Nuova Zelanda. Infermiera riabilitata anche se aveva praticato l'eutanasia sulla propria madre
Lesley Martin, una infermiera che ha tentato di togliere la vita alla madre morente, ha chiesto al Health Practitioners' Disciplinary Tribunal di riesaminare la decisione del Nursing Council (ordine degli infermieri) con la quale e' stata espulsa dall'albo professionale.
Durante l'udienza l'avvocato di Martin, Donald Stevens, ha ribadito che Martin aveva agito da privata cittadina e da tutore della madre (affetta da un cancro al colon in fase terminale), e non da infermiera. Per questo, ha detto il legale, la vicenda non dovrebbe menomare la possibilita' di Martin di esercitare la professione di infermiere. "Deve essere evidente la distinzione fra un infermiere abilitato che segue un paziente nell'esercizio delle sue funzioni, e il cittadino che, anche se infermiere, si prende cura di un parente malato", ha detto Stevens ai giudici del tribunale.
Nel 1999 Martin aveva tentato di togliere la vita alla madre 69enne somministrandole una overdose di morfina. Successivamente, dopo aver constatato che la morfina non aveva causato la morte, aveva preso un cuscino provando a soffocare la madre.
L'autopsia aveva stabilito che la donna era morta per arresto respiratorio, possibilmente causato da morfina o da broncopolmonite. La polizia aveva poi scoperto che Martin ed un collega dell'hospice avevano entrambi somministrato morfina alla donna.
Nell'aprile del 2004 Martin e' stata condannata al carcere per tentato omicidio.
Il tribunale, presieduto da David Collins, ha stabilito che Martin potra' di nuovo praticare la professione di infermiere a queste condizioni:
- con l'assenso del Nursing Council;
- con la certificazione di idoneita' di uno psichiatra;
- per tre anni dovra' lavorare sotto stretta sorveglianza.
Martin si e' dichiarata estremamente soddisfatta della decisione del tribunale, definendola una "vittoria personale", anche se non ha intenzione di esercitare la professione in futuro.
Durante l'udienza l'avvocato di Martin, Donald Stevens, ha ribadito che Martin aveva agito da privata cittadina e da tutore della madre (affetta da un cancro al colon in fase terminale), e non da infermiera. Per questo, ha detto il legale, la vicenda non dovrebbe menomare la possibilita' di Martin di esercitare la professione di infermiere. "Deve essere evidente la distinzione fra un infermiere abilitato che segue un paziente nell'esercizio delle sue funzioni, e il cittadino che, anche se infermiere, si prende cura di un parente malato", ha detto Stevens ai giudici del tribunale.
Nel 1999 Martin aveva tentato di togliere la vita alla madre 69enne somministrandole una overdose di morfina. Successivamente, dopo aver constatato che la morfina non aveva causato la morte, aveva preso un cuscino provando a soffocare la madre.
L'autopsia aveva stabilito che la donna era morta per arresto respiratorio, possibilmente causato da morfina o da broncopolmonite. La polizia aveva poi scoperto che Martin ed un collega dell'hospice avevano entrambi somministrato morfina alla donna.
Nell'aprile del 2004 Martin e' stata condannata al carcere per tentato omicidio.
Il tribunale, presieduto da David Collins, ha stabilito che Martin potra' di nuovo praticare la professione di infermiere a queste condizioni:
- con l'assenso del Nursing Council;
- con la certificazione di idoneita' di uno psichiatra;
- per tre anni dovra' lavorare sotto stretta sorveglianza.
Martin si e' dichiarata estremamente soddisfatta della decisione del tribunale, definendola una "vittoria personale", anche se non ha intenzione di esercitare la professione in futuro.
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