Venerdì 5 giugno 2026
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Rassegna di editoriali ed interviste pubblicati oggi su Piergiorgio Welby

U.E. - ITALIA
Notizia ·
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Rodotà: " II diritto di morire appartiene giuridicamente ad ognuno di noi"

  da Liberazione del 13 dicembre 2006, di Davide Varì

"Diciamo che il Vaticano  può dire quel che vuo­le, sia che la vita è un dono in­violabile, sia che i Pacs sono un capriccio. A questo punto però noi siamo liberi di accogliete queste affermazioni come quelle di qualsiasi altro interlocutore. Siamo in una democra­zia ed ognuno, nessuno esclu­so, è passibile di critica". Stefa­no Rodotà, già garante della privacy e professore di diritto privato, interviene nel dibatti­to sui cosiddetti temi etici - dal­l'eutanasia ai Pacs - che sta ani­mando la politica di questi ulti­mi giorni. E lo fa a modo suo: nel rigore delle regole e nel co­stante richiamo al diritto.
 
Il Papa ha ribadito ieri la sa­cralità della vita ammonendo qualsiasi intervento della scienza: dall'eutanasia, all'a­borto fino alla ricerca sulle staminali embrionali. Come può difendersi la politica da queste ingerenze?
Non si tratta di difendersi. Iniziamo col dire che le posizioni del Vaticano contrastano con molti dati di fatto acquisiti. Provo a spiegarmi: se la vita fosse del tutto intangibile nessun intervento medico che ne mo­difica il corso per migliorarne la qualità e allontanare la morte, sarebbe legittimo. Credo che siano affermazioni ideologiche, legittimi riferimenti ad una serie di valori, ma nulla di più. La politica deve partire dalla premessa che di certo la religione non è solo un feno­meno della sfera privata ma quando essa si manifesta nella sfera pubblica diventa uno dei tanti interlocutori che stanno nel gioco democratico. Ha f atto bene il presidente Bertinotti a richiamare l'autonomia del le­gislatore.
 
Non a caso le parole del Papa sono arrivate nel giorno in cui si decideva se e come "staccare la spina" a WeIby.
H diritto al rifiuto di cure è en­trato nella carta dei diritti del­l'Unione Europea. Ed è già ac­caduto che la Cassazione lo abbia riconosciuto ai testimoni di Geova che oggi possono rifiu­tare la trasfusione. Come si ve­de anche una confessione fa di questo diritto un pilastro. Ci sono persone che hanno rifiutato cure per l'amputazione di un arto; persone che pur di non vi­vere menomate hanno preferi­to morire. Il diritto di morire appartiene giuridicamente ad ognuno di noi. Il parere della Procura è nient'altro che il rico­noscimento di una situazione di diritto già esistente: il diritto all'autodeterminazione.

Quale deve essere il ruolo del medico?
In alcuni casi è necessario procedere alla sedazione per non rendere intollerabile la condi­zione della persona che fa questo tipo di richiesta. Dobbiamo garantire una morte priva di sofferenze. Per questo il tribu­nale deve stabilire il diritto del paziente e la possibilità del medico di intervenire con stru­menti che attenuino il dolore.
 
Dunque l'attore principale è il giudice?
Certo il diritto di morire non può essere competenza di altri organismi che non sia la magistratura. Nessun altro può decidere del diritto di morire di una persona. Né il comitato di bioetica né alcuna commissio­ne del ministero della salute. Si tratta di diritti e come vuole la Costituzione è il giudice che deve deliberare.
 
E la politica?
Una volta data questa indica­zione, se il legislatore volesse recepirla in un testo di legge può anche farlo, ma non è indispensabile.
 
Torniamo a Piergiorgio Welby, "staccare la spina" non è eutanasia in senso stretto.
Assolutamente no Se io vengo trattenuto in vita da una cura farmacologica e da un dato momento in poi decido di interromperla, non possiamo certo parlare di eutanasia. Allo stesso modo, staccare la spina è una delle forme del rifiuto di cura. Oggi la tecnologia offre possibilità di sopravvivenza nuove dando così nuove possi­bilità ai pazienti. Qui non c'è eutanasia. L'eutanasia prevede un intervento attivo, non basta sospendere la cura. Se io so­pravvivo, non per effetto di far-maci o di macchine, ma sono ugualmente in una condizione di sofferenza e chiedo che mi venga dato qualcosa che mi faccia morire; solo in quel caso possiamo parlare di eutanasia e di suicido assistito. Usare il termine eutanasia in altri casi è un modo sbagliato che si porta dietro una parola carica di emotività.
 
Passiamo ai Pacs.
L'unione di fatto non è un ca­priccio ma un dato di realtà. L'Istat ha documentato che in Ita­lia il numero ha superato i ma­trimoni. Siamo di fronte ad un fenomeno sociale di massa ri­spetto al quale non si possono chiudere gli occhi.
 
Eppure il Parlamento fatica a trovare un accordo.
Vorrei ricordare che il Parla­mento italiano ha aderito alla carta dei diritti dell' Ue. Proprio lì c'è un articolo che sottolinea l'uguaglianza tra il matrimonio e le altre forme di famiglia. Dunque l'inaccettabilità del ri­conoscimento delle unioni di fatto è superata.
 
Su quali linee si muoverà la legge promessa?
Intanto io non mi formalizzerei sul bisogno della cerimonia o sulla semplice registrazione nel Comune. Quel che conta davvero è l'insieme degli effetti giuridici. Penso all'assistenza medica, al diritto di subentrare nell'abitazione del convivente, alla possibilità di visita e assi­stenza in sede carceraria a ospedaliera, alla reversibilità della pensione e così via. Anche qui si dimentica che proprio sul terreno fiscale la giurispru­denza ha già fatto passi avanti. Anche per quel che riguarda il diritto delle coppie omoses­suali non dobbiamo dimenti­care che nella carta dei diritti dell'Ue è caduto il riferimento alla diversità di sesso, ci sono norme vincolanti che vietano ogni forma di discriminazione.


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Sottrarsi al medico

da Il Foglio del 13 dicembre 2006, di Francesco De Lorenzo e Roberta Tatafiore

Al direttore - Per affinità di pensiero e im­pegno quotidiano nel volontariato abbiamo imparato dai malati di cancro sofferenti, com­presi quelli terminali, il valore del sollievo, fisico e spirituale. Del resto: i volontari han­no sempre offerto umana vicinanza ai malati e hanno lottato per far entrare fin dentro agli ospedali le terapie per il controllo del dolore e le cure palliative. Per lunghi e bui anni, in­fatti, il dolore è stato considerato un corolla­rio sintomatico della malattia stessa. Oggi al­l'ordine del giorno c'è la richiesta di malati coscienti che rifiutano di continuare a vivere per interposta macchina e che vogliono af­frontare il trapasso nell'oblio.
 
Per risolvere il "caso Welby" si sta tentan­do la via giudiziaria (che francamente abor­riamo). (.) Siamo invece convinti che a Welby, ai tanti Welby, si debba rispondere con l'unico strumento che abbiamo: la politi­ca. Invitiamo quindi il governo a percorrere il più rapidamente possibile una via legisla­tiva che chiarisca i termini dell'accanimento terapeutico, ma a condizione che tale com­plessa materia venga ristretta ai soli casi in cui la forzatura sia riscontrabile e condivisi­bile sul piano legale, clinico, etico. Il concet­to di accanimento terapeutico ha infatti con­fini assai ambigui, tanto è vero che il suo di­vieto non è codificato dalla legge ma dalla deontologia medica. Tale saggia decisione non deve essere scavalcata da nuove defini­zioni giuridiche onnicomprensive.
 
Pensiamo pertanto a una normativa che autorizzi i medici a operare per sottrarre al­la vita esclusivamente quei malati la cui so­pravvivenza dipende dall'essere collegati al­le macchine, in una forma chiara e lampante di forzatura terapeutica. Una forzatura che può e deve essere praticata visto che regala ancora vita al malato, alle persone che lo amano e se ne prendono cura. Ma che trova un limite nel consenso del malato stesso. (...)


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Welby bandiera dei diritti violati

  da Secolo XIX del 13 dicembre 2006, di Luisella Battaglia

Nessun intervento in campo sanitario può essere effettuato se non dopo che la persona cui esso è diretto abbia dato un consenso libero e informato. La persona cui è diretto l'intervento può, in ogni mo­mento, ritirare liberamente il proprio consenso". E l'arti­colo 5 della Convenzione di Oviedo sui diritti dell'uomo e la biomedicina (1997) ratificata dal Parlamento nel 2001, non una nuova legge sull'eutanasia. Piergiorgio Welby, chie­dendo il distacco dal ventilatore polmonare, ha esercitato un diritto sancito anche dall'articolo 32 della Costituzione: "Nessuno può essere obbligato a un determinato tratta­mento. Nessuno può essere sottoposto a una cura che ri­fiuti". Un diritto simile a quello della signora che rifiutò l'amputazione della gamba, pur sapendo che la scelta, com­piuta in piena coscienza, l'avrebbe portata alla morte. Nes­suno l'ha potuto impedire, come nessuno può impedire aun testimone di Geova di rifiutare le trasfusioni di sangue.
 
Dovremmo chiederci perché sia così difficile, nel nostro Paese, ottenere il rispetto dei diritti fondamentali delle per­sone. Negando il diritto di Welby all'autodeterminazione, si è di fatto restaurato un vecchio paternalismo medico che, con il pretesto della cura compassionevole, pretende di im­porre la sua idea di "bene" in conflitto con quella del singolo individuo. "Prendersi cura" non significa sempre e solo te­nere in vita a ogni costo, ma assumersi talora la responsabi­lità condivisa di accompagnare la vita al suo naturale compi­mento. Si confrontano due visioni del medico: l'una "bellici­sta", che lo vede come un generale alla guida di un esercito in guerra contro la malattia; l'altra, riconciliata con l'imma­gine tradizionale, che lo vede anche come quel "nuncius mortis" che accompagna amorevolmente al trapasso, accet­tandone l'inevitabilità. In linea, quest'ultima, con il codice deontologico che ribadisce il dovere del medico di conti­nuare a offrire la propria assistenza morale, limitando la sua opera alla "terapia atta a risparmiare inutili sofferenze" e "fornendo al malato i trattamenti appropriati, a tutela, per quanto possibile, della qualità di vita" (articolo 37). Poiché il caso è di estrema delicatezza, dovrebbe essere comunque garantita al medico l'obiezione di coscienza. Giovanni Paolo II, rifiutando il secondo ricovero al Gemelli, chiese di poter "tornare alla casa del Padre". Anche Welby vuole tornare a casa.


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L'attesa di Welby

  da Il Manifesto del 13 dicembre 2006, di Carlo Flamigni

Il coro di critiche che circonda l'acca­nimento terapeutico è meno saldo di quanto appaia. Prendiamo, ad esempio, il testamento biologico, quello che dovrebbe consentire a tutti di stabilire le regole della propria morte nel caso che la malattia ci impedisca di farlo personalmente. Tra le persone che si di­chiarano favorevoli ce ne sono molte che ritengono che comunque non si possa ri­nunciare ad alcune attenzioni come l'ali­mentazione e l'idratazione: eppure, se si accetta questa regola, il testamento biolo­gico perde gran parte del suo significato. E qualcuno dovrebbe spiegarmi perché, se sono cosciente, la mia decisione di non essere nutrito a forza è legge, men­tre se sono in coma la mia volontà, pur chiaramente espressa nel mio testamen­to, non ha più alcun valore.
 
Il problema vero è che dietro queste ipocrisie si nasconde il nodo che molti hanno paura d'affrontare: secondo la reli­gione cattolica la vita non ci appartiene, ci è stata donata da dio e non ne possia­mo disporre. Cosa inaccettabile per chi in dio non crede e ritiene di essere padrone della propria esistenza. Siamo dun­que a Uno stallo, determinato dal fatto che ancora una volta si cerca di stabilire regole religiose per un principio che in un paese laico dovrebbe rispettare le decisioni individuali. Siamo di fronte alla contrapposizione di "differenti ideologie ed è assurdo affrontare la questione cer­cando di stabilire maggioranze e mino­ranze: su questi temi deve prevalere il ri­spetto della laicità e debbono essere tro­vate soluzioni che tengano ugualmente conto dei principi etici di tutti i cittadini. E' comunque ora di affrontare il problema dell'eutanasia, senza lasciarsi fuor­viare da false prospettive e da soluzioni ipocrite. Ad esempio, il fatto che si cerchi di predisporre nel paese centri di cure palliative e di terapie anti-dolore è impor­tante, è civile, ma non modifica per nien­te la necessità di approvare una legge che stabilisca norme precise per l'eutana­sia. Cure palliative e terapia del dolore, in­fatti, non hanno a che fare con la dignità delle persone ed è proprio la sensazione di perdere questa dignità che persuade molti a chiedere di essere aiutati ad an­darsene, possibilmente in modo quieto e indolore. E' dunque fondamentale che esistano nello stesso paese sia le cure palliative che la possibilità di ricorrere all'eu­tanasia, in modo da rendere possibile a ciascuno di noi di scegliere in tutta sere­nità, tenendo conto dei propri principi e del proprio senso della dignità. Non esi­ste una contraddizione tra questi termini e mi sembra che i principi che ispirano l'eutanasia e quelli che ispirano le cure palliative non siano per nulla contraddit-tori, soprattutto se si agisce sempre nel­l'interesse del malato, il cui metro non può essere che individuale.
 
Sarà compito della legge rassicurare coloro che temono che l'eutanasia possa diventare un temibile strumento nelle mani di una parentela odiosa e interessa­ta all'eredità del malato o di medici in cer­ca di organi da trapiantare: timori che mi sembrano più frutto di elucubrazioni paranoidi che risultato di un'analisi serena.
 
Intanto dobbiamo ringraziare Piergiorgio Welby per aver rinunciato ai vantaggi che certamente avrebbe avuto se non avesse attratto su di sé i riflettori e deciso di diventare un caso esemplare. Così fa­cendo ha aperto un caso, che nessuno potrà chiudere facilmente. Il prezzo che sta pagando è molto alto: a me e a molti altri sembra un esempio sin troppo chia­ro di accanimento terapeutico, ma la ma­gistratura non è ancora riuscita a prende­re partito. Chissà se questi magistrati hanno capito cosa significa, per Welby, una simile attesa.

   
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Il diritto di scegliere

da La Repubblica del 13 dicembre 2006, di Umberto Veronesi

Quante tragedie devono ancora finire sulle prime pagine dei giornali e quante immagini strazianti di corpi-prigione devono apparire sulle televisioni per ottenere un atto di civilta? Perché proprio questo è l'eutanasia. E la risposta ad una chiara e lucida richiesta che fa capo alla volontà di una persona malata, che i medici sono tenuti ad ascoltare, così come l'ascoltano durante tutto il percorso di cura.
E' una espressione del rispetto della dignità della persona (che tale rimane anche e soptattutto nella malattia e nella sofferenza) e della sua capacità e libertà di autodeterminazione. Di questo dovremmo parlare. Ed è un dibattito da affrontare prima di trovarci nel cuore di drammi troppo delicati e complessi per essere lasciati in mano all'onda mediatica e all'emozionalità che essa trascina con sè.
 
Chi conosce davvero la sofferenza sa che è un gesto nobile, direi quasi etnico, quello di offrire ai riflettori il proprio crudo dolore fisico e psichico. Per questo io ammiro Welby e da mesi appoggio la sua battaglia con commozione e con gratitudine, ma dentro di me penso che sia profondamente ingiusto che sia lui a doverla combattere. Credo che il principio dell'eutanasia rappresenti il diritto di morte. Dunque è parte del corpus dei diritti individuali piemanete riconosciuti dalla civiltà moderna: non è né di destra né di sinistra e non può essere una scelta isolata dei medici o dei giudici o dei politici del momento.
 
Bisogna quindi che la società accetti (o non accetti) e regoli democraticamente questo principio al di là delle discussioni ideologiche e soprattutto delle tragiche emozioni e delle ondate di paure e di spettri che ogni singolo caso inevitabilmente evocherà. L'assenza di regole è la peggiore delle regole. Abbiamo un esempio molto illuminante nella posizione olandese, dove l'eutanasia è legale, a patto che siano rispettate ben 25 rigide condizioni che vengono vagliate da un'apposita commissione. Le richieste sono migliaia ma sono assai meno quelle effettivamente accolte. Questo significa che i malati gravi rivendicano il loro diritto di morire, ma le situazioni in cui l'eutanasia è accettata sono relativamente rare. Va detto che i casi come Welby in Italia o come il famoso Vincent Humhert in Francia (che lo scorso anno ispirò una legge che porta il suo nome) rappresentano quei pochi che vengono alla ribalta, ma non sono altro che la punta dell'iceberg di un fenomeno ben più diffuso. Già vent'anni fa suscitò scalpore un sondaggio condotto tra i medici francesi sotto sigillo di segretezza, che rivelò che un numero non piccolo di essi aveva esaudito la richiesta di pazienti che chiedevano l'eutanasia. Difficile comunque valutare le dimensioni di un atto destinato a rimanere sommerso, praticato, forse, come "atto di pietà" ma non ammesso.

 

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Ma io mi offro volontario per aiutarlo a morire
da Il Giornale del 13 dicembre 2006, di Maria Vittoria Cascino

Una lettera in cui offre la sua "coscienza e competenza di medico" a Piergiorgio Welby. La scrive - tramite l'Associazione Luca Coscioni di cui Welby è copresidente - Roberto Santi, chirurgo ligure già noto per lo sconcerto sollevato dal suo libro Camici sporchi sulla malasanità. Santi si dichiara a disposizione per interrompere la sofferenza di Piergiorgio, perché "la morte è l'effetto collaterale della terapia".

Dura detta così, dottor Santi.
"È l'interruzione della terapia che i medici fanno quotidianamente su decine di pazienti. Con Welby invece hanno spostato il fuoco. Lui è diventato bandiera di quel progetto ampio che è l'eutanasia. Tutti si stanno occupando di lui, giudici, politici, preti. Non i suoi medici".

È stato sbagliato l'approccio?
"Certo. Tutto va ricondotto al rapporto del paziente con la sua coscienza e il suo medico, e del medico con la sua coscienza. Il dramma oggi è di avere inquadrato la vicenda nell'ambito-eutanasia che significa anni di dibattito". Quindi neppure la Chiesa avrebbe voce in capitolo. "C'è una gerarchia ecclesiastica che pesa inesorabilmente sull'intera gestione. Siamo ostaggio dell'idea che l'uomo deve soffrire per conquistarsi il paradiso e la gioia è bandita dalla nostra esistenza. Io dico: riportiamo Welby alla sua realtà. Sganciamolo dal limbo di una discussione etica che non va da nessuna parte. È un problema di accanimento terapeutico che può risolversi solo nel rapporto medico-paziente".

Come decodifica l'accanimento?
"È soggettivo. A Milano una signora s'è lasciata morire perché non voleva farsi amputare la gamba. Ma ci sono migliaia di persone che vivono con una gamba amputata. Allora?".

E il consenso informato?
"Nel momento in cui Welby ha accettato la tracheotomia e il tubo, aveva informazioni e strumenti, forniti dal medico, che lo rendevano consapevole di quella scelta. Oggi informazioni e strumenti sono cambiati. Il consenso informato deve essere rinnovato quotidianamente".

Quindi tutto va ricondotto all'ambito strettamente medico?
"Che hanno perso di vista affondando nell'oceano dell'etica. Quello praticato a Welby era un atto terapeutico. Adesso sono cambiati i presupposti del consenso che lui aveva dato, quindi la decisione torna al medico che gli fornisce i nuovi strumenti. Non è corretto che sia un tribunale a dire se si tratta di accanimento terapeutico, perché la faccenda rientra nella sfera spirituale e soggettiva. Diamo a Welby la terapia più idonea".

Ovvero?
"Non è più il respiratore. Piergiorgio va sedato e liberato dal tubo". Che vuol dire farlo morire. "La morte è un effetto collaterale della terapia. Mi offro di dare a Welby quell'assistenza in grado di interrompere la sua sofferenza. È una cosa che noi medici abbiamo fatto e facciamo ogni giorno nel chiuso delle camere di ospedale. Secondo scienza e coscienza. Oggi Welby non è solo prigioniero del suo corpo, ma delle sbarre robuste dell'ipocrisia".


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Eutanasia, Pacs e altre battaglie liberali

da L'Opinione del 13 dicembre 2006, di Guglielmo Castagnetti

Assisto con crescente amarez­za e senso di frustrazione al dibattito intorno ai Pacs, all'eutanasia e, in genere, agli argomenti che si tende a considerare motivo di contrapposizione fra laici e cattolici.
 
Soprattutto mi intristiscono le frequenti dichiarazioni di cosiddetti esponenti "laici" del centro-destra. Mi auguro che dalle sue fila si possa levare qualche voce auto­revole a spiegare e ad argo­mentare che la battaglia dei laici è storicamente e giuridicamen­te a favore del matrimonio civi­le, e, soprattutto, per ricordare che la nobile tradizione libera­le difende la libertà di ciascuno di vivere con chi vuole e come vuole, ma non si è mai sognata di invocare dallo Stato e dalle leggi la certificazione e l'aval­lo del proprio modo di vivere. Laici e liberali, poi, se guar­dano con rispetto alle tutele sociali che si sono andate affer­mando a favore della famiglia come fondamento della società e impegno per la prole, non si sono mai sognati, e credo non debbano sognarsi ora, di mar­ciare verso pensioni di reversi­bilità per tutti, assegni familia­ri per persone a carico "erga omnes" e bizzarrie di questo genere. Nei confronti di una sinistra che ha smarrito il senso e la forza morale delle sue ori­gini popolari e libertarie, dovremmo affermare con forza la nostra distinzione e la nostra contrapposizione ed evitare di inseguire le banalità e le ovvietà alla moda dei salotti televisivi e giornalistici. Altrettanto dicasi per l'eutanasia e per lo spetta­colo desolante di chi si ostina a chiamare libertà l'assegnazione allo Stato del diritto a porre fine alla vita con tanto di timbro e di delibera. Quanto appunto di più pericoloso e dispotico si possa pensare e agli antipodi della cultura e della libertà.


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Welby, diritto alla libertà

  da Europa del 13 dicembre 2006, di Valerio Zanone

Leggo su Europa del 7 dicembre i rimproveri di Federico Orlando per il silenzio-stampa dei liberali "sto­rici" sui tanti eventi e problemi quo­tidiani che reclamano una voce libe­rale. Mi confesso pro quota colpevo­le e ricorro allo stesso giornale per co­minciare a ravvedermi. Il fatto è che dal 1994 ad oggi le conversioni al li­beralismo hanno confinato nel silen­zio i liberali che non avevano neces­sità di convertirsi. A noi non competeva il benefìicio di diventare liberali perché lo eravamo da sempre. Perso­nalmente ho conosciuto anni quasi di solitudine politica; e confesso   di   avere peccato molte volte di accidia, che nella casistica medievale era appunto il pecca­to tipico dei solitari. Peccato mortale ma non dei peggiori; il superesperto Dante considera quella pi-grizia malinconica meno infame della violenza e della frode.
 
Dalla confessione comincia il ravvedimento. Abbiamo ades­so messo insieme un gruppo di dieci senatori e deputati che ha chiesto ed ottenuto lo status di gruppo italiano dell'Internazio­nale liberale. Non sarà un logo virtuale né una piuma sul cap­pello: concluso il tormentone della legge finanziaria comin­ceremo con il nuovo anno ad ap­plicare al caso italiano i princi­pi e le policies dell'Internazio­nale liberale, che è un punto at­tivo di incontro fra i partiti sto­rici del liberalismo  europeo (specie estinta in Italia) ed i mo­vimenti di liberazione del mon­do extraeuropeo (il liberalismo professato non per tradizione ma per sfida).
 
Fra le priorità di cui i libera­li dell'Internazionale devono oc­cuparsi in Italia sono i diritti della vita e della morte, che Federico Orlando mette nel titolo del suo articolo: "Che pensano i liberali di Welby".
 
All'inizio della legislatura la prudenza nel discutere di euta­nasia e perfino nell'opportunità di non intralciare la preparazio­ne della legge sul testamento biologico, che grazie all'eccel­lente istruttoria condotta nel se­nato da Ignazio Marino dovreb­be nei primi mesi del 2007 con­cludersi con un testo largamen­te condiviso.
 
Ma quando il presidente Na­politano ha rivolto al parlamento la dram­matica   richiesta   di Piergiorgio Welby, il raccordo fra il rifiuto dell'accanimento tera­peutico e la domanda di eutanasia passiva è diventato esplicito; e la legge sul testamento biologico non elude la questione ma la apre. Se il Papa Wojtyla volle tornare alla casa del Padre senza essere attaccato al respiratore artificia­le, non si vede perché ciò sia negato a Welby che lo chiede.
 
Che ne pensano i liberali? La domanda è di quelle cui ciascuno è autorizzato a rispon­dere soltanto per sé. Io penso che un passo importante sia stato compiuto con la Carta dei diritti dell'Unione europea; e che arrivare a dotar­la di piena efficacia giuridica sia un'altra importante priorità per i liberali. La Carta ha collocato nel primo titolo dei diritti fon­damentali la dignità della per­sona, specificando che il diritto alla vita composta anzitutto il diritto all'integrità fisica e psi­chica nelle pratiche della medi­cina e della biologia.
 
La nozione che ciascuna persona ha della propria digni­tà si forma nei rapporti rela­zionali con il prossimo e con l'ambiente di vita. Freud mala­to terminale di cancrena chiese ed ottenne l'eutanasia quan­do si avvide che neppure il suo cane riusciva più a stargli in­sieme. L'impossibilità di trova­re una definizione di dignità buona per tutti è un argomen­to per chi pensa che il diritto al­la vita sia essenzialmente un di­ritto alla libertà: di cosa po­tremmo liberamente disporre se non della nostra vita?
 
La vita ci appartiene ed an­che la fine della vita ci appar­tiene. Può accadere per i per­sonaggi storici e per noi co­muni mortali di esprimere nel momento finale il senso più pieno dell'esistenza vissuta. La legge non può condannare a sopravviversi in condizioni di­sperate ed estreme.
 
Il diritto alla vita è un dirit­to alla libertà tanto per l'etica quanto per l'etica religiosa, per­ché la legge non può negare ad alcuno il diritto di obbedire al­la propria fede. Cia­scuno è libero di con­siderare la vita non un diritto umano ma un  dono  divino,  e comportarsi di con­seguenza. Ciò che la legge non può fare è costringere la perso­na a comportarsi come se credesse, perché la fede non si im­pone per legge.
 
Sulle scelte bioetiche i libe­rali devono alzare la voce, nel ri­spetto della libertà e le prime pagine. Mi accontento di qualco­sa di più: che i liberali "storici" ossia fuori catalogo si distin­guano per la noiosa ostinazione della propria coerenza. Se il gruppo italiano dell'Internazio­nale liberale mi incaricasse di trovare un'insegna sceglierei un cartiglio di origine incerta ma di tradizione einaudiana: "con ostinato rigore".


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La pietà vietata per legge

da La Stampa del 13 dicembre 2006, di Mina

Maleducata e impertinente senza preavviso e senza invito, si reca in visita da chiunque non la desideri. D'altra parte, sembra lo faccia apposta a evitare chi, per le più svariate ragioni, vorrebbe con tutte le forze che gli rimangono avere la sua compagnia. Non è comprensiva. E non le capita mai, neanche per caso, di essere giusta. Così, con dispettosa e irragionevole precisione, si presenta a spaccare vite, macellare famiglie, devastare equilibri, sconquassare nazioni intere. Come un cecchino squilibrato colpisce chi si abbarbica con coraggio alla vita e ignora chi implora il suo intervento liberatorio. Tralasciamo di invocarla a rispettare un mandato. Non concediamole l'onore di partecipare ad atti di sensata umanità.

La "cognizione" del dolore insostenibile
Allora a chi rivolgersi per destini non casuali e non soggetti ai suoi capricci? Alla libertà, signore e signori. L'uomo libero non discute la morte, non perde tempo a pensarla, la evita anche se sta morendo o è già morto. L'uomo libero non produce leggi che cerchino di imbrigliare la sua incontenibile sregolatezza. Se proprio a qualcuno viene dato, per convenzione, l'incarico di farsi i fatti degli altri descrivendo come si debba pensare e non soltanto come ci si debba comportare con il prossimo, almeno tenga conto della ragione di ogni suo simile. Uno per uno. Ognuno responsabile della propria preferenza e della "cognizione" del proprio dolore. Recentemente, la sublime, benvenuta grazia ha suggellato la giustificazione dell'eccesso d'amore, altrimenti detto pietà. Il Presidente della Repubblica ha fatto uscire di galera Salvatore Piscitello che dopo trentanove anni di dolore insostenibile aveva "liberato" il figlio Sergio.

Come la Madonna sul Golgota
La disperazione consapevole per la tortura del non riconoscersi più appartiene alla ragione, non preclude la fede, non annulla la storia personale. La pretesa di non assistere agli effetti della nostra inconsistenza sarà anche prepotenza. Ma ancora più prepotente e violento è legiferare a favore dell'obbligo alla sopportazione del dolore e all'impotenza di possibili soccorritori.
Per legge è vietata la pietà, la compassione, la misericordia.
Sul Golgota la Madonna, forse, sente il Figlio implorare: "Padre, perché mi hai abbandonato?". Piange e, senza intenzione blasfema, accetta consolata la veloce risposta divina.
Il vocabolario ci fornisce una parola che dovrebbe essere strettamente associata alla morte quando le si volesse attribuire uno scopo meritevole e una generosa puntualità. Eutanasia.

   
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Il Paese degli scaricabarile
da La Stampa del 13 dicembre 2006, di Michele Ainis

Esiste o no un diritto di morire senza sofferenze? Piergiorgio Welby ha posto questa domanda alla politica; ma come spesso accade, la politica si è mostrata incapace di qualunque decisione. Sicché ha girato la risposta ai giudici, trasformandoli da sentinelle della legalità in legislatori a loro volta. Un ruolo improprio, rispetto al quale il potere giudiziario non ha alcuna investitura. Ma anche un abito che quest'ultimo è costretto a indossare suo malgrado, quando i veti incrociati fra i partiti o la paura di perdere consensi generano lo stallo, la non decisione.

Succede dinanzi a una lacuna normativa, e tuttavia non solo. Nel paese delle 50 mila leggi, succede altresì quando le regole sono incomprensibili, quando si contraddicono a vicenda, quando offendono il senso comune. Nel 1989 fu il caso di Serena Cruz, sottratta all'età di tre anni alla famiglia che l'aveva adottata. Più di recente è stato il caso di Maria, contesa tra un orfanotrofio-lager in Bielorussia e un'altra coppia di genitori adottivi. Oggi è il caso di Welby, sospeso tra il divieto dell'eutanasia e il permesso di ucciderti se puoi farlo con le tue stesse mani. Nel mezzo una legge reticente, nonché un giudice oscillante.

Incidenti stradali demandati al giudice del lavoro
D'altronde anche il sistema giudiziario non è certo un monumento alla chiarezza. In ambito civile abbiamo messo in circolo almeno 7 tipi di processo. I diversi riti si sovrappongono, si rallentano a vicenda, talvolta trattano la medesima questione su due binari separati. Emblematico il caso degli incidenti stradali, demandati alla competenza del giudice del lavoro se coinvolgono persone, del giudice ordinario se riguardano beni. Ma poiché quasi sempre l'incidente danneggia sia cose che persone, il risultato è lo sdoppiamento delle cause. Eppure la domanda di chiarezza nei diritti e nei doveri investe i pilastri del nostro vivere civile. Al fondo, la domanda di Welby è la medesima formulata dal Comitato nazionale di bioetica sin dal 1995, e in questi giorni ripetuta dall'Associazione degli anestesisti. Perché non c'è chiarezza sul concetto di accanimento terapeutico, né su come si gestisca il consenso informato del paziente. E perché c'è inoltre un vuoto sul testamento biologico. Ma spetta alla politica ripianare dubbi e lacune, sia pur pagando qualche oncia d'impopolarità. Come fece nel 1990 Bush circa le direttive di fine vita, dopo una lunga altalena giudiziaria.

Gioco del cerino e caccia all'oracolo di turno
Tuttavia in Italia quasi mai la politica decide di decidere davvero. E allora comincia il gioco del cerino. Come sulle tasse, dove il federalismo scarica dal governo ai municipi la responsabilità d'incrementarle, per compensare i minori trasferimenti dello Stato. O come in questo caso, dove la caccia all'oracolo di turno ha messo in prima fila il Consiglio superiore di sanità, il Comitato di bioetica, una futuribile authority proposta da alcuni parlamentari. Nonché, ovviamente, un tribunale. Non c'è affatto da sorprendersi se in tali ambasce i magistrati rimbalzino la responsabilità sui medici curanti, come ha suggerito la procura di Roma. Se rinviino la pronunzia, come ha fatto ieri il giudice Salvio. E se in ultimo adottino un verdetto in bianco. D'altronde l'esempio proviene dalla Consulta, la magistratura più autorevole: quest'anno il 60% delle sue decisioni sono ordinanze, cioè non decisioni. Ma dopotutto questo è pur sempre il paese di Cadorna, che dopo Caporetto addossò ogni colpa al proprio esercito. Il paese degli scaricabarile.
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