Mario Riccio: Wojtyla ha esercitato diritto autodeterminazione
'Nel rifiutare le cure ha esercitato Papa Wojtyla ha esercitato suo diritto ad autodeterminazione'. Lo afferma Mario Riccio, medico anestesista che segui' il caso Welby, in una dichiarazione diffusa dall'Associazione Luca Coscioni, in merito all'editoriale del 18 novembre del prof. Renato Buzzonetti sulla morte di Giovanni Paolo II. Il prof. Buzzonetti, primario otoiatra al Gemelli che ha eseguito la tracheotomia a Karol Wojtyla pochi giorni prima che morisse, spiega Riccio, ha rilasciato una intervista al 'Messaggero' di Roma il 18 novembre 'al fine di smentire quelle che molti esponenti ecclesiastici ritengono dicerie e calunnie sugli ultimi giorni di vita del Papa in merito ad una supposta richiesta eutanasia dello stesso Papa. In verita', dalla approfondita lettura dell'articolo,sembra assolutamente confermarsi quanto e' sempre stato sostenuto, anche dal sottoscritto, circa l'espresso rifiuto di terapie salvavita da parte di Papa Wojtyla'.
Ma, secondo Riccio, 'questa nuova intervista lascia anche ulteriori inquietanti dubbi. Papa Wojtyla peraltro aveva gia' deciso da anni di esercitare il suo diritto alla limitazione delle cure, rifiutando da subito i farmaci che avrebbero potuto rallentare ed attenuare la sintomatologia della sua patologia di base, cioe' la malattia di Parkinson, che inevitabilmente conduce alla insufficienza respiratoria. Questo almeno stando alle dichiarazioni pubbliche del dott. Melazzini, autorevole esponente del mondo medico confessionale, a cui dobbiamo riconoscere assoluta credibilita' ed autorevolezza in materia. Essendo lui stesso, purtroppo, affetto da una grave malattia neurodegenerativa'.
'Venendo invece alle dichiarazioni del Prof Buzzonetti questi sostiene che il Papa ebbe ad esercitare subito un altro rifiuto terapeutico : la terapia antalgica e segnatamente a mezzo della morfina. Anche questo rientra nei diritti del paziente ,nei quali pero' dovrebbe essere ricompresso anche il contrario. Cioe' la possibilita' di utilizzare la terapia antalgica. Siamo certi che il Papa non abbia voluto dare un esempio, ma si sia limitato al semplice esercizio di un suo diritto. La Chiesa Cattolica infatti da tempo sostiene l'uso della terapia antalgica anche a mezzo delle sostanze morfino- simili nei pazienti terminali anche se queste possono accorciare il periodo di fine vita'.
'Ma quello che appare evidente e ribadito nelle stesse precise parole di Buzzonetti e' il netto rifiuto ad ulteriori terapie da parte del Papa. Ad esempio la ventilazione meccanica e la terapia nutrizionale che sono pratiche ormai ordinarie, ed anche domiciliari come il caso Welby insegna,per i pazienti nelle stesse condizioni di Papa Wojtyla. Ed e' semplicemente questo che si e' sempre ribadito, commentando il percorso terapeutico del Papa. Nessuno ha mai voluto insinuare che al Papa siano state somministrate sostanze atte a causare l'arresto cardiaco o respiratorio, cioe' un atto eutanasico. Ma solamente che il Papa ha esercitato fino in fondo il suo diritto al rifiuto di terapie che altri pazienti invece accettano comunemente per un periodo piu' o meno prolungato, oppure per tutto il decorso della patologia. La questione e' che tale rifiuto e' considerato proprio dalla recente dottrina della fede cattolica cristiana 'eutanasia passiva per omissione''.
Pertanto, aggiunge, 'la contraddizione evidente si pone all'interno della stessa Chiesa Cattolica. Quando afferma per voce di un suo alto esponente: 'Il buon medico non priva mai il suo paziente di aria, ossigeno, cibo ed acqua', riferendosi anche a casi recenti.
Infine si rimane perplessi di fronte alla diretta testimonianza di Buzzonetti che riferisce del 'momento di stupore di Papa Wojtyla' quando 'improvvisamente si trovava a fronteggiare una nuova condizione' al risveglio dalla anestesia dopo la tracheostomia.
L'incapacita' fonatoria, cioe' l'impossibilita' a parlare'.
'Ma qualcuno aveva informato come la legge prescrive per qualsiasi cittadino Papa Wojtyla che la tracheostomia comporta , talvolta solo inizialmente, questa conseguenza? O dobbiamo pensare che il paziente sia stato privato del suo diritto alla informazione, che peraltro e' fondamentale per poter esercitare poi il conseguente diritto ad accettare o rifiutare le cure? Non risulta che la tracheotomia gli fosse stata praticata in regime d'urgenza,ma soltanto il giorno dopo il nuovo ricovero per una recidiva di insufficienza respiratoria. In caso d'urgenza infatti e' comprensibile che l'intervento venga praticato in un momento che il paziente non riesca ad esprimere il suo consenso'.
Ma, secondo Riccio, 'questa nuova intervista lascia anche ulteriori inquietanti dubbi. Papa Wojtyla peraltro aveva gia' deciso da anni di esercitare il suo diritto alla limitazione delle cure, rifiutando da subito i farmaci che avrebbero potuto rallentare ed attenuare la sintomatologia della sua patologia di base, cioe' la malattia di Parkinson, che inevitabilmente conduce alla insufficienza respiratoria. Questo almeno stando alle dichiarazioni pubbliche del dott. Melazzini, autorevole esponente del mondo medico confessionale, a cui dobbiamo riconoscere assoluta credibilita' ed autorevolezza in materia. Essendo lui stesso, purtroppo, affetto da una grave malattia neurodegenerativa'.
'Venendo invece alle dichiarazioni del Prof Buzzonetti questi sostiene che il Papa ebbe ad esercitare subito un altro rifiuto terapeutico : la terapia antalgica e segnatamente a mezzo della morfina. Anche questo rientra nei diritti del paziente ,nei quali pero' dovrebbe essere ricompresso anche il contrario. Cioe' la possibilita' di utilizzare la terapia antalgica. Siamo certi che il Papa non abbia voluto dare un esempio, ma si sia limitato al semplice esercizio di un suo diritto. La Chiesa Cattolica infatti da tempo sostiene l'uso della terapia antalgica anche a mezzo delle sostanze morfino- simili nei pazienti terminali anche se queste possono accorciare il periodo di fine vita'.
'Ma quello che appare evidente e ribadito nelle stesse precise parole di Buzzonetti e' il netto rifiuto ad ulteriori terapie da parte del Papa. Ad esempio la ventilazione meccanica e la terapia nutrizionale che sono pratiche ormai ordinarie, ed anche domiciliari come il caso Welby insegna,per i pazienti nelle stesse condizioni di Papa Wojtyla. Ed e' semplicemente questo che si e' sempre ribadito, commentando il percorso terapeutico del Papa. Nessuno ha mai voluto insinuare che al Papa siano state somministrate sostanze atte a causare l'arresto cardiaco o respiratorio, cioe' un atto eutanasico. Ma solamente che il Papa ha esercitato fino in fondo il suo diritto al rifiuto di terapie che altri pazienti invece accettano comunemente per un periodo piu' o meno prolungato, oppure per tutto il decorso della patologia. La questione e' che tale rifiuto e' considerato proprio dalla recente dottrina della fede cattolica cristiana 'eutanasia passiva per omissione''.
Pertanto, aggiunge, 'la contraddizione evidente si pone all'interno della stessa Chiesa Cattolica. Quando afferma per voce di un suo alto esponente: 'Il buon medico non priva mai il suo paziente di aria, ossigeno, cibo ed acqua', riferendosi anche a casi recenti.
Infine si rimane perplessi di fronte alla diretta testimonianza di Buzzonetti che riferisce del 'momento di stupore di Papa Wojtyla' quando 'improvvisamente si trovava a fronteggiare una nuova condizione' al risveglio dalla anestesia dopo la tracheostomia.
L'incapacita' fonatoria, cioe' l'impossibilita' a parlare'.
'Ma qualcuno aveva informato come la legge prescrive per qualsiasi cittadino Papa Wojtyla che la tracheostomia comporta , talvolta solo inizialmente, questa conseguenza? O dobbiamo pensare che il paziente sia stato privato del suo diritto alla informazione, che peraltro e' fondamentale per poter esercitare poi il conseguente diritto ad accettare o rifiutare le cure? Non risulta che la tracheotomia gli fosse stata praticata in regime d'urgenza,ma soltanto il giorno dopo il nuovo ricovero per una recidiva di insufficienza respiratoria. In caso d'urgenza infatti e' comprensibile che l'intervento venga praticato in un momento che il paziente non riesca ad esprimere il suo consenso'.
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