Italia. Nomisma: 1,5 milioni di extracomunitari per mantenere popolazione lavorativa
Per mantenere costante la popolazione lavorativa i venticinque paese dell'Unione europea dovrebbero accogliere 1,5 milioni di immigrati all'anno, mentre per mantenere costante la relazione tra popolazione lavorativa e pensionati la cifra deve salire a circa 12 milioni all'anno. Il dato sulla rilevanza del fattore demografico per il futuro dell'Unione e' contenuto nel rapporto di Nomisma "Nomos e khaos 2005', sugli scenari strategici di sicurezza, presentato a Bologna.
Il calo demografico potrebbe costringere l'Italia ad accogliere nell'arco di 50 anni oltre 113 milioni di immigrati per mantenere costante il rapporto tra popolazione attiva e pensionati. Lo scenario, spiega il rapporto, impone la ricerca di nuove politiche di integrazione. Due sono infatti i processi che, per i ricercatori, caratterizzano questo momento storico. "Il primo - scrive nell'introduzione al rapporto Giuseppe Cucchi, capo ufficio politica militare del ministero della Difesa - e' il generalizzato invecchiamento della popolazione europea". Il secondo e' la globalizzazione. "Ci troviamo a dover fare i conti con la globalizzazione - continua Cucchi - fronteggiandola con una popolazione progressivamente sempre piu' anziana, quasi totalmente priva di flessibilita', estremamente restia ad accettare qualsivoglia modifica del suo ambiente".
Il voluminoso rapporto (che integra analisi strategica ed economica tendendo conto di aspetti politici, macroeconomici, diplomatici, militari e di sicurezza nei confronti di rischi tradizionali ed emergenti) sottolinea come, in questo settore, "bisogna attuare una politica innovativa e concreta di integrazione e correlazione culturale verso gli immigrati e le comunita' in via di autoesclusione".
Il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, presente alla presentazione, infatti ha spiegato che "la coesione e' il fattore decisivo della competitivita' dei territori. Ove esiste coesione sociale c'e' un fattore nuovo e di grande efficacia della competitivita'. Le persone protette sono persone che collaborano, non confliggono, non entrano nel sistema produttivo con le tensioni e i timori di chi non e' protetto". La rapidita' nell'estendere le protezioni verso i nuovi cittadini, ha sottolineato, "ha un valore eccezionale. Se i soggetti migranti entrano in una comunita' e sanno di poter contare rapidamente sulla efficacia delle politiche di protezione che riguardano anche loro, il loro rapporto con l'ambiente cambia radicalmente. Piu' permane lo stato di incertezza e piu' alto e' il rischio che comportamenti individuali e di massa accentuino il tema dell'insicurezza. E anche la sicurezza, come la coesione, e' fattore di competitivita' ".
Il calo demografico potrebbe costringere l'Italia ad accogliere nell'arco di 50 anni oltre 113 milioni di immigrati per mantenere costante il rapporto tra popolazione attiva e pensionati. Lo scenario, spiega il rapporto, impone la ricerca di nuove politiche di integrazione. Due sono infatti i processi che, per i ricercatori, caratterizzano questo momento storico. "Il primo - scrive nell'introduzione al rapporto Giuseppe Cucchi, capo ufficio politica militare del ministero della Difesa - e' il generalizzato invecchiamento della popolazione europea". Il secondo e' la globalizzazione. "Ci troviamo a dover fare i conti con la globalizzazione - continua Cucchi - fronteggiandola con una popolazione progressivamente sempre piu' anziana, quasi totalmente priva di flessibilita', estremamente restia ad accettare qualsivoglia modifica del suo ambiente".
Il voluminoso rapporto (che integra analisi strategica ed economica tendendo conto di aspetti politici, macroeconomici, diplomatici, militari e di sicurezza nei confronti di rischi tradizionali ed emergenti) sottolinea come, in questo settore, "bisogna attuare una politica innovativa e concreta di integrazione e correlazione culturale verso gli immigrati e le comunita' in via di autoesclusione".
Il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, presente alla presentazione, infatti ha spiegato che "la coesione e' il fattore decisivo della competitivita' dei territori. Ove esiste coesione sociale c'e' un fattore nuovo e di grande efficacia della competitivita'. Le persone protette sono persone che collaborano, non confliggono, non entrano nel sistema produttivo con le tensioni e i timori di chi non e' protetto". La rapidita' nell'estendere le protezioni verso i nuovi cittadini, ha sottolineato, "ha un valore eccezionale. Se i soggetti migranti entrano in una comunita' e sanno di poter contare rapidamente sulla efficacia delle politiche di protezione che riguardano anche loro, il loro rapporto con l'ambiente cambia radicalmente. Piu' permane lo stato di incertezza e piu' alto e' il rischio che comportamenti individuali e di massa accentuino il tema dell'insicurezza. E anche la sicurezza, come la coesione, e' fattore di competitivita' ".
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