Italia. Mina Welby a Ruini: mio marito come Giovanni Paolo II
'Il cardinale Ruini non l'ha proprio capito mio marito. Ed io questa Chiesa che celebra in pompa magna i funerali di Pinochet accusato di tanti omicidi e li nega al mio Piero che voleva solo smettere di soffrire, non la comprendo'. Lo afferma a 'La Repubblica' Mina Welby, la vedova di Piergiorgio Welby, che sottolinea: 'Mi sembra distante, sempre piu' lontana dalle parole di Gesu''.
Una chiesa per Mina Welby 'dogmatica e poco caritatevole, se non fosse per le parole del cardinale Martini che ha capito i problemi di chi e' malato e soffre, della necessita' di una legge'.
Ruini, continua Mina Welby 'dice che gli ha rifiutato il funerale perche' era un suicida. Non e' vero, Piero non si e' ucciso, ha chiesto di interrompere una cura. Ha fatto come Giovanni Paolo II che quando stava per morire ha rifiutato la respirazione artificiale e chiesto di tornare alla casa del Padre. Quello che mi domando e': perche' si puo' rifiutare una terapia e non interromperla?'.
REALE: BISOGNA IMPARARE AD ACCETTARE LE MORTE 'Dio non ci chiede di avere ostaggi di una macchina, dobbiamo guardarci dal trasformare la sacralita' della vita nella sacralita' della tecnica, fino a fare della tecnica quasi un dio che dice : alzati e cammina'. Lo dichiara in un'intervista al 'Corriere della Sera' Giovanni Reale, filosofo cattolico e curatore dei libri di Giovanni Paolo II.
'L'eutanasia e' inaccettabile, ma il caso Welby non aveva nulla a che fare con l'eutanasia perche' era accanimento, altrettanto inaccettabile. Non si puo' imporre a una persona di vivere prigioniera della tecnologia, quando la cosiddetta 'cura' non ha effetto, procura sofferenza e impedisce con la violenza l'estrema richiesta di quell'uomo. Che non significa affatto darsi la morte ma accettare di non poterla impedire'.
'Ora che si e' ritirato in Terrasanta e' come se Martini avesse una visione ancora piu' ampia - commenta- lo sguardo di chi riesce a vedere le cose anche da Gerusalemme e non solo da Atene: i grandi principi enunciati razionalmente vanno calati nell'uomo concreto, la persona sofferente che ho qui davanti e si trova in questa situazione.
Per un cristiano Dio ha mandato si' i comandamenti, ma poi e' arrivato lui, si e' fatto uomo'. 'Il pericolo e' di ottenere l'effetto opposto: glorificare la scienza. Come quelli che negli Usa si fanno ibernare nella speranza di cure future. E' il rischio di fare il gioco del nostro tempo che ha dimenticato il senso della morte e quindi anche della vita'.
SGRECCIA: SOSPENSIONE CURE E' EUTANASIA 'Vorrei fare una precisazione sullo scritto del Cardinale Martini a proposito della definizione di eutanasia. Il Cardinale propone una definizione in questi termini: 'Un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte'. Ora questa definizione risulta secondo il mio parere, insufficente, perche' riguarda soltanto la cosidetta eutanasia attiva; mentre e' eutanasia anche la 'omissione' di una terapia efficace e dovuta, la cui privazione causa intenzionalmente la morte'. Lo dichiara in un intervento sul 'Corriere della Sera' Monsignor Elio Sgreccia, Presidente della Pontificia Accademia Pro Vita, secondo il quale il caso Welby 'non ha consentito un dibattito improntato alla serenita', ne' al dialogo positivo tra medico e paziente, a motivo di quella politicizzazione forzata e ideologicamente condizionata che e' stata imposta'.
'Si sa anche che la gravita' morale dell'eutanasia omissiva -afferma- e' uguale rispetto a quella dell'azione 'positiva' di intervento o gesto che causa la morte: l'una equivale all'altra dal momento che provocano lo stesso effetto e procedono dalla stessa intenzione. Si tratta sempre di morte provocata intenzionalmente'.
'L'esigenza di tener conto della volonta' e del parere del paziente, esigenza sentita nella dottrina tradizionale della morale cattolica, e' collegata al concetto di ordinarieta'-straordinarieta' che assumono le terapie in relazione alle condizioni fisiche, psicologiche, sociali ed economiche del paziente considerato nella sua situazione concreta. In questo ambito va certamente ascoltato il perere del paziente e va tenuta in conto la sua volonta''.
Ma, secondo Sgreccia, 'sono due i criteri che vanno coniugati: quando si tratta di terapie proporzionate (dal punto di vista medico) e ordinarie (dal punto di vista del paziente), c'e' l'obbligomorale di offrirle e di accettarle (a parte la possibilita' giuridica di rifiutarle); circa le terapie sproporzionate (ordinarie o straordinarie che siano), sussiste il dovere etico di rifiutarle, ordinariamente; per quanto riguarda poi le terapie medicalmente proporzionate, ma che risultassero straordinarie per il paziente, egli non sara' moralmente obbligato a sottoporvisi, ma potra' lecitamente farlo se lo decide: l'offerta e l'accettazione dipendono dalla matura e prudente scelta del paziente'.
'Quando si parla del 'rifiuto delle terapie' da parte del paziente -sottolinea-, il medico, pur avendo il dovere di ascoltare il paziente, non puo' essere ritenuto un semplice esecutore dei suoi voleri: se riconosce la consistenza dei motivi del rifiuto, dovra' rispettare la volonta' del paziente; se invece vi scorge un rifiuto immotivato, e' tenuto a proporre la sua posizione di coscienza e, se del caso, proporre il ricorso all'autorita' competente, ed eventualmente, dimettere il paziente che gli e' stato affidato come responsabilita'. L'automatismo instaurato dalla legge francese (art.
6), legge citata dal cardinale Martini nel suo articolo, secondo la quale qualunque rifiuto delle cure da parte del paziente deve essere accolto ed eseguito dal medico (dopo aver spiegato al paziente gli effetti del rifiuto), puo' configurare un'eutanasia omissiva sia da parte del paziente sia da parte del medico'.
'Per questo -spiega mons. Sgreccia- non vedo come il modello francese, citato dal cardinale Martini ma anche suggerito da altri, possa rappresentare un criterio moralmente valido. Io personalmente non mi auguro la stessa cosa per l'Italia'.
'Condividiamo tutti il richiamo del cardinale circa l'impiego delle cure palliative, che comprendono anzitutto la sedazione del dolore, aggiunge, ma 'circa eventuali ulteriori interventi legislativi per garantire la legittimita' del rifiuto delle terapie, non so se cio' sia necessario; semmai dovrebbe avvenire per garantire anche la coscienza del medico ed evitare anche l'introduzione surrettizia dell'eutanasia omissiva alla maniera francese'.
'Rimane, invece, da chiedere tutto lo sforzo dello Stato e della comunita' -conclude il pesidente della Pontificia Accademia Pro Vita- per l'adeguatezza dell'assistenza terapeutica, palliativa e umana specialmente nell'attuale clima di difficolta' nelle strutture sottoposte a restrizioni di spese e di personale, e specialmente quando si tratta di malati anziani e non autosufficienti. Rimane anche urgente il discorso di una formazione etico-deontologica del personale medico-assistenziale di fronte alla complessita' dei problemi ed anche di fronte alla non chiarezza di alcune tendenze culturali favorevoli all'eutanasia, mascherata di rivendicazione di autonomia e afflitta dalla solitudine morale. L'autonomia vera, cui allude lo scritto del cardinale, quando invita a guardare in Alto, si determina con l'accettazione consapevole del dono di se' anche nel momento di una morte accolta ed offerta, offerta che dovrebbe compiere in pienezza il dono di se', fatto durante i tempi della salute e dell'impegno lavorativo'.
'Nel ragionamento di Sgreccia c'e' un errore metodologico, perche' si introduce l'eutanasia 'passiva', un termine che vanifica e mortifica il rifiuto delle cure, che e' invece un diritto della persona'. Lo dice all'Adnkronos Mario Riccio, il medico anestesista e rianimatore all'ospedale di Cremona che il 20 dicembre scorso alle 23.40 ha 'staccato la spina' a Piergiorgio Welby, replicando cosi' all'intervento sul 'Corriere della Sera' di monsignor Elio Sgreccia, Presidente della Pontificia Accademia Pro Vita, secondo il quale 'e' eutanasia anche la 'omissione' di una terapia efficace e dovuta, la cui privazione causa intenzionalmente la morte'.
'Diversamente - spiega Riccio - la signora che all'ospedale di Milano ha rifiutato di farsi amputare una gamba rientretebbe in questa categoria dell'eutanasia passiva. Come ne farebbero parte anche coloro che a suo tempo sospesero la chemioterapia per rivolgersi al metodo Di Bella, che poi si rivelo' scientificamente inesistente'.
Secondo Riccio 'l'intervento di Martini ha comunque scosso la coscienza dei credenti'. Anzi, la 'novita' portata dall'abate dialogante della Chiesa e' stata dirompente, perche' dimostra che anche tra i credenti si puo' ragionare liberamente su questi temi.
Niente di nuovo, in verita', ma l'ha detto Martini e qualcuno si e' interrogato. Questo e' un bene'.
'Senza fare polemiche -premette il medico di Cremona- ma don Stanislao, segretario di Giovanni Paolo II, ha riferito che di fronte alla possibilita' di tornare in ospedale per essere collegato al respiratore, anche il Papa disse: 'Lasciatemi tornare alla casa del Padre'. A mio avviso Welby -aggiunge Riccio- aveva una consapevolezza maggiore della terapia ventilatoria. Il suo rifiuto e' forse piu' consapevole di quello del Papa?'.
SIR: LA CHIESA NON PUO' TACERE "La Chiesa non ha privilegi da difendere, ne' poteri coercitivi: ma non puo' tacere sulle questioni fondamentali, sulle grandi scelte che oggi dobbiamo compiere, cosi' come sui temi piu' ordinari, sulle tante emergenze del nostro vivere". Lo scrive il Servizio Informazione Religiosa della Chiesa Italiana commentando la prolusione del card. Camillo Ruini, che "come sempre - sottolinea - non si sottrae alle questioni piu' controverse" con un "argomentare sereno e puntuale in piena sintonia con la Santa Sede" e con ripetute prese di posizioni dello stesso Benedetto XVI".
La Chiesa dunque ha il dovere di intervenire sui temi piu' delicati e al centro del dibattito politico, come i pacs e l'eutanasia. "Le sue prese di posizione non sono selettive: in parole povere non separa questioni pretese 'di sinistra' (pace, non violenza, giustizia per tutti a cominciare dai piu' poveri, rispetto del creato) da altre invece corrivamente definite 'di destra' (vita, famiglia, matrimonio)". "Mettere al centro la persona - osserva il Sir - significa invitare tutti a convergere e nello stesso tempo non fare sconti a nessuno e parlare chiaro".
Per il Sir, non si tratta di ingerenza "perche' i cattolici parlano dei grandi temi di rilievo etici, politici e sociali nel contesto e secondo le regole della societa' e del dibattito democratico e per di piu' in nome di valori che ogni persona di retto sentire puo' condividere". E sui Pacs, spiega la nota, "il no e' ripetuto e reciso, in nome proprio della realta' sociale, del buonsenso, dell'esperienza di vita, del rifiuto di forzature legislative motivate da schemi ideologici, ben lontane da una vera domanda sociale".
"I Pacs - aggiunge il Sir - avrebbero senso solo come anticamera di un matrimonio omosessuale che contrasta con fondamentali dati antropologici e in particolare con la non esistenza del bene della generazione dei figli, che e' la ragione specifica del riconoscimento sociale del matrimonio".
Per il Sir, "non c'e' alcun bisogno di una nuova legge insomma: i diritti individuali sono gia' salvaguardati, o potrebbero comunque esserlo in termini privati".
Altrettanto "chiaro" e' per il Sir il rifiuto dell'eutanasia. "Anche su questo tema - sottolinea la nota - l'avvertimento e' a non andare avanti indebitamente. Sui principi insomma bisogna essere chiari e fermi, cosi' come ha mostrato il caso Welby, per il quale lo stesso Ruini ha avuto parole di compassione e di speranza cristiana".
Secondo il Sir, "la questione di fondo e' quella del valore e del significato della persona, non in astratto, ma nel concreto delle nuove, impegnative scelte di questi anni".
Scelte, continua la nota, "che pongono una domanda: hanno ancora un senso le categorie e le polarizzazioni del XX secolo?
Si puo' dire che sia progressista volere i Pacs e l'eutanasia?".
"Rivendicare questi due istituti in assenza di una concreta domanda sociale, che chiede invece politiche familiari e sanitarie adeguate, per seguire interessi politici o dottrinali - conclude la nota - non e' un modo per modernizzare la societa'. E' semplicemente un binario morto".
Una chiesa per Mina Welby 'dogmatica e poco caritatevole, se non fosse per le parole del cardinale Martini che ha capito i problemi di chi e' malato e soffre, della necessita' di una legge'.
Ruini, continua Mina Welby 'dice che gli ha rifiutato il funerale perche' era un suicida. Non e' vero, Piero non si e' ucciso, ha chiesto di interrompere una cura. Ha fatto come Giovanni Paolo II che quando stava per morire ha rifiutato la respirazione artificiale e chiesto di tornare alla casa del Padre. Quello che mi domando e': perche' si puo' rifiutare una terapia e non interromperla?'.
REALE: BISOGNA IMPARARE AD ACCETTARE LE MORTE 'Dio non ci chiede di avere ostaggi di una macchina, dobbiamo guardarci dal trasformare la sacralita' della vita nella sacralita' della tecnica, fino a fare della tecnica quasi un dio che dice : alzati e cammina'. Lo dichiara in un'intervista al 'Corriere della Sera' Giovanni Reale, filosofo cattolico e curatore dei libri di Giovanni Paolo II.
'L'eutanasia e' inaccettabile, ma il caso Welby non aveva nulla a che fare con l'eutanasia perche' era accanimento, altrettanto inaccettabile. Non si puo' imporre a una persona di vivere prigioniera della tecnologia, quando la cosiddetta 'cura' non ha effetto, procura sofferenza e impedisce con la violenza l'estrema richiesta di quell'uomo. Che non significa affatto darsi la morte ma accettare di non poterla impedire'.
'Ora che si e' ritirato in Terrasanta e' come se Martini avesse una visione ancora piu' ampia - commenta- lo sguardo di chi riesce a vedere le cose anche da Gerusalemme e non solo da Atene: i grandi principi enunciati razionalmente vanno calati nell'uomo concreto, la persona sofferente che ho qui davanti e si trova in questa situazione.
Per un cristiano Dio ha mandato si' i comandamenti, ma poi e' arrivato lui, si e' fatto uomo'. 'Il pericolo e' di ottenere l'effetto opposto: glorificare la scienza. Come quelli che negli Usa si fanno ibernare nella speranza di cure future. E' il rischio di fare il gioco del nostro tempo che ha dimenticato il senso della morte e quindi anche della vita'.
SGRECCIA: SOSPENSIONE CURE E' EUTANASIA 'Vorrei fare una precisazione sullo scritto del Cardinale Martini a proposito della definizione di eutanasia. Il Cardinale propone una definizione in questi termini: 'Un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte'. Ora questa definizione risulta secondo il mio parere, insufficente, perche' riguarda soltanto la cosidetta eutanasia attiva; mentre e' eutanasia anche la 'omissione' di una terapia efficace e dovuta, la cui privazione causa intenzionalmente la morte'. Lo dichiara in un intervento sul 'Corriere della Sera' Monsignor Elio Sgreccia, Presidente della Pontificia Accademia Pro Vita, secondo il quale il caso Welby 'non ha consentito un dibattito improntato alla serenita', ne' al dialogo positivo tra medico e paziente, a motivo di quella politicizzazione forzata e ideologicamente condizionata che e' stata imposta'.
'Si sa anche che la gravita' morale dell'eutanasia omissiva -afferma- e' uguale rispetto a quella dell'azione 'positiva' di intervento o gesto che causa la morte: l'una equivale all'altra dal momento che provocano lo stesso effetto e procedono dalla stessa intenzione. Si tratta sempre di morte provocata intenzionalmente'.
'L'esigenza di tener conto della volonta' e del parere del paziente, esigenza sentita nella dottrina tradizionale della morale cattolica, e' collegata al concetto di ordinarieta'-straordinarieta' che assumono le terapie in relazione alle condizioni fisiche, psicologiche, sociali ed economiche del paziente considerato nella sua situazione concreta. In questo ambito va certamente ascoltato il perere del paziente e va tenuta in conto la sua volonta''.
Ma, secondo Sgreccia, 'sono due i criteri che vanno coniugati: quando si tratta di terapie proporzionate (dal punto di vista medico) e ordinarie (dal punto di vista del paziente), c'e' l'obbligomorale di offrirle e di accettarle (a parte la possibilita' giuridica di rifiutarle); circa le terapie sproporzionate (ordinarie o straordinarie che siano), sussiste il dovere etico di rifiutarle, ordinariamente; per quanto riguarda poi le terapie medicalmente proporzionate, ma che risultassero straordinarie per il paziente, egli non sara' moralmente obbligato a sottoporvisi, ma potra' lecitamente farlo se lo decide: l'offerta e l'accettazione dipendono dalla matura e prudente scelta del paziente'.
'Quando si parla del 'rifiuto delle terapie' da parte del paziente -sottolinea-, il medico, pur avendo il dovere di ascoltare il paziente, non puo' essere ritenuto un semplice esecutore dei suoi voleri: se riconosce la consistenza dei motivi del rifiuto, dovra' rispettare la volonta' del paziente; se invece vi scorge un rifiuto immotivato, e' tenuto a proporre la sua posizione di coscienza e, se del caso, proporre il ricorso all'autorita' competente, ed eventualmente, dimettere il paziente che gli e' stato affidato come responsabilita'. L'automatismo instaurato dalla legge francese (art.
6), legge citata dal cardinale Martini nel suo articolo, secondo la quale qualunque rifiuto delle cure da parte del paziente deve essere accolto ed eseguito dal medico (dopo aver spiegato al paziente gli effetti del rifiuto), puo' configurare un'eutanasia omissiva sia da parte del paziente sia da parte del medico'.
'Per questo -spiega mons. Sgreccia- non vedo come il modello francese, citato dal cardinale Martini ma anche suggerito da altri, possa rappresentare un criterio moralmente valido. Io personalmente non mi auguro la stessa cosa per l'Italia'.
'Condividiamo tutti il richiamo del cardinale circa l'impiego delle cure palliative, che comprendono anzitutto la sedazione del dolore, aggiunge, ma 'circa eventuali ulteriori interventi legislativi per garantire la legittimita' del rifiuto delle terapie, non so se cio' sia necessario; semmai dovrebbe avvenire per garantire anche la coscienza del medico ed evitare anche l'introduzione surrettizia dell'eutanasia omissiva alla maniera francese'.
'Rimane, invece, da chiedere tutto lo sforzo dello Stato e della comunita' -conclude il pesidente della Pontificia Accademia Pro Vita- per l'adeguatezza dell'assistenza terapeutica, palliativa e umana specialmente nell'attuale clima di difficolta' nelle strutture sottoposte a restrizioni di spese e di personale, e specialmente quando si tratta di malati anziani e non autosufficienti. Rimane anche urgente il discorso di una formazione etico-deontologica del personale medico-assistenziale di fronte alla complessita' dei problemi ed anche di fronte alla non chiarezza di alcune tendenze culturali favorevoli all'eutanasia, mascherata di rivendicazione di autonomia e afflitta dalla solitudine morale. L'autonomia vera, cui allude lo scritto del cardinale, quando invita a guardare in Alto, si determina con l'accettazione consapevole del dono di se' anche nel momento di una morte accolta ed offerta, offerta che dovrebbe compiere in pienezza il dono di se', fatto durante i tempi della salute e dell'impegno lavorativo'.
'Nel ragionamento di Sgreccia c'e' un errore metodologico, perche' si introduce l'eutanasia 'passiva', un termine che vanifica e mortifica il rifiuto delle cure, che e' invece un diritto della persona'. Lo dice all'Adnkronos Mario Riccio, il medico anestesista e rianimatore all'ospedale di Cremona che il 20 dicembre scorso alle 23.40 ha 'staccato la spina' a Piergiorgio Welby, replicando cosi' all'intervento sul 'Corriere della Sera' di monsignor Elio Sgreccia, Presidente della Pontificia Accademia Pro Vita, secondo il quale 'e' eutanasia anche la 'omissione' di una terapia efficace e dovuta, la cui privazione causa intenzionalmente la morte'.
'Diversamente - spiega Riccio - la signora che all'ospedale di Milano ha rifiutato di farsi amputare una gamba rientretebbe in questa categoria dell'eutanasia passiva. Come ne farebbero parte anche coloro che a suo tempo sospesero la chemioterapia per rivolgersi al metodo Di Bella, che poi si rivelo' scientificamente inesistente'.
Secondo Riccio 'l'intervento di Martini ha comunque scosso la coscienza dei credenti'. Anzi, la 'novita' portata dall'abate dialogante della Chiesa e' stata dirompente, perche' dimostra che anche tra i credenti si puo' ragionare liberamente su questi temi.
Niente di nuovo, in verita', ma l'ha detto Martini e qualcuno si e' interrogato. Questo e' un bene'.
'Senza fare polemiche -premette il medico di Cremona- ma don Stanislao, segretario di Giovanni Paolo II, ha riferito che di fronte alla possibilita' di tornare in ospedale per essere collegato al respiratore, anche il Papa disse: 'Lasciatemi tornare alla casa del Padre'. A mio avviso Welby -aggiunge Riccio- aveva una consapevolezza maggiore della terapia ventilatoria. Il suo rifiuto e' forse piu' consapevole di quello del Papa?'.
SIR: LA CHIESA NON PUO' TACERE "La Chiesa non ha privilegi da difendere, ne' poteri coercitivi: ma non puo' tacere sulle questioni fondamentali, sulle grandi scelte che oggi dobbiamo compiere, cosi' come sui temi piu' ordinari, sulle tante emergenze del nostro vivere". Lo scrive il Servizio Informazione Religiosa della Chiesa Italiana commentando la prolusione del card. Camillo Ruini, che "come sempre - sottolinea - non si sottrae alle questioni piu' controverse" con un "argomentare sereno e puntuale in piena sintonia con la Santa Sede" e con ripetute prese di posizioni dello stesso Benedetto XVI".
La Chiesa dunque ha il dovere di intervenire sui temi piu' delicati e al centro del dibattito politico, come i pacs e l'eutanasia. "Le sue prese di posizione non sono selettive: in parole povere non separa questioni pretese 'di sinistra' (pace, non violenza, giustizia per tutti a cominciare dai piu' poveri, rispetto del creato) da altre invece corrivamente definite 'di destra' (vita, famiglia, matrimonio)". "Mettere al centro la persona - osserva il Sir - significa invitare tutti a convergere e nello stesso tempo non fare sconti a nessuno e parlare chiaro".
Per il Sir, non si tratta di ingerenza "perche' i cattolici parlano dei grandi temi di rilievo etici, politici e sociali nel contesto e secondo le regole della societa' e del dibattito democratico e per di piu' in nome di valori che ogni persona di retto sentire puo' condividere". E sui Pacs, spiega la nota, "il no e' ripetuto e reciso, in nome proprio della realta' sociale, del buonsenso, dell'esperienza di vita, del rifiuto di forzature legislative motivate da schemi ideologici, ben lontane da una vera domanda sociale".
"I Pacs - aggiunge il Sir - avrebbero senso solo come anticamera di un matrimonio omosessuale che contrasta con fondamentali dati antropologici e in particolare con la non esistenza del bene della generazione dei figli, che e' la ragione specifica del riconoscimento sociale del matrimonio".
Per il Sir, "non c'e' alcun bisogno di una nuova legge insomma: i diritti individuali sono gia' salvaguardati, o potrebbero comunque esserlo in termini privati".
Altrettanto "chiaro" e' per il Sir il rifiuto dell'eutanasia. "Anche su questo tema - sottolinea la nota - l'avvertimento e' a non andare avanti indebitamente. Sui principi insomma bisogna essere chiari e fermi, cosi' come ha mostrato il caso Welby, per il quale lo stesso Ruini ha avuto parole di compassione e di speranza cristiana".
Secondo il Sir, "la questione di fondo e' quella del valore e del significato della persona, non in astratto, ma nel concreto delle nuove, impegnative scelte di questi anni".
Scelte, continua la nota, "che pongono una domanda: hanno ancora un senso le categorie e le polarizzazioni del XX secolo?
Si puo' dire che sia progressista volere i Pacs e l'eutanasia?".
"Rivendicare questi due istituti in assenza di una concreta domanda sociale, che chiede invece politiche familiari e sanitarie adeguate, per seguire interessi politici o dottrinali - conclude la nota - non e' un modo per modernizzare la societa'. E' semplicemente un binario morto".
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