Venerdì 5 giugno 2026
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Italia. E.Romagna. Botta e risposta fra Curia e Ordine dei Medici sulle cure palliative

U.E. - ITALIA
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La Curia di Bologna chiede ai medici di dare piu' spazio all'uso di cure palliative, specie nei confronti dei malati terminali. Anche come un modo per arginare i rischi di eutanasia e accanimento terapeutico. Dalle colonne di "Avvenire-Bologna 7", infatti, don Francesco Scime', direttore dell'ufficio diocesano di Pastorale sanitaria, dice che sarebbe "auspicabile sia un incremento dei centri" che praticano le cure palliative, sia "una maggiore conoscenza ed applicazione di queste misure da parte di tutti i medici che hanno in cura il paziente 'terminale'".
Si tratta di cure, spiega don Scime', che non contrastano piu' la malattia, giunta ormai al suo ultimo stadio, ma agiscono sul piano psicologico e come antidolorifico migliorando quindi la qualita' di vita del malato. "Sono una parte nobilissima della terapia e rappresentano il vero antidoto a derive contrarie alla dignita' della persona quali eutanasia e accanimento terapeutico".

Dare piu' spazio alle cure palliative per i malati terminali, "e' stata sempre la nostra posizione". Cosi' Giancarlo Pizza, presidente dell'Ordine dei medici di Bologna, risponde a Francesco Scime'.
Pizza spiega che il codice deontologico dei medici "e' contrario all'eutanasia, e impone di tenere chiunque in vita, anche chi e' in stato di coma o e' malato terminale, sempre pero' che il paziente desideri essere curato". E poi, aggiunge, "e' il paziente che va dal dottore e non viceversa" e tranne in certi casi, come per minori e le persone incapaci di intendere e di volere, "il malato puo' interrompere la cura volontariamente", sa poi questo provoca la morte il medico non puo' fare nulla. Ma l'eutanasia e' una cosa ben diversa, "con l'eutanasia si provoca volontariamente la morte", e sempre secondo il codice deontologico dei medici non puo' essere praticata in nessun caso, "neanche su richiesta". Per quel che riguarda l'accanimento terapeutico Pizza afferma che "tra i medici non e' praticato", anzi aggiunge, che "a volte l'accanimento e' inverso". Cioe', sono i pazienti ad insistere ad essere curati anche se non ci sono piu' speranze, "ma cosi' finiscono per essere distrutti dalla terapia stessa".
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