Mercoledì 10 giugno 2026
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Italia. Veronesi: "il proibizionismo e' una strategia perdente"

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Umberto Veronesi, oncologo di fama mondiale e gia' ministro della Sanita' risponde ad una lettrice del settimanale Oggi alla fatidica domanda se le droghe leggere fanno male. Uno spunto per riproporre la sua opinione in materia di politiche sulle droghe. Se come medico Veronesi si dice "contrario a tutte le sostanze che provocano assuefazione e danni fisici, compresi spinelli, alcol e tabacco", per quanto riguarda la scelta proibizionistica sottolinea come questa sia "una strategia perdente". Riportiamo la lettera e la riposta.

Ma e' vero che cominciare da ragazzi a fare uso con continuita' di droghe cosiddette "leggere", come hashish e marijuana, puo' portare, negli anni, ad avere problemi psichiatrici? - Elena B., Milano

Non e' la prima volta che viene lanciata questa ipotesi. Ha i suoi sostenitori e i suoi oppositori, e ogni volta da' luogo a polemiche. Ora e' tornata fuori per i risultati di un recente studio realizzato dall'universita' di Maastricht (Olanda), su 2.437 ragazzi tra i 14 e i 24 anni. Ha detto il coordinatore della ricerca, Jim van Os: "Il 10 per cento di questi giovani consumatori e' risultato potenzialmente vulnerabile a sintomi psicotici: ansia, attacchi di panico, depressione, aggressivita', fino a manie persecutorie e schizofrenia".
A mio giudizio, e' un'affermazione che porta a tante domande, e che avrebbe bisogno di altrettante risposte. La prima domanda e': come hanno fatto i ricercatori olandesi a trovare su quei 2.437 ragazzi quel 10 per cento che "potenzialmente" potrebbe nel tempo avere disturbi psichiatrici? Un'altra domanda ha a che fare con la logica: non puo' essere che si sia scambiata la causa con l'effetto, e che nel campione di 2.437 ragazzi sia presente, in modo direi fisiologico, un 10 per cento di giovani che si sono accostati alla droga proprio perche' sono portatori di un disagio mentale, ancora latente, che li portera' poi ad avere disturbi psichiatrici?
Detto questo, ripeto una volta di piu' che sul piano scientifico io sono contrario a tutte le droghe, compresi l'alcol e il tabacco, ma che vedo in certi studi allarmistici sugli effetti delle droghe un appoggio in favore di un proibizionismo che non condivido. Io sono contro le droghe, ma sostengo l'utilita' della "riduzione del danno", e penso che non sia con il proibizionismo che si risolve il problema.
Un secolo e mezzo fa, il filosofo inglese John Stuart Mill affermo', nel suo Saggio sulla liberta', che lo Stato non ha il diritto d'intervenire per impedire ai cittadini di fare qualcosa che li danneggi, purche' da questo comportamento non derivi un danno al resto della societa'. E disse anche che una societa' e' libera se ognuno puo' fare tutto cio' che vuole, purche' riconosca e rispetti la medesima liberta' negli altri. E' una concezione "laica" con la quale sono perfettamente d'accordo.
Qualche anno fa, il settimanale britannico The Economist riprese proprio il pensiero di Stuart Mill per ricostruire le ragioni teoriche per le quali si vuole legalizzare le droghe. A queste ragioni teoriche se ne possono aggiungere altre che sono pratiche e concrete. La prima e' che con la liberalizzazione, automaticamente, viene meno anche la piccola e grande criminalita', perche' viene meno la necessita' di commettere i reati ai quali i tossicodipendenti ricorrono per pagarsi la dose. Soprattutto, la liberalizzazione interverrebbe sullo spaccio, perche' e' noto che i grandi trafficanti, per far girare la droga, contano sui tossici che diventano spacciatori. Affermare un antiproibizionismo sarebbe infliggere un colpo mortale proprio ai grandi trafficanti.
Il professor Gianluigi Gessa, psicofarmacologo di fama mondiale che dirige Neuroscienze all'Universita' di Cagliari, ha ripetuto piu' volte "che la droga e' un problema sociale, non penale", e io sono d'accordo con lui. Le prigioni sono piene di piccoli spacciatori che sono anche tossicodipendenti, e ogni giro di vite ne aumenta il numero senza avere effetto sul mercato complessivo delle droghe. Quando ho detto pubblicamente che ricerche condotte sul campo davano come altamente probabile che circa il 50 per cento dei nostri ragazzi abbia, almeno una volta, fumato uno spinello, mi sono attirato i fulmini dei proibizionisti, "persone d'ordine" che non vogliono prendere atto dei cambiamenti in corso, e che criminalizzano ogni comportamento appena fuori norma. Io non intendevo "sdoganare" lo spinello (ripeto che sono contrario a tutte le droghe) ma volevo rappresentare il mondo cosi' com'e', e non come lo vorrebbe una visione rigida che non sa fare altro che approfondire il fossato tra le generazioni.
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