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Italia. "Eutanasia. Il dovere del medico", di Ignazio Marino

U.E. - ITALIA
Notizia ·
Da La Repubblica del 25 ottobre 2006

Per quasi trenta anni ho trascorso la maggior parte delle mie giornate in una sala operatoria o in una rianimazione, cercando di curare pazienti molto gravi, alcuni devastati da malattie che non lasciano scampo, altri con maggiori speranze ma non meno ansie e dolori, sottoposti ad un trapianto d'organo oppure alla rimozione di un tumore nel tentativo di salvare la vita. La mia esperienza riguarda pero la realtà americana, dove ho sempre lavorato e dove alcuni degli aspetti narrati in modo drammatico da Adriano Sofri pochi giorni fa su queste pagine, sono stati eliminati grazie ad una diversa organizzazione dei reparti di terapia intensiva.

Sofri mi ha coinvolto nel raccontare la paura, il senso di isolamento e lo spaesamento spazio temporale che si prova quando si è ricoverati in rianimazione, le difficoltà dovute al non potersi esprimere, il sentirsi in balia di curatori, che a volte vengono percepiti come torturatori. Concordo con l'idea di tortura rispetto ad alcune pratiche a cui vengono sottoposti i pazienti in rianimazione, in pericolo di vita: anche io anni fa sono stato sottoposto ad un intervento d'urgenza e tutti quei tubi e tubicini inseriti nel mio corpo mi hanno insegnato di più di molte lezioni di chirurgia. Ma aggiungo che i dubbi e le ansie che assalgono i malati sono anche quelle dei medici. Quante volte, varcando la porta del mio reparto di mattina o di notte, mi sono soffermato a lungo, in silenzio, a guardare quelle "vite appese", chiedendomi come potevamo infliggere tanta sofferenza e come riuscivano i pazienti a sopportarla. Eppure non potevo fermarmi, il desiderio di contribuire a ridare la salute ad un malato ha sempre prevalso sull'umano senso di pietà di fronte ad un corpo quasi abbandonato dalla vita e sottoposto a cure estreme per tentare di strappano alla morte.

In Italia la situazione è quasi ovunque aggravata anche dalle barriere con il mondo esterno: in rianimazione entra solo il personale sanitario mentre familiari e amici sono relegati in corridoio o, nella migliore delle ipotesi, in salette spoglie, lasciati in attesa di notizie per ore, a volte per giorni interi. Le visite sono ammesse solo per pochi minuti, spesso dietro un vetro oppure obbligando i visitatori ad indossare camici, mascherine, copri scarpe, facendo finta di ignorare che le infezioni, i batteri pericolosi, sono dentro gli ospedali e non vengono introdotti dall'esterno, per cui tutte queste precauzioni non servono a nulla se non ad alimentare una messa in scena inutile, ad erigere un ulteriore muro di separazione tra chi sta dentro e chi fuori, aumentando le paure di entrambi.

Aprire i reparti di rianimazione, come accade negli USA, in Gran Bretagna, in Canada, in Australia, rappresenterebbe un passo avanti, permetterebbe il contatto fisico tra il malato e le persone care, con un grande conforto per tutti e aiuterebbe anche i medici a stabilire un rapporto migliore con la famiglia e con il paziente, a volte molto utile se quest'ultimo ha bisogno di aiuto per esprimersi. Inoltre, la collaborazione dei familiari può risultare determinante anche per il personale della rianimazione che può essere aiutato nelle fasi di recupero del paziente, per esempio per gli esercizi per la ripresa del tono muscolare, la logopedia, la deglutizione, ecc.

Eliminare le barriere corrisponderebbe a rendere più umani dei luoghi dove i malati, come giustamente scrive Sofri, non si sentono persone ma piuttosto "provvisoria materia inerte".

Ecco un altro punto cruciale che attiene al comportamento dei medici: mentre in un reparto di degenza ordinaria è facile parlare con un malato, porgli delle domande, in rianimazione tutto questo è più difficile. Molto spesso noi medici parliamo solo tra di noi, scambiamo informazioni con gli infermieri, i tecnici, i fisioterapisti, e solo raramente ci rivolgiamo al paziente tranne che per verificare il suo stato di veglia. Il malato, così, non conosce e non capisce a quali terapie è sottoposto, che cosa gli accadrà. Insomma troppo spesso non si stabilisce un rapporto umano. Ma la mancanza di scambio tra il medico e il paziente è un grave errore. Non è detto, infatti, che i malati che non riescono ad esprimersi non sentano o non provino nulla, al contrario spesso ascoltano, capiscono, hanno bisogno di essere rassicurati e informati. Ricordo una donna ricoverata in rianimazione per molte settimane dopo un trapianto di fegato che, incontrandomi dopo le sue dimissioni, mi sorprese nel ringraziarmi non perché gli avessi salvato la vita grazie al trapianto ma perché ogni giorno mi fermavo nella sua stanza, le accarezzavo i capelli, la aggiornavo e le dicevo che ce l'avrebbe fatta. Quei gesti, solo apparentemente privi di utilità clinica, l'avevano aiutata a guarire. Sono sempre stato convinto che il dialogo e la fiducia che riusciamo ad infondere nei malati fanno pane del la terapia. Eppure si incontrano molte resistenze su questo fronte, come mi ha fatto capire con estrema lucidità una giovane donna chirurgo che, di fronte ai miei rimproveri perché non dedicava abbastanza tempo al rapporto umano con i malati, mi rispose che aveva studiato per curare e operare bene i pazienti non per socializzare con loro.

Sono convinto che la maggior parte dei medici rianimatori condivide quello che scrivo; cosa aspettiamo allora a farci un po' di coraggio, a cambiare le abitudini ed i regolamenti, ad aprire le nostre rianimazioni trasformandole da impersonali luoghi ad alta tecnologia a spazi dove l'umanità si incontra nei momenti più difficili della vita. Ricorda ancora Adriano Sofri, che si fanno tanti sforzi per guarire chi sta in una rianimazione ma ci sono anche coloro che non ce la fanno oppure chi, collegato ad una macchina che lo mantiene artificialmente in vita, non è più nelle condizioni di poter decidere del proprio destino. Per queste persone è urgente che il nostro paese si doti di regole precise sul testamento biologico e contro l'accanimento terapeutico. Serve una legge che permetta di staccare la spina quando non c'è più nulla da fare senza che il medico corra il rischio di essere accusato di omicidio volontario e senza che il corpo di un essere umano resti incatenato ad un'esistenza solo biologica, mentre i familiari sono costretti in una sorta di limbo doloroso.

In questa direzione il Senato sta già lavorando ma c'è bisogno del supporto dei medici e dei pazienti, di tutti coloro che hanno vissuto un'esperienza in una rianimazione e si sono posti il problema di che cosa significhi essere costretti a sopravvivere solo perché oggi abbiamo a disposizione la tecnologia che lo permette. E' un dovere della politica ed uno sforzo necessario chiesto a tutta la società.
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