La 'missione compiuta' di Sarkozy: mille clandestini vivono nei boschi di Calais
Nel 2002, l'allora ministro degli Interni francese Nicolas Sarkozy decideva la chiusura del centro d'accoglienza di Sangatte a Calais, principale porto transalpino sulla Manica, e annunciava fiero: 'ho risolto il problema dei rifugiati'. Sei anni dopo, pero', denuncia un rapporto del Coordinamento francese per il diritto all'asilo (Cfda), i fatti provano che la presunta soluzione non ha funzionato. 'Il rapporto - spiega all'Ansa Patrick Delouvin, rappresentante di Amnesty international nel Cfda - mostra quanto sia ancora critica la situazione dei migranti sulla costa nord della Francia. Abbiamo scelto di pubblicarlo ora, alla vigilia della conferenza europea sul diritto d'asilo che si terra' lunedi' a Parigi, proprio per attirare l'attenzione su questo problema, che non e' solo locale ma internazionale'. Secondo il rapporto, i clandestini che popolano il litorale della Manica e del mare del Nord sono oltre 1.000, forse 1.500. 'Piu' meno lo stesso numero di sei anni fa - precisa all'Ansa Vincent Lenoir, coordinatore dell'associazione di assistenza Salam - in fondo a Calais i richiedenti l'asilo in attesa di partire per la Gran Bretagna c'erano gia' prima che aprisse il centro di Sangatte, era assurdo credere che bastasse chiuderlo per farli andare via'. L'unica differenza, aggiunge, e' che ora si vedono meno. 'Gli afghani e i pachistani costruiscono piccoli ripari di fortuna in un bosco nei pressi del porto, ormai soprannominato 'la giungla', mentre gli africani preferiscono rifugiarsi negli 'squat' del centro di Calais: vecchie fabbriche, palazzi abbandonati o cantieri chiusi'. A garantire la loro sopravvivenza, gli aiuti distribuiti da associazioni e gruppi cattolici. 'Ogni forma di assistenza qui viene dalla societa' civile - racconta ancora Lenoir -. Lo Stato non da' alcuna forma di finanziamento, riceviamo solo qualcosa da Regione e Dipartimento, ma e' davvero molto poco'. Sono invece ampiamente finanziati i dispositivi di sicurezza nella zona del porto di Calais: ogni anno, calcola sempre il Cfda, vengono spesi circa 12 milioni di euro per 'pattugliamenti regolari, tecnologie sofisticate e barriere costantemente rinforzate'. Nella sola citta' costiera i poliziotti impegnati nella lotta all'immigrazione clandestina sono 500, e le operazioni di sgombero e controllo nelle aree tradizionalmente occupate dagli 'esiliati' sono continue. 'Gli interventi di polizia hanno soprattutto lo scopo di raccogliere le impronte digitali dei presenti - spiega sempre Vincent Lenoir - per poi eventualmente rinviarli (in base al regolamento di Dublino, per cui un richiedente l'asilo in Unione Europea deve presentare domanda nel primo Paese in cui e' entrato) in altri Stati dove sono gia' stati registrati, in genere Grecia o Italia'. Un'ipotesi sgradita per molti rifugiati, che rivendicano il diritto di scegliere dove fermarsi: 'E' normale - spiega Patrick Delouvin - un iracheno sa che chiedendo asilo in Grecia probabilmente gli sara' negato, quindi cerca in ogni modo di non tornarci. L'impossibilita' di scegliere spinge addirittura molti a evitare di fare domanda d'asilo, per paura di essere rispediti in Paesi attraversati in precedenza dove si sono sentiti rifiutati, come Cipro o Malta'.
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