Italia. "Questa e' la mia storia, ecco perche' credo nell'eutanasia", di Carlo Troilo
da Il Riformista del 28 novembre 2006
Le ultime dichiarazioni di Piergiorgio Welby hanno risollevato in modo drammatico la discussione sull'eutanasia. Sull'argomento abbiamo ricevuto da Carlo Troilo la testimonianza che pubblichiamo.
Gli ultimi dati Istat sui suicidi in Italia sono relativi all'anno 2004. Su un totale di 3.481,1528 hanno come motivo le malattie fisiche o psichiche. Anche se l'Istat non disaggrega questo dato d'insieme, è ragionevole pensare che almeno due terzi di questi 1528 siano affetti da malattie incurabili o siano malati terminali. Questo vuol dire che oltre mille persone l'anno, 3al giorno, si tolgono la vita perché non possano chiedere di essere aiutate dalla sanità pubblica a morire rapidamente e senza sofferenze. Penso che questi impressionanti dati statistici dovrebbero indurre i sostenitori della eutanasia a intensificare la loro azione e, al tempo stesso, suscitare qualche dubbio - o almeno un sentimento di pietà - tra i suoi oppositori. Il mio interesse per questo tema nasce anche da una vicenda familiare. Mio fratello Michele, settantunenne, scapolo, malato terminale di leucemia, si è tolto la vita nel marzo del 2004 gettandosi dal terrazzo della sua casa, al quarto piano. Michele aveva chiesto a un amico medico di aiutarlo a morire senza soffrire. Ma il medico aveva rifiutato. Per questo ho voluto rendere pubblica la storia di mio fratello, e l'ho fatto con una lettera a Repubblica.
Sono passati due anni e mezzo da quel giorno da incubo, ma nulla è cambiato. Diversi disegni di legge che propongono di legalizzare l'eutanasia giacciono da tempo immemorabile in Parlamento a causa della opposizione delle gerarchie ecclesiastiche e delle forze politiche soggette alla sua inluenza. La chiesa pretende, in sostanza, che a ogni precetto della morale cattolica corrisponda una legge dello Stato italiano; potremmo dire: "Un peccato, un reato". E questo vale oggi per l'eutanasia come, in passato, per il divorzio e l'aborto. Per battere questa forte opposizione bisogna chiarire due punti fondamentali Il primo è che lo Stato italiano è uno Stato laico, perché la Costituzione non prevede una "religione di Stato". Il secondo tema riguarda l'opinione corrente secondo cui gli italiani sarebbero in larghissima maggioranza cattolici.
In realtà, da una indagine realizzata dal Censis per la Cei nel 2004 risulta che i cattolici in Italia sono l'86,5%. Sul totale di chi si dice cattolico, i praticanti si riducono al 57,8%; ma solo il 21,4% va a messa. Tuttavia, il fronte degli oppositori della eutanasia è vasto e autorevole. Nel libro scritto alla fine del suo pontificato, Giovanni Paolo II ha sostenuto che gli Stati che approvano leggi come quelle sull'eutanasia, l'aborto e la clonazione "minano i fondamenti stessi della democrazia e si incamminano verso chine totalitarie, in aperto conflitto con la legge di Dio". E, ha aggiunto Papa Wojtyla, dobbiamo rimettere in questione queste leggi. Pochi mesi dopo, il Comitato nazionale di bioetica ha approvato a maggioranza un documento secondo cui lo stato vegetativo è vita e l'alimentazione va garantita anche se il malato si era espresso contro nel suo testamento biologico: una affermazione agghiacciante nella sua mancanza di umanità. Più insinuante, e per certi versi più grave, la posizione di Francesco D'Agostino, presidente dei giuristi cattolici e del Comitato nazionale di bioetica: "A me sembra -dice riferendosi alle proposte sulla eutanasia - che l'obiettivo sia liberarsi dei malati terminali oppure dei malati che costano troppo, come i neonati con spina bifida": come se in alcuni Paesi europei si stesse attuando una nuova "strage degli innocenti". Ma il fronte degli italiani favorevoli all'eutanasia è sicuramente più vasto, anche se purtroppo costituisce una "maggioranza silenziosa". Lo dimostrano le indagini realizzate in questi ultimi anni. Ne cito due. La prima è stata effettuata nell'autunno del 2003 dalla Swg di Trieste per l'Associazione nazionale comuni d'Italia (Anci) su un campione di duemila persone. Questi i risultati: il 52% degli italiani è favorevole a una legge che consenta l'eutanasia "in determinate condizioni", il 35 % è contrario, il 9% dice che "dipende dalle condizioni", il 4% si astiene. La seconda è una indagine dell'Eurispes di fine 2005. Essa rivela che tra i cattolici il 38% è favorevole alla eutanasia, il 48% è contrario, il 14% è indeciso; tra i non cattolici, il 69% è favorevole, il 19% è contrario, il 12% indeciso. E anche un numero crescente di medici - come ha documentato Luigi Manconi sul Riformista - ammette di aver praticato l'eutanasia e dice di ritenerla "accettabile".
E' importante spiegare all'opinione pubblica - in modo sereno e inoppugnabile - che in tutti i disegni di legge presentati in questi anni l'eutanasia è una scelta che può riguardare solo se stessi, non gli altri; e che tutte le proposte presentate garantiscono appieno che la volontà di ricorrervi sia espressa in modo formale, davanti a un notaio o a un pubblico ufficiale. Ed è altrettanto importante far conoscere, a chi teme i possibili abusi in questo campo, uno studio del Consiglio d'Europa del febbraio del 2005 sulla situazione nei Paesi che hanno legalizzato l'eutanasia: essa - documenta lo studio - viene concessa con criteri molto restrittivi (in Belgio, 680 autorizzazioni alla eutanasia a fronte di 4 mila richieste; in Olanda, 1200 su 4 mila; in Svizzera, 200 su 600). Penso con sgomento al fatto che migliaia di uomini e di donne - mentre da anni si dibatte invano sul tema della eutanasia -sono costretti, come lo fu mio fratello Michele, a scegliere da soli il modo, sempre e necessariamente atroce, in cui porre fine alle proprie inutili sofferenze. E sarebbe di troppo facile effetto fornire particolari sulla tabella Istat relativa ai "mezzi di esecuzione", in cui il "mezzo" cui è ricorso mio fratello Michele (la "precipitazione", come la definisce pudicamente l'Istat), è molto più comune di quanto si possa pensare. Per questo ripeto qui la frase con cui, nell'aprile del 2004, ho concluso su Repubblica la mia "lettera a Michele": "Caro Michele, mi vergogno di vivere in un Paese che ti ha costretto a morire così. Ammiro il tuo coraggio e so che lo hai fatto anche per alleviare la pena di chi ti voleva bene, per altruismo, per dignità e per pudore. Rendo pubblico il tuo gesto per dargli anche il valore di una battaglia civile, perché credo ti farebbe piacere sapere che è servito a smuovere qualche coscienza". Per quanti giorni per quanti mesi, per quanti anni ancora dovremo sopportare questa situazione inaccettabile? Cerchiamo di fare in modo che non siano ancora tanti, come Michele, a dover fare questa scelta disumana.
Le ultime dichiarazioni di Piergiorgio Welby hanno risollevato in modo drammatico la discussione sull'eutanasia. Sull'argomento abbiamo ricevuto da Carlo Troilo la testimonianza che pubblichiamo.
Gli ultimi dati Istat sui suicidi in Italia sono relativi all'anno 2004. Su un totale di 3.481,1528 hanno come motivo le malattie fisiche o psichiche. Anche se l'Istat non disaggrega questo dato d'insieme, è ragionevole pensare che almeno due terzi di questi 1528 siano affetti da malattie incurabili o siano malati terminali. Questo vuol dire che oltre mille persone l'anno, 3al giorno, si tolgono la vita perché non possano chiedere di essere aiutate dalla sanità pubblica a morire rapidamente e senza sofferenze. Penso che questi impressionanti dati statistici dovrebbero indurre i sostenitori della eutanasia a intensificare la loro azione e, al tempo stesso, suscitare qualche dubbio - o almeno un sentimento di pietà - tra i suoi oppositori. Il mio interesse per questo tema nasce anche da una vicenda familiare. Mio fratello Michele, settantunenne, scapolo, malato terminale di leucemia, si è tolto la vita nel marzo del 2004 gettandosi dal terrazzo della sua casa, al quarto piano. Michele aveva chiesto a un amico medico di aiutarlo a morire senza soffrire. Ma il medico aveva rifiutato. Per questo ho voluto rendere pubblica la storia di mio fratello, e l'ho fatto con una lettera a Repubblica.
Sono passati due anni e mezzo da quel giorno da incubo, ma nulla è cambiato. Diversi disegni di legge che propongono di legalizzare l'eutanasia giacciono da tempo immemorabile in Parlamento a causa della opposizione delle gerarchie ecclesiastiche e delle forze politiche soggette alla sua inluenza. La chiesa pretende, in sostanza, che a ogni precetto della morale cattolica corrisponda una legge dello Stato italiano; potremmo dire: "Un peccato, un reato". E questo vale oggi per l'eutanasia come, in passato, per il divorzio e l'aborto. Per battere questa forte opposizione bisogna chiarire due punti fondamentali Il primo è che lo Stato italiano è uno Stato laico, perché la Costituzione non prevede una "religione di Stato". Il secondo tema riguarda l'opinione corrente secondo cui gli italiani sarebbero in larghissima maggioranza cattolici.
In realtà, da una indagine realizzata dal Censis per la Cei nel 2004 risulta che i cattolici in Italia sono l'86,5%. Sul totale di chi si dice cattolico, i praticanti si riducono al 57,8%; ma solo il 21,4% va a messa. Tuttavia, il fronte degli oppositori della eutanasia è vasto e autorevole. Nel libro scritto alla fine del suo pontificato, Giovanni Paolo II ha sostenuto che gli Stati che approvano leggi come quelle sull'eutanasia, l'aborto e la clonazione "minano i fondamenti stessi della democrazia e si incamminano verso chine totalitarie, in aperto conflitto con la legge di Dio". E, ha aggiunto Papa Wojtyla, dobbiamo rimettere in questione queste leggi. Pochi mesi dopo, il Comitato nazionale di bioetica ha approvato a maggioranza un documento secondo cui lo stato vegetativo è vita e l'alimentazione va garantita anche se il malato si era espresso contro nel suo testamento biologico: una affermazione agghiacciante nella sua mancanza di umanità. Più insinuante, e per certi versi più grave, la posizione di Francesco D'Agostino, presidente dei giuristi cattolici e del Comitato nazionale di bioetica: "A me sembra -dice riferendosi alle proposte sulla eutanasia - che l'obiettivo sia liberarsi dei malati terminali oppure dei malati che costano troppo, come i neonati con spina bifida": come se in alcuni Paesi europei si stesse attuando una nuova "strage degli innocenti". Ma il fronte degli italiani favorevoli all'eutanasia è sicuramente più vasto, anche se purtroppo costituisce una "maggioranza silenziosa". Lo dimostrano le indagini realizzate in questi ultimi anni. Ne cito due. La prima è stata effettuata nell'autunno del 2003 dalla Swg di Trieste per l'Associazione nazionale comuni d'Italia (Anci) su un campione di duemila persone. Questi i risultati: il 52% degli italiani è favorevole a una legge che consenta l'eutanasia "in determinate condizioni", il 35 % è contrario, il 9% dice che "dipende dalle condizioni", il 4% si astiene. La seconda è una indagine dell'Eurispes di fine 2005. Essa rivela che tra i cattolici il 38% è favorevole alla eutanasia, il 48% è contrario, il 14% è indeciso; tra i non cattolici, il 69% è favorevole, il 19% è contrario, il 12% indeciso. E anche un numero crescente di medici - come ha documentato Luigi Manconi sul Riformista - ammette di aver praticato l'eutanasia e dice di ritenerla "accettabile".
E' importante spiegare all'opinione pubblica - in modo sereno e inoppugnabile - che in tutti i disegni di legge presentati in questi anni l'eutanasia è una scelta che può riguardare solo se stessi, non gli altri; e che tutte le proposte presentate garantiscono appieno che la volontà di ricorrervi sia espressa in modo formale, davanti a un notaio o a un pubblico ufficiale. Ed è altrettanto importante far conoscere, a chi teme i possibili abusi in questo campo, uno studio del Consiglio d'Europa del febbraio del 2005 sulla situazione nei Paesi che hanno legalizzato l'eutanasia: essa - documenta lo studio - viene concessa con criteri molto restrittivi (in Belgio, 680 autorizzazioni alla eutanasia a fronte di 4 mila richieste; in Olanda, 1200 su 4 mila; in Svizzera, 200 su 600). Penso con sgomento al fatto che migliaia di uomini e di donne - mentre da anni si dibatte invano sul tema della eutanasia -sono costretti, come lo fu mio fratello Michele, a scegliere da soli il modo, sempre e necessariamente atroce, in cui porre fine alle proprie inutili sofferenze. E sarebbe di troppo facile effetto fornire particolari sulla tabella Istat relativa ai "mezzi di esecuzione", in cui il "mezzo" cui è ricorso mio fratello Michele (la "precipitazione", come la definisce pudicamente l'Istat), è molto più comune di quanto si possa pensare. Per questo ripeto qui la frase con cui, nell'aprile del 2004, ho concluso su Repubblica la mia "lettera a Michele": "Caro Michele, mi vergogno di vivere in un Paese che ti ha costretto a morire così. Ammiro il tuo coraggio e so che lo hai fatto anche per alleviare la pena di chi ti voleva bene, per altruismo, per dignità e per pudore. Rendo pubblico il tuo gesto per dargli anche il valore di una battaglia civile, perché credo ti farebbe piacere sapere che è servito a smuovere qualche coscienza". Per quanti giorni per quanti mesi, per quanti anni ancora dovremo sopportare questa situazione inaccettabile? Cerchiamo di fare in modo che non siano ancora tanti, come Michele, a dover fare questa scelta disumana.
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