Italia. Rassegna stampa del 9 e 10 dicembre 2006 su Piergiorgio Welby (1)
Rassegna stampa di editoriali ed interviste apparse sui quotidiani il 9 e 10 dicembre 2006 a proposito di Piergiorgio Welby
I "no" alla straziante richiesta di Welby di poter morire senza ulteriori sofferenze si moltiplicano. Alle tante pronunce delle gerarchie cattoliche si sono ora aggiunte la rozza accusa di Fini che taccia perentoriamente di "assassino" chi volesse aiutare Welby a morire, e molte voci all'interno della Margherita. Welby si è appellato al capo dello Stato, e Napolitano ha sottolineato che la politica non può rimanere sorda dinnanzi a questo dramma, tomando implicitamente a sottolineare - con la concessione della grazia a chi si era spinto al passo estremo di por fine alla vita del proprio figlio - che il problema non può più essere ignorato.
In questo contesto sorprende il sostanziale silenzio del maggior partito di governo. La preoccupazione dei Ds di non rendere più difficile di quanto già non sia il cammino verso la nascita di quel partito democratico che divide profondamente i propri militanti può giustificare alcune prudenze in sede parlamentare, ma certo non l'afasia sul piano dei principi, e su fondamentali questioni etiche prima ancora che politiche. Si possono forse giustificare alcune "ritirate" parlamentari quali la rinuncia alla parificazione a fini successori di conviventi e coniugi; si può perfino - anche se con ben maggior fatica - giustificare l'unirsi all'ala più fondamentalista della Margherita in un voto di sconfessione delle decisioni del ministro della Salute in materia di droga. Ma come tollerare il silenzio sul caso Welby?
Il fatto è che dopo la coraggiosa presa di posizione e la sconfitta nel referendum sulla procreazione assistita, i Ds sembrano aver progressivamente messo da parte il tema della laicità dello Stato, e guardare con crescente fastidio a qualsiasi questione che possa porli in rotta di collisione con la Margherita, nella convinzione forse che così facendo si faciliti la marcia verso il nuovo partito. È vero - temo - esattamente il contrario, perché proprio il silenzio del partito su princìpi etici fondamentali e la sua insufficiente difesa di questioni altrettanto fondamentali per la laicità dello Stato (libertà della ricerca, multiculturalità della scuola, parità dei diritti, etc.) può spingere molti dirigenti e militanti dei Ds a guardare con occhio sempre più scettico alla possibilità di dar vita ad un partito che non sia frutto di mere convenienze di apparato.
LA COSTITUZIONE crede nella sacralità non della vita ma della persona: con l'art. 2, e poi l'art. 32 co. 2: "nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge". E nessuna legge impone a Welby, se non vuole, di rimanere attaccato ad una macchina per (mal) respirare, alimentarsi e idratarsi. Così i testimoni di Geova possono rifiutare le trasfusioni; e chi fa sciopero della fame può giungere all'estremo. Così una donna con la gamba in cancrena ha potuto rifiutare l'amputazione salvavita. Welby avrebbe potuto rifiutare il ricovero ospedaliero, e comunque le in tubazioni. Che possono quindi permanere solo finché permane il suo consenso. E che dunque debbono essere rimosse se lo chiede. Per l'alimentazione, la cosa è più evidente. La morte per inedia è disumana ma non immediata. Per il respiratore la questione è più complessa, e la morte sarebbe immediata quanto atroce. Per assurdo, la richiesta di Welby più problematica è quella più umana: essere sedato mentre si staccano i tubi. Qualche medico ha farisaicamente affermato: se me lo chiedi, i tubi li stacco, ma appena ti addormenti debbo riattaccarli per salvarti la vita, in assenza di un tuo cosciente rifiuto.
UNA NUOVA legge servirebbe a fare chiarezza, che la si voglia etichettare come eutanasia, testamento biologico o limiti all' accanimento terapeutico. E, se fosse eutanasia, che si smetta di opporvisi dicendo che così si consegnano alla rupe tarpea vecchi e bambini dowm, o che non si può fare una legge sulla emozione di un caso specifico. Al contrario, mentre quest'ultimo merita di essere risolto, è solo problema di tecnica legislativa limitare (se si vuole) l'eutanasia" a soli casi estremi quali questo. Se potessi decidere consentirei a Welby di assumere un farmaco per spegnersi dolcemente. Ma, in assenza di una legge? La via è impervia, ma io credo che Welby possa pretendere già oggi quanto chiede. Al diritto di rifiutare la prosecuzione delle cure può accompagnarsi quello alla sedazione che renda i restanti scampoli di esistenza non disumani e dolorosi: sia perché - legalmente - la morte conseguirebbe non alla sedazione ma al mancato accanimento con cure non più volute. sia perché il consenso alla complessiva operazione sedazione-distacco sarebbe bastevole per impedire il dovere del medico di riattaccare i tubi appena il paziente diventa "incapace".
ALTRO È INFATTI la incapacità da cause esterne (ad es.,ferimento da incidente stradale nel quale al testimone di Geova in coma si pratica la trasfusione) altro quella da anestesia per operazione medica: il consenso a quest'ultima è precisato, ovviamente, prima ed unitamente a quello per l'anestesia. E se il medico rifiuta? Welby può chiedere che la estubazione sia disposta dal Tribunale, anche con provvedimento urgente ex art. 700 c.p.c .. E se si chiede al Giudice di ordinare il distacco di tutto o almeno di parte dei tubi con sedazione o, in via subordinata, anche senza sedazione, si passa al Giudice un terribile cerino acceso: o accordare tutto, o negare tutto (violando l'art. 32 co. 2 Cost.), o accordare solo il distacco dei (o di alcuni) tubi, ma senza sedazione. L'ultima soluzione sarebbe disumana ma astrattamente meno problematica. La prima sarebbe coraggiosa e probabilmente dovuta. La seconda sarebbe farisaica quanto anche giuridicamente errata.
"Per quanto riguarda Piergiorgio Welby, sono favorevole all'interruzione della terapia, accompagnata da un intervento per evitare che muoia soffrendo. Invece nel caso di Terri Schiavo credo che la scelta di staccare la spina sia stata moralmente inaccettabile". La posizione di Roberta de Monticelli, docente di Filosofia della persona al San Raffaele, sfugge agli schemi precostituiti, che a suo avviso sono viziati dal primato dell'ideologia "che consiste nell'aderire ad alcun principi fino al punto di disconoscere, occultare o falsificare dei fatti".
Cominciamo dalla vicenda Welby.
"Mi sembra molto ideologico sostenere che esista una differenza radicale tra l'eutanasia attiva e l'interruzione delle cure. Se si ritiene lecito il semplice atto di interrompere la respirazione artificiale, mentre si considera inammissibile abbreviare le conseguenti sofferenze del paziente, si arriva al paradosso per cui non sarebbe colpevole un'azione destinata a produrre una terribile agonia, mentre lo sarebbe un atteggiamento volto a lenire il dolore della persona che viene lasciata morire".
Quindi un malato terminale deve essere libero di scegliere le modalità della propria morte?
"Se si ammette che una persona cosciente, responsabile e motivata, abbia diritto di rifiutare una terapia, non si vede come gli si possa rifiutare un'azione diretta a far cessare le sue sofferenze. Perciò la distinzione fra eutanasia attiva e passiva mi pare in gran parte ideologica". Come si configurava invece il caso Schiavo?
"All'opposto. La persona interessata, in stato vegetativo permanente, non poteva esprimere una volontà consapevole e c'era solo il vago ricordo che avesse affermato di non volersi mai trovare in quelle condizioni. Ma chi di noi non direbbe lo stesso? In realtà non esisteva alcun fondamento per
presumere che la Schiavo volesse farla finita. E per giunta la sua famiglia d'origine si opponeva all'interruzione dell'alimentazione, richiesta dal marito, e desiderava farsi carico della paziente".
Ma la magistratura le ha dato torto.
"È stato un doppio errore. Da un lato è stato violato il principio per cui nessuno può decidere al posto degli altri sulla loro vita. Dall'altro l'applicazione della sentenza ha assunto caratteri spaventosi, perché si è lasciato che la Schiavo morisse per disidratazione dopo una lunga agonia".
Com'è potuto accadere?
"Succede quando si parte da postulati astratti e si vuole applicarli in modo meccanico, senza tener conto della caratteristica peculiare degli esseri umani: L'individualità, l'unicità, l'irripetibilità di ogni caso concreto. Personalmente ritengo che in ultima analisi ogni soggetto abbia diritto di decidere anche della propria morte. Ma è irrinunciabile che sia tutelata la facoltà di decidere dell'individuo. Quando non può essere esercitata, è pazzesco che vi si sostituisca un'autorità esterna".
Quali regole allora in materia di eutanasia?
"Sarei favorevole a una legge che ammetta in linea di principio la legittimità dell'eutanasia, attiva e passiva, a condizione che la volontà dell'interessato sia stata formalmente e inequivocabilmente espressa e che sia esclusa ogni possibilità di conservare dignità e sopportabilità alla vita in questione. In caso di coscienza ancora presente, dovrebbe essere prevista la massima disponibilità alla comunicazione, alla verifica delle alternative e all'assistenza psicologica senza mai sostituirsi alla volontà dell'individuo. Se tale volontà manca, non si può surrogarla. Ma se c'é, non si può eluderla".
Però la volontà può cambiare e le scelte di fine vita, magari dettate da fattori contingenti, sono irreversibili.
"Per loro natura, le decisioni etiche vengono prese nella contingenza. E spesso capita di pentirsi. Occorre allora dare alla volontà individuale il tempo per maturare e consolidarsi. Quindi prevedere una procedura che carichi sulle spalle dell'individuo il dovere di riflettere fino in fondo e gli fornisca gli strumenti per farlo. Bisogna proibire il meno possibile, ma senza ridurre decisioni di questa portata a semplici formalità burocratiche".
Una battaglia lunga 14 anni. Dalla notte del 18 gennaio 1992. Da quando Luana Englaro, ventenne, ebbe un incidente stradale ed entrò in coma. Suo padre Beppe, da allora, chiede che venga cessata ogni terapia di sostentamento. E' stato il primo, in Italia, a fare una richiesta del genere. Nel '97 ha presentato formale richiesta al tribunale. Finora ha ricevuto solo dei no. .
Per Welby è stata invocata la procedura d'urgenza, lei sta aspettando una sentenza favorevole da quasi dieci anni ...
"Tra la nostra situazione e quella di Welby c'è una profonda differenza. Lui è in grado di intendere e volere, mia figlia no. Quindi la strada è molto più lunga".
Ma vostra figlia si era espressa per il sì all'eutanasia?
"Già, lo aveva dello con estrema chiarezza. Per questo i giudici hanno voluto ricostruire le volontà di mia figlia".
Attraverso le testimonianze degli amici?
"Anche. Oltre che padre, sono anche tutore. Poi abbiamo nominato un curatore speciale, siamo alla settima sentenza".
Sapeva che sarebbe stato così lungo?
"E' normale che vengano sollevati tutti questi dubbi e che si proceda tra mille cautele. La decisione per noi indirizza il futuro nella materia".
Dopo 14 anni riesce ancora a separare il dolore per sua figlia e la lucidità della battaglia civile?
"E' una battaglia di libertà. Dico sempre che Luana è un purosangue della libertà. Nella nostra famiglia abbiamo imparato a scindere il ruolo pubblico da quello privato. E andiamo avanti".
Caro Welby, la sua storia è nota però merita di essere riassunta e, quindi, resa comprensibile ai lettori. Lei giace immobile in un letto, ogni suo muscolo è inerte; non può mangiare né bere. Vive, e sarebbe meglio dire vegeta, grazie a una macchina. Causa di tutto, una malattia crudele e irreversibile. Mi sembra giusto, oserei dire ovvio, che aspiri a farla finita. Nei suoi panni non farei diversamente. Tanto più che qui non si tratta di chiedere l'eutanasia, un intervento attivo col quale interrompere ogni funzione vitale, ma semplicemente di spegnere la macchina e di lasciare che la natura non sia impedita - con forzature terapeutiche ai confini dell' accanimento - nel compiere il suo corso.
L'unica condizione che lei pone è di ordine umanitario: un'iniezione che lenisca la sofferenza al momento del trapasso ossia quando, staccato il tubicino del respiratore, le sarebbe inevitabile un senso orrendo di soffocamento. Personalmente non ci vedo alcunché di illecito: andare all'altro mondo risparmiandosi atroci tormenti, e utilizzando strumenti offerti dalla scienza, è un diritto e non un obbligo: chi vuole se ne avvale, chi non vuole - e preferisce spasimare e offrire il sacrificio a Dio - vi rinuncia. Non capisco dove sia il problema.
Sennonché la nostra legislazione sul punto è vaga; una vaghezza che favorisce interpretazioni restrittive. Bisognerebbe metterei mano tenendo conto di un fatto oggettivo: il corpo è nostro e, qualora si trasformi in una sorta di prigione o di luogo di tortura, solo a noi spetta decidere se sopprimerlo o accettarne i limiti angusti. Il resto è sopruso. È un sopruso costringere un uomo a violentare la propria volontà, sia che questi pretenda di morire sia intenda lasciarsi vivere in ogni forma, pur debilitata.
Per risolvere la questione sarebbe opportuno che il Parlamento legiferasse in chiave liberale, possibilmente non subendo influenze di tipo religioso. È troppo? Sì, lo è, almeno nel nostro Paese dove nessuno si azzarda a opporsi ai cattolici nel timore di perderne il consenso.
Ciò che sorprende, nel suo caso, è che il movimento del quale lei è presidente non tiri la corda fino magari a romperla allo scopo di rivisitare le normative in materia di "dolce morte" e roba simile. In altri termini, i radicali fanno parte della maggioranza. O sono in grado di persuaderla a darsi da fare oppure passino all' opposizione. Star lì nel mucchio a fare le belle statuine, incapaci di incidere nella politica italiana, non giova alla loro reputazione né serve a lei, caro Welby.
Per quale motivo la sinistra, nel campo relativo a questa discussione, si comporti peggio della destra non so dire. Ma so che i' atteggiamento di Napolitano, ispirato a sentimenti compassionevoli nei suoi confronti, è improduttivo: trovo inutile che il presidente a parole stia con lei e poi non si impegni a tramutare le buone intenzioni in buone azioni.
Infine, mi perdoni, considero improprio paragonare la sua vicenda, Welby, con quella del defunto Aldo Moro. Tra l'una e l'altra non c'è attinenza. Lei è vittima di una malattia; il presidente della Dc fu vittima di comunisti armati che agivano sotto l'etichetta Brigate rosse. Le malattie arrivano, e si ignora chi le mandi; i brigatisti arrivavano sulla spinta di una ideologia cui erano asserviti.
Moro inoltre nelle lettere si scagliò, anziché contro i suoi aguzzini comunisti, contro i maggiorenti della Democrazia cristiana, il partito del quale era presidente, il partito che egli aveva contribuito a rendere brutto e cattivo come lo descrisse nelle missive.
Auguro a lei e ai suoi compagni di vincere comunque la battaglia.
"Fa bene il ministro Livia Turco a chiedere al comitato di presidenza del Consiglio superiore di sanità come comportarsi in merito al caso Welby. La sua prudenza è condivisibile perché riguarda una vicenda umana che non può non interrogare le coscienze, ma che non va affrontata sull'onda dell'emozione". C'è sintonia tra il ministro della Sanità Livia Turco e il collega del Vaticano, il cardinale messi ca no Javier Lozano Barràgan, nei confronti di Piergiorgio Welby. "E' legittimo chiedere il parere di esperti su una questione così delicata", spiega il porporato, dando così un sostanziale placet alla Turco nella duplice veste di uomo di Chiesa e di addetto ai lavori, essendo il presidente del Pontificio consiglio degli operatori Sanitarie primo collaboratore di papa Ratzinger in materia di sanità ed assistenza ospedaliera.
Cardinale Lozano Barràgan, perché il ministro fa bene a chiedere il parere degli esperti, mentre c'è un uomo che, dopo anni di sofferenze, chiede solo di essere aiutato a non soffrire più?
"Perché è giusto che su questa drammatica vicenda ci sia un approfondimento e che il ministro competente, prima di intervenire, chieda il parere di medici, scienziati, politici, tenendo presente anche le intenzioni dei familiari e dell'interessato. E' giusto pensarci bene, perché è doveroso chiarire prima se su questo caso siamo di fronte ad un accanimento terapeutico se si corre il rischio di andare verso l'eutanasia. Solo gli esperti possono stabilirlo".
La dottrina morale della Chiesa cattolica cosa, invece, insegna di fronte a casi così drammatici?
"L'insegnamento della Chiesa è chiaro e coerente: no all'accanimento terapeutico e no all'eutanasia. Mettendo sempre al centro di ogni discussione la sacralità della vita, dono di Dio e, per questo, valore irrinunciabile e non negoziabile".
Quindi due netti no su due tematiche del tutto differenti tra loro, come l'eutanasia e l'accanimento. Come lo spiega?
"L'eutanasia equivale a dare la morte, sempre, eia Chiesa non potrà mai accettarla. Come pure l'accanimento terapeutico, pratica inaccettabile perché comporta l'uso di mezzi sproporzionati, assolutamente inutili, per la guarigione di un malato terminale. E' una inutile e crudele pratica che prolunga solo l'agonia, il dolore e le sofferenze, opponendosi inutilmente al decorso naturale della malattia. Il problema è sapere se ci si trova veramente davanti ad un caso di accanimento terapeutico. Per cui, fa bene il ministro a chiedere il parere degli esperti".
Questo esperti avranno, quindi, l'ultima parola su Welby?
"Avranno certamente un compito molto delicato, profondo, che comporterà saggezza, conoscenza, ponderatezza, condivisione. Dovranno chiarire se le cure a cui è sottoposto il paziente sono sproporzionate o meno. Ben sapendo che, visti i continui progressi a cui la scienza va incontro, se oggi una cura è giudicata sproporzionata domani non lo potrebbe essere più".
Lei, come cardinale e ministro della Sanità della Santa Sede, al signor Welby cosa risponderebbe?
"Accanto alla pietà umana e cristiana e alla comprensione per un uomo che soffre così tanto, ricorderei che la dottrina della Chiesa è sempre per la vita, ma è contro l'accanimento terapeutico. Comunque, ad ogni ammalato, al di là delle cure, non occorre mai far mancare il nutrimento e l'idratazione".
Ma, il signor Welby vive solo grazie ad una macchina ...
"E' difficile dare un giudizio da lontano su un caso così complesso e delicato. Tuttavia, la Chiesa non rinuncia mai ai suoi principi e non si stancherà mai di ricordare che l'eutanasia è una deliberata omissione di cura con cui si spegne deliberatamente una vita. E' un assassinio. Ecco perché è giusto che si pronuncino gli esperti, anche per evitare fraintendimenti e pressapochismi sull'onda dell'emozione che potrebbero portare a staccare la spina senza valide ragioni".
Una persona costretta a vivere nella più totale sofferenza non può essere lasciata sola. Non crede?
"Noi cristiani non siamo sadici. Comprendiamo il dolore e per questo invochiamo il ricorso alle cure palliative per lenire le sofferenze. Anche se il cristiano sa che il dolore lo avvicina al dolore di Cristo e la morte non è che solo un passaggio dalla vita terrena all' eternità, che ci porterà a Dio Padre".
E chi cristiano non è o non ha una fede?
"Al di là della fede e delle ideologie, la dignità della persona umana e la difesa della vita rappresentano valori validi per tutti, intorno ai quali non possiamo non trovarci uniti. Come è il caso del signor Welby verso il quale non possiamo non nutrire sentimenti di umana e cristiana condivisione".
"QUANDO una persona si trova in una condizione che purtroppo è disperata e terribile ... ... come è quella di Piergiorgio Welby, ogni parola e ogni esternazione - magari anche forte - come è quella di dire di sentirsi prigioniero del proprio corpo come Aldo Moro fu prigioniero dei suoi sequestratori, è legittima e da comprendere. Non voglio certo essere io colui che giudica Piergiorgio Welby per le parole che dice". A parlare è il cardinale messicano Javier Lozano Barragan, presidente del pontificio consiglio per la pastorale della salute, uno di quei dicastero della Santa Sede che supportano da vicino l'azione del Pontefice. Lozano Barragan è nel pontificio consiglio per la salute dal '97, quando Giovanni Paolo II lo fece arcivescovo. Recentemente è stato lui a spiegare come la Chiesa su un tema scottante come è quello dell'uso del preservativo, stia studiando soluzioni almeno per i coniugi malati di aids. È comprensibile lo sfogo di Welby? "Credo che tutti lo possiamo comprendere. Quando persone purtroppo costrette a vivere situazioni drammatiche hanno parole forti, è necessario farsi loro vicino. Istintivamente vorrei che queste persone riuscissero a guardare alla loro situazione in un'ottica di fede, comprendendo come, alla luce della fede, la loro situazione difficile possa essere redenta e cioè trasformata, trasfigurata". La Chiesa potrà mai accettare l'eutanasia? "Mi hanno chiesto la stessa cosa quando Welby chiese al capo dello Stato di poter ottenere l'eutanasia. Io ho risposto allora e rispondo oggi, che nonostante tutta la comprensione che la Chiesa ha per Welby e per chi si trova nelle stesse condizioni, l'eutanasia resta un mezzo sproporzionato per risolvere i problemi. Essa è un percorso di morte, un omicidio inaccettabile. La Chiesa non può che essere per la vita. E lo è sempre, poiché non si può togliere la vita a un innocente e non lo si può fare nemmeno se questa persona chieda esplicitamente che gli venga fatto. Per la Chiesa l'eutanasia va contro la morale. È un assassinio". Quali soluzioni è lecito adottare? "La sospensione di ogni accanimento terapeutico. Io sono d'accordo con la decisione dei sanitari di astenersi da cure inutili. Spesso con un accanimento terapeutico inutile altro non si vuole fare che prolungare la dolorosa agonia di una persona che sarebbe ormai vicina alla morte. Insomma l'accanimento terapeutico va evitato se le cure risultano sproporzionate e inutili e provocano sul malato terminale una inevitabile agonia. E questo va tenuto presente davanti ai malati di qualsiasi età, vecchi o bambini. Ma se si tratta di eutanasia, allora invito a ricordare che il quinto comandamento dice non uccidere. La vita è nelle mani di Dio e noi non possiamo disporne". Può la politica accettare le sue parole e andare incontro alle richieste di persone come Welby? "La Chiesa non impone nulla a nessuno, nemmeno ai politici. Quando suonano le campane la gente è libera di venire in Chiesa oppure no. Così sui temi etici come quello dell'eutanasia. La gente e anche i politici sono liberi di scegliere come comportarsi. Noi diciamo quello che pensiamo e l'unica cosa che vogliamo è che le nostre parole non cadano nel vuoto. Resta il fatto che i politici possono fare quello che vogliono"". I parlamentari cattolici come debbono comportarsi? "Devono essere coerenti ed esprimere il pensiero cattolico dentro i parlamenti, secondo le regole e le procedure democratiche". Un compito complesso. "Ad essere complesso è tutto il problema. E poi è difficile arrivare a soluzioni condivise anche perché ogni caso, ogni malato merita attenzioni e rispetto. L'eutanasia è un problema che riguardala la medicina, innanzitutto. Occorre che ad esprimersi siano gli scienziati, il comitato bioetico, ma poi anche le famiglie, dei malati, la società e la Chiesa, certamente, perché può aprire orizzonti che spesso si vogliono chiudere". Spesso le posizioni pro e contro l'eutanasia sembrano senza possibilità d'incontro... "Alcune considerazioni impressionano per la nettezza con la quali chiudono a qualsiasi ragionamento e comprensione del problema in questione".
Il volto di Piero Welby che da tempo ci accompagna con il suo sguardo non è un volto pacificato, passivo, docile. È un volto molto severo che interroga, un volto d'intranquillità che esige da ciascuno di noi pensiero profondo, partecipazione a una questione nuova e cruciale, decisioni non dettate solo da compassione ma da qualcosa di più esigente e di meno intimo: da un nuovo senso di responsabilità, che includa certo la pietas e l'amore ma che si estenda all'etica e alla legge, due categorie fatte non solo di compassione. È chiaro che Welby avrebbe potuto entrare nella morte con qualche personale sotterfugio: se ha scelto di non farlo è per trasformare la propria vicissitudine in vicissitudine che concerne noi tutti. L'incontro con il taciturno sofferente non potrebbe esser più parlante, essendo incontro con il suo morire e col nostro più o meno prossimo morire. Il diritto per cui si batte, lo vuol ottenere non solo per sé ma per chi patisce come lui. Di solito, quando parliamo di diritti pensiamo subito a beni ritenuti positivi, vitali: il diritto al lavoro, o a fare ed essere in un certo modo. In apparenza il diritto invocato da Welby è privo di questa positività, ha rapporti col buio, col nulla. La sua storia e i suoi scritti testimoniano della falsità di simile assunzione. La morte è forse quel passaggio verso il nulla o verso l'eternità, nelle mani della natura o di Dio. Ma il morire e il modo di morire ci competono interamente, sono un'essenza dell'esistere umano. Quando gli antichi greci davano agli uomini il nome di mortali, o effimeri, lo sapevano bene: il morire era un tempo del vivere, e addirittura il più importante perché dava all'esistere una speciale qualità. Il filosofo Hans Jonas ha parlato della mortalità come di una benedizione, essendo quel che rende la vita così preziosa. Se non sapessimo di esser mortali, se non sapessimo che la persona amata è mortale, ogni giorno distruggeremmo gli affetti e mai ci verrebbe in mente di dar loro l'improbabile colore dell'immortalità. I grandi amori sono tali quando poggiano sull'idea della morte non ipotetica ma sempre vicina: la nostra, e specialmente dell'essere amato. Parlare del morire è questione vitale per eccellenza, che riassume tutte le questioni dell'essere. Di qui quell'impressione strana, quando sugli schermi appare Welby: tutto quel che accade attorno a lui viene come oscurato. L'incontro con quel volto ci porta alle soglie dell'enigma più vitale e più sacro: a qualcosa che appartiene a noi e alla divinità, che è trafugato a noi e a lei.
La questione del diritto a morire è nuova e cruciale da quando la scienza e la tecnica medica hanno compiuto progressi che hanno stravolto il morire. Non si moriva così, quando non esisteva quest'enorme potere che può prolungare artificialmente la vita con medicamenti, tubi, macchine. Non c'era bisogno allora di fissare un limite all'accanimento terapeutico, o di permettere che l'accanimento sia rifiutato da chi è appeso alle macchine senza coscienza (il testamento biologico). La stessa parola eutanasia andrebbe adattata alla straordinaria mutazione che viviamo, e rinominata: non è in questione la bella morte. È in questione il ben-morire, la strada che precede il passaggio finale. Questa strada è stata sottratta alla capacità dell'uomo di darsi sue leggi, attraverso l'autonomia, ed è posseduta da macchine da noi inventate: macchine che trasformano l'uomo in un mezzo docile e utile, che si sorveglia e si punisce allo stesso modo in cui son sorvegliati e puniti, secondo Foucault, i prigionieri. Non a caso Welby parla di prigione, paragonando la propria condizione a quella di prigionieri del terrorismo come Moro. La prigione della medicina che s'accanisce in nome di valori morali è terroristica: taglia le ali alla preparazione della morte, che è la nostra più intima aspirazione; tratta l'essere umano non come fine ma come mezzo. Lo trasforma in uomo docile e utile per la politica o l'ideologia. Il volto di Welby dice questa indisponibilità, più umana e meno prometeica delle macchine mediche, all'esser docile, utile e consolato. Il progresso tecnologico ha dilatato le possibilità umane d'intervenire sulla natura, creando un potere bio-politico smisurato e invasivo (Jonas ricorda come potere e fare - Macht, machen - abbiano in lingua tedesca la stessa radice). E siccome siamo responsabili di quel che facciamo, è ovvio che le nostre responsabilità aumentano col ramificarsi di questo potere. La morte in sé non mette veramente spavento: il terribile dolore è di chi sopravvive, Epicuro dice parole sagge quando ricorda che "la morte non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c'è lei, e quando c'è lei non ci siamo più noi". Non così il morire, che invece crea panico perché quando c'è lui, può accadere che noi esistiamo senza più esistere, come morti-vivi. È un panico cresciuto mostruosamente non essendo il morire più nelle nostre mani, e per questo tocca riappropriarsene. Non è un diritto che s'accampa in opposizione a Dio, al sacro: in realtà il morire è stato tolto anche alla natura, a Dio. Se agissero la natura o Dio, moriremmo senza respiratori. Quel che vediamo guardando Welby è il trionfo della tecnica umana sull'umanità, il trionfo dell'artificio sulla natura e sul divino. Inutile parlare di silenzio di Dio: chi colpevolmente tace su simili mostruosità sono i politici, i pensatori, la Chiesa. L'autonomia del morente e il diritto di morire restituiscono naturalezza e sacralità a un capitolo fondamentale della vita. L'etica del morire è un'etica vitale, essendo la risposta responsabile all'estendersi del bio-potere.
Bisogna poter dire le proprie volontà in previsione di un morire incosciente: è il testamento biologico. Bisogna avere il diritto - già esistente, riconosciuto dalla Chiesa - di rifiutare l'accanimento terapeutico. Altra questione è l'eutanasia. Questione scabrosa, perché ci mette di fronte a contraddizioni spesso insanabili: il progresso medico-scientifico può esser pericoloso, e al tempo stesso offrire speranze a molti ammalati; porre un limite alla libertà di procurare la morte è necessario, anche se crudele. Nessuno può prendere alla leggera qualcosa di cui si è fatto abuso criminoso, non nell'antichità ma sei decenni orsono. Chi decide infatti se una vita debba considerarsi indegna d'esser vissuta? Il malato o la società, con la legge? Se decide il collettivo il rischio è grande che non avremo solo la bella morte ma la morte utile alla società, o alla razza, alla nazione, ai bilanci sanitari. L'eutanasia può divenire un'estensione del bio-potere, anziché frenarlo. Può anche snaturare la missione del medico, che vedrebbe i propri poteri ingigantiti nel bene e anche nel male. Ogni medico diverrebbe per il paziente una sfinge: obbedirà a Ippocrate, cercando di sanare e lenire, o mi ucciderà per una sua idea di pietà o convenienza? Tuttavia la questione va affrontata perché troppo grande è il mutamento del morire. Negarla vuol dire non vedere la mutazione, e consolarsi con concetti che significano ormai poco se non vengono radicalmente ripensati, innovati, vivificati. Si discute molto di valori eticamente sensibili, cui molti cattolici danno il nome di valori indisponibili, quasi esistessero valori che solo la Chiesa può curare. Qui è l'errore, fatto di pigrizia o presunzione.
L'etica del vivere e morire (ma anche del convivere, della famiglia) non è qualcosa che appartiene ai vescovi, disponibile solo al loro discernimento. Appartiene ai credenti, ai non credenti, e all'ultima istanza che per ambedue è la coscienza. Anche gli atei son chiamati a pensare l'eutanasia come tema eticamente delicatissimo, necessitante una rivoluzione linguistica e mentale. In Germania l'eutanasia è tabù per ragioni storiche, non religiose. Come aiutare allora a morire, come staccare la spina divenuta intollerabile al malato? L'amore e la compassione vogliono aiutare sempre più, man mano che cresce la responsabilità. La legge non è compassione ma può contemplare come mai si è così immensamente esteso questo bisogno d'amore legato al diritto di morire. Tutto sta nel muoversi lungo un crinale stretto, evitando le chine scivolose: una cosa è uccidere e un'altra il lasciar morire, il confine è tenue ma esiste. Lasciar morire è qualcosa di cui possiamo riprender possesso, fin d'ora: restando fedeli a valori irrinunciabili ma aprendoci a quegli "atti d'amore" e responsabilità cui accenna don Verzè, quando racconta come staccò la spina a un amico, anni fa. Se c'è consenso del sofferente si può lasciar morire interrompendo le cure, somministrando dosi crescenti di antidolorifici, staccando anche la protesi che è il respiratore. Non lasciare il malato solo con il suo morire, davanti all'onnipotenza della scienza medica: questo è oggi l'imperativo. Quel tipo di vita, appeso a una macchina impersonale e indifferente, ha da tempo cessato di essere un valore: tanto meno un valore indisponibile. Se la Chiesa lo considera ancora tale, vuol dire che s'identifica con quel potere e quella macchina dissacratrice.
Il fatto nuovo e rilevante di questi giorni è l'accordo tra il governo e la sua maggioranza, per una volta unanime, sul tema delle coppie di fatto. Dopo molti mesi durante i quali i problemi dell'economia e della fiscalità hanno interamente occupato la scena suscitando non piccola confusione ed eccitando egoismi corporativi che hanno messo a rischio ogni sentimento di solidarietà sociale e ogni visione di interesse generale, finalmente si sono cominciate ad affrontare questioni eticamente sensibili.
Sarò magari un laicista vituperando, di quelli contro i quali il Papa non cessa di lanciare ogni giorno il suo monotono anatema, ma a me pare che quell'accordo sulle coppie di fatto rappresenti una svolta positiva della quale si sentiva urgente bisogno. Tanto più positiva in quanto è stata voluta e sottoscritta anche da cattolici militanti di sicuri sentimenti democratici, che professano allo stesso tempo rispettosa attenzione ai valori della loro religione e a quelli altrettanto onorandi della Costituzione repubblicana, alla dignità della famiglia e ai diritti indiscutibili degli individui, al magistero della Chiesa e all'autonoma sovranità dello Stato.
L'accordo sulle coppie di fatto ha suscitato consensi e dissensi di vario tipo e colore. C'è chi l'ha giudicato un pericoloso arretramento dal punto di vista laico, chi una forzatura irritante e controproducente rispetto alla lenta evoluzione del costume e chi vi ha visto addirittura la mano del diavolo col suo puzzo di zolfo e le impronte del suo piede caprino.
Tralascio per il momento quest'ultimo tipo di reazione sul quale bisognerà tuttavia tornare perché coinvolge anche forze politiche di notevole rilievo. Prima conviene infatti esaminare il contenuto e il senso politico di quest'accordo e dell'ordine del giorno che lo contiene, votato all'unanimità dal gruppo senatoriale del centrosinistra e accolto all'unanimità dal governo nel quale siedono i rappresentanti di tutta l'Unione.
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L'accordo prevede che entro il 31 gennaio sia presentato un disegno di legge sulle coppie di fatto nel quale vengano riconosciuti i diritti degli individui che abbiano deciso di vivere insieme stabilmente ma al di fuori del vincolo matrimoniale. Questi diritti riguardano aspetti rilevanti della convivenza, dall'assistenza reciproca tra i conviventi alle decisioni da prendere in casi di malattie di uno di essi, alla successione ereditaria, alla reversibilità della pensione, al pagamento degli alimenti in caso di separazione, all'uso comune dell'abitazione, ai diritti e doveri verso i figli e la loro educazione. Insomma tutti gli aspetti che configurano i rapporti interpersonali di una convivenza duratura, quale che sia l'età la razza la religione e il sesso dei due conviventi.
Questi i principi e i temi sui quali dovrà applicarsi la normativa della legge; il termine tassativamente indicato è, come s'è detto, quello del 31 gennaio 2007; il ministro incaricato di redigere il testo è la Pollastrini di concerto con la Bindi, ministro della Famiglia. Il Consiglio dei ministri, entro quella data, dovrà discutere e approvare il testo trasmettendolo poi al Parlamento per la sua trasformazione in legge dello Stato. I gruppi parlamentari dell'Unione sono tenuti a votare quel testo sulle cui finalità hanno già dato unanime e favorevole parere.
A me pare, da vecchio e vituperato laicista, che si tratti di un ottimo accordo né mi sembra possa essere criticato lo stralcio d'un articolo della Finanziaria sulla fiscalità successoria che il governo ha ritirato per reinserirlo più coerentemente nel disegno di legge in questione.
Capisco che i laicisti "arrabbiati" temano che il disegno di legge sia stravolto nel suo iter parlamentare sicché le componenti cattoliche del centrosinistra abbiano sottoscritto l'accordo incrociando nascostamente le dita per tradire poi la parola data nel momento conclusivo. Li capisco perché i laici di analoghe delusioni ne hanno sofferte non poche. Penso però che in questo caso il gioco valga la candela. Per due motivi importanti: è stato deciso di presentare una legge sulle coppie di fatto e non di considerarle vincolate soltanto da un semplice contratto privato; si è deciso altresì all'unanimità che la legge e le sue norme regolino tutti i tipi di convivenza indipendentemente dal sesso dei conviventi, riguardino cioè eterosessuali e omosessuali. L'unanimità raggiunta su questi due punti è essenziale. È chiaro che se qualcuna delle forze politiche si ritirasse dall'accordo già sottoscritto - obbedendo agli anatemi lanciati anche ieri dall'Osservatore Romano - ciò segnerebbe la fine dell'Unione e del governo che ne è l'espressione.
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Perché la Chiesa cattolica dovrebbe opporsi ad una legge ispirata a questi principi? Perché non dovrebbe considerarla anzi come parte integrante e conforme al messaggio che emana dalla predicazione evangelica? Non è la tutela dei diritti individuali uno dei cardini di quel messaggio? Non è il rispetto della persona e la sua dignità? Non è l'includere una finalità dell'amore del prossimo e l'escludere un vero e proprio peccato di egoismo e di superbia? Non fu Gesù di Nazareth a salvare la peccatrice, a riscattare gli schiavi, ad amare i diversi e i deboli? Non è l'amore del prossimo ad aver reso grande il Cristianesimo e affidabili i veri cristiani anche da parte di chi non ne condivide la fede?
Ho letto ieri sulle pagine di Repubblica l'intervista di Ferzan Ozpetek, il regista di Fate ignoranti che pone, appunto, queste domande. Le condivido in pieno e penso che dovrebbero condividerle tutti i cristiani e tutti i cattolici. In particolare - e non si dica che è un paradosso - la gerarchia, i vescovi successori degli apostoli, il Papa vicario di Cristo. Dov'è l'amore? Dov'è l'inclusione? Dov'è la pietà?
I sacerdoti con cura di anime dovrebbero far sentire la loro voce su temi così coinvolgenti che arrivano nell'intimo della carne e dell'anima. Il laicato cattolico dovrebbe parlare e agire nella propria autonomia per il bene della Chiesa. Dov'è il coraggio cristiano per la difesa del prossimo?
S'invoca la famiglia, ma una legge equa sulla convivenza non mette a repentaglio alcuna famiglia. Io non credo che le famiglie in quanto tali si sentano in pericolo per la convivenza in quanto tale. Non credo che esista un problema di supremazia sociale tra famiglia e convivenza, tanto più di fronte ad una legge che non pretende di parificare quei due istituti. Non credo che i figli nati o comunque esistenti all'interno d'una convivenza debbano suscitare affetti e diritti minori dei figli nati all'interno d'una famiglia. E perciò pur non essendo cristiano ma apprezzando, rispettando e ammirando il messaggio evangelico, resto stupefatto e dolorosamente colpito dall'egoismo e dalla superbia e dalla sfrontata certezza con cui la gerarchia e coloro che ne seguono le prescrizioni si schierano in battaglia contro il riconoscimento d'un fatto che esiste, è un prodotto d'amore e che è ispirazione del diavolo voler cancellare, disconoscere, discriminare, punire.
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Benedetto XVI parlando ieri ai giuristi cattolici ha pronunciato parole e concetti in gran parte già noti, sui quali ormai ritorna con insistenza.
Ha detto che la religione non può più esser considerata un fatto privato ma ha diritto di esprimersi nello spazio pubblico. Nessun laico dotato di ragione ragionante contesta questa affermazione cui anche di recente il presidente della Repubblica italiana, dichiaratamente non credente, ha dato il suo autorevole avallo.
Ha detto che la religione in quanto Chiesa organizzata e corpo visibile, ha il diritto di propagandare la (sua) verità in tutti i domini dell'etica ed anche della politica laddove essa incrocia temi eticamente sensibili. Nessuno contesta questa sua affermazione. Noi, laicisti vituperati, non solo non impediamo (non lo potremmo e non lo vogliamo) ma anzi desideriamo che la Chiesa parli e i cattolici si esprimano. Ci stupiamo anzi del loro silenzio ostile e del silenzio altrettanto ostile della gerarchia e del clero che cura (dovrebbe curare) le anime per il silenzio e l'ostilità contro i conviventi. Contro i diversi. Non sono anch'essi da considerare figli dell'unico Dio? C'è un'inquietante e ottusa mancanza di amore in questa brutale crociata indetta dalla gerarchia, che mette in dubbio l'autenticità del messaggio cristiano e rischia di trasformarlo in un fondamentalismo della peggiore specie.
Di questo noi non credenti ci rammarichiamo; in questo, lo ripeto, vediamo un peccato mortale di superbia e di orgoglio, una lacuna d'amore, una ferita profonda di quel messaggio che Gesù lasciò come retaggio ai suoi discepoli.
Mi stupisce che questo messaggio così platealmente tradito venga fatto proprio da cattolici che dicono d'esser pervasi dalla fede ancorché l'abbiano a loro volta tradita nei comportamenti della loro vita privata. L'hanno tradita in nome dell'amore e non saremo certo noi laici a censurarli. Tutt'altro. Ma non comprendiamo perché l'amore che li ha ispirati sia da essi stessi negato a tutti gli altri simili a loro. Questo sì, resta incomprensibile a meno di non pensare che la convenienza politica li accechi e getti polvere nei loro occhi.
Così ho ascoltato con stupore l'anatema di Pier Ferdinando Casini contro ogni legge che si occupi delle coppie di fatto e in particolare contro le coppie di fatto omosessuali. Quasi che l'omosessuale sia un reietto, un individuo residuale, una fonte di male per definizione, un aborto biologico da isolare. E tutt'al più da curare e redimere biologicamente.
È questo il preteso leader dei moderati e anzi dei liberali moderati? Se non mi trattenesse la tolleranza che è propria molto più dei laici che non dei cattolici ossessionati, pensando a personaggi che fanno della lotta alla convivenza uno slogan per una vergognosa crociata reazionaria direi "libera nos a diabolo". Non è con questo tipo di fedeli che la religione entrerà in contatto con la modernità e arginerà la secolarizzazione. Non è odiando l'amore diverso che si possa diffondere amore, perché l'amore non sopporta aggettivi come non li sopporta la libertà. L'amore è uno, è un sentimento ineffabile, nasce come e dove nasce e va sempre rispettato. Così come la persona. Avete combattuto per secoli, voi cattolici, contro lo schematismo dei manichei. State dunque attenti a non resuscitarlo nella vostra stessa anima, della quale forse dovreste avere maggior cura.
Post scriptum
Il ministro Livia Turco visiterà nei prossimi giorni Welby che invoca la morte dalla gabbia di dolore in cui da anni è rinchiuso. L'iniziativa del ministro è apprezzabile.
La Turco ha chiesto all'Istituto di Sanità di sapere se la situazione di Welby rientra nella fattispecie dell'accanimento terapeutico o in quella dell'eutanasia. Conoscere prima di decidere. Anche questo è apprezzabile. Ma il ministro Livia Turco ha detto che quando il responso del Consiglio superiore di sanità sarà dato e risultasse conforme ai desideri del paziente Welby, vedrà se sia il caso di proporre al Parlamento una legge in proposito.
Questo, onorevole ministro, non è affatto apprezzabile. È un atteggiamento da Ponzio Pilato. È furbesco, è ipocrita. Non è degno della sua integrità e onestà morale. È un tradimento della politica nel senso alto del termine. Se questo è il suo pensiero si risparmi quella visita al letto di un ammalato ingabbiato e torturato. Sarebbe solo un'esibizione umiliante per lei e una nuova pena per la vittima.
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Welby e il silenzio della sinistra
Da L'Unità del 9-12-2006, di Stefano Passigli
Welby e il silenzio della sinistra
Da L'Unità del 9-12-2006, di Stefano Passigli
I "no" alla straziante richiesta di Welby di poter morire senza ulteriori sofferenze si moltiplicano. Alle tante pronunce delle gerarchie cattoliche si sono ora aggiunte la rozza accusa di Fini che taccia perentoriamente di "assassino" chi volesse aiutare Welby a morire, e molte voci all'interno della Margherita. Welby si è appellato al capo dello Stato, e Napolitano ha sottolineato che la politica non può rimanere sorda dinnanzi a questo dramma, tomando implicitamente a sottolineare - con la concessione della grazia a chi si era spinto al passo estremo di por fine alla vita del proprio figlio - che il problema non può più essere ignorato.
In questo contesto sorprende il sostanziale silenzio del maggior partito di governo. La preoccupazione dei Ds di non rendere più difficile di quanto già non sia il cammino verso la nascita di quel partito democratico che divide profondamente i propri militanti può giustificare alcune prudenze in sede parlamentare, ma certo non l'afasia sul piano dei principi, e su fondamentali questioni etiche prima ancora che politiche. Si possono forse giustificare alcune "ritirate" parlamentari quali la rinuncia alla parificazione a fini successori di conviventi e coniugi; si può perfino - anche se con ben maggior fatica - giustificare l'unirsi all'ala più fondamentalista della Margherita in un voto di sconfessione delle decisioni del ministro della Salute in materia di droga. Ma come tollerare il silenzio sul caso Welby?
Il fatto è che dopo la coraggiosa presa di posizione e la sconfitta nel referendum sulla procreazione assistita, i Ds sembrano aver progressivamente messo da parte il tema della laicità dello Stato, e guardare con crescente fastidio a qualsiasi questione che possa porli in rotta di collisione con la Margherita, nella convinzione forse che così facendo si faciliti la marcia verso il nuovo partito. È vero - temo - esattamente il contrario, perché proprio il silenzio del partito su princìpi etici fondamentali e la sua insufficiente difesa di questioni altrettanto fondamentali per la laicità dello Stato (libertà della ricerca, multiculturalità della scuola, parità dei diritti, etc.) può spingere molti dirigenti e militanti dei Ds a guardare con occhio sempre più scettico alla possibilità di dar vita ad un partito che non sia frutto di mere convenienze di apparato.
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Una legge per fare chiarezza e non si parli di rupe tarpea
Dal Quotidiano Nazionale del 9-12-2006, di Ugo Ruffolo
Una legge per fare chiarezza e non si parli di rupe tarpea
Dal Quotidiano Nazionale del 9-12-2006, di Ugo Ruffolo
LA COSTITUZIONE crede nella sacralità non della vita ma della persona: con l'art. 2, e poi l'art. 32 co. 2: "nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge". E nessuna legge impone a Welby, se non vuole, di rimanere attaccato ad una macchina per (mal) respirare, alimentarsi e idratarsi. Così i testimoni di Geova possono rifiutare le trasfusioni; e chi fa sciopero della fame può giungere all'estremo. Così una donna con la gamba in cancrena ha potuto rifiutare l'amputazione salvavita. Welby avrebbe potuto rifiutare il ricovero ospedaliero, e comunque le in tubazioni. Che possono quindi permanere solo finché permane il suo consenso. E che dunque debbono essere rimosse se lo chiede. Per l'alimentazione, la cosa è più evidente. La morte per inedia è disumana ma non immediata. Per il respiratore la questione è più complessa, e la morte sarebbe immediata quanto atroce. Per assurdo, la richiesta di Welby più problematica è quella più umana: essere sedato mentre si staccano i tubi. Qualche medico ha farisaicamente affermato: se me lo chiedi, i tubi li stacco, ma appena ti addormenti debbo riattaccarli per salvarti la vita, in assenza di un tuo cosciente rifiuto.
UNA NUOVA legge servirebbe a fare chiarezza, che la si voglia etichettare come eutanasia, testamento biologico o limiti all' accanimento terapeutico. E, se fosse eutanasia, che si smetta di opporvisi dicendo che così si consegnano alla rupe tarpea vecchi e bambini dowm, o che non si può fare una legge sulla emozione di un caso specifico. Al contrario, mentre quest'ultimo merita di essere risolto, è solo problema di tecnica legislativa limitare (se si vuole) l'eutanasia" a soli casi estremi quali questo. Se potessi decidere consentirei a Welby di assumere un farmaco per spegnersi dolcemente. Ma, in assenza di una legge? La via è impervia, ma io credo che Welby possa pretendere già oggi quanto chiede. Al diritto di rifiutare la prosecuzione delle cure può accompagnarsi quello alla sedazione che renda i restanti scampoli di esistenza non disumani e dolorosi: sia perché - legalmente - la morte conseguirebbe non alla sedazione ma al mancato accanimento con cure non più volute. sia perché il consenso alla complessiva operazione sedazione-distacco sarebbe bastevole per impedire il dovere del medico di riattaccare i tubi appena il paziente diventa "incapace".
ALTRO È INFATTI la incapacità da cause esterne (ad es.,ferimento da incidente stradale nel quale al testimone di Geova in coma si pratica la trasfusione) altro quella da anestesia per operazione medica: il consenso a quest'ultima è precisato, ovviamente, prima ed unitamente a quello per l'anestesia. E se il medico rifiuta? Welby può chiedere che la estubazione sia disposta dal Tribunale, anche con provvedimento urgente ex art. 700 c.p.c .. E se si chiede al Giudice di ordinare il distacco di tutto o almeno di parte dei tubi con sedazione o, in via subordinata, anche senza sedazione, si passa al Giudice un terribile cerino acceso: o accordare tutto, o negare tutto (violando l'art. 32 co. 2 Cost.), o accordare solo il distacco dei (o di alcuni) tubi, ma senza sedazione. L'ultima soluzione sarebbe disumana ma astrattamente meno problematica. La prima sarebbe coraggiosa e probabilmente dovuta. La seconda sarebbe farisaica quanto anche giuridicamente errata.
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La sua volontà va rispettata. Non e' come Terri Schiavo
Dal Corriere della Sera del 09-12-2006 , di Antonio Carloti
La sua volontà va rispettata. Non e' come Terri Schiavo
Dal Corriere della Sera del 09-12-2006 , di Antonio Carloti
"Per quanto riguarda Piergiorgio Welby, sono favorevole all'interruzione della terapia, accompagnata da un intervento per evitare che muoia soffrendo. Invece nel caso di Terri Schiavo credo che la scelta di staccare la spina sia stata moralmente inaccettabile". La posizione di Roberta de Monticelli, docente di Filosofia della persona al San Raffaele, sfugge agli schemi precostituiti, che a suo avviso sono viziati dal primato dell'ideologia "che consiste nell'aderire ad alcun principi fino al punto di disconoscere, occultare o falsificare dei fatti".
Cominciamo dalla vicenda Welby.
"Mi sembra molto ideologico sostenere che esista una differenza radicale tra l'eutanasia attiva e l'interruzione delle cure. Se si ritiene lecito il semplice atto di interrompere la respirazione artificiale, mentre si considera inammissibile abbreviare le conseguenti sofferenze del paziente, si arriva al paradosso per cui non sarebbe colpevole un'azione destinata a produrre una terribile agonia, mentre lo sarebbe un atteggiamento volto a lenire il dolore della persona che viene lasciata morire".
Quindi un malato terminale deve essere libero di scegliere le modalità della propria morte?
"Se si ammette che una persona cosciente, responsabile e motivata, abbia diritto di rifiutare una terapia, non si vede come gli si possa rifiutare un'azione diretta a far cessare le sue sofferenze. Perciò la distinzione fra eutanasia attiva e passiva mi pare in gran parte ideologica". Come si configurava invece il caso Schiavo?
"All'opposto. La persona interessata, in stato vegetativo permanente, non poteva esprimere una volontà consapevole e c'era solo il vago ricordo che avesse affermato di non volersi mai trovare in quelle condizioni. Ma chi di noi non direbbe lo stesso? In realtà non esisteva alcun fondamento per
presumere che la Schiavo volesse farla finita. E per giunta la sua famiglia d'origine si opponeva all'interruzione dell'alimentazione, richiesta dal marito, e desiderava farsi carico della paziente".
Ma la magistratura le ha dato torto.
"È stato un doppio errore. Da un lato è stato violato il principio per cui nessuno può decidere al posto degli altri sulla loro vita. Dall'altro l'applicazione della sentenza ha assunto caratteri spaventosi, perché si è lasciato che la Schiavo morisse per disidratazione dopo una lunga agonia".
Com'è potuto accadere?
"Succede quando si parte da postulati astratti e si vuole applicarli in modo meccanico, senza tener conto della caratteristica peculiare degli esseri umani: L'individualità, l'unicità, l'irripetibilità di ogni caso concreto. Personalmente ritengo che in ultima analisi ogni soggetto abbia diritto di decidere anche della propria morte. Ma è irrinunciabile che sia tutelata la facoltà di decidere dell'individuo. Quando non può essere esercitata, è pazzesco che vi si sostituisca un'autorità esterna".
Quali regole allora in materia di eutanasia?
"Sarei favorevole a una legge che ammetta in linea di principio la legittimità dell'eutanasia, attiva e passiva, a condizione che la volontà dell'interessato sia stata formalmente e inequivocabilmente espressa e che sia esclusa ogni possibilità di conservare dignità e sopportabilità alla vita in questione. In caso di coscienza ancora presente, dovrebbe essere prevista la massima disponibilità alla comunicazione, alla verifica delle alternative e all'assistenza psicologica senza mai sostituirsi alla volontà dell'individuo. Se tale volontà manca, non si può surrogarla. Ma se c'é, non si può eluderla".
Però la volontà può cambiare e le scelte di fine vita, magari dettate da fattori contingenti, sono irreversibili.
"Per loro natura, le decisioni etiche vengono prese nella contingenza. E spesso capita di pentirsi. Occorre allora dare alla volontà individuale il tempo per maturare e consolidarsi. Quindi prevedere una procedura che carichi sulle spalle dell'individuo il dovere di riflettere fino in fondo e gli fornisca gli strumenti per farlo. Bisogna proibire il meno possibile, ma senza ridurre decisioni di questa portata a semplici formalità burocratiche".
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"Dal '92 Luana è in coma, lotto perché si accetti la sua volontà di morire"
Da Il Messaggero del 9-12-2006, di Carla Massi
"Dal '92 Luana è in coma, lotto perché si accetti la sua volontà di morire"
Da Il Messaggero del 9-12-2006, di Carla Massi
Una battaglia lunga 14 anni. Dalla notte del 18 gennaio 1992. Da quando Luana Englaro, ventenne, ebbe un incidente stradale ed entrò in coma. Suo padre Beppe, da allora, chiede che venga cessata ogni terapia di sostentamento. E' stato il primo, in Italia, a fare una richiesta del genere. Nel '97 ha presentato formale richiesta al tribunale. Finora ha ricevuto solo dei no. .
Per Welby è stata invocata la procedura d'urgenza, lei sta aspettando una sentenza favorevole da quasi dieci anni ...
"Tra la nostra situazione e quella di Welby c'è una profonda differenza. Lui è in grado di intendere e volere, mia figlia no. Quindi la strada è molto più lunga".
Ma vostra figlia si era espressa per il sì all'eutanasia?
"Già, lo aveva dello con estrema chiarezza. Per questo i giudici hanno voluto ricostruire le volontà di mia figlia".
Attraverso le testimonianze degli amici?
"Anche. Oltre che padre, sono anche tutore. Poi abbiamo nominato un curatore speciale, siamo alla settima sentenza".
Sapeva che sarebbe stato così lungo?
"E' normale che vengano sollevati tutti questi dubbi e che si proceda tra mille cautele. La decisione per noi indirizza il futuro nella materia".
Dopo 14 anni riesce ancora a separare il dolore per sua figlia e la lucidità della battaglia civile?
"E' una battaglia di libertà. Dico sempre che Luana è un purosangue della libertà. Nella nostra famiglia abbiamo imparato a scindere il ruolo pubblico da quello privato. E andiamo avanti".
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Caro Welby sono con te. Mai radicali ...
da Libero del 9-12-2006, di Vittorio Feltri
Caro Welby sono con te. Mai radicali ...
da Libero del 9-12-2006, di Vittorio Feltri
Caro Welby, la sua storia è nota però merita di essere riassunta e, quindi, resa comprensibile ai lettori. Lei giace immobile in un letto, ogni suo muscolo è inerte; non può mangiare né bere. Vive, e sarebbe meglio dire vegeta, grazie a una macchina. Causa di tutto, una malattia crudele e irreversibile. Mi sembra giusto, oserei dire ovvio, che aspiri a farla finita. Nei suoi panni non farei diversamente. Tanto più che qui non si tratta di chiedere l'eutanasia, un intervento attivo col quale interrompere ogni funzione vitale, ma semplicemente di spegnere la macchina e di lasciare che la natura non sia impedita - con forzature terapeutiche ai confini dell' accanimento - nel compiere il suo corso.
L'unica condizione che lei pone è di ordine umanitario: un'iniezione che lenisca la sofferenza al momento del trapasso ossia quando, staccato il tubicino del respiratore, le sarebbe inevitabile un senso orrendo di soffocamento. Personalmente non ci vedo alcunché di illecito: andare all'altro mondo risparmiandosi atroci tormenti, e utilizzando strumenti offerti dalla scienza, è un diritto e non un obbligo: chi vuole se ne avvale, chi non vuole - e preferisce spasimare e offrire il sacrificio a Dio - vi rinuncia. Non capisco dove sia il problema.
Sennonché la nostra legislazione sul punto è vaga; una vaghezza che favorisce interpretazioni restrittive. Bisognerebbe metterei mano tenendo conto di un fatto oggettivo: il corpo è nostro e, qualora si trasformi in una sorta di prigione o di luogo di tortura, solo a noi spetta decidere se sopprimerlo o accettarne i limiti angusti. Il resto è sopruso. È un sopruso costringere un uomo a violentare la propria volontà, sia che questi pretenda di morire sia intenda lasciarsi vivere in ogni forma, pur debilitata.
Per risolvere la questione sarebbe opportuno che il Parlamento legiferasse in chiave liberale, possibilmente non subendo influenze di tipo religioso. È troppo? Sì, lo è, almeno nel nostro Paese dove nessuno si azzarda a opporsi ai cattolici nel timore di perderne il consenso.
Ciò che sorprende, nel suo caso, è che il movimento del quale lei è presidente non tiri la corda fino magari a romperla allo scopo di rivisitare le normative in materia di "dolce morte" e roba simile. In altri termini, i radicali fanno parte della maggioranza. O sono in grado di persuaderla a darsi da fare oppure passino all' opposizione. Star lì nel mucchio a fare le belle statuine, incapaci di incidere nella politica italiana, non giova alla loro reputazione né serve a lei, caro Welby.
Per quale motivo la sinistra, nel campo relativo a questa discussione, si comporti peggio della destra non so dire. Ma so che i' atteggiamento di Napolitano, ispirato a sentimenti compassionevoli nei suoi confronti, è improduttivo: trovo inutile che il presidente a parole stia con lei e poi non si impegni a tramutare le buone intenzioni in buone azioni.
Infine, mi perdoni, considero improprio paragonare la sua vicenda, Welby, con quella del defunto Aldo Moro. Tra l'una e l'altra non c'è attinenza. Lei è vittima di una malattia; il presidente della Dc fu vittima di comunisti armati che agivano sotto l'etichetta Brigate rosse. Le malattie arrivano, e si ignora chi le mandi; i brigatisti arrivavano sulla spinta di una ideologia cui erano asserviti.
Moro inoltre nelle lettere si scagliò, anziché contro i suoi aguzzini comunisti, contro i maggiorenti della Democrazia cristiana, il partito del quale era presidente, il partito che egli aveva contribuito a rendere brutto e cattivo come lo descrisse nelle missive.
Auguro a lei e ai suoi compagni di vincere comunque la battaglia.
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Parla il cardinale Barràgan: inaccettabile usare metodi sproporzionati rispetto alla possibilità di sopravvivenza di un malato
Da La Repubblica del 10-12-2006, di Orazio La Rocca
Parla il cardinale Barràgan: inaccettabile usare metodi sproporzionati rispetto alla possibilità di sopravvivenza di un malato
Da La Repubblica del 10-12-2006, di Orazio La Rocca
"Fa bene il ministro Livia Turco a chiedere al comitato di presidenza del Consiglio superiore di sanità come comportarsi in merito al caso Welby. La sua prudenza è condivisibile perché riguarda una vicenda umana che non può non interrogare le coscienze, ma che non va affrontata sull'onda dell'emozione". C'è sintonia tra il ministro della Sanità Livia Turco e il collega del Vaticano, il cardinale messi ca no Javier Lozano Barràgan, nei confronti di Piergiorgio Welby. "E' legittimo chiedere il parere di esperti su una questione così delicata", spiega il porporato, dando così un sostanziale placet alla Turco nella duplice veste di uomo di Chiesa e di addetto ai lavori, essendo il presidente del Pontificio consiglio degli operatori Sanitarie primo collaboratore di papa Ratzinger in materia di sanità ed assistenza ospedaliera.
Cardinale Lozano Barràgan, perché il ministro fa bene a chiedere il parere degli esperti, mentre c'è un uomo che, dopo anni di sofferenze, chiede solo di essere aiutato a non soffrire più?
"Perché è giusto che su questa drammatica vicenda ci sia un approfondimento e che il ministro competente, prima di intervenire, chieda il parere di medici, scienziati, politici, tenendo presente anche le intenzioni dei familiari e dell'interessato. E' giusto pensarci bene, perché è doveroso chiarire prima se su questo caso siamo di fronte ad un accanimento terapeutico se si corre il rischio di andare verso l'eutanasia. Solo gli esperti possono stabilirlo".
La dottrina morale della Chiesa cattolica cosa, invece, insegna di fronte a casi così drammatici?
"L'insegnamento della Chiesa è chiaro e coerente: no all'accanimento terapeutico e no all'eutanasia. Mettendo sempre al centro di ogni discussione la sacralità della vita, dono di Dio e, per questo, valore irrinunciabile e non negoziabile".
Quindi due netti no su due tematiche del tutto differenti tra loro, come l'eutanasia e l'accanimento. Come lo spiega?
"L'eutanasia equivale a dare la morte, sempre, eia Chiesa non potrà mai accettarla. Come pure l'accanimento terapeutico, pratica inaccettabile perché comporta l'uso di mezzi sproporzionati, assolutamente inutili, per la guarigione di un malato terminale. E' una inutile e crudele pratica che prolunga solo l'agonia, il dolore e le sofferenze, opponendosi inutilmente al decorso naturale della malattia. Il problema è sapere se ci si trova veramente davanti ad un caso di accanimento terapeutico. Per cui, fa bene il ministro a chiedere il parere degli esperti".
Questo esperti avranno, quindi, l'ultima parola su Welby?
"Avranno certamente un compito molto delicato, profondo, che comporterà saggezza, conoscenza, ponderatezza, condivisione. Dovranno chiarire se le cure a cui è sottoposto il paziente sono sproporzionate o meno. Ben sapendo che, visti i continui progressi a cui la scienza va incontro, se oggi una cura è giudicata sproporzionata domani non lo potrebbe essere più".
Lei, come cardinale e ministro della Sanità della Santa Sede, al signor Welby cosa risponderebbe?
"Accanto alla pietà umana e cristiana e alla comprensione per un uomo che soffre così tanto, ricorderei che la dottrina della Chiesa è sempre per la vita, ma è contro l'accanimento terapeutico. Comunque, ad ogni ammalato, al di là delle cure, non occorre mai far mancare il nutrimento e l'idratazione".
Ma, il signor Welby vive solo grazie ad una macchina ...
"E' difficile dare un giudizio da lontano su un caso così complesso e delicato. Tuttavia, la Chiesa non rinuncia mai ai suoi principi e non si stancherà mai di ricordare che l'eutanasia è una deliberata omissione di cura con cui si spegne deliberatamente una vita. E' un assassinio. Ecco perché è giusto che si pronuncino gli esperti, anche per evitare fraintendimenti e pressapochismi sull'onda dell'emozione che potrebbero portare a staccare la spina senza valide ragioni".
Una persona costretta a vivere nella più totale sofferenza non può essere lasciata sola. Non crede?
"Noi cristiani non siamo sadici. Comprendiamo il dolore e per questo invochiamo il ricorso alle cure palliative per lenire le sofferenze. Anche se il cristiano sa che il dolore lo avvicina al dolore di Cristo e la morte non è che solo un passaggio dalla vita terrena all' eternità, che ci porterà a Dio Padre".
E chi cristiano non è o non ha una fede?
"Al di là della fede e delle ideologie, la dignità della persona umana e la difesa della vita rappresentano valori validi per tutti, intorno ai quali non possiamo non trovarci uniti. Come è il caso del signor Welby verso il quale non possiamo non nutrire sentimenti di umana e cristiana condivisione".
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Quando una persona si trova ...
Da Il Tempo del 10-12-2006, di Paolo Rodari
Quando una persona si trova ...
Da Il Tempo del 10-12-2006, di Paolo Rodari
"QUANDO una persona si trova in una condizione che purtroppo è disperata e terribile ... ... come è quella di Piergiorgio Welby, ogni parola e ogni esternazione - magari anche forte - come è quella di dire di sentirsi prigioniero del proprio corpo come Aldo Moro fu prigioniero dei suoi sequestratori, è legittima e da comprendere. Non voglio certo essere io colui che giudica Piergiorgio Welby per le parole che dice". A parlare è il cardinale messicano Javier Lozano Barragan, presidente del pontificio consiglio per la pastorale della salute, uno di quei dicastero della Santa Sede che supportano da vicino l'azione del Pontefice. Lozano Barragan è nel pontificio consiglio per la salute dal '97, quando Giovanni Paolo II lo fece arcivescovo. Recentemente è stato lui a spiegare come la Chiesa su un tema scottante come è quello dell'uso del preservativo, stia studiando soluzioni almeno per i coniugi malati di aids. È comprensibile lo sfogo di Welby? "Credo che tutti lo possiamo comprendere. Quando persone purtroppo costrette a vivere situazioni drammatiche hanno parole forti, è necessario farsi loro vicino. Istintivamente vorrei che queste persone riuscissero a guardare alla loro situazione in un'ottica di fede, comprendendo come, alla luce della fede, la loro situazione difficile possa essere redenta e cioè trasformata, trasfigurata". La Chiesa potrà mai accettare l'eutanasia? "Mi hanno chiesto la stessa cosa quando Welby chiese al capo dello Stato di poter ottenere l'eutanasia. Io ho risposto allora e rispondo oggi, che nonostante tutta la comprensione che la Chiesa ha per Welby e per chi si trova nelle stesse condizioni, l'eutanasia resta un mezzo sproporzionato per risolvere i problemi. Essa è un percorso di morte, un omicidio inaccettabile. La Chiesa non può che essere per la vita. E lo è sempre, poiché non si può togliere la vita a un innocente e non lo si può fare nemmeno se questa persona chieda esplicitamente che gli venga fatto. Per la Chiesa l'eutanasia va contro la morale. È un assassinio". Quali soluzioni è lecito adottare? "La sospensione di ogni accanimento terapeutico. Io sono d'accordo con la decisione dei sanitari di astenersi da cure inutili. Spesso con un accanimento terapeutico inutile altro non si vuole fare che prolungare la dolorosa agonia di una persona che sarebbe ormai vicina alla morte. Insomma l'accanimento terapeutico va evitato se le cure risultano sproporzionate e inutili e provocano sul malato terminale una inevitabile agonia. E questo va tenuto presente davanti ai malati di qualsiasi età, vecchi o bambini. Ma se si tratta di eutanasia, allora invito a ricordare che il quinto comandamento dice non uccidere. La vita è nelle mani di Dio e noi non possiamo disporne". Può la politica accettare le sue parole e andare incontro alle richieste di persone come Welby? "La Chiesa non impone nulla a nessuno, nemmeno ai politici. Quando suonano le campane la gente è libera di venire in Chiesa oppure no. Così sui temi etici come quello dell'eutanasia. La gente e anche i politici sono liberi di scegliere come comportarsi. Noi diciamo quello che pensiamo e l'unica cosa che vogliamo è che le nostre parole non cadano nel vuoto. Resta il fatto che i politici possono fare quello che vogliono"". I parlamentari cattolici come debbono comportarsi? "Devono essere coerenti ed esprimere il pensiero cattolico dentro i parlamenti, secondo le regole e le procedure democratiche". Un compito complesso. "Ad essere complesso è tutto il problema. E poi è difficile arrivare a soluzioni condivise anche perché ogni caso, ogni malato merita attenzioni e rispetto. L'eutanasia è un problema che riguardala la medicina, innanzitutto. Occorre che ad esprimersi siano gli scienziati, il comitato bioetico, ma poi anche le famiglie, dei malati, la società e la Chiesa, certamente, perché può aprire orizzonti che spesso si vogliono chiudere". Spesso le posizioni pro e contro l'eutanasia sembrano senza possibilità d'incontro... "Alcune considerazioni impressionano per la nettezza con la quali chiudono a qualsiasi ragionamento e comprensione del problema in questione".
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Il diritto di morire
Da La Stampa del 10-12-2006, di Barbara Spinelli
Il diritto di morire
Da La Stampa del 10-12-2006, di Barbara Spinelli
Il volto di Piero Welby che da tempo ci accompagna con il suo sguardo non è un volto pacificato, passivo, docile. È un volto molto severo che interroga, un volto d'intranquillità che esige da ciascuno di noi pensiero profondo, partecipazione a una questione nuova e cruciale, decisioni non dettate solo da compassione ma da qualcosa di più esigente e di meno intimo: da un nuovo senso di responsabilità, che includa certo la pietas e l'amore ma che si estenda all'etica e alla legge, due categorie fatte non solo di compassione. È chiaro che Welby avrebbe potuto entrare nella morte con qualche personale sotterfugio: se ha scelto di non farlo è per trasformare la propria vicissitudine in vicissitudine che concerne noi tutti. L'incontro con il taciturno sofferente non potrebbe esser più parlante, essendo incontro con il suo morire e col nostro più o meno prossimo morire. Il diritto per cui si batte, lo vuol ottenere non solo per sé ma per chi patisce come lui. Di solito, quando parliamo di diritti pensiamo subito a beni ritenuti positivi, vitali: il diritto al lavoro, o a fare ed essere in un certo modo. In apparenza il diritto invocato da Welby è privo di questa positività, ha rapporti col buio, col nulla. La sua storia e i suoi scritti testimoniano della falsità di simile assunzione. La morte è forse quel passaggio verso il nulla o verso l'eternità, nelle mani della natura o di Dio. Ma il morire e il modo di morire ci competono interamente, sono un'essenza dell'esistere umano. Quando gli antichi greci davano agli uomini il nome di mortali, o effimeri, lo sapevano bene: il morire era un tempo del vivere, e addirittura il più importante perché dava all'esistere una speciale qualità. Il filosofo Hans Jonas ha parlato della mortalità come di una benedizione, essendo quel che rende la vita così preziosa. Se non sapessimo di esser mortali, se non sapessimo che la persona amata è mortale, ogni giorno distruggeremmo gli affetti e mai ci verrebbe in mente di dar loro l'improbabile colore dell'immortalità. I grandi amori sono tali quando poggiano sull'idea della morte non ipotetica ma sempre vicina: la nostra, e specialmente dell'essere amato. Parlare del morire è questione vitale per eccellenza, che riassume tutte le questioni dell'essere. Di qui quell'impressione strana, quando sugli schermi appare Welby: tutto quel che accade attorno a lui viene come oscurato. L'incontro con quel volto ci porta alle soglie dell'enigma più vitale e più sacro: a qualcosa che appartiene a noi e alla divinità, che è trafugato a noi e a lei.
La questione del diritto a morire è nuova e cruciale da quando la scienza e la tecnica medica hanno compiuto progressi che hanno stravolto il morire. Non si moriva così, quando non esisteva quest'enorme potere che può prolungare artificialmente la vita con medicamenti, tubi, macchine. Non c'era bisogno allora di fissare un limite all'accanimento terapeutico, o di permettere che l'accanimento sia rifiutato da chi è appeso alle macchine senza coscienza (il testamento biologico). La stessa parola eutanasia andrebbe adattata alla straordinaria mutazione che viviamo, e rinominata: non è in questione la bella morte. È in questione il ben-morire, la strada che precede il passaggio finale. Questa strada è stata sottratta alla capacità dell'uomo di darsi sue leggi, attraverso l'autonomia, ed è posseduta da macchine da noi inventate: macchine che trasformano l'uomo in un mezzo docile e utile, che si sorveglia e si punisce allo stesso modo in cui son sorvegliati e puniti, secondo Foucault, i prigionieri. Non a caso Welby parla di prigione, paragonando la propria condizione a quella di prigionieri del terrorismo come Moro. La prigione della medicina che s'accanisce in nome di valori morali è terroristica: taglia le ali alla preparazione della morte, che è la nostra più intima aspirazione; tratta l'essere umano non come fine ma come mezzo. Lo trasforma in uomo docile e utile per la politica o l'ideologia. Il volto di Welby dice questa indisponibilità, più umana e meno prometeica delle macchine mediche, all'esser docile, utile e consolato. Il progresso tecnologico ha dilatato le possibilità umane d'intervenire sulla natura, creando un potere bio-politico smisurato e invasivo (Jonas ricorda come potere e fare - Macht, machen - abbiano in lingua tedesca la stessa radice). E siccome siamo responsabili di quel che facciamo, è ovvio che le nostre responsabilità aumentano col ramificarsi di questo potere. La morte in sé non mette veramente spavento: il terribile dolore è di chi sopravvive, Epicuro dice parole sagge quando ricorda che "la morte non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c'è lei, e quando c'è lei non ci siamo più noi". Non così il morire, che invece crea panico perché quando c'è lui, può accadere che noi esistiamo senza più esistere, come morti-vivi. È un panico cresciuto mostruosamente non essendo il morire più nelle nostre mani, e per questo tocca riappropriarsene. Non è un diritto che s'accampa in opposizione a Dio, al sacro: in realtà il morire è stato tolto anche alla natura, a Dio. Se agissero la natura o Dio, moriremmo senza respiratori. Quel che vediamo guardando Welby è il trionfo della tecnica umana sull'umanità, il trionfo dell'artificio sulla natura e sul divino. Inutile parlare di silenzio di Dio: chi colpevolmente tace su simili mostruosità sono i politici, i pensatori, la Chiesa. L'autonomia del morente e il diritto di morire restituiscono naturalezza e sacralità a un capitolo fondamentale della vita. L'etica del morire è un'etica vitale, essendo la risposta responsabile all'estendersi del bio-potere.
Bisogna poter dire le proprie volontà in previsione di un morire incosciente: è il testamento biologico. Bisogna avere il diritto - già esistente, riconosciuto dalla Chiesa - di rifiutare l'accanimento terapeutico. Altra questione è l'eutanasia. Questione scabrosa, perché ci mette di fronte a contraddizioni spesso insanabili: il progresso medico-scientifico può esser pericoloso, e al tempo stesso offrire speranze a molti ammalati; porre un limite alla libertà di procurare la morte è necessario, anche se crudele. Nessuno può prendere alla leggera qualcosa di cui si è fatto abuso criminoso, non nell'antichità ma sei decenni orsono. Chi decide infatti se una vita debba considerarsi indegna d'esser vissuta? Il malato o la società, con la legge? Se decide il collettivo il rischio è grande che non avremo solo la bella morte ma la morte utile alla società, o alla razza, alla nazione, ai bilanci sanitari. L'eutanasia può divenire un'estensione del bio-potere, anziché frenarlo. Può anche snaturare la missione del medico, che vedrebbe i propri poteri ingigantiti nel bene e anche nel male. Ogni medico diverrebbe per il paziente una sfinge: obbedirà a Ippocrate, cercando di sanare e lenire, o mi ucciderà per una sua idea di pietà o convenienza? Tuttavia la questione va affrontata perché troppo grande è il mutamento del morire. Negarla vuol dire non vedere la mutazione, e consolarsi con concetti che significano ormai poco se non vengono radicalmente ripensati, innovati, vivificati. Si discute molto di valori eticamente sensibili, cui molti cattolici danno il nome di valori indisponibili, quasi esistessero valori che solo la Chiesa può curare. Qui è l'errore, fatto di pigrizia o presunzione.
L'etica del vivere e morire (ma anche del convivere, della famiglia) non è qualcosa che appartiene ai vescovi, disponibile solo al loro discernimento. Appartiene ai credenti, ai non credenti, e all'ultima istanza che per ambedue è la coscienza. Anche gli atei son chiamati a pensare l'eutanasia come tema eticamente delicatissimo, necessitante una rivoluzione linguistica e mentale. In Germania l'eutanasia è tabù per ragioni storiche, non religiose. Come aiutare allora a morire, come staccare la spina divenuta intollerabile al malato? L'amore e la compassione vogliono aiutare sempre più, man mano che cresce la responsabilità. La legge non è compassione ma può contemplare come mai si è così immensamente esteso questo bisogno d'amore legato al diritto di morire. Tutto sta nel muoversi lungo un crinale stretto, evitando le chine scivolose: una cosa è uccidere e un'altra il lasciar morire, il confine è tenue ma esiste. Lasciar morire è qualcosa di cui possiamo riprender possesso, fin d'ora: restando fedeli a valori irrinunciabili ma aprendoci a quegli "atti d'amore" e responsabilità cui accenna don Verzè, quando racconta come staccò la spina a un amico, anni fa. Se c'è consenso del sofferente si può lasciar morire interrompendo le cure, somministrando dosi crescenti di antidolorifici, staccando anche la protesi che è il respiratore. Non lasciare il malato solo con il suo morire, davanti all'onnipotenza della scienza medica: questo è oggi l'imperativo. Quel tipo di vita, appeso a una macchina impersonale e indifferente, ha da tempo cessato di essere un valore: tanto meno un valore indisponibile. Se la Chiesa lo considera ancora tale, vuol dire che s'identifica con quel potere e quella macchina dissacratrice.
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Chi non ama i diversi non è cristiano
Da La Repubblica del 10-12-2006, di Eugenio Scalfari
Chi non ama i diversi non è cristiano
Da La Repubblica del 10-12-2006, di Eugenio Scalfari
Il fatto nuovo e rilevante di questi giorni è l'accordo tra il governo e la sua maggioranza, per una volta unanime, sul tema delle coppie di fatto. Dopo molti mesi durante i quali i problemi dell'economia e della fiscalità hanno interamente occupato la scena suscitando non piccola confusione ed eccitando egoismi corporativi che hanno messo a rischio ogni sentimento di solidarietà sociale e ogni visione di interesse generale, finalmente si sono cominciate ad affrontare questioni eticamente sensibili.
Sarò magari un laicista vituperando, di quelli contro i quali il Papa non cessa di lanciare ogni giorno il suo monotono anatema, ma a me pare che quell'accordo sulle coppie di fatto rappresenti una svolta positiva della quale si sentiva urgente bisogno. Tanto più positiva in quanto è stata voluta e sottoscritta anche da cattolici militanti di sicuri sentimenti democratici, che professano allo stesso tempo rispettosa attenzione ai valori della loro religione e a quelli altrettanto onorandi della Costituzione repubblicana, alla dignità della famiglia e ai diritti indiscutibili degli individui, al magistero della Chiesa e all'autonoma sovranità dello Stato.
L'accordo sulle coppie di fatto ha suscitato consensi e dissensi di vario tipo e colore. C'è chi l'ha giudicato un pericoloso arretramento dal punto di vista laico, chi una forzatura irritante e controproducente rispetto alla lenta evoluzione del costume e chi vi ha visto addirittura la mano del diavolo col suo puzzo di zolfo e le impronte del suo piede caprino.
Tralascio per il momento quest'ultimo tipo di reazione sul quale bisognerà tuttavia tornare perché coinvolge anche forze politiche di notevole rilievo. Prima conviene infatti esaminare il contenuto e il senso politico di quest'accordo e dell'ordine del giorno che lo contiene, votato all'unanimità dal gruppo senatoriale del centrosinistra e accolto all'unanimità dal governo nel quale siedono i rappresentanti di tutta l'Unione.
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L'accordo prevede che entro il 31 gennaio sia presentato un disegno di legge sulle coppie di fatto nel quale vengano riconosciuti i diritti degli individui che abbiano deciso di vivere insieme stabilmente ma al di fuori del vincolo matrimoniale. Questi diritti riguardano aspetti rilevanti della convivenza, dall'assistenza reciproca tra i conviventi alle decisioni da prendere in casi di malattie di uno di essi, alla successione ereditaria, alla reversibilità della pensione, al pagamento degli alimenti in caso di separazione, all'uso comune dell'abitazione, ai diritti e doveri verso i figli e la loro educazione. Insomma tutti gli aspetti che configurano i rapporti interpersonali di una convivenza duratura, quale che sia l'età la razza la religione e il sesso dei due conviventi.
Questi i principi e i temi sui quali dovrà applicarsi la normativa della legge; il termine tassativamente indicato è, come s'è detto, quello del 31 gennaio 2007; il ministro incaricato di redigere il testo è la Pollastrini di concerto con la Bindi, ministro della Famiglia. Il Consiglio dei ministri, entro quella data, dovrà discutere e approvare il testo trasmettendolo poi al Parlamento per la sua trasformazione in legge dello Stato. I gruppi parlamentari dell'Unione sono tenuti a votare quel testo sulle cui finalità hanno già dato unanime e favorevole parere.
A me pare, da vecchio e vituperato laicista, che si tratti di un ottimo accordo né mi sembra possa essere criticato lo stralcio d'un articolo della Finanziaria sulla fiscalità successoria che il governo ha ritirato per reinserirlo più coerentemente nel disegno di legge in questione.
Capisco che i laicisti "arrabbiati" temano che il disegno di legge sia stravolto nel suo iter parlamentare sicché le componenti cattoliche del centrosinistra abbiano sottoscritto l'accordo incrociando nascostamente le dita per tradire poi la parola data nel momento conclusivo. Li capisco perché i laici di analoghe delusioni ne hanno sofferte non poche. Penso però che in questo caso il gioco valga la candela. Per due motivi importanti: è stato deciso di presentare una legge sulle coppie di fatto e non di considerarle vincolate soltanto da un semplice contratto privato; si è deciso altresì all'unanimità che la legge e le sue norme regolino tutti i tipi di convivenza indipendentemente dal sesso dei conviventi, riguardino cioè eterosessuali e omosessuali. L'unanimità raggiunta su questi due punti è essenziale. È chiaro che se qualcuna delle forze politiche si ritirasse dall'accordo già sottoscritto - obbedendo agli anatemi lanciati anche ieri dall'Osservatore Romano - ciò segnerebbe la fine dell'Unione e del governo che ne è l'espressione.
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Perché la Chiesa cattolica dovrebbe opporsi ad una legge ispirata a questi principi? Perché non dovrebbe considerarla anzi come parte integrante e conforme al messaggio che emana dalla predicazione evangelica? Non è la tutela dei diritti individuali uno dei cardini di quel messaggio? Non è il rispetto della persona e la sua dignità? Non è l'includere una finalità dell'amore del prossimo e l'escludere un vero e proprio peccato di egoismo e di superbia? Non fu Gesù di Nazareth a salvare la peccatrice, a riscattare gli schiavi, ad amare i diversi e i deboli? Non è l'amore del prossimo ad aver reso grande il Cristianesimo e affidabili i veri cristiani anche da parte di chi non ne condivide la fede?
Ho letto ieri sulle pagine di Repubblica l'intervista di Ferzan Ozpetek, il regista di Fate ignoranti che pone, appunto, queste domande. Le condivido in pieno e penso che dovrebbero condividerle tutti i cristiani e tutti i cattolici. In particolare - e non si dica che è un paradosso - la gerarchia, i vescovi successori degli apostoli, il Papa vicario di Cristo. Dov'è l'amore? Dov'è l'inclusione? Dov'è la pietà?
I sacerdoti con cura di anime dovrebbero far sentire la loro voce su temi così coinvolgenti che arrivano nell'intimo della carne e dell'anima. Il laicato cattolico dovrebbe parlare e agire nella propria autonomia per il bene della Chiesa. Dov'è il coraggio cristiano per la difesa del prossimo?
S'invoca la famiglia, ma una legge equa sulla convivenza non mette a repentaglio alcuna famiglia. Io non credo che le famiglie in quanto tali si sentano in pericolo per la convivenza in quanto tale. Non credo che esista un problema di supremazia sociale tra famiglia e convivenza, tanto più di fronte ad una legge che non pretende di parificare quei due istituti. Non credo che i figli nati o comunque esistenti all'interno d'una convivenza debbano suscitare affetti e diritti minori dei figli nati all'interno d'una famiglia. E perciò pur non essendo cristiano ma apprezzando, rispettando e ammirando il messaggio evangelico, resto stupefatto e dolorosamente colpito dall'egoismo e dalla superbia e dalla sfrontata certezza con cui la gerarchia e coloro che ne seguono le prescrizioni si schierano in battaglia contro il riconoscimento d'un fatto che esiste, è un prodotto d'amore e che è ispirazione del diavolo voler cancellare, disconoscere, discriminare, punire.
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Benedetto XVI parlando ieri ai giuristi cattolici ha pronunciato parole e concetti in gran parte già noti, sui quali ormai ritorna con insistenza.
Ha detto che la religione non può più esser considerata un fatto privato ma ha diritto di esprimersi nello spazio pubblico. Nessun laico dotato di ragione ragionante contesta questa affermazione cui anche di recente il presidente della Repubblica italiana, dichiaratamente non credente, ha dato il suo autorevole avallo.
Ha detto che la religione in quanto Chiesa organizzata e corpo visibile, ha il diritto di propagandare la (sua) verità in tutti i domini dell'etica ed anche della politica laddove essa incrocia temi eticamente sensibili. Nessuno contesta questa sua affermazione. Noi, laicisti vituperati, non solo non impediamo (non lo potremmo e non lo vogliamo) ma anzi desideriamo che la Chiesa parli e i cattolici si esprimano. Ci stupiamo anzi del loro silenzio ostile e del silenzio altrettanto ostile della gerarchia e del clero che cura (dovrebbe curare) le anime per il silenzio e l'ostilità contro i conviventi. Contro i diversi. Non sono anch'essi da considerare figli dell'unico Dio? C'è un'inquietante e ottusa mancanza di amore in questa brutale crociata indetta dalla gerarchia, che mette in dubbio l'autenticità del messaggio cristiano e rischia di trasformarlo in un fondamentalismo della peggiore specie.
Di questo noi non credenti ci rammarichiamo; in questo, lo ripeto, vediamo un peccato mortale di superbia e di orgoglio, una lacuna d'amore, una ferita profonda di quel messaggio che Gesù lasciò come retaggio ai suoi discepoli.
Mi stupisce che questo messaggio così platealmente tradito venga fatto proprio da cattolici che dicono d'esser pervasi dalla fede ancorché l'abbiano a loro volta tradita nei comportamenti della loro vita privata. L'hanno tradita in nome dell'amore e non saremo certo noi laici a censurarli. Tutt'altro. Ma non comprendiamo perché l'amore che li ha ispirati sia da essi stessi negato a tutti gli altri simili a loro. Questo sì, resta incomprensibile a meno di non pensare che la convenienza politica li accechi e getti polvere nei loro occhi.
Così ho ascoltato con stupore l'anatema di Pier Ferdinando Casini contro ogni legge che si occupi delle coppie di fatto e in particolare contro le coppie di fatto omosessuali. Quasi che l'omosessuale sia un reietto, un individuo residuale, una fonte di male per definizione, un aborto biologico da isolare. E tutt'al più da curare e redimere biologicamente.
È questo il preteso leader dei moderati e anzi dei liberali moderati? Se non mi trattenesse la tolleranza che è propria molto più dei laici che non dei cattolici ossessionati, pensando a personaggi che fanno della lotta alla convivenza uno slogan per una vergognosa crociata reazionaria direi "libera nos a diabolo". Non è con questo tipo di fedeli che la religione entrerà in contatto con la modernità e arginerà la secolarizzazione. Non è odiando l'amore diverso che si possa diffondere amore, perché l'amore non sopporta aggettivi come non li sopporta la libertà. L'amore è uno, è un sentimento ineffabile, nasce come e dove nasce e va sempre rispettato. Così come la persona. Avete combattuto per secoli, voi cattolici, contro lo schematismo dei manichei. State dunque attenti a non resuscitarlo nella vostra stessa anima, della quale forse dovreste avere maggior cura.
Post scriptum
Il ministro Livia Turco visiterà nei prossimi giorni Welby che invoca la morte dalla gabbia di dolore in cui da anni è rinchiuso. L'iniziativa del ministro è apprezzabile.
La Turco ha chiesto all'Istituto di Sanità di sapere se la situazione di Welby rientra nella fattispecie dell'accanimento terapeutico o in quella dell'eutanasia. Conoscere prima di decidere. Anche questo è apprezzabile. Ma il ministro Livia Turco ha detto che quando il responso del Consiglio superiore di sanità sarà dato e risultasse conforme ai desideri del paziente Welby, vedrà se sia il caso di proporre al Parlamento una legge in proposito.
Questo, onorevole ministro, non è affatto apprezzabile. È un atteggiamento da Ponzio Pilato. È furbesco, è ipocrita. Non è degno della sua integrità e onestà morale. È un tradimento della politica nel senso alto del termine. Se questo è il suo pensiero si risparmi quella visita al letto di un ammalato ingabbiato e torturato. Sarebbe solo un'esibizione umiliante per lei e una nuova pena per la vittima.
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