Narcoguerra. L'ex-presidente Calderon difende la sua politica
Il presidente messicano uscente, Felipe Calderon, ha ammesso oggi che in materia di sicurezza "il grande lavoro che resta da fare è la depurazione delle forze di polizia", nelle quali esiste "un alto rischio" che i suoi agenti "siano al servizio o aiutino ai delinquenti dentro alle stesse istituzioni".Da quando Calderon ha lanciato, cinque anni fa, la sua guerra senza quartiere contro il narcotraffico, oltre 60 mila persone sono morte - contando circa 8.000 corpi mai identificati - in scontri contro le forze di sicurezza ed una radicalizzazione crescente delle faide fra gruppi di trafficanti, portando il problema del crimine al primo posto dell'agenda politica nazionale.
Oggi il presidente messicano - che partecipava all'ultima sessione del Consiglio Nazionale di Sicurezza Pubblica prima della consegna del suo mandato, il prossimo primo di dicembre - ha difeso la sua linea politica, auspicando che il prossimo governo "prosegua nella lotta" contro la criminalità organizzata, sostenendo tra l'altro che durante la sua amministrazione gli omicidi sono diminuiti, in termini comparativi.
Enrique Pena Nieto - il candidato del Partito Rivoluzionario Istituzionale (Pri) che probabilmente assumerà la presidenza a dicembre, malgrado le denunce di brogli della sinistra - ha annunciato durante la campagna elettorale che per lottare contro il crimine intende creare una gendarmeria federale, sul modello della Guardia Civil spagnola, con 40 mila agenti specializzati, e reclutare il generale colombiano Oscar Naranjo, noto come l'uomo che è riuscito ad arrestare Pablo Escobar, il piú famoso dei narcotrafficanti colombiani.
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