Italia. "Diritti negati e doveri dimenticati", di Guglielmo Pepe
Pubblichiamo questo editoriale a firma di Guglielmo Pepe apparso su La Repubblica di oggi.
Il decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri - e che presto sarà esaminato dal Parlamento - non farà scomparire il dolore che affligge centinaia di migliaia di italiani, ma servirà almeno ad alleviare le sofferenze fisiche di chi è costretto a convivere con gravissime malattie, e quelle psichiche di chi assiste queste persone. Che sia un passo in avanti lo confermano i consensi ricevuti da molte strutture assistenziali, dalla Società e dalla Federazione delle cure palliative, dai medici laici e dai cattolici dell'AMCI. Finalmente si semplifica la prescrizione dei farmaci oppiacei, si facilita l'intervento medico e, novità per l'Italia, si aprono le porte a due medicine a base di cannabis, peraltro già largamente usate negli Usa, in Canada, Gran Bretagna, Germania, Belgio, Olanda, Svizzera.
La settimana scorsa "Salute" ha ampiamente spiegato le possibilità terapeutiche delle cure a base di sostanze cannabinoidi. Ebbene secondo l'opposizione, così si potrebbe aggirare la legge anti-droga Fini-Giovanardi. E se anche fosse? Quella era e rimane una brutta legge; questo è e rimane un buon decreto che farà del bene a tante persone (per altro dispensare cannabinoidi solo in ambito ospedaliero ne limiterebbe fortemente le potenzialità).
Sarebbe in ogni caso riduttivo concentrare l'attenzione sulla cannabis. Perché è la prescrizione dei farmaci oppiacei il muro da superare, come tentarono, inutilmente, di fare gli ex ministri Veronesi e Sirchia. L'attuale decreto - quando verrà attuato - non darà più alibi ai camici bianchi che, per diverse ragioni, non prescrivono i farmaci contro la sofferenza. In un bel libro ("Il dolore inutile", Garzanti) di alcuni anni fa, Sergio Zavoli raccolse l'opinione di numerosi esperti e testimoni, italiani e stranieri, per offrire al lettore un ponderoso documento di conoscenza del problema. Tra i tanti aspetti individuati, ne sottolineiamo due: placare il dolore (che è eliminabile nel 90 per cento dei casi, secondo l'Oms) è un dovere etico; non soffrire è un diritto. Ebbene, finora, tale diritto non è stato riconosciuto alla grande maggioranza dei malati; e troppi medici non l'hanno percepito come dovere. E il nostro Paese è agli ultimi posti nelle prescrizioni da morfina.
Si fa un altro errore se si pensa al dolore esclusivamente sotto l'aspetto farmacologico: c'è anche una forte componente psicologica che spesso è sottovalutata dal personale sanitario, perché non è adeguatamente preparato. Il curriculum degli studi universitari dedica poco spazio alla psicologia: oggi si studia molto la malattia e per nulla il malato. C'è insomma un problema di base da affrontare, la formazione, affinché il futuro camice bianco possa avere le competenze per fronteggiare situazioni difficili. Inoltre sono pochi, e mal distribuiti nel territorio, i centri per le cure palliative: una minoranza di pazienti ne può trarre vantaggio. Resta in ombra una questione di fondo, che riguarda la cultura del Paese: il rapporto con la morte. Non per caso c'è timidezza a parlare di eutanasia, anche perché talvolta subentra l'autocensura.
Siccome i cambiamenti culturali hanno processi lunghi, intanto si può intervenire per umanizzare la medicina, per ridurre l'accanimento terapeutico, per eliminare le sofferenze inutili. E infatti il decreto inserisce l'epidurale nei Livelli essenziali di assistenza. È vero che in Regioni come la Lombardia, l'epidurale è già gratuita, però adesso il diritto di scegliere si estende e tutte le italiane (il ricorso all'analgesia farà scendere il numero di parti cesarei). Le donne, a prescindere dal credo religioso, sono in grado di decidere se partorire con o senza dolore. Domanda: se non ci fosse stata una donna al ministero della Salute, oggi avremmo l'epidurale gratis in tutta Italia?
Il decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri - e che presto sarà esaminato dal Parlamento - non farà scomparire il dolore che affligge centinaia di migliaia di italiani, ma servirà almeno ad alleviare le sofferenze fisiche di chi è costretto a convivere con gravissime malattie, e quelle psichiche di chi assiste queste persone. Che sia un passo in avanti lo confermano i consensi ricevuti da molte strutture assistenziali, dalla Società e dalla Federazione delle cure palliative, dai medici laici e dai cattolici dell'AMCI. Finalmente si semplifica la prescrizione dei farmaci oppiacei, si facilita l'intervento medico e, novità per l'Italia, si aprono le porte a due medicine a base di cannabis, peraltro già largamente usate negli Usa, in Canada, Gran Bretagna, Germania, Belgio, Olanda, Svizzera.
La settimana scorsa "Salute" ha ampiamente spiegato le possibilità terapeutiche delle cure a base di sostanze cannabinoidi. Ebbene secondo l'opposizione, così si potrebbe aggirare la legge anti-droga Fini-Giovanardi. E se anche fosse? Quella era e rimane una brutta legge; questo è e rimane un buon decreto che farà del bene a tante persone (per altro dispensare cannabinoidi solo in ambito ospedaliero ne limiterebbe fortemente le potenzialità).
Sarebbe in ogni caso riduttivo concentrare l'attenzione sulla cannabis. Perché è la prescrizione dei farmaci oppiacei il muro da superare, come tentarono, inutilmente, di fare gli ex ministri Veronesi e Sirchia. L'attuale decreto - quando verrà attuato - non darà più alibi ai camici bianchi che, per diverse ragioni, non prescrivono i farmaci contro la sofferenza. In un bel libro ("Il dolore inutile", Garzanti) di alcuni anni fa, Sergio Zavoli raccolse l'opinione di numerosi esperti e testimoni, italiani e stranieri, per offrire al lettore un ponderoso documento di conoscenza del problema. Tra i tanti aspetti individuati, ne sottolineiamo due: placare il dolore (che è eliminabile nel 90 per cento dei casi, secondo l'Oms) è un dovere etico; non soffrire è un diritto. Ebbene, finora, tale diritto non è stato riconosciuto alla grande maggioranza dei malati; e troppi medici non l'hanno percepito come dovere. E il nostro Paese è agli ultimi posti nelle prescrizioni da morfina.
Si fa un altro errore se si pensa al dolore esclusivamente sotto l'aspetto farmacologico: c'è anche una forte componente psicologica che spesso è sottovalutata dal personale sanitario, perché non è adeguatamente preparato. Il curriculum degli studi universitari dedica poco spazio alla psicologia: oggi si studia molto la malattia e per nulla il malato. C'è insomma un problema di base da affrontare, la formazione, affinché il futuro camice bianco possa avere le competenze per fronteggiare situazioni difficili. Inoltre sono pochi, e mal distribuiti nel territorio, i centri per le cure palliative: una minoranza di pazienti ne può trarre vantaggio. Resta in ombra una questione di fondo, che riguarda la cultura del Paese: il rapporto con la morte. Non per caso c'è timidezza a parlare di eutanasia, anche perché talvolta subentra l'autocensura.
Siccome i cambiamenti culturali hanno processi lunghi, intanto si può intervenire per umanizzare la medicina, per ridurre l'accanimento terapeutico, per eliminare le sofferenze inutili. E infatti il decreto inserisce l'epidurale nei Livelli essenziali di assistenza. È vero che in Regioni come la Lombardia, l'epidurale è già gratuita, però adesso il diritto di scegliere si estende e tutte le italiane (il ricorso all'analgesia farà scendere il numero di parti cesarei). Le donne, a prescindere dal credo religioso, sono in grado di decidere se partorire con o senza dolore. Domanda: se non ci fosse stata una donna al ministero della Salute, oggi avremmo l'epidurale gratis in tutta Italia?
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