Italia. Sirchia: si' a sedazione terminale, no al distacco del respiratore
'Dal punto di vista etico ci sono buoni motivi per rifiutare la richiesta di morte da parte di Welby e buoni motivi perche' questa richiesta, almeno la sedazione, venga accolta'.
Cosi' l'ex ministro della salute Girolamo Sirchia dice la sua sulla vicenda di Piergiorgio Welby.
'Se la situazione e' molto complessa dal punto di vista etico cosi' e' anche sul versante giuridico: la richiesta del paziente non e' obbligatoria per il medico; inoltre se un medico staccasse la spina sarebbe accusato di omicidio e un magistrato promuoverebbe l'azione penale nei suoi confronti. Per questo occorre normare la materia'.
Secondo Sirchia, nessuno dei progetti di legge presentati fino ad ora potra' prevedere per un malato cosciente l'eutanasia diretta. Diverso il caso di una persona incosciente che ha lasciato richieste anticipate, cioe' il testamento biologico.
ALTRI COMMENTI
'Credo che ognuno abbia diritto di scegliere in merito alla propria vita e alla propria morte, e non penso che sia vita essere legati a una pompa che ti gonfia e ti sgonfia i polmoni e ti tiene in vita contro la tua volonta''. E' il parere del ricercatore Giulio Cossu, uno dei massimi esperti nello studio delle cellule staminali, aderente all' associazione 'Luca Coscioni', impegnato nella ricerca contro la distrofia muscolare.
'Lasciare che Welby decida sulla sua situazione - ha spiegato Cossu - oltre che un atto di diritto, e' un atto di pieta' umana e cristiana; nel suo caso, credo che si tratti di un vero e proprio accanimento terapeutico'.
In Italia ci sono 'decine e decine di Welby' e di questi casi dovrebbe occuparsi una Commissione di fine vita istituita presso il ministero della Salute, sul modello di quanto accade in Francia, 'per dirimere i singoli casi, ma anche per dare un indirizzo generale': e' l'opinione del fondatore delle Societa' italiana ed europea di cure palliative, Vittorio Ventafridda, membro del comitato etico dell'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano.
Nella sua lunga esperienza Ventafridda si e' trovato piu' volte ad affrontare casi delicati e difficili come il caso Welby, con 'pazienti mantenuti in vita anche quando e' certo che non ci sara' risoluzione': 'la mia opinione personale - afferma l'esperto - e' che la liberta' del paziente di esprimere la sua volonta' viene prima di tutto' ed 'e' vincolante come un testamento biologico'. Ma neppure in casi come questi, secondo Ventafridda, il medico puo' assumersi la responsabilita' di sospendere il trattamento che tiene in vita il paziente. Sia quanto il malato e' consapevole e chiede la sospensione delle cure, sia quando e' in stato di incoscienza o non puo' comunicare, l'interlocutore del medico e' la famiglia del paziente. Nel primo caso il medico puo' consigliare le famiglie sull'opportunita' di sospendere l'accanimento terapeutico in una persona che ha poche ore o pochi giorni di vita; se invece il paziente non puo' comunicare, allora si procede verso una sedazione terminale per ridurre la sofferenza. 'In entrambi i casi - prosegue - c'e' una linea sottile, un margine estremamente debole per pensare e poter agire'.
'Non lo faccia soffrire', e' la richiesta piu' frequente dei familiari di un malato terminale, insieme a quella di prolungargli il piu' possibile la vita e il medico, dice Ventafridda, 'molto spesso soggiace a queste richieste'.
Allora puo' intervenire con farmaci che possono far vivere pochi giorni o pochi mesi in piu', oppure si interviene con farmaci antidolorifici, ma se il paziente non e' in grado di comunicare diventa difficile anche decidere il dosaggio. Aspetti, questi, che secondo Ventafridda andrebbero considerati: 'in Italia non sappiamo quanti pazienti muoiono per sovradosaggio di farmaci o per abbandono da parte dei medici. Siamo ancora allo stadio zero. C'e' bisogno di dare a tutti la possibilita' di non soffrire'.
'E' improponibile la richiesta del Ministro della Salute Livia Turco al Consiglio Superiore di Sanita' di avere una formulazione precisa di cosa si intenda per accanimento terapeutico cosi' da avere un riferimento cui richiamarsi': a parlare e' Domenico Di Virgilio capogruppo di Forza Italia in Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati e responsabile nazionale del Dipartimento Sanita' Forza Italia.
'Il medico non deve mai praticare l'accanimento terapeutico cosi' come non deve praticare ne' l'abbandono ne' l'eutanasia - continua - ma e' solo lui che puo' determinare caso per caso, in base alle propria esperienza e professionalita', e in quel preciso momento quale sia il limite oltre il quale non puo' e non deve andare per non cadere in una delle tre pratiche'.
'I medici - prosegue Di Virgilio - sanno bene che non e' lecito usare mezzi straordinari e sproporzionati ma che devono impegnarsi per un sapiente utilizzo della terapia contro il dolore. Voglio ricordare - conclude - quanto Papa Pio XII ebbe a dire nel 1957 ad un gruppo di medici che gli avevano posto la domanda se la soppressione del dolore e della coscienza per mezzo dei narcotici... e' permessa dalla religione e dalla morale al medico e al paziente, e il Papa rispose: 'Se non esistono altri mezzi e se, nelle date circostanze, cio' non impedisce l'adempimento di altri doveri religiosi e morali: Si''.
'E' il paziente che deve decidere'. Lo ripete, a proposito del caso Welby, Umberto Veronesi, oggi a Napoli, dove lo scienziato ha ricevuto una laurea honoris causa in Scienze e Tecnologie Agrarie dall' Ateneo Federico II.
'Le mie idee sono chiare, sono gia' state dette - ha risposto in proposito ai cronisti, a margine della cerimonia - non avrei il minimo dubbio perche' credo che la volonta' del paziente sia il punto da cui prendere una decisione. Non possiamo prenderci noi la responsabilita' di dire si', questo e' accanimento, non e' accanimento, e quindi decidiamo se dare o no questa anticipazione alla conclusone della sua vita'. 'E' il paziente che deve decidere - ha aggiunto - il concetto dell'autodeterminazione: che e' anche stabilito per legge, il consenso informato, il diritto del paziente di rifiutare le cure'.
A proposito del contesto italiano, Veronesi, che nella sua Lectio magistralis ha definito molti dei dibattiti che si svolgono sui media sui temi di bioetica come 'inconcludenti', ha poi concluso: 'Non voglio dire il mio pensiero, ma sapete che c'e' un'apprensione dal punto di vista della fede che ci blocca'.
"Uno Stato che non ha pieta' di me, che non sa ascoltare la mia voce, sara' meno capace di ascoltare la tua. Uno Stato che sapra' rispettare le scelte di fine vita, sara' piu' capace di rispettare le tante straordinarie vite che siamo". Con queste parole Piergiorgio Welby, risponde alla lettera aperta di Salvatore Crisafulli, che per mesi e' stato "in coma e in stato vegetativo permanente" e che "oggi come te, non posso muovermi, parlo attraverso un computer, la mia condizione e' sempre gravissima, sono imprigionato nel mio stesso corpo, mi sento come murato vivo, e vivo in un abisso".
Ma, sottolinea Crisafulli, "voglio vivere".
"Caro Salvatore Crisafulli - risponde Welby -, la tua voglia di vivere e'straordinaria. Mi auguro serva anche per conquistare nuove liberta' per i malati e disabili: di vita indipendente, di parola, di assistenza, di voto per gli intrasportabili, come da anni con Luca Coscioni e la nostra associazione cerchiamo di fare. Proprio perche' mi sono battuto per questi obiettivi, - prosegue Welby - credo sbaglieresti a viverli come contrapposti alla mia lotta contro la tortura che sto subendo".(AGI) Intanto domani la prima sezione civile del Tribunale di Roma esaminera' il ricorso presentato da Piergiorgio Welby che chiede di autorizzare i medici a 'staccare la spina'.
'Rispettare la volonta' del paziente e' importante, ma ancor piu' lo e' fornire ai medici i presupposti legislativi per poter mettere in pratica tale volonta''. Lo ha detto il capogruppo dei Verdi in Commissione Affari sociali-Sanita' della Camera Tommaso Pellegrino.
'Non si puo' pensare di scaricare tutto sui medici', ha osservato il parlamentare che ha aggiunto: 'Sulla situazione di Piergiorgio Welby, cosi' come per molti altri casi analoghi che accadono nel nostro paese, mi sembra si stia ricorrendo ad un dannoso scaricabarile: e' mesi che se ne parla ma non si vedono ancora atti concreti'.
'Bisogna intervenire subito sul tema del testamento biologico - ha aggiunto Pellegrino, promotore di un'apposita proposta di legge - e occorre dare maggiori strumenti al Comitato di Bioetica al fine di un pronunciamento rapido sui singoli casi. Continuare a mantenere in vita persone che si trovano in una situazione di irreversibile sofferenza non e' rispettoso della dignita' e costituisce solo un prolungamento dell'agonia'.
"Sul caso Welby si e' aperto un dibattito fuorviante e per molti aspetti mistificante". Ad affermarlo e' Mauro Bulgarelli, senatore dei Verdi-Pdci che in una nota sottolinea come "nel caso di Welby ci troviamo di fronte a un esempio evidente di accanimento medico, che costringe un uomo a sopportare sofferenze atroci senza che a esse corrisponda il minimo beneficio terapeutico".
Chiamare in causa l'eutanasia, dunque per Bulgarelli "e' inappropriato, per quanto quest'ultimo sia un tema sul quale una societa' civile e' tenuta a confrontarsi e a legiferare". Nel caso del co-presidente dell'associazione Coscioni "abbiamo davanti la vicenda personale di un uomo che, di fronte a una fine certa, chiede almeno che gli siano risparmiate sofferenze che potrebbero essere evitate se l'accanimento dei medici cessasse ed egli potesse affrontare la fine sedato". È, quindi, "un suo diritto sacrosanto- conclude Bulgarelli- che un dibattito pieno di forzature ideologiche e incomprensibili moralismi di fatto sta calpestando, ma che le istituzioni hanno il dovere di garantire".
Eutanasia o accanimento terapeutico?
Solo il parere medico puo' sciogliere il nodo posto dalla vicenda di Piergiorgio Welby, che vive immobilizzato da anni grazie a un respiratore. Le polemiche di questi giorni tra i favorevoli e i contrari alla volonta' di morire manifestata dall' uomo non possono prescindere dal responso dello staff di esperti che si sta occupando di lui. Una decisione di fronte alla quale anche la stessa intenzione del malato passa in secondo piano. Ne e' convinto il professor Antonio Baldassarre, presidente emerito della Corte Costituzionale e docente di Diritto Costituzionale.
'Il problema - afferma Baldassarre - e' stabilire se si tratta di una richiesta che si configura nell' eutanasia o nell' accanimento terapeutico. Nel primo caso sarebbe vietata dalla nostra Costituzione'. L' ex presidente della Consulta osserva, pero', che e' proprio la condizione in cui si trova Welby a rendere complicata la risposta. 'Nel caso specifico - dice Baldassarre - e' molto difficile dire se siamo nella prima o nella seconda ipotesi'.
In altre parole, secondo Baldassarre, bisogna chiarire 'se la vita di questa persona e' dovuta esclusivamente alla macchina o la macchina ha la funzione riparatrice di un danno. Se cosi' fosse, saremmo nel campo della tutela della salute. Ma se la macchina sostituisce ogni altra ipotesi, se la vita della persona e' dovuta al cento per cento alle apparecchiature senza possibilita' di ritorno, allora si tratta di accanimento terapeutico'.
Per questi motivi il presidente emerito della Consulta non ha dubbi: 'E' il parere medico ad essere decisivo. Se c'e' una possibilita' anche remota di ritorno a una vita con mezzi autonomi che rendano la vita stessa dignitosa, siamo di fronte a una cura, e quindi una richiesta di staccare la spina si configurerebbe come eutanasia. Tutto dipende da quello che dicono i medici. E' un accertamento di fatto'.
In questo senso, sottolinea Baldassarre, la richiesta del malato di mettere fine alle sue sofferenze non puo' prevalere sull' orientamento dei medici che lo hanno in cura, perche' potrebbe essere influenzata da una serie di fattori. Invece, secondo, il docente di Diritto Costituzionale, 'la scelta della persona deve essere incanalata dentro le due ipotesi, eutanasia o accanimento terapeutico. Se la volonta' fosse libera saremmo nel campo dell' eutanasia'.
Cosi' l'ex ministro della salute Girolamo Sirchia dice la sua sulla vicenda di Piergiorgio Welby.
'Se la situazione e' molto complessa dal punto di vista etico cosi' e' anche sul versante giuridico: la richiesta del paziente non e' obbligatoria per il medico; inoltre se un medico staccasse la spina sarebbe accusato di omicidio e un magistrato promuoverebbe l'azione penale nei suoi confronti. Per questo occorre normare la materia'.
Secondo Sirchia, nessuno dei progetti di legge presentati fino ad ora potra' prevedere per un malato cosciente l'eutanasia diretta. Diverso il caso di una persona incosciente che ha lasciato richieste anticipate, cioe' il testamento biologico.
ALTRI COMMENTI
'Credo che ognuno abbia diritto di scegliere in merito alla propria vita e alla propria morte, e non penso che sia vita essere legati a una pompa che ti gonfia e ti sgonfia i polmoni e ti tiene in vita contro la tua volonta''. E' il parere del ricercatore Giulio Cossu, uno dei massimi esperti nello studio delle cellule staminali, aderente all' associazione 'Luca Coscioni', impegnato nella ricerca contro la distrofia muscolare.
'Lasciare che Welby decida sulla sua situazione - ha spiegato Cossu - oltre che un atto di diritto, e' un atto di pieta' umana e cristiana; nel suo caso, credo che si tratti di un vero e proprio accanimento terapeutico'.
In Italia ci sono 'decine e decine di Welby' e di questi casi dovrebbe occuparsi una Commissione di fine vita istituita presso il ministero della Salute, sul modello di quanto accade in Francia, 'per dirimere i singoli casi, ma anche per dare un indirizzo generale': e' l'opinione del fondatore delle Societa' italiana ed europea di cure palliative, Vittorio Ventafridda, membro del comitato etico dell'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano.
Nella sua lunga esperienza Ventafridda si e' trovato piu' volte ad affrontare casi delicati e difficili come il caso Welby, con 'pazienti mantenuti in vita anche quando e' certo che non ci sara' risoluzione': 'la mia opinione personale - afferma l'esperto - e' che la liberta' del paziente di esprimere la sua volonta' viene prima di tutto' ed 'e' vincolante come un testamento biologico'. Ma neppure in casi come questi, secondo Ventafridda, il medico puo' assumersi la responsabilita' di sospendere il trattamento che tiene in vita il paziente. Sia quanto il malato e' consapevole e chiede la sospensione delle cure, sia quando e' in stato di incoscienza o non puo' comunicare, l'interlocutore del medico e' la famiglia del paziente. Nel primo caso il medico puo' consigliare le famiglie sull'opportunita' di sospendere l'accanimento terapeutico in una persona che ha poche ore o pochi giorni di vita; se invece il paziente non puo' comunicare, allora si procede verso una sedazione terminale per ridurre la sofferenza. 'In entrambi i casi - prosegue - c'e' una linea sottile, un margine estremamente debole per pensare e poter agire'.
'Non lo faccia soffrire', e' la richiesta piu' frequente dei familiari di un malato terminale, insieme a quella di prolungargli il piu' possibile la vita e il medico, dice Ventafridda, 'molto spesso soggiace a queste richieste'.
Allora puo' intervenire con farmaci che possono far vivere pochi giorni o pochi mesi in piu', oppure si interviene con farmaci antidolorifici, ma se il paziente non e' in grado di comunicare diventa difficile anche decidere il dosaggio. Aspetti, questi, che secondo Ventafridda andrebbero considerati: 'in Italia non sappiamo quanti pazienti muoiono per sovradosaggio di farmaci o per abbandono da parte dei medici. Siamo ancora allo stadio zero. C'e' bisogno di dare a tutti la possibilita' di non soffrire'.
'E' improponibile la richiesta del Ministro della Salute Livia Turco al Consiglio Superiore di Sanita' di avere una formulazione precisa di cosa si intenda per accanimento terapeutico cosi' da avere un riferimento cui richiamarsi': a parlare e' Domenico Di Virgilio capogruppo di Forza Italia in Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati e responsabile nazionale del Dipartimento Sanita' Forza Italia.
'Il medico non deve mai praticare l'accanimento terapeutico cosi' come non deve praticare ne' l'abbandono ne' l'eutanasia - continua - ma e' solo lui che puo' determinare caso per caso, in base alle propria esperienza e professionalita', e in quel preciso momento quale sia il limite oltre il quale non puo' e non deve andare per non cadere in una delle tre pratiche'.
'I medici - prosegue Di Virgilio - sanno bene che non e' lecito usare mezzi straordinari e sproporzionati ma che devono impegnarsi per un sapiente utilizzo della terapia contro il dolore. Voglio ricordare - conclude - quanto Papa Pio XII ebbe a dire nel 1957 ad un gruppo di medici che gli avevano posto la domanda se la soppressione del dolore e della coscienza per mezzo dei narcotici... e' permessa dalla religione e dalla morale al medico e al paziente, e il Papa rispose: 'Se non esistono altri mezzi e se, nelle date circostanze, cio' non impedisce l'adempimento di altri doveri religiosi e morali: Si''.
'E' il paziente che deve decidere'. Lo ripete, a proposito del caso Welby, Umberto Veronesi, oggi a Napoli, dove lo scienziato ha ricevuto una laurea honoris causa in Scienze e Tecnologie Agrarie dall' Ateneo Federico II.
'Le mie idee sono chiare, sono gia' state dette - ha risposto in proposito ai cronisti, a margine della cerimonia - non avrei il minimo dubbio perche' credo che la volonta' del paziente sia il punto da cui prendere una decisione. Non possiamo prenderci noi la responsabilita' di dire si', questo e' accanimento, non e' accanimento, e quindi decidiamo se dare o no questa anticipazione alla conclusone della sua vita'. 'E' il paziente che deve decidere - ha aggiunto - il concetto dell'autodeterminazione: che e' anche stabilito per legge, il consenso informato, il diritto del paziente di rifiutare le cure'.
A proposito del contesto italiano, Veronesi, che nella sua Lectio magistralis ha definito molti dei dibattiti che si svolgono sui media sui temi di bioetica come 'inconcludenti', ha poi concluso: 'Non voglio dire il mio pensiero, ma sapete che c'e' un'apprensione dal punto di vista della fede che ci blocca'.
"Uno Stato che non ha pieta' di me, che non sa ascoltare la mia voce, sara' meno capace di ascoltare la tua. Uno Stato che sapra' rispettare le scelte di fine vita, sara' piu' capace di rispettare le tante straordinarie vite che siamo". Con queste parole Piergiorgio Welby, risponde alla lettera aperta di Salvatore Crisafulli, che per mesi e' stato "in coma e in stato vegetativo permanente" e che "oggi come te, non posso muovermi, parlo attraverso un computer, la mia condizione e' sempre gravissima, sono imprigionato nel mio stesso corpo, mi sento come murato vivo, e vivo in un abisso".
Ma, sottolinea Crisafulli, "voglio vivere".
"Caro Salvatore Crisafulli - risponde Welby -, la tua voglia di vivere e'straordinaria. Mi auguro serva anche per conquistare nuove liberta' per i malati e disabili: di vita indipendente, di parola, di assistenza, di voto per gli intrasportabili, come da anni con Luca Coscioni e la nostra associazione cerchiamo di fare. Proprio perche' mi sono battuto per questi obiettivi, - prosegue Welby - credo sbaglieresti a viverli come contrapposti alla mia lotta contro la tortura che sto subendo".(AGI) Intanto domani la prima sezione civile del Tribunale di Roma esaminera' il ricorso presentato da Piergiorgio Welby che chiede di autorizzare i medici a 'staccare la spina'.
'Rispettare la volonta' del paziente e' importante, ma ancor piu' lo e' fornire ai medici i presupposti legislativi per poter mettere in pratica tale volonta''. Lo ha detto il capogruppo dei Verdi in Commissione Affari sociali-Sanita' della Camera Tommaso Pellegrino.
'Non si puo' pensare di scaricare tutto sui medici', ha osservato il parlamentare che ha aggiunto: 'Sulla situazione di Piergiorgio Welby, cosi' come per molti altri casi analoghi che accadono nel nostro paese, mi sembra si stia ricorrendo ad un dannoso scaricabarile: e' mesi che se ne parla ma non si vedono ancora atti concreti'.
'Bisogna intervenire subito sul tema del testamento biologico - ha aggiunto Pellegrino, promotore di un'apposita proposta di legge - e occorre dare maggiori strumenti al Comitato di Bioetica al fine di un pronunciamento rapido sui singoli casi. Continuare a mantenere in vita persone che si trovano in una situazione di irreversibile sofferenza non e' rispettoso della dignita' e costituisce solo un prolungamento dell'agonia'.
"Sul caso Welby si e' aperto un dibattito fuorviante e per molti aspetti mistificante". Ad affermarlo e' Mauro Bulgarelli, senatore dei Verdi-Pdci che in una nota sottolinea come "nel caso di Welby ci troviamo di fronte a un esempio evidente di accanimento medico, che costringe un uomo a sopportare sofferenze atroci senza che a esse corrisponda il minimo beneficio terapeutico".
Chiamare in causa l'eutanasia, dunque per Bulgarelli "e' inappropriato, per quanto quest'ultimo sia un tema sul quale una societa' civile e' tenuta a confrontarsi e a legiferare". Nel caso del co-presidente dell'associazione Coscioni "abbiamo davanti la vicenda personale di un uomo che, di fronte a una fine certa, chiede almeno che gli siano risparmiate sofferenze che potrebbero essere evitate se l'accanimento dei medici cessasse ed egli potesse affrontare la fine sedato". È, quindi, "un suo diritto sacrosanto- conclude Bulgarelli- che un dibattito pieno di forzature ideologiche e incomprensibili moralismi di fatto sta calpestando, ma che le istituzioni hanno il dovere di garantire".
Eutanasia o accanimento terapeutico?
Solo il parere medico puo' sciogliere il nodo posto dalla vicenda di Piergiorgio Welby, che vive immobilizzato da anni grazie a un respiratore. Le polemiche di questi giorni tra i favorevoli e i contrari alla volonta' di morire manifestata dall' uomo non possono prescindere dal responso dello staff di esperti che si sta occupando di lui. Una decisione di fronte alla quale anche la stessa intenzione del malato passa in secondo piano. Ne e' convinto il professor Antonio Baldassarre, presidente emerito della Corte Costituzionale e docente di Diritto Costituzionale.
'Il problema - afferma Baldassarre - e' stabilire se si tratta di una richiesta che si configura nell' eutanasia o nell' accanimento terapeutico. Nel primo caso sarebbe vietata dalla nostra Costituzione'. L' ex presidente della Consulta osserva, pero', che e' proprio la condizione in cui si trova Welby a rendere complicata la risposta. 'Nel caso specifico - dice Baldassarre - e' molto difficile dire se siamo nella prima o nella seconda ipotesi'.
In altre parole, secondo Baldassarre, bisogna chiarire 'se la vita di questa persona e' dovuta esclusivamente alla macchina o la macchina ha la funzione riparatrice di un danno. Se cosi' fosse, saremmo nel campo della tutela della salute. Ma se la macchina sostituisce ogni altra ipotesi, se la vita della persona e' dovuta al cento per cento alle apparecchiature senza possibilita' di ritorno, allora si tratta di accanimento terapeutico'.
Per questi motivi il presidente emerito della Consulta non ha dubbi: 'E' il parere medico ad essere decisivo. Se c'e' una possibilita' anche remota di ritorno a una vita con mezzi autonomi che rendano la vita stessa dignitosa, siamo di fronte a una cura, e quindi una richiesta di staccare la spina si configurerebbe come eutanasia. Tutto dipende da quello che dicono i medici. E' un accertamento di fatto'.
In questo senso, sottolinea Baldassarre, la richiesta del malato di mettere fine alle sue sofferenze non puo' prevalere sull' orientamento dei medici che lo hanno in cura, perche' potrebbe essere influenzata da una serie di fattori. Invece, secondo, il docente di Diritto Costituzionale, 'la scelta della persona deve essere incanalata dentro le due ipotesi, eutanasia o accanimento terapeutico. Se la volonta' fosse libera saremmo nel campo dell' eutanasia'.
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