che non porteranno mai un grano di miglio per alleviare la fame del mondo, ma che tro­veremo certamente sulle tom­be di coloro che sono morti per fame, a coprirle con le loro am­mirevoli, inutili preghiere.


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Giustizia per Welby
da Left Avvenimenti del 15 dicembre 2006, di Marco Cappato

Il caso pietoso rischia ancora una volta di dive­nire caso pericoloso. Di fronte alle lucide parole di Piergiorgio Welby, copresidente dell'associa­zione Luca Coscioni i clericali adottano di nuovo la strategia della storpiatura: i radicali dipinti co­me "strumentalizzatori" del "caso umano" margi­nale ed estremo. Eppure lo stesso Welby, il leader politico grazie alla cui tenacia il dibattito sembra poter finalmente raggiungere il grande pubblico, da mesi suggerisce che la posta in gioco é altissi­ma: nulla a che fare con un singolo "caso", molto a che fare invece con il destino stesso dei sistemi liberaldemocratici e della concezione del diritto in essi vigente. In una società dove l'età media aumen­ta e la popolazione invecchia, la malat­tia non è più solo condizione trau­matica e tempora­nea, ma ci accom­pagna per molta parte della nostra vita; la stessa morte è raramente morte improvvisa e vio­lenta, piuttosto si fa strada lentamente nei giorni delle per­sone malate ed an­ziane. Se da una parte si stigmatizza la volontà di sfuggire dal dolore e dalla sofferenza, nel vivere come nel morire, esprimendo una sfidu­cia profonda nella libertà individuale (come se la conoscenza e il superamento di un dolore o di una malattia dovessero inesorabilmente consegnarci nelle braccia del superfluo, nell'assenza di principi e di passioni), Welby ci indica piuttosto la strada da percorrere per tentare di adeguare il diritto e le istituzioni liberaldemocratiche alla epocale tra­sformazione in corso della società e dell'antropolo­gia umana.

Da radicali, ci stiamo occupando della società del­l'oggi preparando la politica del futuro, come può fare chi crede nella libertà e responsabilità indivi­duale, cioè senza illudersi che la tecnologia possa regalare la felicità.

Proprio per iniziare a concepire politiche e legisla­zioni per il futuro, è utile inserire nel dibattito l'e­sperienza di altre realtà europee. Penso al Belgio, in particolare ai dati del rapporto recentemente pubblicato dalla Commissione di controllo e valu-tazione della legge che ha legalizzato l'eutanasia nel paese. A partire dal 22 settembre 2002, giorno dell'entrata in vigore della legge in questione, nes­sun ricorso dì massa all'eutanasia, nessuna liqui­dazione della fascia più anziana della popolazione, nessuna febbre nichilista ha contagiato il Belgio. Basterebbe la lettura attenta del rapporto per sfa­tare molti degli spettri agitati, in Italia come all'e­stero, da parte dei vari movimenti che, in nome del "diritto alla vita", finiscono per imporre il "do­vere alla vita", impedendo all'individuo di optare, in caso di soffe­renze gravi ed in­curabili, per una morte dignitosa. Le condizioni per una corretta ap­plicazione della legge sono state rispettate in 742 casi tra il 2004 ed il 2005. Circa 35 casi di eutanasia al mese, vale a di­re una incidenza del 3,6 per mille sul numero totale dei decessi to­tali in Belgio, una cifra ben lontana dallo "stermi­nio" paventato da alcuni. Nell'83 per cento dei ca­si è un cancro in fase terminale a spingere gli indi­vidui a optare perla "morte dolce", nel 6 per cento dei casi invece una malattia neuromuscolare de­generativa.
 
La classe politica belga ha approfittato dell'unica parentesi di assenza di un partito cattolico dal go­verno a partire dal dopoguerra, per approvare una legge che rispondesse alle preoccupazioni della so­cietà, rese di pubblico dominio grazie a sondaggi ed inchieste sull'eutanasia clandestina. Qui in Italia, dopo le parole del presidente della Re­pubblica Napolitano e il suo auspicio di un dibatti­to aperto nelle sedi opportune, gran parte della classe politica sembra fare ancora finta di nulla. Di fronte a ciò il radicale Welby, da laico e rispettoso del diritto, ha scelto di continuare a subire la tortu­ra che da oltre 80 giorni lo stato e la malattia gli im­pongono, per percorrere tutte le strade della legali­tà e per conquistare la certezza del diritto per tutte le persone che sono nelle sue condizioni.


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Dietro alla svolta cattodiessina di Fassino c'è il Pd ma anche uno spin doctor
da Il Foglio del 15 dicembre 2006, di Massimiliano Lenzi

 Contrario a "concedere il diritto di adozione alle coppie omosessuali"; "non favorevole all'eutanasia". Queste due dichiarazioni pronunciate ieri da Piero Fassino, segretario ds, durante la registra­zione della trasmissione Telecamere, fan­no capire che in lui qualcosa è cambiato.

A scorrere il suo intervento al Consiglio nazionale Ds di due giorni fa, poi, ci si ac­corge che il segretario ha messo da parte i numeri (sulla Finanziaria, sui sondaggi, sul consenso) e ha deciso di puntare alla so­stanza, aprendo all'interno dei Ds la di­scussione sul fattore cattolico, anche in vi­sta del Partito democratico che verrà: "Una questione aperta è quella della lai­cità dinanzi all'emergere di nuove que­stioni antropologiche - ha detto Fassino al Consiglio - dobbiamo scegliere quale me­todo adottare: possiamo rispondere in ter­mini identitari, facendo anche di dramma­tici e inediti dilemmi - quali la dura soffe­renza di Piergiorgio Welby - l'ennesima oc­casione per dividerci in modo ideologico. Oppure possiamo - e a mio modo di vedere dobbiamo - trovare il coraggio di ascoltare e comprendere le ragioni dei diversi approcci e cercare, insieme, soluzioni condivise".

"La laicità - avverte Fassino - non è un'ideologia, una visione compattamente alternativa a una visione religiosa. Né la laicità è il rifugio di una presunta e illusoria neutralità in uno spazio asettico". Parole chiare. Anna Serafini, senatrice Ds e moglie di Piero, la pensa allo stesso mo­do. "Dai cattolici - dice - ho imparato mol­to e rivendico nel dialogo con loro un ap­proccio pragmatico. Abbiamo soltanto un'alternativa: parlare, confrontarci, me­diare. Altrimenti, abbiamo già esperienze alle spalle: il referendum sulla feconda­zione assistita. Non possiamo correre il ri­schio di fare quella fine".

Marco Marturano, spin doctor della GM&P (ndr, Game Managers & Partners) e consulente politico di Fassino, prova a spiegare al Foglio il passaggio sulla lai­cità nel discorso del segretario Ds. "Da un Iato - dice - c'è la contingenza politica. Piero lancia un punto per una mediazio­ne con i cattolici. Prodi, per cultura e for­mazione, non potrebbe dire le stesse cose allo stesso modo. La posizione di Fassino, poi, da una linea da seguire, sui temi del­la famiglia, della vita e della morte, ai Ds. In una parte di questo discorso può esser­ci, sarebbe naturale, una certa continuità con la sensibilità del Pci sui temi della morale, ma c'è soprattutto il rispetto e là dovuta attenzione a una parte consistente del nostro paese che, rispetto ai temi eti­ci e ai valori, è 'conservatrice'. Fassino of­fre una disponibilità alla mediazione con le componenti cattoliche anche in vista del futuuro Partito democratico.

"Dal punto di vista della comunicazione politica classica, in questa fase - nota Mar­turano - in cui la Finanziaria è andata e il Partito democratico sembra in stallo, Fassi­no ha scelto di fare il player sino in fondo. Nei suoi ultimi interventi non ha fatto man­care un'autocritica sul governo, ha chiesto più volte di ricalibrare l'azione dell'esecuti­vo davanti al paese con una maggiore spinta riformista. Queste novità partono dal fatto che Piero ha deciso di far pesare sino alla fi­ne la propria leadership nella genesi di un partito unico del centrosinistra. In fondo questo è il suo compito, per farlo bene lo hanno anche lasciato fuori dal governo". Certo, nota Marturano, il momento per lui è particolarmente felice: "Le altre leadership sono in crisi perlomeno di appeal. Romano Prodi aveva i suoi punti di forza nell'equili­brio e nella mediazione, la sua comunica­zione puntava sulla razionalità dei numeri. Scegliendo di giocare la carta del professore, però, si rischiano gli effetti collaterali le­gati ai difetti della categoria: innanzitutto l'arroganza e la distanza". Come ripeteva al­le proprie attrici, con un certo sadismo, il re­gista francese Roger Vadim: "Ci sono regole per recitare bene la propria parte ma ce n'è una per essere Brigitte Bardot".


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Come prendersi cura dell'estrema sofferenza
da La Repubblica del 15 dicembre 2006, di Michele Aramini

 Diciamo in partenza che nes­suna legge potrà risolvere tutti i casi in cui l'uomo sof­fre in modo estremo. Perciò anche il tema dell'eutanasia deve essere trattato secondo riflessioni gene­rali, avendo come obiettivo il bene comune della società umana.

Ora i sostenitori dell'eutanasia chiedono il rispetto delle autono­mie individuali (ciascuno è giudi­ce della propria dignità e decide circa  il   momento della propria morte) e asseriscono che la legalizzazione sia la sola soluzione am­missibile in uno Sta­to pluralista e laico. In realtà vengono presentate   come neutre delle nozioni che neutre non so­no. Infatti attraver­so  una  legge  che consenta l'eutana­sia   il   legislatore avallerebbe  e  im­porrebbe a tutti due nozioni molto  discutibili: il principio di autonomia come unico  fondamento delle decisioni eti­che e la nozione di qualità della vita per stabilire quando va­le la pena di vivere. La questione è tanto più importante quanto più la no­zione di qualità della vita e il prin­cipio di autonomia esercitano una certa attrattiva su molti nostri con­temporanei. Quindi è bene consi­derarli più da vicino.

In merito alla nozione di qualità della vita, ricordiamo che in Olan­da, i medici rifiutano richieste di eutanasie e praticano eutanasie non richieste dai pazienti, proprio sulla base della nozione di qualità della vita. Quando a loro parere il paziente non ha più la qualità in quantità sufficiente, si sentono au­torizzati a praticarla senza richie­sta, mentre rifiutano se pensano che non si sia giunti a quel livello.

La nozione di qualità della vita è perciò elemento di esproprio del­l'autonomia del paziente da parte dei medici. Ci si può chiedere dove è finito il principio di autonomia così insistentemente invocato. La conclusione è che non si deve far dipendere la nozione di dignità dell'uomo dai parametrici clinici. Al contrario bisogna mantenerla come è stata accolta nella Dichia­razione universale dei diritti del­l'uomo: dignità intrinseca che non si perde mai. Questa nozione oggettiva di dignità è una garanzia contro l'arbitrio el'abuso. Non la si dovrebbe abbandonare alla legge­ra.

Venendo poi al principio di au­tonomia, va osservato che si pre­suppone che la persona possa giu­dicare il valore della propria vita indipendentemente da ogni rela­zione con gli altri uomini, facendo riferimento in modo esclusivo ai propri criteri e al proprio vissuto. Nella realtà ciò non si da mai, per­ché gli uomini non sono atomi (co­me afferma erroneamente un con­cezione individualistica estrema), ma dipendono in modo reale gli uni dagli altri. L'immagine che un uomo ha di sé dipende non da ulti­mo da chi egli è agli occhi degli al­tri; la valutazione del valore della propria vita rappresenta nell'una o nell'altra direzione sempre anche una reazione alla valutazione ch'e­gli riceve nel giudizio degli altri. È semplicemente irrealistico pensa­re che una persona possa prende­re una decisione definitiva, libera e razionale, sulla propria esistenza e sul suo valore complessivo senza essere influenzata dalle persone con cui vive e dall'ambiente socia­le che lo circonda. Quindi non è possibile stabilire delle condizioni di "asetticità", in cui il soggetto possa pervenire alla sua decisione autonoma sul valore della propria esistenza. È inevitabile che su que­sta valutazione influiscano le con­siderazioni utilitaristiche sociali e molti altri interessi.

A questo punto comprendiamo che non possiamo circoscrivere un problema così importante solo nell'ambito privato, ma si deve porre una terza questione: è vero che la legalità dell'eutanasia su ri­chiesta riguarda esclusivamente gli interessati, e non concerne il re­sto della società?La domanda è ne­cessaria dato che l'eutanasia viene rivendicata sempre più non come rimedio al dolore insopportabile, ma come diritto personale, che concerne la sfera privata della vita. Due importanti sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti e della Corte di Giustizia europea hanno negato che si possa parlare di diritto all'eutanasia. In queste sentenze, completamente trascu­rate dai sostenitori dell'eutanasia, si sottolinea la differenza tra la nozione di diritto a morire e quella di diritto a essere assistiti a morire. La prima nozione ha un significato soprattutto di principio e si pone su di un piano filosofico ed etico, la seconda riveste invece un signifi­cato giuridico e impone alla so­cietà il corrispondente dovere di cooperare al processo di morte. Ora, questa cooperazione appare problematica   per diverse   ragioni.   Il dubbio se sia possi­bile  considerare il desiderio di morire espresso da pazienti gravemente malati come il risultato in­dipendente di pro­cessi razionali di valutazione, che sca­turiscono   unica­mente dalla cono­scenza   interiore dell'esistenza indi­viduale,   è   confer­mato  dai  rapporti concreti della prassi clinica.  Proprio in un avanzato stadio della malattia il de­siderio   di   morire rappresenta spesso una comunicazione velata, che a un li­vello più profondo intende dire qualco­sa di diverso dal significato diretto delle parole adoperate. Inoltre, nelle singole fasi che precedono la morte l'umore del malato cambia spesso; il desiderio di morire pre­sto, espresso in una fase di depres­sione, può cedere successivamen­te il posto a un nuovo desiderio di vivere, che permette al moribondo di accettare consapevolmente la propria morte. In un secondo mo­mento simili desideri di morire sembrano un appello disperato a non essere lasciati soli nel difficile momento della morte. Dietro di essi si cela il desiderio di essere in quel frangente efficacemente aiu­tati, desiderio che un'interpreta-zione letterale della richiesta di eutanasia o addirittura il suo imme­diato appagamento potrebbero solo deludere.

In secondo luogo, la realtà delle cure palliative ha mostrato che la vera richiesta della popolazione è quella di non soffrire inutilmente e di essere accompagnati in modo attento e umano alla morte, men­tre non è affatto quella di anticipa­re la morte. Incontestabili sono i dati di esperienza che ci vengono dall'Istituto nazionale dei tumori di Milano, che ci dicono dell'asso­luta marginalità di richieste di eu­tanasia in presenza di buone cure palliative.

Una società civile che vuole es­sere degna di questo nome si pren­de cura di tutti, soprattutto nella fase in cui le persone sono più fra­gili e bisognose di sostegno. Quin­di nella questione dell'eutanasia sono in gioco, non solo le conside­razioni filosofiche su che cosa sia libertà umana, ma anche il model­lo di società solidaristica o meno che si vuole costruire. Si confrontano sul tema dell'eutanasia due concezioni sociali: quella in cui gli uomini sono solo dei soci e quella in cui gli uomini sono in relazione di prossimità. Per questo motivo il tema dell'eutanasia è cruciale per la costruzione di una società soli­dale. Dire no all' eutanasia è essen­ziale perché ci sia una società soli­dale nei fatti.


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Aiutiamo Welby a spegnersi serenamente

da l'Avanti! del 15 dicembre 2006, di Venerio Cattani

Al punto in cui è arrivato Pier­giorgio Welby, sembra che non ci sia altro da fare che aiutarlo a mo­rire.

Non mi pare che esista più nem­meno il problema dell'eutanasia. È inutile affrettare una fine che è già, c'è solo da addolcirla, da ammansirla. Credo che tutti vorremmo che così toccasse a ognuno di noi: uno spegnimento tranquillo, tenue, il meno doloroso possibile. E credo che, a questo punto, tutti do­vrebbero abbassare i toni. A co­minciare dal Papa, che sta parlan­do troppo e talvolta a sproposito. Il suo discorso dell'altro giorno, quell'equiparazione fra eutanasia, aborto e guerra, è esagerato. C'è una qualche differenza tra chi invoca la morte, chi per compassio­ne gliela da e quelli che fanno esplodere un camion di tritolo am­mazzando 57 disgraziati, come l'altro ieri a Baghdad. È un para­gone accettabile per chi crede che la vita e la morte siano doni inalie­nabili di Dio, ma è un credo che non si può imporre.

Anche la proposizione di Fini, se­condo il quale chi stacca la spina commette un omicidio, è troppo drastica: può essere un omicidio, ma può essere un gesto di pietà. È per questo che una legge sull'euta­nasia appare molto difficile da formulare, mentre è indubbio che bi­sogna aiutare chi chiede di morire.

Come appunto fa Welby, che si sta battendo fino all'ultimo per il dirit­to alla morte consapevole e deter­minata. Ora, bisogna accontentar­lo, senza gesti teatrali, ma con ra­pidità, dolcezza, rispettoso silen­zio. Il suo medico curante, che conosce tutta la sua vicenda, si è ri­fiutato di staccare la spina. Ma de­ve anche rifiutarsi di riattaccare il rianimatore meccanico; deve accompagnare, da amico, "il fatal so­spiro".

Quando questa penosa storia sarà conclusa, allora verrà il mo­mento di affrontare la questione le­gislativa. Che la morte Welby non sia inutile. Questo è proprio ciò che lui vuole. Se il suo sacrificio non sarà stato tempestivo e utile per lui, che lo sia per tanti altri dopo di lui.
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