Piantine cannabis in tazzine caffe'. Sentenza Cassazione annulla condanna
«L'esibizione delle piantine, richiesta formulata in primo grado e respinta dal giudice, avrebbe reso evidente che si trattava di piantine minuscole contenute in bicchierini da caffè non giunte a maturazione e, quindi, prive di effetto drogante». Lo affermano in una sentenza i giudici di Cassazione che hanno annullato con rinvio ad altra sezione di Corte d'appello di Cagliari la condanna per FM, oristanese di 32 anni, al quale era stata inflitta una pena di sei mesi, ridotta a 4 in secondo grado, per coltivazione di cannabis.
I difensori (gli avvocati Piero Aroni e Dina Mereu) avevano impugnato quella sentenza sostenendo che quelle piantine alte appena due centimetri non potessero avere principio drogante. Una tesi sostenuta prima davanti al Tribunale e poi alla Corte d'appello con la consulenza di PC esaminato nel corso del giudizio con il rito abbreviato; C ha fatto presente che le piantine, in quello stato di crescita non avevano alcuna proprietà stupefacente. Ma la consulenza non ha avuto alcun rilievo in secondo grado. «In questo modo la Corte d'appello» si legge nella sentenza di Cassazione, «ha omesso ogni valutazione in concreto sulla offensività della condotta oggetto di contestazione, operando un giudizio sulla futura esistenza di principi attivi e, dunque, sulla capacità drogante della sostanza estraibile dalle piante».
I giudici romani hanno, quindi, rinviato per un altro giudizio che dovrà esaminare le piantine. Ipotesi difficilmente attuabile visto che quelle piantine non esistono più.
I difensori (gli avvocati Piero Aroni e Dina Mereu) avevano impugnato quella sentenza sostenendo che quelle piantine alte appena due centimetri non potessero avere principio drogante. Una tesi sostenuta prima davanti al Tribunale e poi alla Corte d'appello con la consulenza di PC esaminato nel corso del giudizio con il rito abbreviato; C ha fatto presente che le piantine, in quello stato di crescita non avevano alcuna proprietà stupefacente. Ma la consulenza non ha avuto alcun rilievo in secondo grado. «In questo modo la Corte d'appello» si legge nella sentenza di Cassazione, «ha omesso ogni valutazione in concreto sulla offensività della condotta oggetto di contestazione, operando un giudizio sulla futura esistenza di principi attivi e, dunque, sulla capacità drogante della sostanza estraibile dalle piante».
I giudici romani hanno, quindi, rinviato per un altro giudizio che dovrà esaminare le piantine. Ipotesi difficilmente attuabile visto che quelle piantine non esistono più.
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