Venerdì 5 giugno 2026
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Italia. Rapporto su mamme dipendenti: serve uno sforzo comune

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Piu' della meta' delle donne tossicodipendenti ha figli: una situazione di doppia fragilita', che impone agli operatori del settore una continua ricerca di nuove soluzioni per adeguare i trattamenti e le comunita' terapeutiche alle specifiche esigenze. Se ne e' occupato il progetto 'Maternita' In-dipendente', giunto al termine dopo tre anni, i cui risultati sono stati presentati oggi in un convegno.
Il progetto, finanziato dal Dipartimento nazionale antidroga e realizzato dal Coordinamento delle comunita' di accoglienza (Cnca), ha coinvolto attivamente dieci comunita' residenziali per mamme e bambini: la Comunita' di Bessimo (Brescia), il Gruppo Abele di Torino, la Rupe di Sasso Marconi (Bologna), la Comunita' dei Giovani di Verona, 'Il sorriso' di Imola, la Comunita' Ama di Spinetoli (Ascoli Piceno), 'Strada facendo' di Pescara, 'Il Borgo' di Perugia, il ert di Perugia, la cooperativa Alice di Alba, la cooperativa sociale 'Terra Mia' di Grugliasco (Torino), la comunita' Artemisia-Caps di Bari.
La cultura sul trattamento delle dipendenze, e' stato sottolineato oggi, sta lentamente cambiando, e le comunita' terapeutiche si stanno adeguando alle nuove realta'. Nel caso specifico di mamme tossicodipendenti, il problema e' avere comunita' attrezzate per dare assistenza sia alle donne che ai loro figli, anche perche' molte non si rivolgono ai servizi pubblici per timore di essere private del loro bambino, se vengono messe in discussione le loro capacita' genitoriali. Dalla ricerca, e' emerso che nel rapporto 'a tre' fra gli enti che gestiscono queste situazioni, cioe' Tribunali dei minori, comunita' e Sert, spesso accade che ciascuno privilegi uno solo dei due attori, cioe' o il bambino (il tribunale) o la mamma (il sert): la comunita', percio', si deve porre come 'punto di sintesi' di entrambe le esigenze. Tra questi tre enti, poi, e' necessario che si crei una sinergia. Inoltre -come ha sottolineato Leopoldo Grosso, vicepresidente del Gruppo Abele- bisogna che le donne trovino un maggiore spazio, nelle comunita', per vivere la loro femminilita' e la loro maternita' al di la' della cura. E infine vanno individuati strumenti diagnostici ad hoc per stabilire la 'capacita' genitoriale' di queste mamme, cioe' se sono in grado di gestire il figlio, e questo, come ha detto la coordinatrice del progetto Pina De Angelis, non puo' essere esclusivo appannaggio dei Tribunali per i minori.
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