Sabato 6 giugno 2026
Menu

Italia. Nobel Capecchi: irresponsabile e illogico limitare ricerca con staminali embrionali

U.E. - ITALIA
Notizia ·
Pubblichiamo questa intervista di Armando Massarenti al premio Nobel Mario Renato Capecchi, apparsa sul Sole 24 Ore del 14 ottobre 2007.

Professor Capecchi, lei non parla per niente l'italiano?
"Sì, è terribile. Dovrei venire per un po' in Italia per verificare se ne sia rimasta una traccia da qualche parte del mio cervello". Mario Renato Capecchi, che ha appena vinto il premio Nobel per la Medicina per il gene targeting, è americanissimo. Tra le sue ricerche, condotte sui topi, molte riguardano proprio il cervello. "Ho iniziato studiando le manie ossessivo compulsive, poi mi sono concentrato sui meccanismi della paura e ora mi sto occupando di quelli della depressione. Sono studi cruciali. Una percentuale enorme della popolazione soffre di questi disturbi. Diventerà sempre di più un'emergenza sociale".

D'accordo, ma lei studia queste cose sui topi. Li considera un modello attendibile anche per gli umani? "Sono un ottimo modello. In termini di geni siamo identici al 99 per cento. Io sto cercando appunto le cause genetiche di questi fenomeni. Probabilmente la causa della depressione non sta in un solo gene, ma in un insieme di geni".

La motivazione del Nobel insiste molto sulle possibili applicazioni delle sue scoperte. Ma lei non crede che bisognerebbe parlare di più della necessità di sviluppare la scienza di base?
"Sì. Il problema è che, quando emergono nuovi campi interessanti, si insiste troppo presto sulle applicazioni. Così non si dà il tempo ai ricercatori di sviluppare le conoscenze necessarie proprio per realizzare quelle applicazioni che tutti vorremmo. Se non si parte dalla conoscenza, dalla ricerca di base, non si avrà nessuna applicazione. Il caso della ricerca sui tumori è esemplare. La rivoluzione in medicina potrà essere enorme se capiremo il processo biologico che produce i tumori. Potremo realizzare farmaci specifici efficaci evitando ogni effetto collaterale. La conoscenza è sempre la cosa più importante. Le applicazioni vengono dopo".

In Italia ogni giorno gli scienziati si lamentano per la carenza di fondi per la ricerca.
"È una giusta preoccupazione. Ma bisognerebbe preoccuparsi ancora di più del problema della distribuzione dei grant. La scienza negli Usa è molto forte per un motivo molto semplice. Se un giovane scienziato ha una buona idea può sottoporla alla comunità scientifica, che segue criteri di valutazione controllabili. Se la richiesta viene accettata il giovane riceverà personalmente i fondi che gli servono. In Italia, invece, e un po' ovunque in Europa, per non parlare del Giappone dove le cose vanno anche peggio, i finanziamenti vengono dati non a individui, ma a grandi istituzioni, che non li distribuiscono in maniera efficiente. Tendono o a tenerseli o a finanziare a pioggia". In questo senso il premio Nobel di Capecchi è molto americano. Oltreoceano ha trovato un ambiente molto favorevole nei suoi anni di formazione. "Sono approdato nel mondo scientifico proprio mentre la biologia molecolare muoveva i suoi primi passi e le menti migliori accorrevano a occuparsene. Io poi ho avuto la fortuna di avere come maestro James Watson".

Ma all'inizio non era partito come scienziato politico?
"Sì, ma ho lasciato molto presto per dedicarmi alla fisica. La scienza politica non era abbastanza scientifica per me. Non è una vera scienza. È un campo importante, naturalmente. L'avevo scelto perché da giovane volevo risolvere i problemi del mondo. Non ho abbandonato questo proposito, ma la scienza può fare molto di più".

Peraltro le questioni etico-politiche non le sono del tutto estranee. Che ne pensa delle interferenze politiche e religiose sulla libertà della ricerca? Lei è famoso per i suoi esperimenti sui topi, e usa le loro cellule staminali embrionali. Trova corrette le restrizioni alla ricerca sulle staminali embrionali umane?
"Credo molto fermamente che sia necessario adottare tutte le possibili opportunità. Le cellule staminali umane hanno un potenziale enorme. Non abbiamo ancora raggiunto i risultati che vogliamo, ma il potenziale è assolutamente evidente. Non provare in questa direzione, non sondare tutte le possibilità, sarebbe da irresponsabili. Il problema etico va impostato correttamente, tenendo conto del seguente fatto. La società sarà sempre più composta da ultraottuagenari, e questo farà sorgere un problema enorme. A quell'età le probabilità di contrarre malattie neurodegenerative come l'Alzheimer diventa enorme. Noi non possiamo ignorarlo. Dobbiamo provare ogni via almeno per contenere il fenomeno, per eliminare inutili sofferenze. Ed è questo che stiamo cercando di fare".

Dunque lei pensa che le restrizioni del presidente Bush, e anche quelle vigenti in Italia, non siano giustificate?
"Sono del tutto illogiche. E possono sempre essere aggirate facilmente. Lavoro solo su cellule embrionali, ma a uno stadio che non le porterà mai a diventare degli embrioni, e tanto meno degli individui. Ho sviluppato tecniche che funzionano assai bene sui topi a partire dalle due sole cellule staminali che si trovano negli embrioni al loro primissimo stadio. Con l'uomo sembra più difficile, ma bisogna provare a trovare il modo".

Ha senso distinguere tra cellule staminali embrionali e adulte e sostenere che la ricerca sulle une è più promettente di quella sulle altre?
"No, non ha alcun senso. In alcuni casi sembrano più promettenti le adulte (per esempio per la ricerca sui tumori del sangue) e in altri si sono avuti successi con le embrionali (per la produzione di tessuti di organi). La ricerca deve proseguire in tutte le direzioni".

Si diceva che condividiamo con i topi il 99 per cento dei geni. Ma guardare solo ai geni non è fuorviante?Non esiste anche l'interazione con l'ambiente?

"Certo. Diciamo che i geni "reagiscono" continuamente all'ambiente. E lo stesso il nostro organismo. Per esempio, tornando alle modificazioni che gli esseri umani subiscono nella loro vecchiaia, vediamo che certi fenomeni degenerativi si accentuano se il cervello non riceve stimoli dall'esterno. Leggere, ad esempio, costituisce uno stimolo fondamentale e mette in moto un meccanismo che blocca certi fenomeni degenerativi. Geni e ambiente contano più o meno il cinquanta per cento ciascuno".

Che ne pensa di Craig Venter e del suo annuncio della vita artificiale?
"Penso che il suo tentativo di riduzione al minimo del genoma necessario alla vita sia interessante. Venter lavora sulla semplificazione. Io invece credo che sia più produttivo insistere sulla complessità: sulla comprensione di fenomeni geneticamente complessi come la paura, la depressione, la coscienza. Credo che questo approccio ci porterà più lontano".
ADUC è indipendente
Nessun finanziamento pubblico né pubblicità. Solo le donazioni ci rendono liberi.
Sostienici →