Italia. Interviste ed editoriali di oggi su Piergiorgio Welby
Welby: la Turco? Meglio tacere
da La Stampa del 15 dicembre 2006
da La Stampa del 15 dicembre 2006
Piergiorgio Welby ha una fibra da lottatore. Ogni giorno, se il suo corpo lo permette, si fa mettere seduto su una sedia. Una base sulle gambe e il computer portatile sopra, guarda le e-mail, controlla le agenzie, tiene aggiornato il suo blog, risponde alla ciurma di nomi che lo segue, fedele, da anni, nel forum sul sito dei Radicali. I suoi movimenti sono limitati a un dito, con quel dito si muove sul touchpad con una rapidità fulminante. Quanto tempo riesca a stare seduto così dipende dai giorni, quanto basta comunque per tenersi in contatto con il mondo esterno. Fino a poche settimane fa ancora riusciva a digitare intere frasi, negli ultimi tempi ha dovuto ridurre ancora i gesti e, dunque, taglia, copia, incolla oppure le faccette (i simboli delle varie espressioni sui computer) sono il suo linguaggio. E' nata così l'idea di un'intervista un po' particolare, fatta di domande a cui potesse rispondere con questi pochi e semplici gesti. Domande, quindi, con risposte preconfezionate, lanciate come un messaggio in bottiglia con una e-mail. Welby ha risposto meno di un'ora dopo. La prima domanda non poteva non riguardare il professor Casale, lo specialista in cure palliative a cui aveva rivolto la richiesta ufficiale di sospendere le terapie lo scorso 27 novembre e che - a sorpresa - martedì scorso in tribunale aveva parzialmente rifiutato. Deluso, gli abbiamo chiesto, oppure te lo aspettavi?
"Deluso", ha risposto lui che si era affidato a quel medico e evidentemente nei loro colloqui di novembre non aveva sospettato nulla.
La seconda domanda riguardava gli italiani. Sono molti i sondaggi condotti in questi giorni, da tutti appare con una certa evidenza che la maggioranza è favorevole a interrompere la terapia in un caso come quello di Piergiorgio Welby e, più in generale, ogni volta che si profila un accanimento terapeutico. Anche in questo caso abbiamo chiesto: te l'aspettavi o ti ha un po' sorpreso. "Sorpreso" è stata la sua risposta.
La terza domanda era l'unica non politica. Avendo capito quale sia il suo amore per la vita nelle sue diverse forme, lo abbiamo posto di fronte alla scelta su quale delle sue grandi passioni gli mancasse di più: un piatto di pasta, una bella donna, una passeggiata in campagna semmai andando a caccia, poter leggere un libro stravaccato su un divano con una birra ghiacciata. Ha scelto la passeggiata in campagna, semmai andando a caccia, come faceva da ragazzo con il padre. Gli amici stretti ci avrebbero scommesso.
La quarta domanda era per il ministro della Salute Livia Turco, che ieri sera partecipando a "Otto e mezzo" è intervenuta sul caso: "Forse non è così chiaro che si tratta di un caso di accanimento terapeutico. Personalmente non me la sentirei di staccare la spina". Si era parlato di una visita della Turco la scorsa settimana, poi sabato pomeriggio all'improvviso la marcia indietro da parte di Piergiorgio e Mina: "Le condizioni sono peggiorate" era stata la giustificazione. L'incontro - si disse allora - è stato solo rinviato. A Piergiorgio abbiamo chiesto se avesse qualcosa da dire al ministro. La scelta era fra: "Niente", "Venga pure se vuole", e "Lasci perdere".
Ha scelto "lasci perdere".
Due politici erano stati particolarmente colpiti durante le conversazioni con i partecipanti al forum: la senatrice Paola Binetti della Margherita e Luca Volontè dell'Udc per le loro dichiarazioni particolarmente forti nei confronti di Welby e della sua lotta. Anche in questo caso gli abbiamo chiesto che cosa volesse rispondere. Stavolta ha scelto l'opzione: "Niente".
Infine, conoscendo il suo amore per le poesie gli abbiamo chiesto dei suoi versi da dedicare a Sandro Bondi che ieri aveva composto una poesia per lui. Ci ha mandato dieci versi che iniziavano così: "Io per te ho pianto..."
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Welby e gli Welby
da Il Giornale del 15 dicembre 2006, di Filippo Facci
I radicali dicono che in Italia esistono innumerevoli casi come quello di Piergiorgio Welby, altri ribattono che si tratta di un caso eccezionale che i radicali strumentalizzano. I radicali dicono che le cifre dell'eutanasia clandestina e delle interruzioni di sostentamento vitale sono da capogiro, altri ricordano quando i radicali sostenevano che in Italia ci fossero un milione di aborti clandestini e invece non era vero. Non so a voi: a me non sembra una questione di poco conto il sapere se il decesso di centinaia di migliaia di persone, nel mio Paese, sia accompagnato o meno da un intervento non dichiarato dei medici. Mi pare rilevante indipendentemente da tutto. Sul tema ho trovato un'indagine realizzata dal Centro di Bioetica dell'Università Cattolica di Milano, secondo la quale il 3,6 per cento dei medici ha praticato l'eutanasia e il 42 per cento la sospensione delle cure tipo appunto staccare il respiratore. La rivista medica Lancet invece ha sostenuto che il 23 per cento dei decessi è stato preceduto da una decisione medica e che il 79, 4 per cento dei medici è disposto ad interrompere il sostentamento vitale. Un altro paio di altre riviste mediche danno i numeri loro ma non c'è moltissimo materiale. Tra tanti studi e commissioni inutili mi chiedo se il Parlamento non debba avviare un'indagine seria per farci sapere come stiano davvero le cose.
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Su alcune controversie politico-morali
da Il Riformista del 15 dicembre 2006, di Luigi Manconi
da Il Riformista del 15 dicembre 2006, di Luigi Manconi
Le questioni che qui tratterò hanno, ognuna, uno spessore etico-giuridico assai robusto; e implicazioni particolarmente delicate e talvolta aggrovigliate. E, tuttavia, questo non impedisce che siano trattate sul piano del dibattito pubblico e della decisione politica, a partire da due criteri essenziali e condivisi (meglio: condivisibili).
Il primo criterio teorico-pratico è quello della "riduzione del danno": ovvero la traduzione in termini politico-sociali di quel principio che, nella teologia e nella morale del cattolicesimo, è il "male minore". Il secondo criterio risiede nella consapevolezza della possibilità di fondare e argomentare in termini etici - non necessariamente di ispirazione religiosa - le opzioni su quei temi controversi e la loro trascrizione normativa.
Questo può aiutare a trovare soluzioni comuni su alcune questioni aperte.
1) II confine tra cura doverosa e accanimento terapeutico è sottile, lo sappiamo: e spesso incerto. Ma quando una terapia si rivela inequivocabilmente incapace di fermare il progredire devastante del male, di alleviare le sofferenze e di migliorare in qualche misura la qualità di vita del paziente, lì si ha accanimento terapeutico.
E, in presenza di una terapia ostinata e inutile, il codice deontologico dei medici, tutta la giurisprudenza e i protocolli scientifici sono chiari: quella terapia va sospesa. Come affermò l'allora cardinale Joseph Ratzinger, all'epoca Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, "la rinuncia all'accanimento terapeutico è anche moralmente legittima".
La vicenda di Piergiorgio Welby rientra in quella definizione? A mio avviso, sì. Senza quella macchina, senza il ventilatore polmonare, la sua vita si sarebbe conclusa da tempo e, come dire?, naturalmente. L'intervento del ventilatore si presenta, pertanto, come una protesi, un sussidio meccanico, una strumentazione tecnologica, destinata a prolungare artificialmente la vita di Welby. Questo intervento - utile, e fin provvidenziale, come soluzione d'urgenza e terapia d'emergenza - in una situazione di cronicizzazione, si riduce a motivo di coercizione e afflizione e a fonte di sofferenze.
Interrompere l'attività di quella macchina significa sospendere una terapia fattasi aggressiva e ostile.
Non c'è nulla di utilitaristico in questo ragionamento e non c'è alcuna svalutazione del significato della vita umana. Certo, quella vita può avere un senso e una qualità anche quando non risponde ai parametri economicistici, salutistici e "mondani" della mentalità corrente: ma un corpo che decade progressivamente a sede esclusiva di sofferenze rischia di negare qualunque senso alla sopravvivenza, riducendola a mera perpetuazione del dolore.
Sospendere quel trattamento sanitario è, dunque, ragionevole, pietoso, perfettamente coerente con la nostra Costituzione e, poi, con leggi, regolamenti e codici professionali: e risponde a un'istanza morale, facendosi carico della sofferenza del malato terminale, e delle "scelte tragi-che" che quella sofferenza impone.
2) Le tabelle relative alle sostanze stupefacenti sono una questione esclusivamente di natura giuridica, medica, penale e sociale. Di conseguenza, con criteri giuridici, medici, penali e sociali vanno elaborate e valutate. Non certo in base a opzioni morali o religiose. Tali opzioni sono importanti e contano, ma vanno fatte valere altrove e altrimenti rispetto agli ambiti e ai parametri che devono orientare la fissazione di quei limiti tabellari.
Tali limiti, all'interno della normativa vigente, hanno la sola funzione (approssimativa e imperfetta) di indicare un qualche accettabile confine tra detenzione a fini di uso personale e detenzione a fini di spaccio. A questo, e solo a questo, sono funzionali quei limiti.
Fissare quelle soglie massime risponde esclusivamente a un'esigenza di efficacia. Ovvero evitare il carcere, e ciò che comporta, a chi non è spacciatore: così come dichiara di volere la legislazione vigente (Fini-Giovanardi compresa).
Le scelte morali si collocano altrove, e sono legittime e preziose, ma non devono interferire con quei limiti tabellari. Fissare, poniamo, a 5 o a 10 quel tetto non significa disapprovare (se il limite è a 5) o approvare (se è a 10) il consumo di sostanze. Significa permettere che un certo numero di consumatori (se il limite è più alto) o un numero ancora superiore (se il limite è più basso) entri in carcere - contro la ratio della stessa legge, che pure contestiamo.
Dopo di che, superato o ridotto ai minimi termini il rischio detentivo per i consumatori di sostanze, si porrà il problema di elaborare intelligenti e razionali politiche di dissuasione dal consumo: tanto più efficaci quanto più saranno dirette, contemporaneamente, nei confronti delle cosiddette droghe legali (alcol e tabacco). A questo punto, ciascuno farà valere le proprie opzioni morali, le proprie strategie educative, la propria ispirazione anche religiosa.
3) A proposito di coppie di fatto, il punto cruciale mi sembra il seguente: alla famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio si riconosce un progetto, una condivisione di aspettative e di valori e, dunque, una costituzione morale. Cosa, quest'ultima, che si nega alle altre forme di convivenza e che colloca queste, pertanto, in una condizione di inferiorità: innanzitutto morale. E infatti, secondo i sostenitori in buona fede dell'unicità della famiglia tradizionale, le "altre famiglie" possono essere tollerate e, in alcuni casi e per certe prerogative, tutelate: senza riconoscere loro, però, la piena dignità di relazione, dotata di una intenzionalità morale e di un progetto antropologico-sociale. E, ancor prima, senza riconoscerle come famiglie (e, addirittura, senza dirle famiglie). Questo sia nel caso delle famiglie di fatto a composizione eterosessuale, sia nel caso delle unioni omosessuali. Tanto la prima tipologia quanto la seconda vengono considerate come espressione, se non di disordine, di irregolarità (sociale e morale): e, dunque, suscettibili - al più - di venire tollerate (perché diventate fenomeno statisticamente rilevante).
Ma questo non è sufficiente. Non lo è, in primo luogo, rispetto alle trasformazioni avvenute (e da decenni!) nella società italiana; trasformazioni culturali e sociali, che hanno determinato il passaggio da una tipologia di famiglia a una pluralità di forme relazionali e coniugali. Così che - oggi, in Italia - le "nuove famiglie" riguardano milioni di persone e costituiscono il 17% di tutte le aggregazioni familiari.
Ma la tolleranza risulta insufficiente per una seconda (ancora più importante) ragione: perché non tiene conto della grande "trasformazione morale" in atto. Ed è il punto che più mi preme sottolineare.
Quella trasformazione consiste, sostanzialmente, in questo: una gran parte delle famiglie di fatto (etero-sessuali e omosessuali) fonda la propria scelta relazionale e coniugale su principi morali. Che non sono, certo, quelli della "morale di maggioranza" (di derivazione religioso-cattolica): ma che, comunque, chiedono riconoscimento e domandano tutela.
A ben vedere, poi, in termini giuridici, i Pacs si limitano a prevedere l'allargamento del numero di cittadini garantiti da alcuni diritti: che sono una parte di quelli attualmente riconosciuti a due persone che contraggono matrimonio. Chi promuove una visione esclusivizzante di quei diritti ("Vuoi usufruirne? sposati!") fraintende la sostanza stessa delle libertà cui essi sono preposti. Quella sostanza è positiva e tende a essere universale e generale. Se è vero che l'esercizio di un diritto non può condurre alla violazione di un altro diritto (da qui il principio della "coesistenza dei diritti"), è altresì vero che - come scrive Giuseppe Capograssi - i diritti "sono tra di loro solidali, fanno insieme sistema; nessuno può essere sacrificato col pretesto di arrivare, mediante questo sacrificio, all'appagamento degli altri". Ecco, esemplarmente, un caso in cui si rispettano entrambe le condizioni: riconoscere diritti ai cittadini impegnati in una convivenza duratura e solidale non minaccia i diritti di alcun altro. Per contro, riconoscere quei diritti vuoi dire promuovere quel principio di mutualità, fare sistema, ridurre le disparità, garantire tutela e possibilità di convivenza: oltre che tra due persone, tra i cittadini tutti.
Rifiutare ciò è, a mio avviso, un errore grave: significa ignorare domande e comportamenti assai diffusi e significa accogliere una visione della società italiana, propria di alcuni settori più malinconicamente conservatori delle gerarchie eccle-siastiche: ovvero la società italiana come un deserto etico, dove resiste - assediata e clamans - la morale cattolica, quale solo presidio di valori forti. Le cose non stanno affatto così. La crisi della "morale di maggioranza" (che fu di maggioranza) non ha causato un vuoto di valori e di principi - il deserto dell'etica, appunto - ma ha prodotto, al contrario, un pieno di morali. Al plurale: morali di gruppo e di comunità, di subcultura e di tendenza, di minoranze e di identità. E tuttavia morali. Parziali e provvisorie, ma qualificanti e dirimenti per coloro che vi si riconoscono e meritevoli di rispetto e di tutela in una società pluralista.
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Staccare la spina è bipartisan. Intervista a Marco Cappato.
da La Voce Repubblicana del 15 dicembre 2006
da La Voce Repubblicana del 15 dicembre 2006
Le adesioni alla veglia per Piergiorgio Welby giungono anche da tanti parlamentari dì centrodestra. Lo spiega il Presidente dell'Associazione Luca Coscioni Marco Cappato in questa intervista alla "Voce" sulla battaglia condotta sull'eutanasia.
Onorevole Marco Cappato, quanti parlamentari hanno aderito alla veglia di sabato notte a favore di Welby?
"In questi giorni ci sono state centinaia di adesioni al nostro appello da parte di deputati e senatori che hanno convinzioni diversissime. Abbiamo anche ricevuto molte adesioni di parlamentari di centrodestra. Questa non la ritengo una notizia. Non condivido il clamore intorno a queste scelte. Non credo sia giusto leggere le decisioni di un singolo parlamentare esclusivamente attraverso la lente dell'ideologia. Credo che la lotta di Piergiorgio Welby stia riuscendo a riportare al centro del dibattito i temi della vita concreta".
Che significato politico date a questa veglia di sabato prossimo?
"Questa veglia ha anche il significato di un ringraziamento nei confronti di Welby. Oltre ottanta giorni fa Welby ha scritto al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Questi sono stati giorni di tortura che Welby ha accettato di subire per trasformare quello che è già un suo diritto che avrebbe potuto ottenere clandestinamente. Invece Welby ha voluto ottenere il successo di questa iniziativa anche per le altre persone che soffrono. In Italia ci sono migliaia di persone che si trovano in condizioni simili".
Cosa chiedete alle persone che condividono questa battaglia?
"Di essere vicine a Welby non solo perché magari hanno vissuto questo dramma attraverso dei loro cari, ma anche perché sono convinti che sia un'iniziativa giusta. Questo è il momento di fare qualcosa che l'Associazione Luca Coscioni è in grado di organizzare. Quindi nessuno deve essere investito dalle iniziative degli altri sulla veglia di sabato sera, ma adoperarsi per organizzarla nella piazza del proprio comune. Questa è la cosa concreta che si può fare insieme ad altre iniziative che stanno prendendo corpo in queste settimane".
Il principale obiettivo della veglia è la libertà di scelta da parte di Welby?
"Stiamo attendendo il giudizio del tribunale sulla libertà scelta di Welby ad interrompere le cure dolorose a cui è sottoposto in questo momento difficile per lui".
Siete pronti a staccare la spina? Come si realizza la volontà di Welby?
"Si realizza come dice la Costituzione. Nessuno può essere sottoposto ad un trattamento medico contro la sua volontà.
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Staccare la spina
da La Repubblica del 15 dicembre 2006
Staccare la spina
da La Repubblica del 15 dicembre 2006
"Eutanasia" è una parola greca che significa "buona morte", che è poi la morte che compete all'uomo che ha condotto la sua vita senza prevaricazioni e senza eccessi, attenendosi alla giusta misura (kata metron). Oggi la parola significa "morte anticipata" rispetto alle residue risorse dell'organismo, grazie alle possibilità rese disponibili dalla tecnica medica. E siccome la tecnica medica è in continuo avanzamento, sempre più difficile sarà distinguere il dovere di cura dall'accanimento terapeutico. La tecnica infatti ha creato un tempo intermedio tra la vita e la morte, dove una vita organica si protrae o in assenza di una vita cognitiva o in conflitto con la capacità di sopportazione del paziente, che in questo caso chiede di essere aiutato a morire.
Come scrive Umberto Veronesi in "Il diritto di morire" (Rizzoli, 2005) di eutanasia si può parlare solo in questo secondo caso in cui: "Si asseconda la libera volontà espressa da un malato di porre fine alla sua esistenza quando si verificano alcune condizioni che la rendono insopportabile". Perché tanta incertezza e tante discussioni intorno alla morte assistita, chiesta, invocata, quando il paziente è vivo solo per le leggi biologiche dell'organismo, in quella notte buia determinata dalla irreversibilità della propria condizione che non attende più nessuna alba? Perché è incerto il nostro concetto di "vita", che oscilla paurosamente tra la vita anonima dell'organismo e quella personalizzata dell'individuo che, nelle residue possibilità biologiche del suo corpo, non riconosce e non lascia riconoscere alcuna immagine di sé.
Sulla prima posizione è attestata la Chiesa cattolica e la convinzione di molti credenti che, partendo dal concetto che la vita è un dono di Dio, ne chiedono il rispetto fino all'ultimo respiro. Questo argomento a me pare troppo generico fino ai limiti dell'insignificanza, quando non addirittura decisamente materialistico. Che cos'è, infatti, la vita? La semplice animazione della materia, come pare di poter dire per certe esistenze tenute appunto "in vita" dalla strumentazione tecnologica, o il rispetto dell'individuo, della sua coscienza, della sua deliberazione che proprio il cristianesimo, e non altri, ha eretto a valore indiscusso, trasmettendo questo riconoscimento alla cultura laica che lo ha assunto a principio della sua organizzazione sociale?
Il problema dell'eutanasia non mette in gioco il valore della "vita" che prolifera ovunque, ma il valore dell'individuo" che, in certe condizioni, può non ritenersi più degno di se, e può quindi sentirsi in diritto di decidere di porre fine a un'esistenza quando questa ha assunto i tratti di un puro processo biologico che, grazie all'assistenza tecnica, procede nella sua anonima irreversibilità.
A questo punto sorge la domanda: perché la morte fatica cosi tanto a entrare nel circuito dell'amicizia, dell'amore e acquistare così un volto sereno? Perché bisogna morire solo per cause organiche sotto l'unica giurisdizione della scienza medica? La morte è un evento che riguarda solo il mio organismo oppure riguarda la mia vita, che non è fatta solo di organi fisici, ma soprattutto di vissuti, di amori, di amicizie, di stili, di rispetto di se? L'organismo, certo, è la condizione della vita, ma la vita non si risolve nel buon funzionamento dei miei organi. E quando gli organi funzionano solo per il supporto tecnico, per morire bisogna attendere solo il loro definitivo collasso? O si può anche chiedere a chi legifera di rivisitare la nozione di "morte" connettendola strettamente alla nozione di "vita" che, come ognuno percepisce, e una nozione decisamente più alta, più ricca, più mia, di quanto non sia la nozione di organismo noto solo alla competenza medica.
Il problema dell'eutanasia è tutto qui. La morte mi riguarda o riguarda solo il mio organismo, Questo pensiero che accompagna la vita di tutti noi, che limita la nostra progettualità, che ci fa compiere certe scelte a una certa età e non a un'età più avanzata, questo pensiero della fine dei nostri giorni che coinvolge aspettative e speranze, progetti e rimpianti, affetti e stili di vita, e una faccenda da affidare alle sorti della materia di cui siamo fatti, o è una faccenda su cui anche noi possiamo intervenire, proprio perché coinvolge quel che siamo e non solo quello di cui siamo fatti?
Quando ci emanciperemo da questo grossolano materialismo che, cadenzando la vita sulle sorti della materia, ci espropria da quel che la vita ha significato per noi, dello stile che le abbiamo dato, dell'impronta che le abbiamo conferito, per consegnarci irrimediabilmente a quell'evento non nostro che è la morte organica?
E perché i difensori della "sacralità della vita" ritengono che bisogna nascere solo come natura prevede e non come i progressi della tecnica medica oggi consentono al di là dei limiti della natura, e poi capovolgono il ragionamento quando si tratta di morire? Il risultato è che chi vuole figli e non li può avere secondo natura deve affogare in un mare di tristezza, e chi vuol morire secondo natura non lo può fare e deve prolungare la propria esistenza in un mare di tortura, Dobbiamo dire che tristezza e tortura sono i veri capi saldi a sostegno della "sacralità della vita" in uno scenario dove il sadismo sembra aver preso il posto dell'amore?
Con queste considerazioni non voglio spezzare lance a favore dell'eutanasia; semplicemente vorrei che la morte perdesse quel suo tratto di estraneità che inevitabilmente possiede quando è affidata alle sorti biologiche dell'organismo e diventasse qualcosa di familiare con la vita, qualcosa che non chiude come un evento estraneo amori e amicizie, ma si fa accompagnare dagli amori e dalle amicizie per cui e con cui si è vissuto. Questa è la morte "umana" che va assolutamente distinta dalla morte "biologica" che al limite non ci riguarda.
Di fronte ai progressi della tecnica medica, che i difensori della "sacralità della vita" rifiutano quando si tratta di nascere e accolgono a mani aperte quando si tratta di morire, non rimuoviamo la zona d'ombra che rintracciamo nello sguardo modesto, perché solo "organico", che la scienza ha della vita e della morte.
La scienza fa benissimo ad attenersi rigorosamente al suo sguardo perché altrimenti salterebbero tutti i suoi metodi, ma malissimo faremmo noi ad abbassare il nostro sguardo sulla vita e sulla morte a livello dello sguardo scientifico. Perderemmo nell'ordine: la nozione di "persona" a favore di "organismo", la nozione di "individuo" a favore di quella di "genere", la nozione di "vita" ridotta a semplice prolungamento del proprio "quantitativo biologico", dimenticando che la vita è essenzialmente biografia, reperimento di un senso, spazio di libertà e di decisione. Misconoscere queste caratteristiche significa non riconoscere l'uomo e la sua differenza essenziale rispetto agli animali, le piante, le cose.
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Paralizzato come Welby sostengo la sua battaglia
da La Repubblica del 15 dicembre 2006, di Adolfo Baravaglio
Paralizzato come Welby sostengo la sua battaglia
da La Repubblica del 15 dicembre 2006, di Adolfo Baravaglio
Ho 55 anni, scrivo da Pray Biellese, o meglio, qualcun altro scrive mentre io detto, siccome da 17 anni sono completamente paralizzato. Potrei raccontare la tortura della mia vita, ma desidero invece esprimere la mia ammirazione verso Piero Welby, il quale avrebbe potuto farla finita da solo poco prima di giungere al tragico stadio di completa immobilità. Invece ha scelto di diventare martire per combattere una battaglia a favore di ogni cittadino italiano, una battaglia per approdare a una legge che consenta l'eutanasia anche nel nostro Paese "laico".
Io non sarei stato tanto coraggioso ma, purtroppo, fino al 30 aprile 1989 camminavo, correvo, ballavo, praticavo sport, mentre qualche giorno dopo, al risveglio da un coma che non ha voluto cedermi con carità alla morte, mi sono ritrovato inchiodato a un letto, rinchiuso dentro una gabbia grande appena quanto il mio corpo, senza la possibilità di decidere più nulla di me stesso.
Anche a questo ogni italiano dovrebbe prestare attenzione: non sempre si può ricorrere da soli a un rimedio clandestino, io ne sono l'esempio. (Lettera scritta, sotto dettatura, da Gabriele Vidano).
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Le storie degli uomni e lo scandalo della morte
da La Repubblica del 15 dicembre 2006, di Michel Vovelle
Le storie degli uomni e lo scandalo della morte
da La Repubblica del 15 dicembre 2006, di Michel Vovelle
"Ogni morte è nel dolore": la vecchia formula nella sua brutalità ci informa subito sui limiti della tanto desiderata eutanasia, o morte dolce, che ci arriva dagli antichi, ma ciò non attenua l'aspirazione a umanizzare, quando è possibile, l'ultimo istante di vita. Per aver scritto di morte e Occidente dal 1300 ai giorni nostri, eccomi qui - dopo la scomparsa dei miei contemporanei, lo storico Philippe Ariès o l'antropologo Louis-Vincent Thomas - invitato a titolo di esperto a parlare di eutanasia, non senza qualche scrupolo. Nel dramma di questi giorni di Piergiorgio Welby ritrovo il riflesso crudele, al limite dell'insopportabile, della buona morte, da sempre impossibile. Senza voler risalire all'antichità, la nostra civiltà cristiana è stata portatrice del modello, esemplificato dalla morte dei santi, della buona morte che si raggiunge "giacendo a letto malati" e di cui parlano le migliaia di testamenti che ho consultato: è quel tipo di morte che consente di dare le proprie disposizioni, di mettersi in pace con il cielo, evitando la sorpresa della morte violenta, valorizzazione obbligata del dolore in un'epoca, fino a ieri o quasi, nella quale contro di essa non era possibile fare nulla o ben poco. Il colpo di grazia misericordioso era il privilegio rarissimo o clandestino di pochi: il medico Cabanis che da l'oppio a Mirabeau.
Tutto ciò oggi è diverso. Da quando? Non intendo ripercorrere tutte le tappe dell'evoluzione alla quale sono andati incontro i vari modi di prolungare la vita, a cominciare dalle odierne tecniche di rianimazione e di conservazione delle funzioni vitali. Ma questa innovazione, che incontra il proprio limite soltanto sulla soglia stessa della morte, si accompagna a un profondo cambiamento dei nostri atteggiamenti e delle nostre sensibilità. Nelle nostre società, in cui si vive più a lungo, si prende in considerazione la sorte dei malati terminali, ai quali si cerca di rendere più umano l'ultimo passaggio, nell'ambito di cure palliative, lottando contro il dolore, ma anche per salvaguardarne la dignità. Così come la auspicherebbe la maggior parte di coloro che rispondono ai sondaggi, la "morte dolce" oggi sarebbe rapida: ma i mezzi terapeutici invece fanno sì che ormai il concetto di morte naturale si stia facendo sempre più sfumato.
Negli ultimi decenni c'è stata un'accesa denuncia del potere dei medici, che si esplica attraverso quello che noi in Francia chiamiamo accanimento terapeutico, mentre gli anglosassoni parlano di "misure coraggiose". Chi ha torto? Chi ha ragione? La Chiesa, contraria all'accanimento terapeutico, resta ciò nondimeno contraria all'eutanasia, sia attiva sia passiva, al fatto di cessare di combattere, quando tutta una corrente - a dire il vero fino a questo momento ancora elitaria - nelle nostre società occidentali rivendica il diritto a una morte dignitosa. Sentiamo parlare, con progetti alquanto complicati, della possibilità per ogni persona di prescrivere, nell'ambito delle sue ultime volontà, di non voler essere sottoposta a una rianimazione così decisa da prolungare la vita in modo artificiale. In Francia questo problema è stato oggetto di discussioni a livello parlamentare e una nuova legge comincia a essere applicata con grande prudenza. Il fatto è che al di là della polemica in nome dei valori fondamentali "-l'assoluto rispetto della vita contro il diritto individuale a disporre della propria persona- le realtà oggettive si impongono in modo crudele per mezzo di situazioni drammatiche.
I media ci hanno messo in una condizione di familiarità con questi casi di mantenimento in vita vegetativa di morti-viventi, giovani e vecchi, in stato di coma irreversibile, ma talvolta anche in condizioni di assoluto decadimento del loro fisico, e in preda per questo motivo a uno sconforto profondo. Di fronte a questi casi i medici che rompono la consegna del silenzio hanno da tempo ammesso che, a un certo punto, occorre pur "staccare la spina". Alcuni personaggi - di levatura non certo inferiore (in Francia il professor Schwartzenberg) - hanno rivendicato il fatto di aver praticato l'eutanasia attiva in qualche caso senza speranza. Accanto a loro, le famiglie si dividono tra quelle che si aggrappano disperatamente alla tutela del più piccolo soffio di vita e quelle che compiono il gesto misericordioso, con o senza aiuti. La giustizia francese in alcuni casi recenti ha optato, premunendosi in vario modo, per un atteggiamento di comprensione. Il fatto è che i problemi sui quali si focalizza l'opinione pubblica contraria all'eutanasia non sono di secondo piano: a partire da quale stadio l'eutanasia è legittima? A chi tocca la responsabilità di questo gesto, al medico, al personale curante, alla famiglia? I nostri media evocano talora casi di infermiere assassine o di inquietanti anticamere della morte.
In definitiva, che ne è del pazie-te terminale? È sufficiente che quando è in salute esprima una scelta che in punto di morte potrebbe non essere più sua.
Ed eccomi qui, se non proprio al capezzale quanto meno accanto a Piergiorgio Welby. Dall'abisso del suo sconforto, con gli ultimi mezzi di comunicazione che ancora gli sono disponibili, chiede di essere liberato da quella che ormai rappresenta per lui soltanto una parvenza di vita. Pare quasi, leggendo le pagine della stampa italiana che sfoglio, che il suo grido faccia scandalo per il fatto stesso di essere ripreso e ripetuto. Eccolo, il nostro martire, accusato di aver pubblicizzato e strumentalizzato il proprio supplizio. Questo ci riporta evidentemente all'attuale situazione del nostro universo mediatico: da anni ormai abbiamo familiarizzato con l'idea del tabù moderno della morte, che ha scalzato quello di ieri del sesso. È vero, nella realtà oggettiva la morte contemporanea si è fatta clandestina, anonima. Non lasciamoci trarre in inganno, però: al contempo, infatti, noi viviamo la contraddizione del ritorno della morte manifesta, in immagini o in racconti, quella di massa o quella dei grandi personaggi. Si pensi, per esempio, a quella cronaca di una morte annunciata che, orchestrata da lui stesso, ha rappresentato la fine del presidente François Mitterrand. Nel caso più anonimo di Piergiorgio Welby, pare che lo scandalo sia nato dall'averne informato l'opinione pubblica. Ma su chi ricade la vergogna? Su colui che grida o su coloro che vorrebbero distogliere lo sguardo e che si attendesse in silenzio lo spegnersi degli ultimi rantoli?
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Il confine della vita
da L'Unità del 15 dicembre 2006
da L'Unità del 15 dicembre 2006
L'eutanasia, insieme all'aborto volontario e a qualche altra irregolarità dei comportamenti sociali di minor conto, vengono accusati di minare le basi morali della nostra comunità. A dire il vero, se mi guardo intorno ne debbo necessariamente trarre la sensazione che la vera peste che ammorba il nostro tessuto sociale sia quella delle guerre di religione, che da secoli e secoli stanno facendo strage di innocenti. Poiché il tema di questo articolo è l'eutanasia, fingerò di ignorare la realtà che ci circonda tutti per tentare di dare una giustificazione di questa opzione come possibile scelta, tra tutte quelle possibili, di porre fine a una esistenza umana. Sono sinceramente assai poco interessato alla discussione sulla disponibilità o sulla indisponibilità della mia esistenza, un argomento che, non essendo credente, non mi sfiora neppure.
Vorrei invece fermarmi per qualche riga a considerare il modo con il quale, oggi, siamo obbligati ad aspettare la morte, un evento che sembra quasi non appartenere più alla malattia. La maggior parte delle persone affette da malattie che hanno un certo esito letale e che non consentono - o lo consentono con prezzi personali altissimi -una relazione affettiva con le persone più care, entrano in contatto, nei nostri ospedali, con una medicina tecnicamente avanzata e umanamente implacabile e odiosa che riesce a tener lontana la morte e a evitare le complicazioni più drammatiche anche per lunghi periodi di tempo, ma che non riesce a evitare che in minima parte la sofferenza e che lascia inalterati il degrado del corpo e la perdita della dignità personale. In Europa quasi l'80% delle morti si verifica negli ospedali, e le circostanze del morire sono prevalentemente contrassegnate da una fondamentale prevalenza della tecnica sulla compassione: le persone soffrono a lungo e inutilmente, la richieste di alcune di loro di essere abbandonate al proprio inevitabile destino non trovano risposta. Così, staccare una spina, lungi dall'essere considerato, come in molte circostanze dovrebbe essere, un atto di pietà, diventa sinonimo di azione delittuosa, di omicidio. Le conseguenze di un antipatico dibattito ideologico su questi temi sono la causa della nascita di alcuni effetti paradossali. Un paziente può rifiutare di ricevere cure e persino di essere nutrito e idratato, se è abbastanza lucido da opporsi a questi interventi della medicina, ma se accetta di iniziare queste cure poi non riesce più a farle sospendere. Una persona in stato vegetativo permanente può occupare un letto di ospedale per anni, pur avendo lasciato chiare indicazioni contrarie ai suoi familiari. Eppure, questa condizione clinica conisponde alla perdita di tutte quelle capacità che per noi sono essenziali per poter definire una persona: il pensiero, la riflessione, la costruzione delle idee, la coscienza, la memoria. È parte del sentire comune che quando tutte queste cose non ci sono più, con loro se ne è andata anche la persona con la quale le abbiamo sempre identificate. Che senso ha, allora, accanirsi su quel povero corpo vuoto, quel corpo nel quale la persona che conoscevamo non abita più?
Il caso Welby, più di ogni altro caso umano giunto alle prime pagine dei giornali sino ad oggi, ha fatto sobbalzare le coscienze dei cittadini. Si tratta di un uomo che non ha più da tempo una vita che contenga anche un solo barlume di qualità e che da tempo ha deciso di respingere con sdegno le ipocrite affermazioni di solidarietà di quanti, è ben facile capirlo, vorrebbero solo che se ne stesse zitto, di quanti vorrebbero sostituire alla parola eutanasia un'altra parola, magari anch'essa greca, che significasse morte silenziosa. Welby ha messo a nudo la propria dolente umanità e ha chiesto due cose assai semplici: che gli si stacchi il ventilatore che gli consente di respirare; che gli somministrino farmaci di sedazione per non soffrire durante il trapasso, che potrebbe essere doloroso. Chi ha seguito il caso ha anche capito che Welby ha rinunciato ad essere aiutato dalla pietà dei medici che in questi casi, sapendo di essere illegittima, scompare non appena si accendono le luci dei riflettori. Questa rinuncia è un dono straordinario che Welby ha fatto a tutti noi, perché è proprio da essa che prende origine la possibilità di discutere, per una volta ancora e con maggior consapevolezza del consueto, il problema dell'eutanasia.
Non c'è niente di illecito nella richiesta di Welby, niente che -almeno in teoria - possa mettere in imbarazzo la magistratura. È un uomo sottoposto a cure che utilizzano mezzi sproporzionati, che non possono essergli di alcun giovamento, che si limitano ad allungare impietosamente le sue sofferenze: e questo è un modo di definire l'accanimento terapeutico. La somministrazione di sedativi non sarebbe comunque la causa della morte di Welby, che morrà comunque della sua malattia. La magistratura, purtroppo, ha deciso di prendersi un altro po' di tempo, una cosa piuttosto irritante, visto che Welby, di tempo, sembra averne ben poco. Capisco che la magistratura deve essere rispettata, ma qualche volta ho la precisa sensazione che operi in un mondo parallelo, diverso dal mio, un mondo senza tempo e senza urgenze, chissà se riuscirò mai a visitarlo. Questa comunque è l'occasione per cominciare a discutere senza ipocrisie del problema dell'eutanasia, tenendo conto di tutto ciò che il caso Welby ci ha consentito di capire. E la prima cosa che ho personalmente capito è che guardando troppo a lungo il cielo, alla ricerca di quelle verità che secondo alcuni vi si trovano celate, si diventa incapaci di guardare per terra, a noi poveri uomini, alle nostre sofferenze, ai nostri bisogni, alle nostre paure. Si diventa incapaci di compassione. Ho appena finito di leggere un articolo pubblicato su questo giornale dalla senatrice Binetti nel quale ci spiega le ragioni morali, alte, oneste, delle sue scelte. Mi ha molto colpito la sincerità delle sue parole, ma mi ha altrettanto ferito scoprire che nessuno di noi le interessa, le interessano solo i suoi principi ultimi, i suoi dogmi, le sue certezze... Encomiabili, inutili persone, che non porteranno mai un grano di miglio per alleviare la fame del mondo, ma che troveremo certamente sulle tombe di coloro che sono morti per fame, a coprirle con le loro ammirevoli, inutili preghiere.
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Giustizia per Welby
da Left Avvenimenti del 15 dicembre 2006, di Marco Cappato
da Left Avvenimenti del 15 dicembre 2006, di Marco Cappato
Il caso pietoso rischia ancora una volta di divenire caso pericoloso. Di fronte alle lucide parole di Piergiorgio Welby, copresidente dell'associazione Luca Coscioni i clericali adottano di nuovo la strategia della storpiatura: i radicali dipinti come "strumentalizzatori" del "caso umano" marginale ed estremo. Eppure lo stesso Welby, il leader politico grazie alla cui tenacia il dibattito sembra poter finalmente raggiungere il grande pubblico, da mesi suggerisce che la posta in gioco é altissima: nulla a che fare con un singolo "caso", molto a che fare invece con il destino stesso dei sistemi liberaldemocratici e della concezione del diritto in essi vigente. In una società dove l'età media aumenta e la popolazione invecchia, la malattia non è più solo condizione traumatica e temporanea, ma ci accompagna per molta parte della nostra vita; la stessa morte è raramente morte improvvisa e violenta, piuttosto si fa strada lentamente nei giorni delle persone malate ed anziane. Se da una parte si stigmatizza la volontà di sfuggire dal dolore e dalla sofferenza, nel vivere come nel morire, esprimendo una sfiducia profonda nella libertà individuale (come se la conoscenza e il superamento di un dolore o di una malattia dovessero inesorabilmente consegnarci nelle braccia del superfluo, nell'assenza di principi e di passioni), Welby ci indica piuttosto la strada da percorrere per tentare di adeguare il diritto e le istituzioni liberaldemocratiche alla epocale trasformazione in corso della società e dell'antropologia umana.
Da radicali, ci stiamo occupando della società dell'oggi preparando la politica del futuro, come può fare chi crede nella libertà e responsabilità individuale, cioè senza illudersi che la tecnologia possa regalare la felicità.
Proprio per iniziare a concepire politiche e legislazioni per il futuro, è utile inserire nel dibattito l'esperienza di altre realtà europee. Penso al Belgio, in particolare ai dati del rapporto recentemente pubblicato dalla Commissione di controllo e valu-tazione della legge che ha legalizzato l'eutanasia nel paese. A partire dal 22 settembre 2002, giorno dell'entrata in vigore della legge in questione, nessun ricorso dì massa all'eutanasia, nessuna liquidazione della fascia più anziana della popolazione, nessuna febbre nichilista ha contagiato il Belgio. Basterebbe la lettura attenta del rapporto per sfatare molti degli spettri agitati, in Italia come all'estero, da parte dei vari movimenti che, in nome del "diritto alla vita", finiscono per imporre il "dovere alla vita", impedendo all'individuo di optare, in caso di sofferenze gravi ed incurabili, per una morte dignitosa. Le condizioni per una corretta applicazione della legge sono state rispettate in 742 casi tra il 2004 ed il 2005. Circa 35 casi di eutanasia al mese, vale a dire una incidenza del 3,6 per mille sul numero totale dei decessi totali in Belgio, una cifra ben lontana dallo "sterminio" paventato da alcuni. Nell'83 per cento dei casi è un cancro in fase terminale a spingere gli individui a optare perla "morte dolce", nel 6 per cento dei casi invece una malattia neuromuscolare degenerativa.
La classe politica belga ha approfittato dell'unica parentesi di assenza di un partito cattolico dal governo a partire dal dopoguerra, per approvare una legge che rispondesse alle preoccupazioni della società, rese di pubblico dominio grazie a sondaggi ed inchieste sull'eutanasia clandestina. Qui in Italia, dopo le parole del presidente della Repubblica Napolitano e il suo auspicio di un dibattito aperto nelle sedi opportune, gran parte della classe politica sembra fare ancora finta di nulla. Di fronte a ciò il radicale Welby, da laico e rispettoso del diritto, ha scelto di continuare a subire la tortura che da oltre 80 giorni lo stato e la malattia gli impongono, per percorrere tutte le strade della legalità e per conquistare la certezza del diritto per tutte le persone che sono nelle sue condizioni.
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Dietro alla svolta cattodiessina di Fassino c'è il Pd ma anche uno spin doctor
da Il Foglio del 15 dicembre 2006, di Massimiliano Lenzi
da Il Foglio del 15 dicembre 2006, di Massimiliano Lenzi
Contrario a "concedere il diritto di adozione alle coppie omosessuali"; "non favorevole all'eutanasia". Queste due dichiarazioni pronunciate ieri da Piero Fassino, segretario ds, durante la registrazione della trasmissione Telecamere, fanno capire che in lui qualcosa è cambiato.
A scorrere il suo intervento al Consiglio nazionale Ds di due giorni fa, poi, ci si accorge che il segretario ha messo da parte i numeri (sulla Finanziaria, sui sondaggi, sul consenso) e ha deciso di puntare alla sostanza, aprendo all'interno dei Ds la discussione sul fattore cattolico, anche in vista del Partito democratico che verrà: "Una questione aperta è quella della laicità dinanzi all'emergere di nuove questioni antropologiche - ha detto Fassino al Consiglio - dobbiamo scegliere quale metodo adottare: possiamo rispondere in termini identitari, facendo anche di drammatici e inediti dilemmi - quali la dura sofferenza di Piergiorgio Welby - l'ennesima occasione per dividerci in modo ideologico. Oppure possiamo - e a mio modo di vedere dobbiamo - trovare il coraggio di ascoltare e comprendere le ragioni dei diversi approcci e cercare, insieme, soluzioni condivise".
"La laicità - avverte Fassino - non è un'ideologia, una visione compattamente alternativa a una visione religiosa. Né la laicità è il rifugio di una presunta e illusoria neutralità in uno spazio asettico". Parole chiare. Anna Serafini, senatrice Ds e moglie di Piero, la pensa allo stesso modo. "Dai cattolici - dice - ho imparato molto e rivendico nel dialogo con loro un approccio pragmatico. Abbiamo soltanto un'alternativa: parlare, confrontarci, mediare. Altrimenti, abbiamo già esperienze alle spalle: il referendum sulla fecondazione assistita. Non possiamo correre il rischio di fare quella fine".
Marco Marturano, spin doctor della GM&P (ndr, Game Managers & Partners) e consulente politico di Fassino, prova a spiegare al Foglio il passaggio sulla laicità nel discorso del segretario Ds. "Da un Iato - dice - c'è la contingenza politica. Piero lancia un punto per una mediazione con i cattolici. Prodi, per cultura e formazione, non potrebbe dire le stesse cose allo stesso modo. La posizione di Fassino, poi, da una linea da seguire, sui temi della famiglia, della vita e della morte, ai Ds. In una parte di questo discorso può esserci, sarebbe naturale, una certa continuità con la sensibilità del Pci sui temi della morale, ma c'è soprattutto il rispetto e là dovuta attenzione a una parte consistente del nostro paese che, rispetto ai temi etici e ai valori, è 'conservatrice'. Fassino offre una disponibilità alla mediazione con le componenti cattoliche anche in vista del futuuro Partito democratico.
"Dal punto di vista della comunicazione politica classica, in questa fase - nota Marturano - in cui la Finanziaria è andata e il Partito democratico sembra in stallo, Fassino ha scelto di fare il player sino in fondo. Nei suoi ultimi interventi non ha fatto mancare un'autocritica sul governo, ha chiesto più volte di ricalibrare l'azione dell'esecutivo davanti al paese con una maggiore spinta riformista. Queste novità partono dal fatto che Piero ha deciso di far pesare sino alla fine la propria leadership nella genesi di un partito unico del centrosinistra. In fondo questo è il suo compito, per farlo bene lo hanno anche lasciato fuori dal governo". Certo, nota Marturano, il momento per lui è particolarmente felice: "Le altre leadership sono in crisi perlomeno di appeal. Romano Prodi aveva i suoi punti di forza nell'equilibrio e nella mediazione, la sua comunicazione puntava sulla razionalità dei numeri. Scegliendo di giocare la carta del professore, però, si rischiano gli effetti collaterali legati ai difetti della categoria: innanzitutto l'arroganza e la distanza". Come ripeteva alle proprie attrici, con un certo sadismo, il regista francese Roger Vadim: "Ci sono regole per recitare bene la propria parte ma ce n'è una per essere Brigitte Bardot".
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Come prendersi cura dell'estrema sofferenza
da La Repubblica del 15 dicembre 2006, di Michele Aramini
da La Repubblica del 15 dicembre 2006, di Michele Aramini
Diciamo in partenza che nessuna legge potrà risolvere tutti i casi in cui l'uomo soffre in modo estremo. Perciò anche il tema dell'eutanasia deve essere trattato secondo riflessioni generali, avendo come obiettivo il bene comune della società umana.
Ora i sostenitori dell'eutanasia chiedono il rispetto delle autonomie individuali (ciascuno è giudice della propria dignità e decide circa il momento della propria morte) e asseriscono che la legalizzazione sia la sola soluzione ammissibile in uno Stato pluralista e laico. In realtà vengono presentate come neutre delle nozioni che neutre non sono. Infatti attraverso una legge che consenta l'eutanasia il legislatore avallerebbe e imporrebbe a tutti due nozioni molto discutibili: il principio di autonomia come unico fondamento delle decisioni etiche e la nozione di qualità della vita per stabilire quando vale la pena di vivere. La questione è tanto più importante quanto più la nozione di qualità della vita e il principio di autonomia esercitano una certa attrattiva su molti nostri contemporanei. Quindi è bene considerarli più da vicino.
In merito alla nozione di qualità della vita, ricordiamo che in Olanda, i medici rifiutano richieste di eutanasie e praticano eutanasie non richieste dai pazienti, proprio sulla base della nozione di qualità della vita. Quando a loro parere il paziente non ha più la qualità in quantità sufficiente, si sentono autorizzati a praticarla senza richiesta, mentre rifiutano se pensano che non si sia giunti a quel livello.
La nozione di qualità della vita è perciò elemento di esproprio dell'autonomia del paziente da parte dei medici. Ci si può chiedere dove è finito il principio di autonomia così insistentemente invocato. La conclusione è che non si deve far dipendere la nozione di dignità dell'uomo dai parametrici clinici. Al contrario bisogna mantenerla come è stata accolta nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo: dignità intrinseca che non si perde mai. Questa nozione oggettiva di dignità è una garanzia contro l'arbitrio el'abuso. Non la si dovrebbe abbandonare alla leggera.
Venendo poi al principio di autonomia, va osservato che si presuppone che la persona possa giudicare il valore della propria vita indipendentemente da ogni relazione con gli altri uomini, facendo riferimento in modo esclusivo ai propri criteri e al proprio vissuto. Nella realtà ciò non si da mai, perché gli uomini non sono atomi (come afferma erroneamente un concezione individualistica estrema), ma dipendono in modo reale gli uni dagli altri. L'immagine che un uomo ha di sé dipende non da ultimo da chi egli è agli occhi degli altri; la valutazione del valore della propria vita rappresenta nell'una o nell'altra direzione sempre anche una reazione alla valutazione ch'egli riceve nel giudizio degli altri. È semplicemente irrealistico pensare che una persona possa prendere una decisione definitiva, libera e razionale, sulla propria esistenza e sul suo valore complessivo senza essere influenzata dalle persone con cui vive e dall'ambiente sociale che lo circonda. Quindi non è possibile stabilire delle condizioni di "asetticità", in cui il soggetto possa pervenire alla sua decisione autonoma sul valore della propria esistenza. È inevitabile che su questa valutazione influiscano le considerazioni utilitaristiche sociali e molti altri interessi.
A questo punto comprendiamo che non possiamo circoscrivere un problema così importante solo nell'ambito privato, ma si deve porre una terza questione: è vero che la legalità dell'eutanasia su richiesta riguarda esclusivamente gli interessati, e non concerne il resto della società?La domanda è necessaria dato che l'eutanasia viene rivendicata sempre più non come rimedio al dolore insopportabile, ma come diritto personale, che concerne la sfera privata della vita. Due importanti sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti e della Corte di Giustizia europea hanno negato che si possa parlare di diritto all'eutanasia. In queste sentenze, completamente trascurate dai sostenitori dell'eutanasia, si sottolinea la differenza tra la nozione di diritto a morire e quella di diritto a essere assistiti a morire. La prima nozione ha un significato soprattutto di principio e si pone su di un piano filosofico ed etico, la seconda riveste invece un significato giuridico e impone alla società il corrispondente dovere di cooperare al processo di morte. Ora, questa cooperazione appare problematica per diverse ragioni. Il dubbio se sia possibile considerare il desiderio di morire espresso da pazienti gravemente malati come il risultato indipendente di processi razionali di valutazione, che scaturiscono unicamente dalla conoscenza interiore dell'esistenza individuale, è confermato dai rapporti concreti della prassi clinica. Proprio in un avanzato stadio della malattia il desiderio di morire rappresenta spesso una comunicazione velata, che a un livello più profondo intende dire qualcosa di diverso dal significato diretto delle parole adoperate. Inoltre, nelle singole fasi che precedono la morte l'umore del malato cambia spesso; il desiderio di morire presto, espresso in una fase di depressione, può cedere successivamente il posto a un nuovo desiderio di vivere, che permette al moribondo di accettare consapevolmente la propria morte. In un secondo momento simili desideri di morire sembrano un appello disperato a non essere lasciati soli nel difficile momento della morte. Dietro di essi si cela il desiderio di essere in quel frangente efficacemente aiutati, desiderio che un'interpreta-zione letterale della richiesta di eutanasia o addirittura il suo immediato appagamento potrebbero solo deludere.
In secondo luogo, la realtà delle cure palliative ha mostrato che la vera richiesta della popolazione è quella di non soffrire inutilmente e di essere accompagnati in modo attento e umano alla morte, mentre non è affatto quella di anticipare la morte. Incontestabili sono i dati di esperienza che ci vengono dall'Istituto nazionale dei tumori di Milano, che ci dicono dell'assoluta marginalità di richieste di eutanasia in presenza di buone cure palliative.
Una società civile che vuole essere degna di questo nome si prende cura di tutti, soprattutto nella fase in cui le persone sono più fragili e bisognose di sostegno. Quindi nella questione dell'eutanasia sono in gioco, non solo le considerazioni filosofiche su che cosa sia libertà umana, ma anche il modello di società solidaristica o meno che si vuole costruire. Si confrontano sul tema dell'eutanasia due concezioni sociali: quella in cui gli uomini sono solo dei soci e quella in cui gli uomini sono in relazione di prossimità. Per questo motivo il tema dell'eutanasia è cruciale per la costruzione di una società solidale. Dire no all' eutanasia è essenziale perché ci sia una società solidale nei fatti.
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Aiutiamo Welby a spegnersi serenamente
da l'Avanti! del 15 dicembre 2006, di Venerio Cattani
Aiutiamo Welby a spegnersi serenamente
da l'Avanti! del 15 dicembre 2006, di Venerio Cattani
Al punto in cui è arrivato Piergiorgio Welby, sembra che non ci sia altro da fare che aiutarlo a morire.
Non mi pare che esista più nemmeno il problema dell'eutanasia. È inutile affrettare una fine che è già, c'è solo da addolcirla, da ammansirla. Credo che tutti vorremmo che così toccasse a ognuno di noi: uno spegnimento tranquillo, tenue, il meno doloroso possibile. E credo che, a questo punto, tutti dovrebbero abbassare i toni. A cominciare dal Papa, che sta parlando troppo e talvolta a sproposito. Il suo discorso dell'altro giorno, quell'equiparazione fra eutanasia, aborto e guerra, è esagerato. C'è una qualche differenza tra chi invoca la morte, chi per compassione gliela da e quelli che fanno esplodere un camion di tritolo ammazzando 57 disgraziati, come l'altro ieri a Baghdad. È un paragone accettabile per chi crede che la vita e la morte siano doni inalienabili di Dio, ma è un credo che non si può imporre.
Anche la proposizione di Fini, secondo il quale chi stacca la spina commette un omicidio, è troppo drastica: può essere un omicidio, ma può essere un gesto di pietà. È per questo che una legge sull'eutanasia appare molto difficile da formulare, mentre è indubbio che bisogna aiutare chi chiede di morire.
Come appunto fa Welby, che si sta battendo fino all'ultimo per il diritto alla morte consapevole e determinata. Ora, bisogna accontentarlo, senza gesti teatrali, ma con rapidità, dolcezza, rispettoso silenzio. Il suo medico curante, che conosce tutta la sua vicenda, si è rifiutato di staccare la spina. Ma deve anche rifiutarsi di riattaccare il rianimatore meccanico; deve accompagnare, da amico, "il fatal sospiro".
Quando questa penosa storia sarà conclusa, allora verrà il momento di affrontare la questione legislativa. Che la morte Welby non sia inutile. Questo è proprio ciò che lui vuole. Se il suo sacrificio non sarà stato tempestivo e utile per lui, che lo sia per tanti altri dopo di lui.
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