Italia. Torino. Dibattito sull'eutanasia alla Fiera del libro
'Nel migliore dei mondi non esiste eutanasia, come le oche di Lawrence si muore in salute per esaurimento della carica biologica', inizia cosi' lo scritto di Piergiorgio Welby datato novembre 2003 che la vedova Mina ha letto in apertura di una tavola rotonda sui confini della vita, organizzata dalla rivista 'Il giudizio universale' e coordinato dal suo direttore Remo Bassetti.
Il testo di Welby, dopo aver elencato le meraviglie del migliore dei mondi, arriva a elencare invece i guai del migliore dei mondi possibile, che non e' quindi detto sia buono, tanto e' vero che vi esiste l'eutanasia, perche' se c'e' chi muore bene in casa sua, c'e' anche chi muore dopo mesi in sala di rianimazione, mesi di solitudine e silenzio, visite brevi di gente con la mascherina, mai fiori o altro. E se si puo' trovare una terapia salvavita che consenta un mantenimento dignitoso, nelle malattie degenerative arriva sempre il momento in cui anche la ventilazione forzata puo' essere una tortura e la terapia solo un allungamento dell'agonia. Alla fine rivendica quindi la possibilita' di decidere in autonomia.
Per Massimo Fini il problema e' che Welby non c'entra col problema dell'eutanasia, che interviene quando il paziente non e' in grado di fare scelte e puo' avere quindi diritto alla buona morte. Chi e' cosciente invece ha il diritto, previsto anche dall'art. 13 della Costituzione, di rifiutare una cura. Se mi scoprono un cancro io posso andarmene e rifiutarmi di farmi curare assumendomene le responsabilita'. Il dramma di Welby era di essere cosciente, ma non autonomo, in un mondo medicalizzato che pensa il prolungamento della vita sia un bene in se', a prescindere da tutto il resto.
Per il medico ginecologo Carlo Flamigni l'eutanasia decide non di chi sia la vita, che e' un qualcosa di assoluto e indefinibile, ma di chi sia l'esistenza: per alcuni e' un dono di cui dovranno rispondere a un Traghettatore, e allora non pensano di poterne disporre; per altri e' un bene personale di cui ognuno puo' fare, dati certi limiti e responsabilita' verso gli atri, quel che vuole. Questo sapendo che viviamo in una paese in cui esiste un'eutanasia clandestina, praticata nel silenzio e lontana dai riflettori, per la quale basta magari aggiungere una fiala di morfina alla terapia. E' il nostro sistema medico che e' ingiusto per Flamigni e connotato socialemente (si asporta l'utero due volte piu' alle contadine che alle laureate, le quali si informano - Muoiono sotto i ferri piu' operai che impiegati, perche' i primi vengono affidati di piu'a specializzandi che devono far pratica).
E' stato facile allora per il poeta Edoardo Sanguineti parlare di sanita' di classe e ricordare che oggi se uno parla di suicidio viene medicalizzato come un caso psichiatrico, mentre in altre culture e in epoca classica il suicidio aveva grande nobilta'. Questo senza inopportune nostalgie per il passato, quando la vita era piena di orrori e errori e c'era gente che, prima dell'invenzione delal carta d'identita', era come non esistesse, quando viveva al di fuori di qualsiasi diritto.
Il testo di Welby, dopo aver elencato le meraviglie del migliore dei mondi, arriva a elencare invece i guai del migliore dei mondi possibile, che non e' quindi detto sia buono, tanto e' vero che vi esiste l'eutanasia, perche' se c'e' chi muore bene in casa sua, c'e' anche chi muore dopo mesi in sala di rianimazione, mesi di solitudine e silenzio, visite brevi di gente con la mascherina, mai fiori o altro. E se si puo' trovare una terapia salvavita che consenta un mantenimento dignitoso, nelle malattie degenerative arriva sempre il momento in cui anche la ventilazione forzata puo' essere una tortura e la terapia solo un allungamento dell'agonia. Alla fine rivendica quindi la possibilita' di decidere in autonomia.
Per Massimo Fini il problema e' che Welby non c'entra col problema dell'eutanasia, che interviene quando il paziente non e' in grado di fare scelte e puo' avere quindi diritto alla buona morte. Chi e' cosciente invece ha il diritto, previsto anche dall'art. 13 della Costituzione, di rifiutare una cura. Se mi scoprono un cancro io posso andarmene e rifiutarmi di farmi curare assumendomene le responsabilita'. Il dramma di Welby era di essere cosciente, ma non autonomo, in un mondo medicalizzato che pensa il prolungamento della vita sia un bene in se', a prescindere da tutto il resto.
Per il medico ginecologo Carlo Flamigni l'eutanasia decide non di chi sia la vita, che e' un qualcosa di assoluto e indefinibile, ma di chi sia l'esistenza: per alcuni e' un dono di cui dovranno rispondere a un Traghettatore, e allora non pensano di poterne disporre; per altri e' un bene personale di cui ognuno puo' fare, dati certi limiti e responsabilita' verso gli atri, quel che vuole. Questo sapendo che viviamo in una paese in cui esiste un'eutanasia clandestina, praticata nel silenzio e lontana dai riflettori, per la quale basta magari aggiungere una fiala di morfina alla terapia. E' il nostro sistema medico che e' ingiusto per Flamigni e connotato socialemente (si asporta l'utero due volte piu' alle contadine che alle laureate, le quali si informano - Muoiono sotto i ferri piu' operai che impiegati, perche' i primi vengono affidati di piu'a specializzandi che devono far pratica).
E' stato facile allora per il poeta Edoardo Sanguineti parlare di sanita' di classe e ricordare che oggi se uno parla di suicidio viene medicalizzato come un caso psichiatrico, mentre in altre culture e in epoca classica il suicidio aveva grande nobilta'. Questo senza inopportune nostalgie per il passato, quando la vita era piena di orrori e errori e c'era gente che, prima dell'invenzione delal carta d'identita', era come non esistesse, quando viveva al di fuori di qualsiasi diritto.
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