Mercoledì 10 giugno 2026
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Italia. "Perche' Dio tace nel dolore?"

U.E. - ITALIA
Notizia ·
Da Famiglia Cristiana riprendiamo integralmente la rubrica Colloqui col padre sul tema del dolore e dell'eutanasia.

LA MALATTIA TERMINALE DI UN PARENTE SPESSO È UN ENIGMA ANCHE PER IL CREDENTE
PERCHÉ DIO TACE NEL DOLORE?

«La tentazione di dare la morte per fare del bene all'altro è talora forte», dice Gianfranco, «ma è una misera tentazione. Penso sia giusto opporsi all'eutanasia con tutte le forze».
Caro padre, le scrivo per ricordare mia moglie Elena, morta lo scorso anno per un tumore maligno al cervello. Il ricordo di una donna e madre splendida (abbiamo due figli di 15 e 17 anni), che tanto vuoto e angoscia ha lasciato dentro e attorno a noi, mi offre anche il pretesto di portare il discorso sul tema delle malattie gravi, del dolore e della morte.
La malattia di Elena è insorta improvvisamente poco più di un anno prima, e fin dal suo esordio è apparsa inesorabile. Il mondo ci è crollato addosso. E, mi creda, veniva voglia di morire con lei, ormai così fragile, così indifesa... eppure anche serena, affettuosa e materna come non mai. Ma è valsa la pena di vivere per lei e accompagnarla incontro a questa tragedia.
Non le nascondo che c'è stata pure la tentazione di lasciare ogni speranza e di cedere alla commiserazione. Ma è stata superata: la persona che soffre ha bisogno della nostra attenzione, perché vede in noi la sola via di salvezza e, pur conscia della ineluttabilità del momento, spera comunque che saremo sereni, forti e saggi, anche dopo la sua morte.
In quei momenti non possiamo essere soli, dobbiamo noi dettare le regole del gioco, per preservare chi soffre, per gestirlo con amore. Ben venga la fede! Ma non facciamoci domande strane sul senso di quella sofferenza. Nessuno sa perché avvenga a me, proprio in quel modo, proprio in quel momento. Aggrappiamoci a qualsiasi cosa pur di essere pronti a servire chi sta soffrendo. Evitiamogli la solitudine, circondandolo di ogni attenzione. Ciò, a volte, vale più di quello che facciamo per la salute.
Faccio il medico da molti anni e sono anche il presidente del Comitato etico di un ospedale del Nord. Ho sempre visto tanta sofferenza e tanti drammi umani: ora è toccato anche alla mia famiglia. Mi sono sentito come Giobbe: inerme e senza prospettive future.
Spesso, in quei giorni tanto tristi, ho pensato all'eutanasia, ma mi sono via via convinto che il problema non è sopprimere una vita ormai inutile o troppo sofferente, ma rendere dignitosa la vita nella fase finale. Lo si può fare con i farmaci, ma soprattutto con le attenzioni più profonde verso i cari sofferenti. Penso che sia giusto opporsi con tutte le forze all'eutanasia. Credo che il vero amore per la vita sia l'atteggiamento più corretto da tenere in questi casi; dobbiamo privilegiare il rispetto per la dignità della persona, attenti a tutti i suoi bisogni fisici e non. Vanno, comunque, evitate le inutili sofferenze con l'uso di farmaci antidolorifici, oggi sempre più potenti e adeguati; così come va evitato l'accanimento terapeutico: mi vengono in mente certi esagerati cicli di chemioterapia... o certi interventi chirurgici demolitivi, il cui esito infausto è già ampiamente prevedibile...
La tentazione di dare la morte per fare del bene all'altro è talora forte. Ma so bene che è solo una misera tentazione, come idea e come sostanza. È, invece, più utile accompagnare il malato a una morte serena, senza inganni, dove il "medico" fa il suo dovere fino in fondo, finché c'è vita, e i parenti fanno anch'essi la loro parte, stando vicini ai propri cari, nella speranza di un'esistenza che - per chi come noi crede - travalica lo spazio e il tempo. Grazie per l'ospitalità e per avermi permesso di ricordare Elena.
Gianfranco Z.

La malattia terminale sconvolge e interrompe i progetti umani. È un enigma anche per il credente. Figura emblematica è Giobbe che si lamenta davanti a Dio per la sofferenza incomprensibile e apparentemente ingiustificabile: «Oh potessi sapere dove trovarlo, potessi arrivare fino al suo trono!... Verrei a sapere le parole che mi risponde e capirei che cosa mi deve dire. Con sfoggio di potenza discuterebbe con me?». La risposta sembra non venire, ma Giobbe è convinto che c'è, anche se avvolta nel mistero.
«I credenti, pur immersi come gli altri nella drammatica complessità delle vicende della storia», ricorda la recente enciclica Deus caritas est, «rimangono saldi nella certezza che Dio è Padre e ci ama, anche se il suo silenzio rimane incomprensibile per noi».
È questo il messaggio di speranza che il cristiano non tiene per sé, lo comunica a quanti sono nella sofferenza disperata. L'aiuto alla persona provata e piagata è proprio quello che hanno saputo dare gli amici che andarono a consolare Giobbe: «Sedettero accanto a lui in terra, per sette giorni e sette notti», vale a dire presenza perseverante, che si fa segno di un'altra presenza con la "P" maiuscola.
Se non si può operare il miracolo della guarigione, è possibile compiere il miracolo dell'amore che raggiunge l'ammalato, gli dà fiducia, serenità, lo fa vivere, gli fa capire che la sua esistenza è preziosa. L'amore si declina in compassione ("patire con"), si fa solidale nella sofferenza per alleviarla e renderla più sopportabile. Il vero amore e la vera pietà non incrociano - per non contraddirsi - la via inumana dell'interruzione di un'esistenza, come nemmeno quella dell'accanimento in terapie che non hanno più alcun senso per la persona ammalata.
In realtà, sia l'interrompere il cammino della vita sia l'accanirsi medicalmente non sono che due aspetti della stessa medaglia: non sapersi riconciliare con la morte quando è venuta la sua ora. Contrariamente alle apparenze, il ricorso all'eutanasia è la soluzione più facile e sbrigativa rispetto a quella più difficile e doverosa di un partecipato accompagnamento medico, familiare e sociale; esprime l'incapacità della società di rispondere con proposte di vita a chi, in situazioni disperate, chiede la morte; snatura il ruolo del medico al quale attribuisce un compito che contraddice la sua vocazione; introduce uno sconvolgimento drammatico nei rapporti familiari; abbassa le già deboli risorse morali della società nei confronti della vita in situazioni marginali e conflittuali.
Il vero amore e la vera pietà sanno suggerire al medico, ai familiari e alla comunità la via giusta per dare sempre dignità al morire umano. Allora la morte, accolta quando è venuta la sua ora, può diventare una sorella per chi lascia in pace questo mondo e per chi vi rimane nel rimpianto illuminato dalla memoria, dalla fede e dalla speranza. Una sorella che trasforma la partenza della persona, alla quale si è dato e ricevuto amore, in una nuova luminosa presenza.
D.A.
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