Domenica 7 giugno 2026
Menu

Italia. "Questa e' la mia storia, ecco perche' credo nell'eutanasia", di Carlo Troilo

U.E. - ITALIA
Notizia ·
da Il Riformista del 28 novembre 2006

Le ultime dichiarazioni di Piergiorgio Welby hanno risollevato in modo dramma­tico la discussione sull'eutanasia. Sull'argo­mento abbiamo ricevuto da Carlo Troilo la testimonianza che pubblichiamo.

Gli ultimi dati Istat sui suicidi in Italia sono re­lativi all'anno 2004. Su un totale di 3.481,1528 han­no come motivo le malattie fisiche o psichiche. An­che se l'Istat non disaggrega questo dato d'insieme, è ragionevole pensare che almeno due terzi di que­sti 1528 siano affetti da malattie incurabili o siano malati terminali. Questo vuol dire che oltre mille persone l'anno, 3al giorno, si tolgono la vita perché non possano chiedere di essere aiutate dalla sanità pubblica a morire rapidamente e senza sofferenze. Penso che questi impressionanti dati statistici do­vrebbero indurre i sostenitori della eutanasia a in­tensificare la loro azione e, al tempo stesso, susci­tare qualche dubbio - o almeno un sentimento di pietà - tra i suoi oppositori. Il mio interesse per questo tema nasce anche da una vicenda familia­re. Mio fratello Michele, settantunenne, scapolo, malato terminale di leucemia, si è tolto la vita nel marzo del 2004 gettandosi dal terrazzo del­la sua casa, al quarto piano. Michele aveva chiesto a un amico medico di aiutarlo a morire senza soffrire. Ma il medico aveva rifiutato. Per questo ho voluto rendere pubblica la storia di mio fratello, e l'ho fatto con una lettera a Repubblica.

Sono passati due anni e mezzo da quel giorno da incubo, ma nulla è cambiato. Diversi disegni di legge che propongono di legalizzare l'eutanasia giacciono da tempo immemorabile in Parlamento a causa della opposizione delle gerarchie ecclesiastiche e delle forze politiche soggette alla sua in­luenza. La chiesa pretende, in sostanza, che a ogni precetto della morale cattolica corrisponda una legge dello Stato ita­liano; potremmo dire: "Un peccato, un reato". E questo vale oggi per l'eutanasia come, in passato, per il di­vorzio e l'aborto. Per battere questa forte opposizione bisogna chiarire due punti fondamentali Il primo è che lo Stato italiano è uno Stato laico, perché la Costituzione non prevede una "religione di Stato". Il secondo tema riguar­da l'opinione corrente secondo cui gli italiani sa­rebbero in larghissima maggioranza cattolici.

In realtà, da una indagine realiz­zata dal Censis per la Cei nel 2004 risulta che i cattolici in Italia sono l'86,5%. Sul totale di chi si dice cat­tolico, i praticanti si riducono al 57,8%; ma solo il 21,4% va a messa. Tuttavia, il fronte degli oppositori della eutanasia è vasto e autorevole. Nel libro scritto alla fine del suo pontificato, Giovanni Paolo II ha sostenuto che gli Stati che approvano leggi come quelle sull'eutanasia, l'aborto e la clonazione "minano i fondamenti stessi della democrazia e si incamminano verso chine tota­litarie, in aperto conflitto con la leg­ge di Dio". E, ha aggiunto Papa Wojtyla, dobbiamo rimettere in questione queste leggi. Pochi mesi dopo, il Comitato nazionale di bioe­tica ha approvato a maggioranza un documento secondo cui lo stato ve­getativo è vita e l'alimentazione va garantita anche se il malato si era espresso contro nel suo testamento biologico: una affermazione ag­ghiacciante nella sua mancanza di umanità. Più insinuante, e per certi versi più grave, la posizione di Fran­cesco D'Agostino, presidente dei giuristi cattolici e del Comitato nazionale di bioetica: "A me sembra -dice riferendosi alle proposte sulla eutanasia - che l'obiettivo sia libe­rarsi dei malati terminali oppure dei malati che costano troppo, come i neonati con spina bifida": come se in alcuni Paesi europei si stesse at­tuando una nuova "strage degli in­nocenti". Ma il fronte degli italiani favorevoli all'eutanasia è sicura­mente più vasto, anche se purtrop­po costituisce una "maggioranza si­lenziosa". Lo dimostrano le indagi­ni realizzate in questi ultimi anni. Ne cito due. La prima è stata effettuata nell'autunno del 2003 dalla Swg di Trieste per l'Associazione nazionale comuni d'Italia (Anci) su un cam­pione di duemila persone. Questi i risultati: il 52% degli italiani è favo­revole a una legge che consenta l'eutanasia "in determinate condi­zioni", il 35 % è contrario, il 9% dice che "dipende dalle condizioni", il 4% si astiene. La seconda è una in­dagine dell'Eurispes di fine 2005. Essa rivela che tra i cattolici il 38% è favorevole alla eutanasia, il 48% è contrario, il 14% è indeciso; tra i non cattolici, il 69% è favorevole, il 19% è contrario, il 12% indeciso. E anche un numero crescente di medici - co­me ha documentato Luigi Manconi sul Riformista - ammette di aver praticato l'eutanasia e dice di rite­nerla "accettabile".

E' importante spiegare all'opi­nione pubblica - in modo sereno e inoppugnabile - che in tutti i disegni di legge presentati in questi anni l'eutanasia è una scelta che può ri­guardare solo se stessi, non gli altri; e che tutte le proposte presentate garantiscono appieno che la vo­lontà di ricorrervi sia espressa in modo formale, davanti a un notaio o a un pubblico ufficiale. Ed è altrettanto importante far conoscere, a chi teme i possibili abusi in questo campo, uno studio del Consiglio d'Europa del febbraio del 2005 sul­la situazione nei Paesi che hanno legalizzato l'eutanasia: essa - docu­menta lo studio - viene concessa con criteri molto restrittivi (in Bel­gio, 680 autorizzazioni alla eutana­sia a fronte di 4 mila richieste; in Olanda, 1200 su 4 mila; in Svizzera, 200 su 600). Penso con sgomento al fatto che migliaia di uomini e di donne - mentre da anni si dibatte invano sul tema della eutanasia -sono costretti, come lo fu mio fra­tello Michele, a scegliere da soli il modo, sempre e necessariamente atroce, in cui porre fine alle proprie inutili sofferenze. E sarebbe di trop­po facile effetto fornire particolari sulla tabella Istat relativa ai "mezzi di esecuzione", in cui il "mezzo" cui è ricorso mio fratello Michele (la "precipitazione", come la definisce pudicamente l'Istat), è molto più comune di quanto si possa pensare. Per questo ripeto qui la frase con cui, nell'aprile del 2004, ho concluso su Repubblica la mia "lettera a Mi­chele": "Caro Michele, mi vergo­gno di vivere in un Paese che ti ha costretto a morire così. Ammiro il tuo coraggio e so che lo hai fatto anche per alleviare la pena di chi ti voleva bene, per altruismo, per di­gnità e per pudore. Rendo pubbli­co il tuo gesto per dargli anche il va­lore di una battaglia civile, perché credo ti farebbe piacere sapere che è servito a smuovere qualche co­scienza". Per quanti giorni per quanti mesi, per quanti anni ancora dovremo sopportare questa situa­zione inaccettabile? Cerchiamo di fare in modo che non siano ancora tanti, come Michele, a dover fare questa scelta disumana.

   
ADUC è indipendente
Nessun finanziamento pubblico né pubblicità. Solo le donazioni ci rendono liberi.
Sostienici →