Domenica 7 giugno 2026
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PROCURA DI ROMA: WELBY PUO' CHIEDERE L'INTERRUZIONE DELLE CURE

U.E. - ITALIA
Notizia ·
La Procura della Repubblica di Roma e' favorevole all'accoglimento del ricorso di Piergiorgio Welby che chiede l'interruzione delle cure alle quali viene sottoposto.

'Appare evidente che sotto il profilo dell'esistenza del diritto di interrompere il tratamento terapeutico non voluto -scrive l'ufficio del pubblico ministero- con l emodalita' richieste, il ricorso e' ammissibile e va accolto. Per quanto riguarda invece la possibilita' di ordinare ai medici di non ripristinare la terapia il ricorso e' inammissibile poiche' trattasi di una scelta discrezionale affidata al medico, anche se di una scelta discrezionale tecnicamente vincolata in merito all'utilita' e alla necessita' di ripristinare in un momento successivo la terapia'.
In sostanza, per quanto riguarda la seconda parte del ricorso la Procura in occasione dell'esame del ricorso che avverra' oggi alle 17 davanti al giudice civile Angela Salvio esprime un giudizio di inammissibilita' per quanto riguarda la parte del ricorso stesso relativa alla fase successiva all'interruzione del trattamento, che ricade nella discrezionalita' dei medici, i quali dovranno valutare se l'eventuale rischio vita connesso all'interruzione della terapia possa determinare, se motivato, una possibilita' di accanimento terapeutico.
Ad esprimere il parere della Procura sono i pubblici ministeri Salvatore Vitello e Francesca Loi, che domani saranno presenti all'udienza. Al magistrato Welby chiede il distacco del ventilatore polmonare al fine di evitare le sofferenze alle quali e' ora sottoposto nonostante le cure che gli vengono prestate.

Il ricorso che viene presentato sotto un duplice profilo per chiedere da un lato 'il diritto ad esprimere validamente il suo rifiuto alla prosecuzione di trattamento sanitario non desiderato e dall'altro la necessita' di un intervento urgente del giudice che accerti tale diritto per il quale si chiede una protezione urgente, stante la prosecuzione di trattamenti sanitari invasivi non desiderati sulla propria persona'. E proprio per queste sue richieste chiede 'che sia ordinato ai sanitari di procedere all'immediato distacco del ventilatore artificiale contestualmente ordinando loro di somministrare la terapia sedativa richiesta dallo stato della scienza e della tecnica implicitamente inibendo agli stessi qualsiasi intervento ripristinatore della terapia interrotta'.

MEDICO WELBY, CONDIZIONI DI SALUTE PEGGIORATE

'Ho visitato il sig. Piergiorgio Welby oggi trovando la seguente situazione: le condizioni di salute del sig. Welby sono peggiorate rispetto all'ultimo controllo'. Lo dice il medico di Piergiorgio Welby, con un certificato diffuso dai Radicali.
'Il paziente in questo momento ha problemi a riposare durante la notte per lo sfiato emesso dal passaggio dell'aria attraverso la stomia -si legge nel documento- Per ovviare a questo problema si e' provato a modificare i parametri del ventilatore polmonare, aumentandoli, in modo da poter compensare le perdite presenti. Inoltre e' stata praticata una medicazione della stomia maggiormente compressiva che insieme ad una parziale cuffiatura della cannula riduca le perdite di aria. Si procedera' necessariamente al cambio della cannula tracheostomica utilizzando una misura piu' grande (probabilmente una numero 9). Al momento i parametri vitali sono stabili e non ci sono riacutizzazioni infettive in atto. I problemi riferiti riguardanti la questione del ventilatore creano al paziente numerosi disagi e gli impediscono un riposo sereno'.

COMMENTI

'Rispettiamo la tua scelta e siamo vicini alla tua famiglia'. E' quello che hanno detto molti degli inquilini del palazzo nel popolare quartiere periferico del Tuscolano, a Roma, dove Piergiorgio Welby abita da quando era bambino. E lo stesso rispetto e vicinanza lo hanno espresso gli abitanti del quartiere.
Tanti sono quelli che ricordano Piergiorgio, come quasi tutti lo chiamano, ancora ragazzo che giocava davanti a casa con gli amici. 'Anche quando ormai era malato aveva sempre un consiglio per tutti noi, che seduti al muretto ascoltavamo le sue parole.
Piergiorgio e' unico, sempre disponibile', ricorda Pierluigi Carbonari, di professione fotografo, che dal 1964 abita nel palazzo di Welby.
Domani alle 12 la I sezione del tribunale civile di Roma esaminera' il ricorso presentato dagli avvocati di Welby, che chiedono 'il distacco del respiratore artificiale sotto sedazione terminale'. 'Ognuno ha le sue idee - dicono nel quartiere - ma rispettiamo la decisione di Piergiorgio, che soffre da anni come la sua famiglia, ma e' sicuramente conscio della sua scelta'.
'Lui ha smosso la situazione sulla sua pelle, sa cosa vuol dire la sofferenza - continua Pierluigi Carbonari - condivido e soprattutto rispetto la sua scelta, fa tutto questo anche per chi e' nelle sue condizioni, e' una persona vera che non conosce la parola egoismo'.
Sono molti gli anziani che lo conosco e lo hanno visto crescere ed esprimono la loro solidarieta'. Un gruppo che vive nello stesso palazzo di Welby dice: 'Da anni non lo vediamo piu' anche se qualcuno lo va a trovare. Ma in questi tempi non vogliamo disturbare la sua famiglia. Sappiamo che le sue condizioni sono gravi'. Un pensionato, Alberto Loppo, aggiunge: 'Io Piergiorgio l'ho visto crescere, sono quarant' anni che abito qui. Ora purtroppo non ce la fa piu'. Gli sono vicino'.

'Non strumentalizziamo il caso Welbi': l'esortazione viene dal ministro delle politiche per la famiglia, Rosi Bindi, davanti ad una platea di oltre 350 persone nell' ambito dell'incontro 'laicita' della politica' presso l' Universita' di Verona. 'In gioco - ha aggiunto - non c' e' solo il fatto di staccare la spina'. Per Bindi c'e' in discussione il ruolo di una societa' che 'si pone o non si pone il problema di tutelare la dignita' della vita fino all' ultimo secondo'.
'Si appurera' magari che nel caso Welbi - ha osservato - c' e' accanimento terapeutico. Ma dobbiamo chiederci se quello che restera', alla fine, sara' il miglioramento della terapia del dolore e la crescita dell' attenzione alla dignita' della vita, o soltanto il limitato interrogativo per decidere se staccare la spina o no'. 'La strumentalizzazione politica - ha detto tra l' altro il ministro - e' a mio avviso un alto tradimento della laicita', della politica, della cittadinanza'.

'La condanna alla tortura e la vita dei cittadini non appartengono allo Stato': lo ha detto il ministro delle Politiche Europee, Emma Bonino, a margine dell'Italian Egyptian business Council a Milano, parlando del caso di Piergiorgio Welby.
'La vita di Welby - ha detto la Bonino - non e' di proprieta' ne' dello Stato ne' del governo, ma appartiene a Piergiorgio Welby. La verita' - ha proseguito il ministro - e' che Welby e' comunque destinato a morire in poco tempo. Il problema e' se vogliamo che muoia soffocato tra sofferenze inenarrabili o se muoia sedato e con un po' di serenita''.
La Bonino, riferendosi all'Italia, ha parlato di 'un Paese bizzarro, perche' appena si tocca il senso della decisione individuale e quindi della laicita', il Paese da' segnali di nervosismo fuori luogo'.

'Mi ribello al parere della procura di Roma sul caso Welby, che scarica tutta la responsabilita' della decisione sul medico'. E' il commento del presidente nazionale dell'associazione degli Anestesisti rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi), Vincenzo Carpino.
'Mi ribello a questo parere e a questa interpretazione. E' da anni - ha affermato l'esperto - che, come medici rianimatori, chiediamo di sapere come comportarci in situazioni come quelle di Welby. Chiediamo cioe' una legge che dia indicazioni precise'. Con questo parere, ha aggiunto, 'in pratica i giudici ribaltano su di noi la decisione'.
Quanto al caso specifico di Welby, ha spiegato Carpino, 'se si dovesse effettuare, come da lui richiesto, la sedazione terminale, questi farmaci impedirebbero al paziente di soffrire nel momento in cui il respiratore, e dunque la ventilazione polmonare, dovesse essere staccato, portando cosi' il paziente alla morte in un breve arco di tempo'.
Riferendosi infine alla parte del parere in cui si afferma che non si puo' 'ordinare ai medici di non ripristinare la terapia perche' trattasi di una scelta discrezionale affidata al medico', Carpino ha affermato di interpretare tale ipotesi come un eventuale, possibile atto di obiezione di coscienza da parte del medico presente.

L'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga esorta i giudici del tribunale di Roma ad astenersi dal prendere decisioni sul caso Welby, evitando cosi' di entrare in conflitto con il potere legislativo del Parlamento.
'Mi auguro - afferma infatti Cossiga - che il Tribunale di Roma declini la sua giurisdizione sul caso Welby. Sarebbe il secondo caso nel quale, dopo la pratica amnistia surrettiziamente concessa dai giudici ai terroristi rossi e neri, i tribunali si sostituirebbero al legislatore in materia cosi' delicata. L'attuale maggioranza non sarebbe in grado di farlo, ma ove i giudici di Roma si pronunziassero sarebbe un caso classico di conflitto di attribuzione. Bene farebbero i giudici ad aspettare che il Parlamento esamini, come gli ha chiesto il presidente della Repubblica, il problema dell'eutanasia per risolverlo in un modo o nell'altro. Il Parlamento faccia le leggi e i giudici si limitino ad applicarle'.
'Se poi vi e' qualche giudice che muore dalla voglia di fare le leggi - conclude polemicamente l'ex capo dello Stato - non adoperi sentenze ed ordinanze, ma si candidi, e diventando parlamentare diventera' legislatore'.

'Per quanto mi sforzi di comprendere le ragioni, di carattere morale e religioso, che impediscono di concepire la vita come una scelta individuale, non posso evitare di esprimere sgomento e indignazione'. Il deputato del Nuovo Psi Mauro Del Bue auspica che Piergiorgio Welby, che chiede da tempo di morire, sia accontentato.
'C'e' un uomo completamene paralizzato e sofferente - scrive in una nota - senza speranza di guarigione e neppure di miglioramento, che chiede, che implora di morire, che pretende gli venga staccato il respiratore, non potendolo egli farlo da solo. E c'e' l'assurda e violenta legge del 'non possumus' per motivi metafisici, che impone a quest'uomo ancora sofferenza, nello spregio piu' evidente di quelle che sono le sue legittime esigenze di scelta. Si e' finora risposto a questa richiesta di por fine a una vita, che si e' scelto di non volere, ma che non si riesce ad interrompere, con codici e codicilli. Basta'.
'Prendiamo per buona la decisione della Procura del Lazio - continua Del Bue - e auspichiamo che il Tribunale affretti una decisione definitiva. E che gli uomini di buona volonta', laici e cattolici, che ritengono il rispetto delle decisioni dell'uomo sacre quando sono attinenti la loro vita individuale e non quella degli altri, in nome dell'amore coniugato con la liberta', la smettano di fare del male'.
'La morte non la si puo' imporre a nessuno - conclude - ma a nessuno si puo' al tempo stesso imporre la vita, quando si e' scelto la morte, in piena coscienza, e per non piu' soffrire. A volte l'imposizione di vita e' violenta come l'imposizione di morte. E la coscienza di quanti credono al valore universale dell'amore non puo' prescindere dal dolore che si infligge a un uomo che prega di non piu' soffrire'.

"Noi siamo per il rispetto della vita e non staccheremmo mai la spina, ma lasciamo a Welby la decisione finale". Lo ha detto a Montecitorio ai cronisti il leader di Italia dei Valori Antonio Di Pietro.

'Mi offro di darle quella assistenza che lei con tenacia chiede, in grado di interrompere la sua sofferenza': e' uno dei passaggi della lettera aperta che il medico chirurgo Roberto Santi ha inviato a Piergiorgio Welby attraverso l'associazione Luca Coscioni.
'Allargare il suo problema all'eutanasia - prosegue il medico - significa disperdere il suo personale bisogno ed il rispetto di un suo sacrosanto diritto in un oceano di disquisizioni etiche rese praticamente inaffrontabile dalla forte presenza ed influenza delle gerarchie ecclesiastiche nel nostro Paese e sulle forze politiche. Il suo caso e' un altro.
Si tratta semplicemente di interrompere un atto terapeutico che era gia' accanimento nel momento stesso in cui fu deciso'.
Concludendo la lettera Santi, che e' membro dello staff della direzione sanitaria della Asl4 chiavarese, ma che spiega di agire a titolo privato, scrive di offrirsi per interrompere la sofferenza di Welby, anche perche': 'E' una cosa che noi medici abbiamo fatto e facciamo ogni giorno nel chiuso delle camere di ospedale e nelle case private dei nostri pazienti e nel chiuso del silenzio e del tormento dei nostri pensieri e di quelli dei parenti. Volontariamente e scientemente. Secondo scienza e coscienza. A volte lo facciamo per errore. Nel tempo che sto dedicando a questa lettera e' successo 3 o 4 volte, secondo le statistiche'.

Compiacimento della Consulta di Bioetica per il parere della Procura di Roma sul caso Welby.
"Sicuri che anche il Tribunale confermera' la posizione, la Consulta di Bioetica ricorda che oltre a buone leggi e' importante modificare la cultura e il sentire diffuso. Infatti la Costituzione repubblicana - si legge in una nota - gia' garantisce la liberta' di cura e il rifiuto delle cure, ma resta da modificare l'atteggiamento inveterato delle persone, tendente a seguire norme tradizionali ormai obsolete e mal rispondenti alle realta' attuali".
In questa chiave, la Consulta di Bioetica "ringrazia Piergiorgio Welby per il coraggio dimostrato e per aver offerto spunti di riflessione per la crescita della societa' civile e per un cambiamento di mentalita'".

'Oggi occorre soprattutto rivalutare il valore cristiano della compassione per dare testimonianza di rispetto dell' uomo e della vita'. E' quanto ha affermato il prof. Stefano Rodota', ex garante della privacy, in merito al caso Welby, intervenendo a Cosenza ad una conversazione sul suo libro 'Vita Diritti Futuro'.
L'iniziativa e' stata promossa dal Centro per la cultura d' impresa Mario Cozza.

C'e' una distinzione abbastanza netta nella societa', tra chi di fronte a casi di dolore e sofferenza ad esito certo 'sostiene posizioni 'a priori', sia come scelta della vita a tutti i costi sia come rifiuto di ogni forma di supporto tecnologico alla prosecuzione della vita', e chi invece auspica che casi come quello di Piergiorgio Welby, inducano una riflessione piu' ampia. C'e' bisogno, in particolare dal punto di vista dei volontari che si trovano, spesso, ad alleviare la sofferenza in posizione terza tra paziente, famiglia e sanitari, 'dell'apertura di uno spazio di confronto piu' ampio e significativo tra tutti i soggetti e i diritti che si confontano'. Un ascolto ancor piu' necessario 'perche' l'allungamento della vita, l'aumento conseguente delle persone con patologie croniche invalidanti e le nuove tecnologie sanitarie, hanno bisogno di una capacita' di decisione piu' condivisa al letto del paziente per la qualita' della sua vita'.
Rossana Caselli, responsabile progetti del Centro Nazionale per il Volontariato (CNV) presieduto da Maria Eletta Martini, ragiona con l'Asca a partire dall'esperienza di un percorso che, dal 2000, ha portato il CNV a promuovere dibattiti e incontri tra esperti di bioetica, religiosi, volontari e associazioni dei pazienti 'sui diritti piu' difficili da rispettare, proprio come quelli delle persone che non hanno la possibilita' di decidere, magari perche' non hanno piu' la capacita' di intendere, ma hanno comunque il diritto di esprimere la propria volonta' ed essere ascoltati'.
Una ricerca nell'area toscana condotta dal CNV sempre sul tema dei diritti negati, ha segnalato tra i problemi principali quello della comunicazione con i medici, 'e per questo come CNV abbiamo proposto l'idea di un 'laboratorio permanente' sul dolore e sul morire nell'impossibilita' di vivere un'esistenza almeno sopportabile'. In questo ambito 'e' emerso come cruciale il tema del dialogo tra pazienti, medici e famiglie, e in particolare dell'ascolto del paziente da parte dei sanitari, per comprendere a fondo la volonta' della persona malata, senza cedere alle pressioni delle famiglie che spesso chiedono la reiterazione delle terapie perche' inconsapevoli di che cosa significhi andare avanti'.
Alcune persone, anche tra chi ricopriva incarichi pubblici in ambito sociosanitario, hanno reagito al confronto 'obiettando che preferivano non parlare di scelta del paziente terminale, perche' in quel momento c'e' bisogno solo di sperare'. Le associazioni hanno lavorato in questi anni, racconta Caselli, 'soprattutto per chiedere l'introduzione delle cure palliative nelle strutture sanitarie che non le praticavano', oltre che nel confronto culturale. 'Siamo pero' ancora molto indietro - considera infine - sia sulle risposte al dolore, sia rispetto alla decisione in presenza dell'artificiosita' del mantenimento in vita'.

I giudici hanno riconosciuto ai trattamenti che Welby riceve il peso di intervento sanitario, e per questo e' suo diritto rinunciarvi. Ma affidando la scelta di ripristinarli o meno, in caso di incoscienza del paziente, al medico che affrontera' l'eventuale crisi, il suo destino dipendera' 'da che tipo di medico si trovera' davanti'. E' il parere del professor Furio Zucco, Presidente della Societa' Italiana di Cure Palliative che, raggiunto dall'ASCA, commenta il parere predisposto dall'Ufficio Affari Civili della procura in relazione al caso di Piergiorgio Welby che sara' in discussione da domani al Tribunale civile di Roma.
I potenziali problemi, secondo l'esperto, potrebbero infatti nascere per il fatto che 'Welby ha chiesto, dopo il distacco della spina, una sedazione terminale, che assume i caratteri di un intervento sanitario volto alla limitazione della sofferenza, secondo i limiti del Codice di deontologia medica che lo prevede per esiti sicuramente infausti'. Se un altro medico, pero' 'non se la sente di definire la malattia come terminale in scienza e coscienza, essendo, ad esempio un medico rianimatore, siccome in Italia non valgono le direttive anticipate - come, ad esempio il testamento biologico - questi potrebbe procedere alla rianimazione, contravvenendo alla volonta' del malato'. Se i giudici, in sintesi, non se la sentono di definire quale approccio medico o quale trattamento sia piu' idoneo al caso specifico, l'esito della richiesta di Welby, secondo Zucco 'sarebbe in pratica vincolato a quale tipo di medico si trovi ad intervenire. Non solo, ma - continua Zucco - un medico rianimatore potrebbe giudicare l'intervento del medico palliativista addirittura come non volto alla qualita' della vita. Una situazione molto controversa'.
In base al diritto attuale, sottolinea Zucco 'evidentemente i pm romani non se la sentono di ordinare ai medici di non ripristinare la terapia. Ma - sottolinea Zucco - dobbiamo chiederci, quale terapia? Quella volta alla qualita' della vita o al ripristino del ritorno al supporto meccanico di una finzione vitale?'. Non avendo validita' in Italia le direttive anticipate, infatti, di fronte alla perdita di coscienza di Welby, 'questi potrebbe non essere in grado di esprimere il proprio parere, e il medico, chiamato ad assumersi una responsabilita' in sua vece, potrebbe, ad esempio, temere di essere accusato di omissione di soccorso magari perche', non essendo un esperto di cure palliative, in buona fede non sa come accompagnare degnamente il paziente a morte certa. Una situazione ancora piu' complicata dal dato che vuole che in Italia 'solo il solo 20-30%, ad esempio dei malati oncologici terminali conosce la propria prognosi - rivela Zucco - e dunque in molti potrebbero trovarsi in situazione critica, senza la possibilita' di esprimere la propria volonta' e senza nemmeno averne coscienza'.

Eutanasia o accanimento terapeutico?
Solo il parere medico puo' sciogliere il nodo posto dalla vicenda di Piergiorgio Welby, che vive immobilizzato da anni grazie a un respiratore. Le polemiche di questi giorni tra i favorevoli e i contrari alla volonta' di morire manifestata dall' uomo non possono prescindere dal responso dello staff di esperti che si sta occupando di lui. Una decisione di fronte alla quale anche la stessa intenzione del malato passa in secondo piano. Ne e' convinto il professor Antonio Baldassarre, presidente emerito della Corte Costituzionale e docente di Diritto Costituzionale.
'Il problema - afferma Baldassarre - e' stabilire se si tratta di una richiesta che si configura nell' eutanasia o nell' accanimento terapeutico. Nel primo caso sarebbe vietata dalla nostra Costituzione'. L' ex presidente della Consulta osserva, pero', che e' proprio la condizione in cui si trova Welby a rendere complicata la risposta. 'Nel caso specifico - dice Baldassarre - e' molto difficile dire se siamo nella prima o nella seconda ipotesi'.
In altre parole, secondo Baldassarre, bisogna chiarire 'se la vita di questa persona e' dovuta esclusivamente alla macchina o la macchina ha la funzione riparatrice di un danno. Se cosi' fosse, saremmo nel campo della tutela della salute. Ma se la macchina sostituisce ogni altra ipotesi, se la vita della persona e' dovuta al cento per cento alle apparecchiature senza possibilita' di ritorno, allora si tratta di accanimento terapeutico'.
Per questi motivi il presidente emerito della Consulta non ha dubbi: 'E' il parere medico ad essere decisivo. Se c'e' una possibilita' anche remota di ritorno a una vita con mezzi autonomi che rendano la vita stessa dignitosa, siamo di fronte a una cura, e quindi una richiesta di staccare la spina si configurerebbe come eutanasia. Tutto dipende da quello che dicono i medici. E' un accertamento di fatto'.
In questo senso, sottolinea Baldassarre, la richiesta del malato di mettere fine alle sue sofferenze non puo' prevalere sull' orientamento dei medici che lo hanno in cura, perche' potrebbe essere influenzata da una serie di fattori. Invece, secondo, il docente di Diritto Costituzionale, 'la scelta della persona deve essere incanalata dentro le due ipotesi, eutanasia o accanimento terapeutico. Se la volonta' fosse libera saremmo nel campo dell' eutanasia'.

'Le argomentate opinioni di medici e bioeticisti, scienziati e filosofi morali sembrano convergere nel valutare quella di Piergiorgio Welby come una situazione di accanimento terapeutico: tale da consentire, in scienza e coscienza, di sospendere l' attivita' di una macchina, rivelatasi ormai causa di atroci sofferenze'. Lo afferma il sottosegretario alla Giustizia, Luigi Manconi, in una lunga nota nella quale sono riportati i risultati di alcune ricerche scientifiche sull' argomento.
Secondo la piu' recente, promossa dall'associazione A Buon Diritto, 'il 57% di un campione rappresentativo di medici, distribuito sull' intero territorio nazionale, l'accanimento terapeutico e' addirittura 'frequente'; e solo per il 36% si tratta di una pratica 'poco frequente'. Infine, secondo il 26% dei medici intervistati (1 su 4) l' accelerazione di un decesso comunque inevitabile in tempi brevi e' 'pratica di routine''.
Manconi sottolinea che secondo altri studi, condotti in Europa e in Italia, 'nell' assistenza ai malati terminali, si possono creare situazioni tali da indurre operatori sanitari di diverse professionalita' (medici, anestesisti, rianimatori, infermieri) a determinare o ad accelerare la fine dell'esistenza dei pazienti loro affidati'.
Quanto all' Italia, secondo una ricerca condotta dalla Fondazione Floriani che ha interessato 680 medici (tutti iscritti alla Societa' di cure palliative) il 39% di quelli che hanno risposto 'ha dichiarato di aver ricevuto reiterate richieste di eutanasia attiva (ovvero attraverso un intervento diretto a determinare la morte del paziente); e il 4% ha riconosciuto di aver accolto quella richiesta'.
Nel novembre 2002 e' stata resa pubblica una ricerca, condotta in venti centri di terapia intensiva dal Centro di bioetica dell'Universita' cattolica di Milano, da cui risulta che il 3,6% dei medici interpellati 'dichiara di aver attuato la sospensione delle cure, accompagnata dalla, somministrazione di farmaci letali; e una percentuale significativa (15,8%) ha riconosciuto come 'accettabile' quella pratica '. Per quanto riguarda quella che viene definita impropriamente 'eutanasia passiva', si fa notare, il 12,1% del campione dichiara di aver attuato la sospensione delle cure attraverso l'interruzione o la non introduzione della ventilazione artificiale.
Infine, un'altra ricerca, condotta a livello europeo dal professor J. L. Vincent e pubblicata nel 1999, evidenzia come il 40% dei medici intervistati - tutti operanti in unita' di terapia intensiva - 'ammette l' uso clinico di dosi letali di farmaci in 'situazioni estreme'; ammissione che interessa, in quello studio, il 13% degli intervistati italiani'.

"Non puo' essere un tribunale a decidere sul caso Welby. È necessaria una legge per colmare un evidente vuoto legislativo". Lo scrive Chiara Moroni di Forza Italia, certa che il parere espresso dall' ufficio affari civili della Procura di Roma in relazione al caso di Piergiorgio Welby non aiuta a fare chiarezza".
La politica, secondo la parlamentare azzurra, "non puo' sottrarsi ed e' chiamata a legiferare per disciplinare una delicata materia. Resto convinta- conclude Moroni- che serva una legge che privilegi la volonta' del malato ed il divieto dell'accanimento terapeutico".

'In attesa di valutare il pronunciamento del Tribunale previsto per domani sul caso Welby, ribadiamo la nostra convinzione: spetta al medico decidere, valutando caso per caso, e in base alla sua professionalita', quale e' il limite oltre il quale si potrebbe cadere nell'accanimento terapeutico, nell'eutanasia o nell'abbandono del malato. E mi sembra che il parere espresso dalla Procura di Roma questa sera vada in parte in questa direzione'. Cosi' Domenico Di Virgilio, capogruppo Forza Italia in commissione Affari Sociali e responsabile Dipartimento sanita' di FI, commenta la sentenza della procura di Roma. u'
'I medici -afferma- sanno che non si devono usare mezzi straordinari e non leciti perche' ritengono prioritario impegnarsi per un giusto utilizzo della terapia contro il dolore. Queste sono tematiche delicate che richiedono una profonda riflessione'.

'Cio' che va valutato e' se le cure sono sproporzionate sotto l'aspetto clinico o sotto l'aspetto esistenziale, soggettivo del paziente. Quello che pero' non si puo' dire e' che una vita in quanto dipende da una macchina e' indegna di essere vissuta'. E' quanto ha osservato Adriano Pessina, direttore del Centro di bioetica dell'Universita' cattolica di Milano, commentando con l'ADNKRONOS il caso Welby.
Ancora, afferma il professore Pessina, va detto che 'l'eutanasia non puo' essere legittimata in quanto richiesta da qualcuno, la morte non e' un diritto'. Su un piano piu' generale Pessina ha ricordato che 'anche un by-pass e' una macchina eppure non penso che se e' uno e' stanco di vivere tolgo il by-pass'.
Il problema, spiega ancora il professore, e' se siamo di fronte solo a 'una percezione soggettiva di accanimento terapeutico o se invece si tratta di cure sproporzionate sotto il profilo clinico, della patologia', si tratta di una questione, ha spiegato ancora Pessina, che va ben oltre il caso Welby; anzi secondo il direttore del centro di bioetica, ogni caso va valutato singolarmente in tutta la sua complessita', 'la vicenda di Piero Welby' non puo' diventare un modello'.
In ogni caso 'la macchina che ti permette di vivere non e' qualcosa che ti rende meno degno', il 'respiratore si integra con le funzioni vitali' e in ogni caso 'ci penserei due volte prima di rimuoverlo' ha affermato ancora Pessina. Le macchine, gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia, ha proseguito il professore, 'permettono a persone con grandi disabilita' di vivere', 'il caso Welby non puo' diventare un modello, in quanto e' stato usato ideologicamente, anche se ovviamente non mi permetterei mai di giudicare la situazione di Welby'.
'Il rischio e' che l'eutanasia - ha aggiunto - venga legittimata in quanto richiesta da qualcuno, ma la morte non e' un diritto perche' non e' un bene ma un fatto. L'accompagnamento alla morte da parte della societa' e' invece un dovere di solidarieta''.
'Qualsiasi legge - ha spiegato ancora Pessina - dovra' ispirarsi a un criterio di solidarieta' che dovra' avere il proprio limite nell'accanimento terapeutico'. Se invece si dice che qualcuno, attaccato a un respiratore o su una sedia a rotelle, ha aggiunto Pessina, fa una vita che non ha valore, non merito di essere vissuta 'si afferma un'idea di discriminazione'. Il principio 'meglio morto che vivo' non ha fondamento.

'Il parere della Procura di Roma sul caso Welby ha il pregio di ricondurre quest'ultimo alla categoria del 'caso', senza desumere da esso regole generali. Nel momento in cui i magistrati, dopo, deve ritenersi, un accurato esame di tutti gli elementi portati alla loro attenzione (elementi non noti al pubblico con eguale analiticita'), distinguono fra liceita' del distacco del respiratore e inesistenza di un obbligo del medico di non riattivarlo, con questo affidano la valutazione e la scelta alla professionalita' e alla deontologia del medico stesso'. Lo sottolinea in una nota il senatore Alfredo Mantovano (An).
'Se dunque il 'caso Welby', in quanto tale, sara' deciso dal giudice e dal medico -conclude Mantovano- certamente le prime valutazioni che provengono dall'autorita' giudiziaria escludono che sul 'caso' possa essere costruita una 'legge Welby': come vorrebbe chi finora ha strumentalizzato il 'caso''.
Roma, 11 dic. (Adnkronos) - 'Il parere della Procura di Roma sul caso Welby ha il pregio di ricondurre quest'ultimo alla categoria del 'caso', senza desumere da esso regole generali. Nel momento in cui i magistrati, dopo, deve ritenersi, un accurato esame di tutti gli elementi portati alla loro attenzione (elementi non noti al pubblico con eguale analiticita'), distinguono fra liceita' del distacco del respiratore e inesistenza di un obbligo del medico di non riattivarlo, con questo affidano la valutazione e la scelta alla professionalita' e alla deontologia del medico stesso'. Lo sottolinea in una nota il senatore Alfredo Mantovano (An).
'Se dunque il 'caso Welby', in quanto tale, sara' deciso dal giudice e dal medico -conclude Mantovano- certamente le prime valutazioni che provengono dall'autorita' giudiziaria escludono che sul 'caso' possa essere costruita una 'legge Welby': come vorrebbe chi finora ha strumentalizzato il 'caso''.

'E' triste constatare che i tribunali debbano sopperire all'ipocrisia della politica, sinora incapace di dare risposte all'appello di Piergiorgio Welby. Ci troviamo di fronte al diritto di ognuno ad affrontare con grande umanita' e dignita' una condizione molto dolorosa. Si deve riflette sul tema posto da Piergiorgio Welby e sulla situazione di chi, oggi, anche a causa di un atteggiamento ideologico della politica, deve sottoporsi ad un accanimento terapeutico che si trasforma in vera e propria tortura'. Lo afferma il capogruppo dei Verdi alla Camera Angelo Bonelli, che aggiunge:'Dopo questo parere del tribunale, la politica -conclude il capogruppo del Sole che Ride- affronti subito il tema sollevato da Piergiorgio Welby e colmi un profondo vuoto legislativo'.


Condividono la 'pretesa' di Welby di decidere che cosa fare della propria vita, non delegando tale decisione alle macchine e alla tecnologia. Ma 'sostenere Welby non significa mettersi dalla parte di chi vuole l'eutanasia per Legge, perche' di eutanasia non si tratta'. Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, interviene con una nota sul caso Welby ricordando che 'gia' nel 1995 Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, assieme a 40 associazioni nazionali di malati e di cittadini, che sottoscrissero la Carta, rivendicava per i malati il diritto alla decisione e il diritto al futuro, anche se questo poteva corrispondere a poche ore da vivere con dignita' e serenita''.
Cittadinanzattiva 'si e' sempre battuta per avere in Italia la possibilita' di utilizzare il testamento biologico, che consentirebbe di evitare, per chi lo desideri, forme di accanimento terapeutico, come quello che si sta perpetrando sulla vita di Welby'. Per questo l'organizzazione crede, infine importante schierarsi 'in maniera forte e chiara contro la strumentalizzazione e l'uso politico che si sta facendo della vicenda; chiediamo quindi al mondo della politica di fare un passo indietro, rendendosi conto che per rispettare le vicende umane serve avere una maggiore consapevolezza del limite della politica'.

Il caso di Piergiorgio Welby, il malato di distrofia muscolare che ha chiesto l'interruzione della respirazione artificiale, "è estremamente complicato" e "non si può generalizzare". Ne è convinto il rabbino capo della comunità ebraica romana Riccardo Di Segni, che poi aggiunge: "In base alla mia esperienza io sono contrario all'eutanasia". Intervenendo questa sera a Roma ad una cena di gala organizzata dall'associazione '11 settembre', il rabbino Di Segni ha sottolineato il fatto che sia positivo aprire sul tema "un dibattito" e confrontare tra loro "esperienze diverse".

"Non sono decisioni che possono essere lasciate alla discrezionalita' di un pubblico ministero o di un medico. C'e' la vita di un uomo in ballo". Lo scrive Isabella Bertolini di Forza Italia, sostenendo che "il rischio e' che da una decisione su di un caso particolare si desumano regole generali applicabili, nel futuro, a casi analoghi". "Sono d'accordo con la Bonino- prosegue la deputata azzurra- che dice che la vita di Welby non appartiene ne' allo Stato, ne' al governo. Da cristiana avrei una risposta al riguardo".
"In ogni caso- osserva Bertolini- quello che e' certo e' che la vita di quest'uomo come quella di Crisafulli che chiede, trovandosi in condizioni analoghe, di continuare a vivere, non puo' dipendere dall'orientamento ideologico di un giudice il quale, peraltro, si e' gia' chiaramente manifestato quando si e' trattato di definire un'istanza in materia di fecondazione medicalmente assistita".

"Tutto questo dibattito, tra il politico e il religioso, ha dell'assurdo. Davanti alle atroci sofferenze di Welby e di tutti coloro i quali sono nelle sue stesse condizioni c'è solo il rispetto come atteggiamento da assumere.
La politica ha il Parlamento come luogo per esprimersi e per legiferare. In questo senso, l'appello del Presidente della Repubblica di qualche settimana fa venga accolto e diventi alto momento di discussione politica". E' quanto afferma Pino Sgobio, Capogruppo dei Comunisti Italiani alla Camera sul caso Welby.

"Il parere della Procura di Roma che ha riconosciuto il diritto del malato di rifiutare la terapia medica che lo tiene in vita e' un evento molto rilevante nella coraggiosa battaglia che Piergiorgi Welby sta portando avanti da settimane", dichiara Silvana Mura deputata di Idv, che aggiunge: "Se oggi il tribunale ne terra' conto e si pronuncera' nella stessa direzione sara' un grande giorno per la storia dei diritti civili nel nostro paese, perche' la determinazione e l'amore per la vita di Welby e di sua moglie avranno posto un precedente al quale anche altri nelle stesse condizioni potranno fare riferimento. Se, invece, il tribunale dovesse esprimersi respingendo il ricorso di Welby, aumenterebbe il dovere morale del Parlamento di affrontare il tema dell' eutanasia ponendo in esame le proposte di legge che gia' sono state presentate e che attendono di essere calendarizzate. Il Parlamento puo' anche esprimersi contro una legge sull'eutanasia, ma non puo' ignorare l'appello di un uomo che ha deciso di rendere pubblica la propria sofferenza per evitare che altri si trovino nelle stesse condizioni".

"Se Forza Italia volesse diventare una forza confessionale, cio' diventerebbe un limite alla permanenza di chi ispira la propria vita politica a principi diversi. Peraltro, gia' un anno or sono, vedevo un pericolo di forte deriva confessionale per il centrodestra che stava prendendo il sopravvento sulla ricchezza culturale sulla cui base Silvio Berlusconi aveva fondato Forza Italia".
Lo afferma Carlo Vizzini, senatore di Forza Italia, in una intervista a Radio Radicale sul centrodestra, i diritti civili, il 'caso Welby'. Circa quest'ultima aggiunge: "non e' facile assumere una posizione: personalmente rispetto la sacralita' della vita umana. Penso che sia legittimo l'uso di macchinari per far sopravvivere persone che possono essere recuperate ad una vita piena, ma se un macchinario mantiene in vita una persona senza piu' quasi funzioni vitali, allora questa macchina dovrebbe essere usata con intelligenza. Nel caso di Welby, di fronte alla volonta' espressa chiaramente dallo stesso, penso che la magistratura dovrebbe dargli la liberta' di fare quello che lui pensa".

Il cardinale Renato Raffaele Martino preferisce non pronunciarsi direttamente sul caso Welby anche se 'personalmente' si dice 'contrario all'accanimento terapeutico. Quando qualcuno ha raggiunto una condizione terminale - ha affermato il porporato a Skytg24 - bisogna lasciar fare alla natura e fare si' che Dio si riprenda il dono della vita che aveva donato. Non sono autorizzato a dire se si tratti di accanimento terapeutico. Dico solo che il Papa e la Chiesa sono contro l'eutanasia che, in ultima analisi, e' un agire da Dio e noi questo non lo possiamo permettere'.

"E' stata un'ordinanza equilibrata, la Procura ha dichiarato che non ci deve essere l'accanimento terapeutico ma contemporaneamente dichiara che se un malato ha bisogno di cure, il medico ha il dovere di fornirle, quindi è di fatto un no all'eutanasia che mi trova d'accordo". Così il capogruppo della Lega al Senato, Roberto Castelli, commenta gli ultimi sviluppi sul caso di Piergiorgio Welby, l'uomo colpito dalla distrofia muscolare, che ha chiesto che venga interrotta la terapia che lo tiene in vita, permettendogli così di morire. Proprio ieri la Procura di Roma ha considerato ammissibile questa sua richiesta, anche se invece ha considerato "inammissibile" ordinare ai medici di non intervenire in caso di sofferenza della persona, una volta "staccata la spina".

"Io sono contrario all'eutanasia, ma ritengo che in questo caso non di eutanasia si tratti ma di accanimento terapeutico": lo ha detto a 'Radio Radicale' il presidente della commissione affari costituzionali della Camera, Luciano Violante.
"Su queste categorie bisogna sempre essere molto prudenti nel segnare i confini con paletti ideologici - ha spiegato Violante - però penso che non si tratti di eutanasia ma di evitare un inutile accanimento sul corpo di una persona".

'La decisione presa ieri dalla procura di Roma e' un'iniezione grande, forte e bella di fiducia nella relazione medico-paziente'. La senatrice della Margherita Paola Binetti commenta cosi' ai microfoni di Play Radio il parere espresso dai Pm della capitale sul ricorso presentato da Piergiorgio Welby.
'Non esiste un confine tra eutanasia e accanimento terapeutico cosi' netto da poter essere tagliato in due con una legge -dice l'esponetne teodem dei Dl- esiste soltanto un ambito in cui una persona onesta e competente, un medico che voglia davvero il bene del suo paziente, si interroga sul rapporto tra la fatica di sopportare una terapia e i benefici che da questa terapia derivano'.
'Questa difficolta' di porre una barra precisa -aggiunge Binetti- non prescinde mai dall'elemento umano che si fonda su due parametri: la scienza e la coscienza. La grave responsabilita' alla quale il medico non puo' rinunciare e' quella di declinare le ragioni della scienza con le motivazioni della coscienza'.


Il parere espresso ieri dal pubblico ministero va considerato in tutta la sua importanza, e' un parere davvero significativo che afferma alcuni principi essenziali, ovvero quello all'autodeterminazione del paziente cosciente , lucido e responsabile. E poi introduce una importante possibilita' , quella della sedazione, che e' appunto una pratica pietosa che puo' e nel caso in questione dovrebbe accompagnare la sospensione dell'attivita' del ventilatore polmonare che oggi costituisce questa terapia ostinata e ostile che affligge Welby. Io penso che quindi il parere del pm sia importante e che la sentenza rispecchi questo parere'. Lo dice a Radio Radicale il sottosegretario alla giustizia Luigi Manconi.

'Allo Stato spetta far rispettare la regola della legge, il legislatore, invece, dovra' mediare fra interessi generali, etica e fonti di Diritto. La Chiesa puo' e deve dare indicazioni morali, come nel tristissimo caso di Piergiorgio Welby. Una persona allo stremo fisico e psicologico, cui va tutta la nostra cristiana compassione e umana solidarieta''. Lo afferma Angelo Sanza di Forza Italia a proposito della vicenda di Piergiorgio Welby.
'L'intervento della Procura ha pero' messo in evidenza, come, non sempre, la supplenza della magistratura possa funzionare. Si da' luce verde per staccare la spina, ma non si puo' impedire ai medici, all'ultimo istante, di ripristinare il ventilatore, se le complicazioni dovessero causare un trapasso doloroso. Siamo -aggiunge Sanza- alla follia, non ce ne accorgiamo, ma quando l'uomo vuole ingerire sulla vita e sulla morte, rischia di provocare danni. In questo caso i medici saranno caricati di una responsabilita' enorme, i parenti altrettanto e la magistratura non avra' risolto un problema che non e' di diritto, ma di natura'.
'Il consenso 'valido e consapevole' e' un concetto molto scivoloso e serve a poco citare gli articoli 13 e 32 della Costituzione sul diritto alla salute, in forma nominalistica. Occorre capire lo 'spirito della legge', come ci insegna Montesquieu. La legge non puo' sostituire il diritto naturale che, tolto l'accanimento terapeutico, garantisce sempre e comunque la vita. Altrimenti -conclude- prepariamoci anche al razzismo genetico e alla rottamazione della persona umana'.

Cambiare il codice deontologico dei medici, perche' la maggioranza dei camici bianchi vuole e deve essere tutelata nelle scelte piu' difficili da prendere nei casi limite. E' la richiesta di Massimo Cozza, segretario nazionale Fp Cgil Medici, che interviene sul 'caso Welby' sottolineando come 'in attesa delle decisioni del Parlamento in materia, non vada persa l'occasione che si presentera' a partire da giovedi' quando la Federazione nazionale degli Ordini dei medici, dopo otto anni, affrontera' il varo del nuovo codice'.
Il codice, attualmente, 'impone al medico di risparmiare inutili sofferenze su richiesta consapevole del paziente - spiega Cozza - dall'altro lato vieta allo stesso medico, anche se su richiesta del paziente, di effettuare trattamenti diretti a provocarne la morte. Si tratta di due percorsi che si possono intrecciare in situazioni limite come nel caso Welby e in cui il camice bianco rischia di essere accusato dall'Ordine di eutanasia.
Nonostante l'orientamento della magistratura, che sembra riconoscere nel caso Welby l'accanimento terapeutico con il conseguente diritto a staccare la spina, il medico potrebbe essere perseguibile sul piano deontologico, nel caso che l'Ordine lo valuti invece come eutanasia'.
Per Cozza, dunque, 'c'e' bisogno di un cambiamento del codice deontologico che, garantendo la laicita' della professione, consenta con chiarezza al medico di fare, in scienza e coscienza, la scelta giusta, nel rispetto delle leggi vigenti. Personalmente ritengo che l'etica del terzo millennio dovrebbe consentire al camice bianco, senza essere accusato di eutanasia, di poter lasciare morire con dignita' una persona gravemente malata, quando non c'e' piu' niente da fare, l'unica certezza e' il dolore ed e' chiara la scelta consapevole di voler porre fine all'accanimento terapeutico'.

'Welby conta le ore, ogni minuto e ogni secondo che grava sul suo corpo, sulla sua anima e la sua intelligenza. E' una tortura e uno stillicidio per la sofferenza che sta patendo'. Lo ha dichiarato Rita Bernardini, segretario dei Radicali, fuori il Tribunale civile di Roma, dove sta per cominciare l'udienza sul caso Welby.
'Ci auguriamo -ha aggiunto la Bernardini- che la decisione arrivi presto e che Welby possa finalmente raggiungere ore di serenita''.

"La decisione della procura su Welby è giusta perchè lascia spazio sia alla libertà della persona sofferente che alla responsabilità del medico curante. Tra l'eutanasia di Stato e la negazione assoluta di ogni intervento attivo che direttamente o indirettamente porti a terminare una vita ormai totalmente insostenibile esiste una terza via". Lo sostiene Franca Bimbi, deputata dell'Ulivo, presidente dalla Commissione Politiche dell'Unione europea. "Si tratta - aggiunge - di accompagnare verso una buona morte persone che sono inevitabilmente nella fase di fine vita prendendo responsabilmente molte decisioni: dalle terapie del dolore all'uso di farmaci che anticipano il decesso. È necessario legiferare con "mano leggera" accompagnando con la legge le scelte consapevoli di malati, familiari e medici inventandosi anche una figura di "difensore civico" per chi non è più in gradi di decidere da sé e per garantire ad "ogni caso" di essere tratto come persona unica e intera nonostante la devastazione della malattia".

'I valori etici ai quali la classe medica ha fatto riferimento nella sua storia millenaria hanno significato pregiuridico e sono pertanto indipendenti dalle disposizioni del diritto positivo, rispetto alle quali c'e' sempre la possibilita' di esercitare l'obiezione di coscienza'.
E' la posizioni di Vincenzo Saraceni presidente dell'Amci (Associazione medici cattolici italiani) che afferma: 'La difesa della vita e' un valore etico da sempre condiviso dalla classe medica, indipendentemente dalle convinzioni religiose.
Basti pensare a questo proposito al Giuramento con il quale il medico assume l'impegno a non commettere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte del paziente'. Per l'Amci i medici devono impegnarsi per favorire l'affermazione di una diversa del morire, favorendo l'accesso alle cure palliative per gli inguaribili e astenendosi da trattamenti sproporzionati che non producono miglioramento delle condizioni del malato e della sua qualita' della vita. L'Amci esprime inoltra apprezzamento per le dichiarazioni del presidente della Fnomceo Amedeo Bianco, secondo le quali il divieto di eutanasia, anche se richiesta dal paziente, e' scritto nel codice deontologico del medico.

Il caso Welby 'accende i riflettori sulla condizione dei non autosufficienti nel nostro Paese che e' drammatica'. 'Uno scenario che vede circa 3milioni persone con gravissime patologie, delle quali 1 mln 700mila sono persone ultrasessantacinquenni, ma gli altri sono giovani, per lo piu' affetti da malattie degenerative o dalle conseguenze di traumi. Una situazione che necessita della massima attenzione non da parte dei familiari, che sono gia' spesso travolti, dal problema, ma da parte dello Stato e del sistema delle autonomie locali'. Lo spiega all'Asca Michele Mangano, gia' segretario dello Spi-Cgil e oggi responsabile Auser per il volontariato. C'e' bisogno 'di un sistema piu' integrato e mirato diretto alla persona, e di sostegno al contesto familiare. Un'attenzione che in Europa e' in cima all'agenda politica, ma in Italia non c'e''. In questa Finanziaria, continua Mangano, 'si e' cominciato a parlare di un fondo per la non autosufficienza che e' un passo avanti ma non e' adeguato alle risorse che richiederebbe un piano d'intervento adeguato alle dimensioni di questo problema'.
Rispetto al caso Welby Michele Mangano esprime esclusivamente valutazioni personali 'per non impegnare un'organizzazione all'interno della quale convivono tante sensibilita''. 'Una persona che soffre in questo modo - afferma comunque Mangano - ha tutto il diritto, soprattutto di fronte a terapie che considera accanite, di scegliere come finire la propria vita, chiudendo questa tragica esperienza senza soffrire ulteriormente ed evitando di coinvolgere ancora in questa sofferenza parenti ed amici'. Al primo posto, secondo Mangano 'penso ci debba essere la dignita' della persona, la dignita' umana e il diritto della persona di poter scegliere, in particolare in casi come questi nei quali c'e' una piena lucidita' e consapevolezza'.
Quello italiano di fronte alla non autosufficienza, 'non e' solamente un problema di risorse - chiarisce Mangano - ma anche di approccio. Queste persone non sono uguali tra loro, hanno condizioni e patologie diverse che richiedono un intervento personalizzato che puo' fare solo un'unita' di valutazione multidimensionale, dove i diversi soggetti professionali predispongano un piano personalizzato condiviso dal soggetto non autosufficiente e dai suoi familiari'. La scorciatoia della responsabilita' pubblica che non c'e', o solo in parte 'e' l'indennita' di accompagnamento per gli invalidi completi, e meno male che c'e', oppure le iniziative regionali sui bonus e i piccoli rimborsi'.
Attraverso il Filo d'argento, 'telefono amico' dell'Auser per gli anziani intorno al quale si alternano 32mila volontari, arrivano all'organizzazione 'molte richieste di compagnia ma soprattutto di prestazioni sociali concrete e di accesso ai servizi, che spesso gli stessi volontari assicurano - conclude Mangano - nella consapevolezza che non e' proprio del nostro ruolo quello di colmare i vuoti istituzionali'.
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