Lunedì 8 giugno 2026
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Italia. Turco: la coscienza mi spinge a credere nella vita

U.E. - ITALIA
Notizia ·
"La mia coscienza mi spinge a credere nella vita e nella possibilita' di trovare sempre una speranza, una dignita', un senso di amore e condivisione con gli altri, con la societa'". Lo scrive il ministro della Salute Livia Turco in un messaggio al convegno "Comunicazione e relazionalita' in medicina: nuove prospettive per l'agire medico" promosso all'Universita' Cattolica dall'associazione "Medicina dialogo e comunione" che e' vicina al Movimento dei Focolari.
"Promuovere una scienza medica fondata sul costante rispetto dell'uomo, della sua dignita' e integrita', del suo spirito e della sua cultura, significa - spiega il ministro - favorire una medicina in grado di sostenere le sfide che la sofferenza, la malattia e la morte pongono a chi dedica il proprio impegno personale alla tutela della salute e della qualita' della vita".
La societa' di oggi, denuncia il ministro della Salute, "tante volte rinuncia troppo frettolosamente a scandagliare in profondita' il senso dell'esistenza umana. Viviamo, senza forse ancora piena coscienza, in un'era nella quale lo sviluppo della scienza medica e delle tecnologie sanitarie ci pongono sempre meno di fronte all'alternativa netta 'vita - morte'. Si e', infatti, venuto a delineare un nuovo spazio di vita promosso e tutelato nella sua dignita' dalla qualita' delle cure e delle relazioni umane".
Secondo Livia Turco, "si parla tanto, e sempre troppo poco, degli aspetti etici legati al fine vita. E' necessario, pero', soffermarsi anche su cosa e' necessario fare affinche' mai nessuno sia lasciato sia lasciato solo e senza dignita' nella convivenza con la malattia".
"Ogni energia spesa per cercare di intervenire nel complesso mondo della sanita', deve essere orientata - auspica il monistro della Salute - affinche' ogni donna, ogni anziano, ogni giovane, ogni bambino veda tutelato il diritto al godimento di un livello di salute fisica e mentale il piu' alto possibile, senza distinzione di razza, credo politico, condizioni economiche e sociali, in qualsiasi momento della propria esistenza".
Nel suo messaggio Livia Turco si sofferma anche sul tema della iperspecializzazione della medicina che, rileva, "porta a risultati importanti, ma cio' richiede collaborazione interdisciplinare, condivisione, diffusione del sapere scientifico, umanizzazione, sia per quanto riguarda il paziente, sia per quanto riguarda la figura dei medici".
"I medici - afferma - devono recuperare un ruolo centrale di azione e di tutela e rinnovare quello spirito di assistenza e di passione per la cura dell'altro. Dobbiamo migliorare l'assistenza e, quindi, l'attenzione al paziente, che non e' mai un numero, ma un essere umano che chiede empatia, soprattutto quando si trova ad affrontare i disagi piu' gravi.
Dobbiamo, pertanto ridefinire modi e forme del sistema affinche' esso sia sempre piu' orientato verso i bisogni e le esigenze dei cittadini.
Contribuiremo cosi' - conclude il testo - al miglioramento delle condizioni di vita di tutti, delle donne nella loro funzione di madri e di lavoratrici, dei bambini nel loro processo di crescita, degli anziani, dei migranti nella ricerca di un mondo migliore".

Benedetto XVI denuncia il diffondersi nella cultura di oggi di "una logica che tende a identificare la dignita' personale con la capacita' di comunicazione verbale ed esplicita. E' chiaro - scrive in un messaggio - che con tali presupposti non c'e' spazio nel mondo per chi, come il nascituro o il morente, e' un soggetto strutturalmente debole, che sembra totalmente assoggettato alla merce' di altre persone e che sa comunicare solo mediante il muto linguaggio di una profonda simbiosi di affetti". L'intervento del Papa e' rivolto al convegno "Comunicazione e relazionalita' in medicina".
"Non possiamo fare finta che la richiesta di eutanasia venga dai pazienti: in realta' non siamo stati capaci di dare loro quello di cui avevano bisogno", ha dichiarato da parte sua Maria Luisa Di Pietro, docente di bioetica all'Universita' Cattolica e presidente dell'associazione "Scienza e Vita".
"Dietro il cosiddetto esercizio di autodeterminazione del paziente, in realta' si nasconde l'indifferenza della societa' di farsi carico della persona che soffre", spiega la professoressa Di Pietro, rilevando che "se ci fosse un'assistenza adeguata (piu' strutture di lungodegenza, piu' assistenza domiciliare, piu' accesso alla riabilitazione), molte persone non chiederebbero di morire, ma di essere aiutate a vivere".
Per la Di Pietro, "l'eutanasia e' soprattutto una questione di mentalita'. Bisogna ribadire che laddove non si puo' guarire, bisogna comunque continuare a curare. E il punto di partenza deve essere l'idea che ogni vita umana e' degna di essere vissuta". Del resto, come sottolinea oggi il Servizio Informazione Religiosa della Chiesa Italiana, "ruota intorno al concetto di qualita' della vita molto del dibattito attuale sui malati inguaribili".
"Questo concetto - si legge ancora nella nota - oggi e' diventato il criterio per giudicare il valore di una vita, per cui si ritiene che se non c'e' qualita' di vita, la vita non e' degna di essere vissuta", ma "bisogna fare attenzione che dietro certi criteri di approccio al malato cosiddetto inguaribile, non ci siano scopi di tipo utilitaristico: il non voler investire su una vita che non si ritiene degna di essere vissuta".
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