Italia. A Padova con le staminali nuove frontiere per l'oncologia
Si chiama mini allotrapianto l'ultima speranza per il trattamento dei tumori solidi resistiti a tutte le terapie precedenti. Un progetto che Padova sta sperimentando assieme agli ospedali di Noale e Milano. La cura consiste nel trapianto di cellule staminali periferiche da donatore e viene applicata nel trattamento di neoplasie metastatiche della mammella, del polmone, delle vie biliari e del colon, cosi' come nel campo del carcinoma renale laddove c'e' un'evidenza consolidata di ottima remissione in una patologia che prima non veniva trattata in alcun altro modo.
Un metodo che coglie i primi risultati con gli ottimi esiti nel primo paziente trattato con un trapianto di cellule staminali periferiche da donatore. Il trapianto e' stato preceduto da un ciclo di chemioterapia non mieloablativa, ovvero a basse dosi, destinata non tanto a sconfiggere la neoplasia, quanto ad abbassare le difese immunitarie del paziente in modo da permettergli di ricevere le cellule sconosciute. A quel punto le staminali sono state estratte in ambiente ambulatoriale dal donatore con un prelievo del sangue effettuato su una vena.
"Uno dei problemi di questo procedimento sta nell'effettiva difficolta' di trovare un congiunto compatibile con il malato", spiega la dottoressa Savina Aversa, dirigente di primo livello dell'Oncologia medica diretta dal professor Silvio Monfardini che segue il progetto assieme al dottor Giuseppe Ban. "Tra fratelli c'e' solo il 25% della possibilita' di essere compatibili, ed in un mondo in cui si fanno sempre meno figli, questo non ci aiuta.Queste terapie sono possibili solo in ospedali qualificati, laddove le diverse competenze sono messe in rete, in modo da portare a termine in poche ore procedure molto complesse".
La sperimentazione del mini allotrapianto, che a Padova prevede il trattamento di 15 pazienti, appartiene al programma di trapianto di cellule staminali periferiche iniziato dall'Unita' Operativa nel giugno '96 che ha visto un centinaio di trapianti autologi per la cura di neoplasie ematologiche. In questo caso si tratta di una terapia che prevede il prelievo di cellule staminali periferiche dal malato prima di sottoporlo ad un'alta dose di chemioterapia. Queste vengono manipolate e conservate per essere reinfuse una volta terminata la cura in modo da permettere al sistema ematopoietico di riformarsi.
La procedura sfrutta l'elevata capacita' tumorocida della chemioterapia: "Il procedimento ha di fatto soppiantando il trapianto di staminali da midollo osseo", prosegue la specialista. "Il prelievo delle cellule dal sangue periferico si e' rivelato piu' efficace perche' attecchiscono piu' velocemente con una riduzione della degenza del paziente, delle complicanze infettive, emorragiche e dei costi, dato che il processo non richiede la sala operatoria con l'anestesia generale. Senza contare che raccogliendo le cellule periferiche c'e' meno possibilita' di inquinamento da parte di quelle neoplastiche di quanta se ne aveva quando si faceva il trapianto di midollo vero e proprio".
Un metodo che coglie i primi risultati con gli ottimi esiti nel primo paziente trattato con un trapianto di cellule staminali periferiche da donatore. Il trapianto e' stato preceduto da un ciclo di chemioterapia non mieloablativa, ovvero a basse dosi, destinata non tanto a sconfiggere la neoplasia, quanto ad abbassare le difese immunitarie del paziente in modo da permettergli di ricevere le cellule sconosciute. A quel punto le staminali sono state estratte in ambiente ambulatoriale dal donatore con un prelievo del sangue effettuato su una vena.
"Uno dei problemi di questo procedimento sta nell'effettiva difficolta' di trovare un congiunto compatibile con il malato", spiega la dottoressa Savina Aversa, dirigente di primo livello dell'Oncologia medica diretta dal professor Silvio Monfardini che segue il progetto assieme al dottor Giuseppe Ban. "Tra fratelli c'e' solo il 25% della possibilita' di essere compatibili, ed in un mondo in cui si fanno sempre meno figli, questo non ci aiuta.Queste terapie sono possibili solo in ospedali qualificati, laddove le diverse competenze sono messe in rete, in modo da portare a termine in poche ore procedure molto complesse".
La sperimentazione del mini allotrapianto, che a Padova prevede il trattamento di 15 pazienti, appartiene al programma di trapianto di cellule staminali periferiche iniziato dall'Unita' Operativa nel giugno '96 che ha visto un centinaio di trapianti autologi per la cura di neoplasie ematologiche. In questo caso si tratta di una terapia che prevede il prelievo di cellule staminali periferiche dal malato prima di sottoporlo ad un'alta dose di chemioterapia. Queste vengono manipolate e conservate per essere reinfuse una volta terminata la cura in modo da permettere al sistema ematopoietico di riformarsi.
La procedura sfrutta l'elevata capacita' tumorocida della chemioterapia: "Il procedimento ha di fatto soppiantando il trapianto di staminali da midollo osseo", prosegue la specialista. "Il prelievo delle cellule dal sangue periferico si e' rivelato piu' efficace perche' attecchiscono piu' velocemente con una riduzione della degenza del paziente, delle complicanze infettive, emorragiche e dei costi, dato che il processo non richiede la sala operatoria con l'anestesia generale. Senza contare che raccogliendo le cellule periferiche c'e' meno possibilita' di inquinamento da parte di quelle neoplastiche di quanta se ne aveva quando si faceva il trapianto di midollo vero e proprio".
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