Italia. "Morte e potere", di Louis-Vincent Thomas
Quale che sia la nostra razza, religione, estrazione sociale, di una sola cosa possiamo essere certi: prima o poi moriremo. E a questa regola nessuno sfugge, dal reietto al sovrano. Eppure la morte e' anche diventato il grande tabu' della societa' contemporanea, qualcosa di cui non si parla e che si tenta di esorcizzare in ogni maniera, come se non ci fosse. Contro questa volontaria rimozione si e' battuto a lungo l'antropologo francese Louis-Vincent Thomas, che ha dedicato la propria vita allo studio dei riti e dei saperi legati alla morte e, nel 1976, ha dato alle stampe l'ampio saggio "Antropologia della morte". Oggi, in un momento in cui si dibatte di eutanasia e diritti dell'embrione, l'editore Lindau rimanda in libreria il testo "Morte e potere" che Thomas pubblico' per la prima volta nel 1978 e che rappresenta un piu' agile approdo ai fondamenti della tanatologia, ossia la scienza sociale che studia la vita in relazione alla sua conclusione.
Il senso dell'operazione culturale portata avanti da Thomas puo' essere riassunto in questa frase tratta dall'introduzione del saggio: "Occorre demistificare la morte, i suoi fasti e le sue opere per aiutare a capire meglio il senso della vita". Nulla di morboso, dunque, ma un richiamo a "l'essere per la morte" del filosofo Heidegger, perche', scrive ancora Thomas, "cio' che da' un senso vero al destino di ogni uomo, incitandolo a fare il bilancio dei suoi desideri e delle sue paure, e' proprio la coscienza della sua finitudine". Un limite che l'antropologo intende studiare soprattutto come pretesto o punto di partenza per arrivare a una piu' profonda indagine del contesto sociale.
Thomas puntella la propria teoria del ruolo sociale della morte con tre osservazioni: ogni societa' vorrebbe essere immortale e fa di tutto per allontanare il rischio dell'oblio; ogni societa' esiste attraverso l'esercizio di un potere che tra le proprie prerogative ha anche quella di disporre della vita degli uomini; "la morte - spiega Thomas nel terzo postulato - diventa uno dei grandi indicatori delle societa' e delle civilta', quindi uno strumento per criticarle e studiarle in profondita'".
Nello specifico del saggio, Thomas tratteggia le varie forme di potere che la morte esercita a livello sociale tra gli individui: dal potere di comminare pene capitali a quello dei medici di contrastare la malattia e scongiurare il decesso. Ma il senso profondo della relazione tra il potere e la fine della vita sta nella forza livellatoria della morte, che rende uguale il pastore e il suo re, e per questo e' ritenuta oscena da chi detiene, o ambisce a detenere, il controllo di una societa'. "Il potere - scrive Thomas - considera osceno tutto cio' che sfugge alla sua giurisdizione: ebbene, la morte e' la grande incognita e non puo' essere controllata a meno di non 'scientificizzarla', impugnandola come una minaccia o usandola come una punizione". E questo e' cio' che oggi spesso accade.
Il libro di Thomas pone domande profonde e indaga con piglio scientifico un tema che fa paura ai piu'. La sua analisi e' particolarmente attuale quando affronta i tema dell'eutanasia e dell'accanimento terapeutico: "Alcune nozioni - scrive - che sarebbero comunque indispensabili per definire i diritti alla vita, o alla morte, dei malati gravi, restano mal definite. Lo stesso vale per i criteri di incurabilita', per il momento della morte e per la qualita' della sopravvivenza". Queste frasi sono state scritte quasi trent'anni fa, ma mantengono una valenza sorprendente. Come importante e' il fatto che il saggio di Thomas ci obblighi a ripensare la morte in una diversa luce, provando a fare un po' di chiarezza su un tabu' che, a ben guardare, appare forse possibile da sfatare, o quantomeno da conoscere meglio.
Il senso dell'operazione culturale portata avanti da Thomas puo' essere riassunto in questa frase tratta dall'introduzione del saggio: "Occorre demistificare la morte, i suoi fasti e le sue opere per aiutare a capire meglio il senso della vita". Nulla di morboso, dunque, ma un richiamo a "l'essere per la morte" del filosofo Heidegger, perche', scrive ancora Thomas, "cio' che da' un senso vero al destino di ogni uomo, incitandolo a fare il bilancio dei suoi desideri e delle sue paure, e' proprio la coscienza della sua finitudine". Un limite che l'antropologo intende studiare soprattutto come pretesto o punto di partenza per arrivare a una piu' profonda indagine del contesto sociale.
Thomas puntella la propria teoria del ruolo sociale della morte con tre osservazioni: ogni societa' vorrebbe essere immortale e fa di tutto per allontanare il rischio dell'oblio; ogni societa' esiste attraverso l'esercizio di un potere che tra le proprie prerogative ha anche quella di disporre della vita degli uomini; "la morte - spiega Thomas nel terzo postulato - diventa uno dei grandi indicatori delle societa' e delle civilta', quindi uno strumento per criticarle e studiarle in profondita'".
Nello specifico del saggio, Thomas tratteggia le varie forme di potere che la morte esercita a livello sociale tra gli individui: dal potere di comminare pene capitali a quello dei medici di contrastare la malattia e scongiurare il decesso. Ma il senso profondo della relazione tra il potere e la fine della vita sta nella forza livellatoria della morte, che rende uguale il pastore e il suo re, e per questo e' ritenuta oscena da chi detiene, o ambisce a detenere, il controllo di una societa'. "Il potere - scrive Thomas - considera osceno tutto cio' che sfugge alla sua giurisdizione: ebbene, la morte e' la grande incognita e non puo' essere controllata a meno di non 'scientificizzarla', impugnandola come una minaccia o usandola come una punizione". E questo e' cio' che oggi spesso accade.
Il libro di Thomas pone domande profonde e indaga con piglio scientifico un tema che fa paura ai piu'. La sua analisi e' particolarmente attuale quando affronta i tema dell'eutanasia e dell'accanimento terapeutico: "Alcune nozioni - scrive - che sarebbero comunque indispensabili per definire i diritti alla vita, o alla morte, dei malati gravi, restano mal definite. Lo stesso vale per i criteri di incurabilita', per il momento della morte e per la qualita' della sopravvivenza". Queste frasi sono state scritte quasi trent'anni fa, ma mantengono una valenza sorprendente. Come importante e' il fatto che il saggio di Thomas ci obblighi a ripensare la morte in una diversa luce, provando a fare un po' di chiarezza su un tabu' che, a ben guardare, appare forse possibile da sfatare, o quantomeno da conoscere meglio.
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