Italia. Torino. Nel 2011 un neonato su tre sara' figlio di immigrati
Crescono a Torino le seconde generazioni (persone nate in Italia da genitori stranieri) tanto che, nel 2011, un bambino su tre che si iscrivera' alla prima elementare sara' figlio di immigrati. E se, nel capoluogo piemontese, le seconde generazioni pesavano per il 6% nel 1986, nel 2006 la percentuale e' salita al 30%.
I dati emergono dalla ricerca 'Approssimandosi.Vita e citta' dei giovani di seconda generazione a Torino', promossa dalla Fondazione Giovanni Agnelli, con cui si e' fotografata la situazione delle seconde generazioni, in particolare quella degli adolescenti stranieri tra i 12 e i 21.
Lo studio e' stato realizzato attraverso il coinvolgimento di oltre 900 giovani immigrati o d'origine straniera che vivono a Torino (sui circa 7.600 presenti nell'area in quella fascia d'eta'). Il lavoro e' stato realizzato da un gruppo di ricerca composto da Daniele Cologna dell'Agenzia di ricerca sociale Codici di Milano, Anna Granata, Elena Granata, Chiara Lainati e Christian Novak della societa' di ricerca Synergia di Milano, Stefano Molina e Marco Demarie della Fondazione Giovanni Agnelli. Ilaria Turba, fotografa milanese ha sviluppato un percorso fotografico tra i giovani.
'Le seconde generazioni -spiega Marco Demarie- sono numerose e continueranno nel prossimo futuro a crescere con grande rapidita', anche del 20% ogni anno. Io credo che siano decisive, non soltanto perche' e' soprattutto da esse che dipende il reciproco processo d'avvicinamento tra immigrati e societa' ospitante, ma perche' le seconde generazioni e, in generale, la grande maggioranza dei giovani immigrati dimostrano nella scuola e nella vita quotidiana una gran voglia di fare e di crescere, di diventare cittadini a pieno titolo e persone realizzate nella vita e nel lavoro'.
Per farli diventare italiani, pero', secondo lo studio occorrono modelli che non possono piu' essere quelli degli immigrati di prima generazione. 'Se vogliamo che da loro vengano energie e risorse preziose per tutta la societa' italiana -continua Demarie- bisogna sapere che cio' non potra' avvenire nella condizione di subalternita' che e' stata dei loro padri. E' una sfida che vale la pena accettare, a dispetto dei rischi e della possibilita' di conflitti. L'obiettivo e' quello di mirare a una societa' in cui, a parita' di altre condizioni, le opportunita' dei giovani siano eguali a prescindere dalla loro estrazione familiare migratoria'.
Dalla ricerca emerge come l'eta' dei giovani all'arrivo in Italia sia determinante nell'orientare i percorsi di inserimento nel contesto economico e socio-culturale locale. In molti casi, piu' del paese d'origine influisce sui comportamenti e gli atteggiamenti dei giovani il fatto di essere nati e cresciuti in Italia oppure di esservi giunti in eta' prescolare o comunque in eta' da potere essere inseriti nella scuola dell'obbligo, o, infine, di appartenere a coloro che si sono ricongiunti alle famiglie solo in eta' adolescenziale, con maggiori difficolta' d'integrazione scolastica e di apprendimento della lingua italiana.
Ne e' un esempio la percezione del proprio radicamento nel nostro Paese: si sente italiano quasi il 60% dei ragazzi di seconda generazione nati in Italia, cosi' come il 50% di quelli giunti nei primi cinque anni di vita, ma solamente il 12% degli immigrati in eta' adolescenziale (arrivati fra i 13 e i 17 anni).
L'eta' d'arrivo conta molto anche nella capacita' di stringere rapporti con i coetanei italiani, con i quali il 62% dei giovani di seconda generazione afferma di fare facilmente amicizia, cio' che quasi il 70% degli immigrati giunti in Italia da adolescenti ritiene invece difficile. Va osservato che, in questo caso, sono i giovani cinesi quelli che dichiarano maggiori difficolta'.
La ricerca mette in luce anche i potenziali conflitti fra i figli degli immigrati e i loro genitori. I primi sono portatori di una cultura dell'emigrazione fatta di permanenze e discontinuita' e sono sensibili allo stile di vita dei loro coetanei italiani. Cio' tende a soppiantare radicalmente e a contrastare l'idea che i genitori, legati alla proprio storia personale imbevuta di cultura tradizionale, hanno di che cosa sia giusto e sano per i loro figli. Di qui il conflitto, piu' o meno latente. Il tentativo degli adulti di riprodurre determinati ruoli e comportamenti nei loro figli e' spesso espressione di strategie protettive, che hanno lo scopo di assicurare non tanto un buon successo nella vita e nel lavoro, quanto piuttosto l'accettabilita' del profilo sociale dei propri figli, e soprattutto delle proprie figlie, rispetto alle aspettative dei gruppi familiari.
Tra i giovani di seconda generazione sono piuttosto marcate le differenze di genere: sono le donne in molti casi a rappresentare punti di vista piu' moderni, sullo studio, il lavoro e la famiglia. Per quasi il 70 % dei ragazzi (soprattutto cinesi e romeni) e' la famiglia, con un buon matrimonio, il principale ambito di realizzazione della donna, mentre le ragazze si dividono a meta' fra famiglia e lavoro privilegiando anche, piu' dei maschi, il proseguimento degli studi rispetto ad un precoce ingresso nel mondo del lavoro.
Tutti, o quasi, dimostrano, in ogni caso, una forte consapevolezza della necessita' di costruire il proprio futuro, una volonta' di riscatto e la coscienza dei sacrifici fatti dai genitori per migliorare la situazione socioeconomica della famiglia. Per quanto il modo in cui i giovani di seconda generazione vivono la citta', dallo studio emerge come i ragazzi siano sorpresi ed affascinati dal mix di rigore e austerita' che deriva dalla storia di Torino con la forte tensione all'innovazione e al futuro che ne caratterizza l'esperienza degli ultimi anni.
Per loro e' una citta' facile da usare, ma difficile da comprendere, cio' che da' luogo spesso a un rapporto senza compromessi: 'Torino si prende o si lascia'. Sono, tuttavia, molti quelli che tentano di assorbirne il carattere, di approssimarvisi per gradi, partendo dal microcosmo del quartiere di residenza fino a raggiungere i luoghi della socialita' giovanile di massa, reinventandone a volte alcuni spazi, come piazze e parchi.
(Fonte: AdnKronos)
I dati emergono dalla ricerca 'Approssimandosi.Vita e citta' dei giovani di seconda generazione a Torino', promossa dalla Fondazione Giovanni Agnelli, con cui si e' fotografata la situazione delle seconde generazioni, in particolare quella degli adolescenti stranieri tra i 12 e i 21.
Lo studio e' stato realizzato attraverso il coinvolgimento di oltre 900 giovani immigrati o d'origine straniera che vivono a Torino (sui circa 7.600 presenti nell'area in quella fascia d'eta'). Il lavoro e' stato realizzato da un gruppo di ricerca composto da Daniele Cologna dell'Agenzia di ricerca sociale Codici di Milano, Anna Granata, Elena Granata, Chiara Lainati e Christian Novak della societa' di ricerca Synergia di Milano, Stefano Molina e Marco Demarie della Fondazione Giovanni Agnelli. Ilaria Turba, fotografa milanese ha sviluppato un percorso fotografico tra i giovani.
'Le seconde generazioni -spiega Marco Demarie- sono numerose e continueranno nel prossimo futuro a crescere con grande rapidita', anche del 20% ogni anno. Io credo che siano decisive, non soltanto perche' e' soprattutto da esse che dipende il reciproco processo d'avvicinamento tra immigrati e societa' ospitante, ma perche' le seconde generazioni e, in generale, la grande maggioranza dei giovani immigrati dimostrano nella scuola e nella vita quotidiana una gran voglia di fare e di crescere, di diventare cittadini a pieno titolo e persone realizzate nella vita e nel lavoro'.
Per farli diventare italiani, pero', secondo lo studio occorrono modelli che non possono piu' essere quelli degli immigrati di prima generazione. 'Se vogliamo che da loro vengano energie e risorse preziose per tutta la societa' italiana -continua Demarie- bisogna sapere che cio' non potra' avvenire nella condizione di subalternita' che e' stata dei loro padri. E' una sfida che vale la pena accettare, a dispetto dei rischi e della possibilita' di conflitti. L'obiettivo e' quello di mirare a una societa' in cui, a parita' di altre condizioni, le opportunita' dei giovani siano eguali a prescindere dalla loro estrazione familiare migratoria'.
Dalla ricerca emerge come l'eta' dei giovani all'arrivo in Italia sia determinante nell'orientare i percorsi di inserimento nel contesto economico e socio-culturale locale. In molti casi, piu' del paese d'origine influisce sui comportamenti e gli atteggiamenti dei giovani il fatto di essere nati e cresciuti in Italia oppure di esservi giunti in eta' prescolare o comunque in eta' da potere essere inseriti nella scuola dell'obbligo, o, infine, di appartenere a coloro che si sono ricongiunti alle famiglie solo in eta' adolescenziale, con maggiori difficolta' d'integrazione scolastica e di apprendimento della lingua italiana.
Ne e' un esempio la percezione del proprio radicamento nel nostro Paese: si sente italiano quasi il 60% dei ragazzi di seconda generazione nati in Italia, cosi' come il 50% di quelli giunti nei primi cinque anni di vita, ma solamente il 12% degli immigrati in eta' adolescenziale (arrivati fra i 13 e i 17 anni).
L'eta' d'arrivo conta molto anche nella capacita' di stringere rapporti con i coetanei italiani, con i quali il 62% dei giovani di seconda generazione afferma di fare facilmente amicizia, cio' che quasi il 70% degli immigrati giunti in Italia da adolescenti ritiene invece difficile. Va osservato che, in questo caso, sono i giovani cinesi quelli che dichiarano maggiori difficolta'.
La ricerca mette in luce anche i potenziali conflitti fra i figli degli immigrati e i loro genitori. I primi sono portatori di una cultura dell'emigrazione fatta di permanenze e discontinuita' e sono sensibili allo stile di vita dei loro coetanei italiani. Cio' tende a soppiantare radicalmente e a contrastare l'idea che i genitori, legati alla proprio storia personale imbevuta di cultura tradizionale, hanno di che cosa sia giusto e sano per i loro figli. Di qui il conflitto, piu' o meno latente. Il tentativo degli adulti di riprodurre determinati ruoli e comportamenti nei loro figli e' spesso espressione di strategie protettive, che hanno lo scopo di assicurare non tanto un buon successo nella vita e nel lavoro, quanto piuttosto l'accettabilita' del profilo sociale dei propri figli, e soprattutto delle proprie figlie, rispetto alle aspettative dei gruppi familiari.
Tra i giovani di seconda generazione sono piuttosto marcate le differenze di genere: sono le donne in molti casi a rappresentare punti di vista piu' moderni, sullo studio, il lavoro e la famiglia. Per quasi il 70 % dei ragazzi (soprattutto cinesi e romeni) e' la famiglia, con un buon matrimonio, il principale ambito di realizzazione della donna, mentre le ragazze si dividono a meta' fra famiglia e lavoro privilegiando anche, piu' dei maschi, il proseguimento degli studi rispetto ad un precoce ingresso nel mondo del lavoro.
Tutti, o quasi, dimostrano, in ogni caso, una forte consapevolezza della necessita' di costruire il proprio futuro, una volonta' di riscatto e la coscienza dei sacrifici fatti dai genitori per migliorare la situazione socioeconomica della famiglia. Per quanto il modo in cui i giovani di seconda generazione vivono la citta', dallo studio emerge come i ragazzi siano sorpresi ed affascinati dal mix di rigore e austerita' che deriva dalla storia di Torino con la forte tensione all'innovazione e al futuro che ne caratterizza l'esperienza degli ultimi anni.
Per loro e' una citta' facile da usare, ma difficile da comprendere, cio' che da' luogo spesso a un rapporto senza compromessi: 'Torino si prende o si lascia'. Sono, tuttavia, molti quelli che tentano di assorbirne il carattere, di approssimarvisi per gradi, partendo dal microcosmo del quartiere di residenza fino a raggiungere i luoghi della socialita' giovanile di massa, reinventandone a volte alcuni spazi, come piazze e parchi.
(Fonte: AdnKronos)
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