Onu. La situazione in Afghanistan e Iran
"L'Afghanistan e' tornato alle produzioni di oppio del regime dei Talebani. Non lo considero un fallimento, diciamo che forse vi sono state delle aspettative troppo alte e si e' pensato che liberarsi dei Talebani significava anche liberarsi dal problema droga che da 25 anni investe il paese". Antonio Mazzitelli, responsabile per Programma dell'Onu per il contrasto della droga in Iran, snocciola alcune cifre: la produzione di oppio nel solo 2002 e' salita a 3.500 tonnellate e l'agenzia Onu calcola che per quest'anno salira' ancora e raggiungera' la cifra di 3.800-4.000 tonnellate.
Mazzitelli, intervenuto stamane nel corso di un simposio a Roma, ci tiene pero' a parlare soprattutto dell'Iran, dove la piaga della droga non sembra essere stata sanata neppure dalla rivoluzione islamica. "L'Iran e' da sempre stato un territorio di passaggio della droga, di tutto cio' che e' prodotto in Asia centrale e che finisce sul mercato occidentale. Addirittura, fino alla rivoluzione, costituiva il maggior produttore di oppio al mondo. Le colture sono state eliminate in un anno ma cio' non ha significato la fine della tossicodipendenza nel Paese".
Attualmente si consumano in Iran dalle 700 alle 1000 tonnellate l'anno di oppio mentre si calcola che la popolazione di tossicodipendenti "duri" ammonti a quasi un milione e mezzo di individui. Il traffico si divide in due tipi: l'esportazione, gestita da pakistani, turchi, afghani che usano manovalanza locale e la distribuzione interna. "Molti piccoli imprenditori e commercianti -afferma Mazzitelli- viaggiano fino ai confini del Paese per reperire le sostanze e poi usarle o distribuirle. Le autorita' locali, dopo un primo momento di estrema durezza, stanno affrontando il fenomeno con pragmatismo anche perche' messe di fronte al problema del sovraffollamento carcerario". Nei penitenziari iraniani, infatti, ben il 60% e' detenuto per reati legati alla droga mentre le stime parlano di 200-300 mila arresti l'anno per lo stesso motivo.
"Il tossicodipendente iraniano e' differente come tipologia da quello occidentale. E' nella quasi totalita' dei casi dipendente dall'oppio (di scarsa qualita' anche se a buon mercato: un dollaro e mezzo al grammo) ed e' socialmente accettato anche se non dalla religione islamica. E' la famiglia, quasi per tradizione, ad occuparsi di lui anche se i centri terapeutici pubblici sono aumentati del 120% passando, negli ultimi anni, da 30 a 110".
Mazzitelli, intervenuto stamane nel corso di un simposio a Roma, ci tiene pero' a parlare soprattutto dell'Iran, dove la piaga della droga non sembra essere stata sanata neppure dalla rivoluzione islamica. "L'Iran e' da sempre stato un territorio di passaggio della droga, di tutto cio' che e' prodotto in Asia centrale e che finisce sul mercato occidentale. Addirittura, fino alla rivoluzione, costituiva il maggior produttore di oppio al mondo. Le colture sono state eliminate in un anno ma cio' non ha significato la fine della tossicodipendenza nel Paese".
Attualmente si consumano in Iran dalle 700 alle 1000 tonnellate l'anno di oppio mentre si calcola che la popolazione di tossicodipendenti "duri" ammonti a quasi un milione e mezzo di individui. Il traffico si divide in due tipi: l'esportazione, gestita da pakistani, turchi, afghani che usano manovalanza locale e la distribuzione interna. "Molti piccoli imprenditori e commercianti -afferma Mazzitelli- viaggiano fino ai confini del Paese per reperire le sostanze e poi usarle o distribuirle. Le autorita' locali, dopo un primo momento di estrema durezza, stanno affrontando il fenomeno con pragmatismo anche perche' messe di fronte al problema del sovraffollamento carcerario". Nei penitenziari iraniani, infatti, ben il 60% e' detenuto per reati legati alla droga mentre le stime parlano di 200-300 mila arresti l'anno per lo stesso motivo.
"Il tossicodipendente iraniano e' differente come tipologia da quello occidentale. E' nella quasi totalita' dei casi dipendente dall'oppio (di scarsa qualita' anche se a buon mercato: un dollaro e mezzo al grammo) ed e' socialmente accettato anche se non dalla religione islamica. E' la famiglia, quasi per tradizione, ad occuparsi di lui anche se i centri terapeutici pubblici sono aumentati del 120% passando, negli ultimi anni, da 30 a 110".
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