Italia. Testamento biologico. Nuovo libro di Veronesi e De Tilla
Il diritto della persona all' autodeterminazione anche in campo medico e' al centro del volume di Umberto Veronesi e Maurizio De Tilla. Nel titolo gia' tutto il contenuto: 'Nessuno deve scegliere per noi. La proposta del testamento biologico' (Sperling & Kupfer, pp. 300).
Un oncologo e un avvocato percorrono l'ordinamento giuridico italiano, i codici deontologici, la Costituzione, le sentenze delle corti, in ambito nazionale e internazionale, per dire che nessuno ha il diritto di compiere su di noi un atto medico se noi non lo vogliamo, anche in punto di morte o di incapacita' di intendere e di volere. Problema quanto mai attuale, evidenziano gli autori, 'i tempi sono maturi perche' si passi dal piano culturale ed etico al piano giuridico'. Con il progresso tecnico scientifico si e' dilatato sempre piu' quel limbo tra vita e morte anche quando non ci sono per il paziente speranze di miglioramento. Secondo Veronesi, 'si avverte l'esigenza di una legge che tuteli l'inalienabile diritto del malato a decidere come morire', perche' attualmente esiste un 'criterio discrezionale' che puo' cambiare da medico a medico, infatti, spiega nella prefazione: 'In Italia il testamento biologico non ha valore giuridico come espressione di volonta', ed e' preso in considerazione solo attraverso un passaggio che e' anche deontologico, vale a dire se i medici curanti ravvisano nelle terapie che dovrebbero essere praticate il carattere di 'cure inappropriate', in quanto il malato non puo' clinicamente guarire'.
Gli autori partono dal rapporto medico paziente, sottolineano che terapia 'in greco significa servizio' e invitano a tornare all'immagine del medico che serve il malato. Mettono al centro il consenso informato: 'un diritto per il malato e un obbligo per il medico'. Da non considerare piu' solo come uno step burocratico prima di una terapia, ma 'come momento fondamentale per consentire al paziente di valutare con cognizione di causa l'opportunita' o meno di sottoporvisi'.
'La morte e' la norma della vita, la naturale conclusione di ogni processo vitale, una fase del grande disegno biologico a cui apparteniamo. E per questo penso anche che il morire faccia parte di un corpus fondamentale di diritti individuali: diritto di formarsi o non formarsi una famiglia, diritto alle cure mediche, diritto a una giustizia uguale per tutti, diritto all'istruzione, al lavoro, alla procreazione responsabile e all'esercizio di voto'.
Un oncologo e un avvocato percorrono l'ordinamento giuridico italiano, i codici deontologici, la Costituzione, le sentenze delle corti, in ambito nazionale e internazionale, per dire che nessuno ha il diritto di compiere su di noi un atto medico se noi non lo vogliamo, anche in punto di morte o di incapacita' di intendere e di volere. Problema quanto mai attuale, evidenziano gli autori, 'i tempi sono maturi perche' si passi dal piano culturale ed etico al piano giuridico'. Con il progresso tecnico scientifico si e' dilatato sempre piu' quel limbo tra vita e morte anche quando non ci sono per il paziente speranze di miglioramento. Secondo Veronesi, 'si avverte l'esigenza di una legge che tuteli l'inalienabile diritto del malato a decidere come morire', perche' attualmente esiste un 'criterio discrezionale' che puo' cambiare da medico a medico, infatti, spiega nella prefazione: 'In Italia il testamento biologico non ha valore giuridico come espressione di volonta', ed e' preso in considerazione solo attraverso un passaggio che e' anche deontologico, vale a dire se i medici curanti ravvisano nelle terapie che dovrebbero essere praticate il carattere di 'cure inappropriate', in quanto il malato non puo' clinicamente guarire'.
Gli autori partono dal rapporto medico paziente, sottolineano che terapia 'in greco significa servizio' e invitano a tornare all'immagine del medico che serve il malato. Mettono al centro il consenso informato: 'un diritto per il malato e un obbligo per il medico'. Da non considerare piu' solo come uno step burocratico prima di una terapia, ma 'come momento fondamentale per consentire al paziente di valutare con cognizione di causa l'opportunita' o meno di sottoporvisi'.
'La morte e' la norma della vita, la naturale conclusione di ogni processo vitale, una fase del grande disegno biologico a cui apparteniamo. E per questo penso anche che il morire faccia parte di un corpus fondamentale di diritti individuali: diritto di formarsi o non formarsi una famiglia, diritto alle cure mediche, diritto a una giustizia uguale per tutti, diritto all'istruzione, al lavoro, alla procreazione responsabile e all'esercizio di voto'.
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