Giovedì 11 giugno 2026
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Italia. Testamento biologico. Sentiti Rodota', Carrasco e Navarrini

U.E. - ITALIA
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'Il quadro istituzionale e giuridico italiano e' chiaro: ad essere indisponibile e' la titolarita' del diritto alla vita, non il suo esercizio, come gia' hanno dimostrato alcuni episodi con i Testimoni di Geova. Senza contare che il nostro codice civile prevede gia' la figura dell'amministratore di sostegno, simile a quella del fiduciario.
C'e' quindi gia' un'apertura della nostra legislazione in tale direzione'. E' questa l'opinione di Stefano Rodota', docente di diritto Civile presso La Sapienza di Roma, espressa durante un'audizione sul testamento biologico presso la commissione Sanita' del Senato.
'Le direttive anticipate  sono una reazione umana all'espropriazione del proprio corpo da parte della tecnica, ispirata al bisogno di vivere coerentemente con le proprie convinzioni. Ma qual e' la misura di artificialita' accettabile per restituire dignita' alla persona?'. Rodota' e' chiaro nel delineare quelle che dovrebbero essere le caratteristiche delle direttive anticipate di vita, da lui definite come una 'misura soggettiva, atto personalissimo non misurabile con parametri esterni, al contrario dell'accanimento terapeutico'. Il testamento biologico dovrebbe essere 'vincolante per il medico, il che non significa ridurre il ruolo del medico, ma aiutarlo ad uscire da una situazione di ambiguita' conoscendo le volonta' del paziente'. Quanto alla forma, sarebbe meglio 'prevedere la possibilita' di ritenere valida qualsiasi tipo di forma per le direttive e la revoca fatte con atti e comportamenti concludenti di vario tipo, in modo da rendere valide le manifestazioni fatte dal singolo di fronte a familiari o al fiduciario anche non sotto forma di testamento biologico. Un istituto, che almeno all'inizio non dovrebbe essere obbligatorio, in modo da non creare allarme sociale. Mentre bisognerebbe investire in campagne informative'.
Riferendosi poi all'idratazione e nutrizione artificiale: 'escluderle dai trattamenti vorrebbe dire  introdurre un elemento di discriminazione, visto che il malato capace di intendere e volere puo' decidere se accettarle o meno.
Non vi e' consenso generale, ma l'orientamento prevalente negli altri paesi e' quello di considerarle trattamenti a pieno titolo'. Ne', conclude Rodota', si puo' 'deprimere la tematica e porre come alternativa a questa soluzione quella delle cure palliative, che sono senz'altro importantissime, ma sono un problema da affrontare su un altro terreno'.
Il testamento biologico "non dovrebbe essere vincolante per il medico", dice monsignor Ignacio Carrasco de Paula, direttore dell'istituto di Bioetica della Cattolica di Roma: "Non si puo' escludere la ragione clinica di un atto medico". Un conto, afferma, e' il consenso informato, "conditio si ne qua non" del trattamento sanitario. Altro e' dire che l'azione del medico e' fondata sulla volonta' del paziente. Cosi' non e': "L'atto medico si puo' fondare solo su un giudizi clinico". Sulla stessa linea Claudia Navarrini, bioeticista sempre alla Cattolica: "Il medico non puo' imporre un trattamento ma quando un paziente dipende dal medico, quest'ultimo non deve puo' essere costretto a interrompere terapie che non si configurano come accanimento terapeutico". Cosa intenda per accanimento terapeutico lo spiega cosi': "Si tratta di un giudizio principalmente clinico, sulla documentata inefficacia delle cure in rapporto al loro obiettivo". Soprattutto, "mai legato a giudizio su qualita' o valore della vita".
Navarrini si spinge oltre. Nei progetti di legge, spiega, "si enfatizza il principio di autonomia riconosciuta alla volonta' del paziente". Un'autonomia disegnata come "tendenzialmente illimitata", che porta, "al di la' della forma, ad aperture a pratiche eutanasiche". Dall'altro lato della barricata, Stefano Rodota', docente di diritto civile alla Sapienza di Roma. "Non credo che con la vincolativita' delle direttive anticipate ci sia problema di riduzione del ruolo del medico" ne' "della qualita' del rapporto medico-paziente".
Altro punto di attrito tra le due weltanschauung: come comportarsi con l'idratazione e l'alimentazione artificiali. "Non sono assimilabili ad accanimento terapeutico e non possono essere oggetto di dichiarazioni anticipate", afferma Carrasco: "Molti studiosi, con alcune eccezioni, ritengono che alimentazione e idratazione sono un bisogno comune al malato come alla persona sana. Negarle significa uccidere volontariamente". Secondo Navarrini sono "atti che mai prolungano l'agonia, ma che mantengono in vita dando sollievo e benessere". Rodota' ricorda, invece, che in tutti i paesi dove sono in vigore norme sulle dichiarazioni anticipate per i trattamenti terapeutici "prevale l'opinione a considerare idratazione e alimentazione artificiali come trattamenti sanitari a pieno titolo". Semmai, aggiunge, "il problema si pone quando questi trattamenti lasciano possibilita' di recupero".
Attenzione, puntualizza, a parlare di "naturalita'" della vita: siamo invece di fronte al "massimo dell'artificialita' che accompagna la vita per allontanare il dolore, la sofferenza".
In sintesi, secondo Navarrini, il testamento biologico e' una sorta di totem, "una garanzia di liberta' illusoria". Il giudizio raccolto nel documento sarebbe "decontestualizzato e artificioso, inutile quando non dannoso". Piuttosto contro l'accanimento terapeutico sono sufficienti le armi gia' oggi a disposizione: le indicazioni della deontologia medica e della buona pratica clinica. Dice invece Rodota': Indisponibilita' della vita? Vero: "indisponibile e' la titolarita' del diritto". Tale non e', invece, "l'esercizio dio quel diritto". E cita uno degli esempi piu' tipici del caso: i testimoni di Geova che si sottraggono alle trasfusioni di sangue.
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