Italia. Quasi il 70% delle donne africane immigrate ha subito infibulazione
Il 68,4% delle donne provenienti dall'Africa sub-sahariana e da altri Paesi del continente, visitate all'Istituto San Gallicano di Roma (Irccs), ha subito mutilazioni dei genitali. In tutto, si sono sottoposte ad osservazione presso l'istituto, 'l'ospedale dei poveri', per due anni (2004-2006), oltre 15 mila pazienti, e 2.212 di loro riportavano i segni dell'infibulazione, in un'eta' compresa tra i 18 e i 46 anni. La maggior parte delle mutilate (77,2%) ha studiato per un tempo equivalente al conseguimento della nostra licenza di scuola media. Sono i dati riportati nella casistica presentata da Aldo Morrone, direttore della struttura di Medicina preventiva delle migrazioni al San Gallicano, al convegno organizzato oggi nella Capitale dal ministero per le Pari opportunita', in occasione della Giornata mondiale per l'eliminazione delle mutilazioni genitali femminili (mgf).
"Sono 25 anni che ci dedichiamo alla difesa dei diritti dei piu' deboli- ha sottolineato Morrone- anche in condizioni di grande solitudine esistenziale, rispetto alla mancanza di regole che permettessero agli immigrati di curarsi. Per affrontare il problema dell'infibulazione abbiamo cominciato a conoscere e capire meglio questo tipo di mutilazioni, che fanno parte, insieme ad altre, di pratiche dannose e spesso mortali. Per studiare meglio questo fenomeno siamo stati anche al confine dell'Etiopia con l'Eritrea e la Somalia. Abbiamo appreso attraverso questa conoscenza un nuovo modo di fare salute, non basata solo sulle prestazioni ma sulla 'cura della persona'".
Tra i Paesi di origine della pazienti infibulate e curate al San Gallicano, l'80,1% proviene, appunto, da Somalia, Etiopia e d Eritrea. Per il resto le donne arrivano da Nigeria, Egitto, Costa d'Avorio, Repubblica Centro Africana, Suda, Burkina Faso, Mali, Kenya, Guinea, Sierra Leone, Camerun, Mauritania e Ghana. Due delle donne osservate dall'Istituto capitolino erano nate in Italia, ma mutilate nel proprio Paese d'origine (Egitto e Sudan). Rispetto al totale delle infibulazioni, il 73,3% delle intervistate e' emigrata in Italia nei due anni precedenti la visita clinica, il 92,7% di loro aveva consapevolezza di essere stata sottoposta a mutilazioni di genitali, ma solo il 52,2% di loro ha accettato, poi, di sottoporsi a visita ginecologica e intervista. La maggior parte di queste (95,7%) ha un piu' basso livello di istruzione e proviene da villaggi rurali molto piccoli. Il 78,6% delle infibulate e' formato da donne nubili e il 18,6% di loro ha fatto richiesta di intervento ricostruttivo.
Il fatto che ben il 35,9% delle intervistate abbia espresso 'incertezza' sull'opportunita' di effettuare le stesse mutilazioni sulle figlie lascia capire quanto forte sia il condizionamento culturale. Dalla visita, poi, e' emerso che tutte queste donne soffrono di problemi di ordine psicologico, ginecologico, dermatologico ed internistico. Ben l'88,2% delle coniugate, infine, si e' sottoposta piu' volte ad interruzioni di gravidanza.
Aldo Morrone, che conosce bene il problema, ha poi fatto alcune riflessioni a proposito di alcuni aspetti della legge n.7/2006 sul divieto della pratiche di mutilazione genitale femminile. "La legge e' stata fortemente voluta con un intento punitivo invece che formativo come avrebbe dovuto essere- spiega il primario- tra l'altro non avevamo bisogno di una legge perche' gia' le mutilazioni sono proibite dal codice". Morrone ha spiegato che nelle audizioni preliminari si e' cercato di far si' che la norma fosse piu' impostata in termini di prevenzione e di informazione. "Abbiamo anche chiesto che fosse prevista la possibilita' di asilo politico per queste donne, affinche' potessero sfuggire alla pratica, ma non siamo stati ascoltati- prosegue il responsabile della Medicina preventiva delle migrazioni del San Gallicano-. Infine, abbiamo sottolineato che e' importante non essere contro la pratica, ma riuscire a fare in modo che sia distanziata dal problema di identita', cui e' strettamente legata. In Tagikistan, per esempio, questa pratica per gli islamici e' falsamente identificata con l'identita' religiosa. Scontrarsi contro queste esasperazioni e' controproducente. Va fatto, invece,- conclude Morrone- un lavoro culturale e di informazione".
"Sono 25 anni che ci dedichiamo alla difesa dei diritti dei piu' deboli- ha sottolineato Morrone- anche in condizioni di grande solitudine esistenziale, rispetto alla mancanza di regole che permettessero agli immigrati di curarsi. Per affrontare il problema dell'infibulazione abbiamo cominciato a conoscere e capire meglio questo tipo di mutilazioni, che fanno parte, insieme ad altre, di pratiche dannose e spesso mortali. Per studiare meglio questo fenomeno siamo stati anche al confine dell'Etiopia con l'Eritrea e la Somalia. Abbiamo appreso attraverso questa conoscenza un nuovo modo di fare salute, non basata solo sulle prestazioni ma sulla 'cura della persona'".
Tra i Paesi di origine della pazienti infibulate e curate al San Gallicano, l'80,1% proviene, appunto, da Somalia, Etiopia e d Eritrea. Per il resto le donne arrivano da Nigeria, Egitto, Costa d'Avorio, Repubblica Centro Africana, Suda, Burkina Faso, Mali, Kenya, Guinea, Sierra Leone, Camerun, Mauritania e Ghana. Due delle donne osservate dall'Istituto capitolino erano nate in Italia, ma mutilate nel proprio Paese d'origine (Egitto e Sudan). Rispetto al totale delle infibulazioni, il 73,3% delle intervistate e' emigrata in Italia nei due anni precedenti la visita clinica, il 92,7% di loro aveva consapevolezza di essere stata sottoposta a mutilazioni di genitali, ma solo il 52,2% di loro ha accettato, poi, di sottoporsi a visita ginecologica e intervista. La maggior parte di queste (95,7%) ha un piu' basso livello di istruzione e proviene da villaggi rurali molto piccoli. Il 78,6% delle infibulate e' formato da donne nubili e il 18,6% di loro ha fatto richiesta di intervento ricostruttivo.
Il fatto che ben il 35,9% delle intervistate abbia espresso 'incertezza' sull'opportunita' di effettuare le stesse mutilazioni sulle figlie lascia capire quanto forte sia il condizionamento culturale. Dalla visita, poi, e' emerso che tutte queste donne soffrono di problemi di ordine psicologico, ginecologico, dermatologico ed internistico. Ben l'88,2% delle coniugate, infine, si e' sottoposta piu' volte ad interruzioni di gravidanza.
Aldo Morrone, che conosce bene il problema, ha poi fatto alcune riflessioni a proposito di alcuni aspetti della legge n.7/2006 sul divieto della pratiche di mutilazione genitale femminile. "La legge e' stata fortemente voluta con un intento punitivo invece che formativo come avrebbe dovuto essere- spiega il primario- tra l'altro non avevamo bisogno di una legge perche' gia' le mutilazioni sono proibite dal codice". Morrone ha spiegato che nelle audizioni preliminari si e' cercato di far si' che la norma fosse piu' impostata in termini di prevenzione e di informazione. "Abbiamo anche chiesto che fosse prevista la possibilita' di asilo politico per queste donne, affinche' potessero sfuggire alla pratica, ma non siamo stati ascoltati- prosegue il responsabile della Medicina preventiva delle migrazioni del San Gallicano-. Infine, abbiamo sottolineato che e' importante non essere contro la pratica, ma riuscire a fare in modo che sia distanziata dal problema di identita', cui e' strettamente legata. In Tagikistan, per esempio, questa pratica per gli islamici e' falsamente identificata con l'identita' religiosa. Scontrarsi contro queste esasperazioni e' controproducente. Va fatto, invece,- conclude Morrone- un lavoro culturale e di informazione".
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