Neurologi a congresso: vincere le resistenze contro antidolorifici oppiacei
Sono 15 milioni gli italiani afflitti da dolore cronico. Un problema che in Italia causa ogni anno 200 milioni di giornate lavorative perse (15 per ogni paziente) e in Europa ben 500 milioni, con costi per l'economia Ue pari ad almeno 34 miliardi di euro.
"Molto piu' di una Finanziaria", commentano gli esperti della Societa' italiana di neurologia (Sin), che oggi a Milano -presentando il 38esimo Congresso nazionale Sin in programma a Firenze dal 13 al 17 ottobre- hanno lanciato un appello a istituzioni e aziende.
"Ultimamente la sensibilita' al tema e gli investimenti in ricerca sono cresciuti moltissimo -ammette Giorgio Cruccu, ordinario di Neurologia all'universita' La Sapienza di Roma- ma servono nuove terapie, perche' i farmaci gia' disponibili riescono ad aiutare soltanto il 30-40% dei malati".
E tuttavia e' indispensabile usarli, sottolinea lo specialista, vincendo le resistenze che relegano tuttora il nostro Paese agli ultimi posti nell'impiego di antidolorifici oppiacei: "In Italia vengono prescritti soltanto a 9 pazienti su 100 anche se e' scientificamente dimostrato che il rischio di dipendenza e abuso riguarda solo formulazioni in fiala", e non in cerotto o in pillola. Ma il dolore, precisa il neurologo, non e' soltanto legato alle fasi terminali di malattie come il cancro. "Lo sconforto che mi assale ogni volta che non riesco ad alleviare le sofferenze di un malato riguarda soprattutto il dolore cronico associato a molte malattie neurologiche quali neuropatia diabetica, sclerosi multipla o ictus". Ma anche la 'semplice' lombosciatalgia, che "in Gb fa perdere 45 milioni di giornate lavorative l'anno", o il mal di testa che "provoca il 20% delle assenze dal lavoro, con costi per l'intera economia europea superiori ai 20 miliardi di euro l'anno parlando di sola emicrania".
"Dagli antinfiammatori agli oppiacei, dalla chirurgia demolitiva all'agopuntura, dalle tecniche di rilassamento fino alla terapia spirituale, contro il dolore cronico si tenta di tutto. L'ultima tecnica, per ora riservata ai casi di dolore cosiddetto 'intrattabile', e' la neurostimolazione con l'impianto di elettrodi in prossimita' del midollo spinale o della corteccia cerebrale". Per trovare soluzioni nuove e migliori, pero', "bisogna che la ricerca vada avanti e che vi siano piu' studi sull'uomo e meno sugli animali, che in questo settore non sono un buon modello sperimentale", dice l'esperto.
Ma al summit fiorentino si parlera' anche di un nuovo indice 'made in Italy' per la diagnosi dei parkinsonismi e dell'epilessia, che nei Paesi industrializzati colpisce 5-8 persone su mille con 30-50 nuove diagnosi l'anno su 100 mila abitanti. Nella diagnosi di questa malattia, e' necessario ricordare che "una sola crisi non fa epilessia", e' il monito di Ettore Beghi, capo laboratorio Malattie neurologiche dell'Istituto Mario Negri di Milano. Benche' di recente alcuni esperti abbiano affermato che l'epilessia puo' essere diagnosticata anche dopo un unico attacco, "non tutte le crisi epilettiche sono la manifestazione di una patologia cronica da curare in quanto tale'.
'Alcune sono la conseguenza di traumi, malattie metaboliche o danni 'acuti', e si risolvono a condizioni ristabilite. Meno del 50% di chi ha una prima crisi ne ha una seconda entro i due anni successivi", ricorda Beghi, che invita a una diagnosi approfondita e non limitata all'elettroencefalogramma: "La negativita' dell'esame non esclude l'ipotesi di una crisi, e d'altra parte esiste un 5% di 'falsi positivi' con Eeg alterato anche in assenza di epilessia. Sono percio' indispensabili anche Tac e risonanza magnetica".
"Molto piu' di una Finanziaria", commentano gli esperti della Societa' italiana di neurologia (Sin), che oggi a Milano -presentando il 38esimo Congresso nazionale Sin in programma a Firenze dal 13 al 17 ottobre- hanno lanciato un appello a istituzioni e aziende.
"Ultimamente la sensibilita' al tema e gli investimenti in ricerca sono cresciuti moltissimo -ammette Giorgio Cruccu, ordinario di Neurologia all'universita' La Sapienza di Roma- ma servono nuove terapie, perche' i farmaci gia' disponibili riescono ad aiutare soltanto il 30-40% dei malati".
E tuttavia e' indispensabile usarli, sottolinea lo specialista, vincendo le resistenze che relegano tuttora il nostro Paese agli ultimi posti nell'impiego di antidolorifici oppiacei: "In Italia vengono prescritti soltanto a 9 pazienti su 100 anche se e' scientificamente dimostrato che il rischio di dipendenza e abuso riguarda solo formulazioni in fiala", e non in cerotto o in pillola. Ma il dolore, precisa il neurologo, non e' soltanto legato alle fasi terminali di malattie come il cancro. "Lo sconforto che mi assale ogni volta che non riesco ad alleviare le sofferenze di un malato riguarda soprattutto il dolore cronico associato a molte malattie neurologiche quali neuropatia diabetica, sclerosi multipla o ictus". Ma anche la 'semplice' lombosciatalgia, che "in Gb fa perdere 45 milioni di giornate lavorative l'anno", o il mal di testa che "provoca il 20% delle assenze dal lavoro, con costi per l'intera economia europea superiori ai 20 miliardi di euro l'anno parlando di sola emicrania".
"Dagli antinfiammatori agli oppiacei, dalla chirurgia demolitiva all'agopuntura, dalle tecniche di rilassamento fino alla terapia spirituale, contro il dolore cronico si tenta di tutto. L'ultima tecnica, per ora riservata ai casi di dolore cosiddetto 'intrattabile', e' la neurostimolazione con l'impianto di elettrodi in prossimita' del midollo spinale o della corteccia cerebrale". Per trovare soluzioni nuove e migliori, pero', "bisogna che la ricerca vada avanti e che vi siano piu' studi sull'uomo e meno sugli animali, che in questo settore non sono un buon modello sperimentale", dice l'esperto.
Ma al summit fiorentino si parlera' anche di un nuovo indice 'made in Italy' per la diagnosi dei parkinsonismi e dell'epilessia, che nei Paesi industrializzati colpisce 5-8 persone su mille con 30-50 nuove diagnosi l'anno su 100 mila abitanti. Nella diagnosi di questa malattia, e' necessario ricordare che "una sola crisi non fa epilessia", e' il monito di Ettore Beghi, capo laboratorio Malattie neurologiche dell'Istituto Mario Negri di Milano. Benche' di recente alcuni esperti abbiano affermato che l'epilessia puo' essere diagnosticata anche dopo un unico attacco, "non tutte le crisi epilettiche sono la manifestazione di una patologia cronica da curare in quanto tale'.
'Alcune sono la conseguenza di traumi, malattie metaboliche o danni 'acuti', e si risolvono a condizioni ristabilite. Meno del 50% di chi ha una prima crisi ne ha una seconda entro i due anni successivi", ricorda Beghi, che invita a una diagnosi approfondita e non limitata all'elettroencefalogramma: "La negativita' dell'esame non esclude l'ipotesi di una crisi, e d'altra parte esiste un 5% di 'falsi positivi' con Eeg alterato anche in assenza di epilessia. Sono percio' indispensabili anche Tac e risonanza magnetica".
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