Martedì 9 giugno 2026
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Quando la Chiesa cattolica lodava le leggi razziste del Fascismo

U.E. - ITALIA
Notizia ·
Il decreto legge Lessona del 19 aprile 1937, primo provvedimento in materia razziale promulgato dal governo Mussolini, che si proponeva di vietare il concubinato tra bianchi e neri nelle colonie italiane, fu considerato dalla Santa Sede 'un lodevole tentativo posto in essere dallo Stato per moralizzare la vita pubblica', pur ribadendo 'il diritto naturale a contrarre matrimonio anche fra persone appartenenti a razze diverse'. Lo afferma il padre gesuita Giovanni Sale in un articolo intitolato 'Il razzismo coloniale e il decreto legge Lessona', che apparira' sul prossimo fascicolo della rivista 'Civilta' Cattolica', le cui bozze sono rilette tradizionalmente dalla Segreteria di Stato Vaticana.

L'articolo di padre Sale, ricco di documenti inediti di fonte ecclesiastica, esamina l'atteggiamento che il Vaticano assunse nei confronti di tale provvedimento e, in particolare, delle pressioni esercitate dal governo fascista per assicurasi la collaborazione della Chiesa cattolica nell'attuazione di una politica coloniale razzista.

'La maggior parte della gerarchia ecclesiastica a quel tempo, a eccezione di Pio XI e di altri prelati vaticani, percepi' tale legislazione come un tentativo per moralizzare la vita pubblica nelle colonie e non, invece, come un primo passo verso una politica 'francamente razzista' e discriminatoria', scrive criticamente lo storico della Compagnia di Gesu'.
Il decreto Lessona, il cui contenuto era tutt'altro che chiaro, impensieri' non poco alcuni italiani delle colonie che da tempo convivevano con donne indigene, ritenendo che esso, oltre a comminare forti pene detentive per dissuadere da tali rapporti, vietasse anche la celebrazione di eventuali matrimoni tra persone appartenenti a razze diverse. Invece molti di essi, scriveva a Roma il vicario apostolico dell'Eritrea, monsignor Giancrisostomo Marinoni, 'anche per motivi di coscienza intendono ora regolarizzare il rapporto e legittimare la prole'.

Il cardinale Eugene Tisserant, segretario della Sacra Congregazione per le Chiese Orientali, al quale Marinoni si era rivolto per ottenere 'schiarimenti sulla legge', il 28 luglio 1937 inoltro' la richiesta alla Segreteria di Stato Vaticana, chiedendo che a tale riguardo fossero interpellati gli organi competenti del governo Mussolini.

La Segreteria di Stato affido' il delicato incarico a monsignor Francesco Borgongini Duca, nunzio apostolico in Italia, il quale tratto' della questione sia con il sottosegretario agli Interni, Guido Buffarini Guidi, sia con il ministro dell'Africa Italiana, Alessandro Lessona. Ambedue assicurarono il nunzio che il decreto legge non proibiva affatto sia nel 'territorio metropolitano', cioe' in Italia, sia nell'Africa Orientale, i matrimoni in parola; esso aveva soltanto lo scopo di punire il concubinato tra i 'nazionali' e le donne indigene.
'Certo - disse Lessona al nunzio in un resoconto inedito di fonte vaticana - gli incroci delle due razze, bianca e nera, non sono desiderabili, poiche' danno origine ai meticci, che, come e' noto, disgraziatamente portano sommati i difetti e non i pregi delle due razze. Quindi io mi sono domandato se non fosse il caso di proibire semplicemente il matrimonio tra le due razze; ma mi sono arrestato perche', in forza del Concordato, non potevo proibire un matrimonio che la Chiesa cattolica riconosce valido per ragioni superiori delle quali io, come cattolico, riconosco i presupposti soprannaturali'.

Monsignor Borgongini Duca rispose che il concubinato e' proibito 'con la piu' grande severita'' anche dalla Chiesa. E aggiungeva che la disposizione governativa aveva 'fatto tanto bene' e che molti italiani delle colonie avevano chiesto ai vicari apostolici di voler regolarizzare la loro unione, e questo, a suo avviso, accresceva la moralita' e l'ordine nella vita delle colonie italiane in Africa.
'Pero' - continuo' Lessona secondo Borgoncini Duca - mi supplicava che per l'avvenire la Chiesa prestasse il Suo concorso per dissuadere le unioni tra persone di diversa razza appunto per evitare la nascita dei mulatti, che sono dei degenerati. Questo ministero sociale della Chiesa per il bene delle due razze e della societa' sarebbe utile'.
Facendo la sintesi del colloquio, il nunzio vaticano affermava che non era intenzione del governo fascista che la Chiesa ponesse un impedimento al matrimonio tra bianchi e neri, 'ma semplicemente desidera che essa dissuada tali unioni quando non si verifichino speciali obblighi di coscienza'.

Di fronte a tale relazione del nunzio, la Segreteria di Stato della Santa Sede si pose la questione di determinare il significato del 'concorso' richiesto da parte italiana: 'Se si tratta di dissuadere gli sposi presso a poco come si usa circa le persone di diversa condizione, insegnando che difficilmente riescono bene i matrimoni tra un principe e una persona di servizio, puo' essere ammesso; ma un intervento maggiore della Chiesa costituisce una questione delicatissima, dibattutissima e, specialmente oggi, irta di difficolta''.
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