Venerdì 5 giugno 2026
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Morto cardinal Martini. Come in vita anche per se' contro accanimento terapeutico

U.E. - ITALIA
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"Senz'altro il progresso medico è assai positivo. Ma nello stesso tempo le nuove tecnologie che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona". Questo un passaggio delle riflessioni contenute nell'articolo "Io, Welby e la morte", scritto dal cardinale Carlo Maria Martini il 21 gennaio 2007 poche settimane dopo la morte di P.G. Welby, il malato terminale di distrofia muscolare che chiese la sospensione delle terapie.
Il cardinale Martini entra poi nel merito della questione esortando a distinguere fra eutanasia e astensione dall'accanimento terapeutico: "Due termini spesso confusi. La prima si riferisce a un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte; la seconda consiste nella "rinuncia ... all'utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo" (Compendio Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 471)".
Certo, mette in guardia Martini, non si può stabilire se l'intervento medico è appropriato o meno in base a regole generali, ma bisogna valutare attentamente caso per caso e "in particolare non può essere trascurata la volontà del malato".
Resta da sciogliere, conclude Martini, l'aspetto giuridico della questione per cui "rimane aperta l'esigenza di elaborare una normativa che, da una parte, consenta di riconoscere la possibilità del rifiuto (informato) delle cure, dall'altra protegga il medico da eventuali accuse (come omicidio del consenziente o aiuto al suicidio), senza che questo implichi in alcun modo la legalizzazione dell'eutanasia".

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