Se vivere è una tortura lasciatemi morire (Giampaolo Pansa)
Articolo pubblicato su L'Espresso
Sto per compiere i settantuno anni e non ho paura di morire. Però vorrei andarmene come mio padre Ernesto. Aveva settantanove anni, stava bene, leggeva tutte le mattine il giornale, i miei articoli a volte gli piacevano, a volte no. E quando mi sentiva, me lo diceva. Aveva il fisico asciutto di chi si è arrampicato per decenni sui pali del telegrafo. Un giorno, dopo il pranzo, è andato a riposare e non si è più svegliato.
Tutte le sere, prima di dormire, penso a lui e a mia madre Giovanna. E li prego di aiutarmi. Anche a lasciare la vita in punta di piedi, senza soffrire e, soprattutto, senza far soffrire chi mi vuole bene. La mia paura è di morire male, dopo essere diventato un'altra persona, dentro un corpo che non comando più, che si è mutato in una prigione dove verrò tormentato giorno e notte. Ecco perché sono a favore dell'eutanasia, del suicidio assistito. E' un reato togliersi la vita? No. Danneggio qualcuno se scelgo di andarmene? Nemmeno. E allora perché la Repubblica italiana, la mia Repubblica, non deve darsi una legge che consenta a chi lo vuole di morire con dignità, un diritto per chiunque?
A dirla tutta, penso che non dovrebbe essere necessaria nessuna legge. Potrebbe bastare la volontà di un cittadino, dichiarata in anticipo. Anche verbalmente. Anche molto tempo prima di ammalarsi. Espressa alla persona che gli è più vicina, la moglie o la compagna, il marito o il compagno, un figlio. E' la libertà di scelta il pilastro di tutte le democrazie. Ma in Italia la libertà di decidere se vivere o morire non esiste, e proprio per chi ne sente di più il bisogno. Basta questo per dire che non siamo una democrazia vera.
Adesso il problema è stato riproposto da una malato senza speranza, Piergiorgio Welby, che vuole mettere fine all'inferno che l'opprime. Welby ha rivolto un appello al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. E il capo dello Stato ha invitato i partiti a riflettere sulla sua tragedia e su quella di tanti italiani come Welby.
Ma i partiti che cavolo hanno fatto? Quel~lo che fanno sempre: hanno cominciato a scannarsi fra di loro. Con interviste, dichiarazioni, comparsate televisive. Insomma, la solita giostra, ormai tanto grottesca da meritare un Bestiario quotidiano, non più settimanale.
In questa giostra, ho ascoltato soltanto due voci favorevoli all'eutanasia senza se e senza ma. Una è quella della Rosa nel Pugno, socialisti più radicali. L'altra è di Rifondazione Comunista. Qui devo fare un'autocritica. Ho sempre sfottuto il Parolaio Rosso, ossia Fausto Bertinotti. Ma adesso devo stringergli la mano e ringraziarlo. E più di lui devo ringraziare il suo ministro alla Solidarietà sociale, Paolo Ferrero. Entrambi hanno capito che dire di no all'eutanasia significa condannare molti italiani a una tortura che può durare anni.
Negli ultimi mesi si è discusso tanto della liceità della tortura in casi eccezionali. Ad esempio, per costringere a parlare chi, con la confessione, può aiutarci a evitare una strage terroristica. Ma della tortura che opprime i malati come Welby non si discute mai. Solo qualcuno ha il giusto coraggio di usare questa parola anche per loro. Lo ha fatto Umberto Veronesi su "Repubblica" del 24 settembre, intervistato da Carlo Brambilla: "Negare l'eutanasia a un paziente che la chiede, in piena lucidità, è una vera e propria tortura fatta ai danni di una persona che è incapace di difendersi, proprio perché è paralizzata".
Il giorno successivo ho incontrato la stessa parola in un articolo di Massimo Numa sulla "Stampa". Raccontava la storia terribile di Adolfo Baravaglia, un biellese di 52 anni. Inchiodato al letto dal 1989 per un incidente, ha scritto un libro con l'aiuto di un insegnante che fa parte di Exit-Italia, l'associazione che teorizza il ricorso al suicidio assistito. Il libro s'intitola: "Perché mi torturate?". Il sottotitolo dice: "Costretto a vivere in una gabbia grande quanto il corpo da 17 anni". Nel maggio 2006, un sondaggio dell'Eurisko ha scoperto che il 69 per cento degli italiani è favorevole a legalizzare l'eutanasia. Oggi per l'Ispo anche il 45 per cento dei cattolici praticanti dice sì alla "morte dolce". Per il sondaggio tra i lettori di "Repubblica" (26 settembre 2006) il 95 per cento è a favore dell'eutanasia. Se in democrazia contano le maggioranze, la legge dovrebbe nascere in pochi giorni. E invece scommetto che non accadrà nulla. Il Vaticano ha già richiamato all'ordine i parlamentari cattolici, mentre quasi tutti i partiti stanno nel disordine più completo.
Basta sfogliare un giornale o guardare un tigì per incontrare la loro baraonda. Lo spettacolo non mi stupisce. Dai partiti non mi aspetto più nulla. Il 9 aprile ho ancora votato, come ho sempre fatto. Ma non credo che lo farò più. Forse sto diventando un anarchico individualista. E se morendo male finirò all'inferno, ogni notte andrò a tirare i piedi ai tanti ras nullafacenti che si credono padri della patria.
Sto per compiere i settantuno anni e non ho paura di morire. Però vorrei andarmene come mio padre Ernesto. Aveva settantanove anni, stava bene, leggeva tutte le mattine il giornale, i miei articoli a volte gli piacevano, a volte no. E quando mi sentiva, me lo diceva. Aveva il fisico asciutto di chi si è arrampicato per decenni sui pali del telegrafo. Un giorno, dopo il pranzo, è andato a riposare e non si è più svegliato.
Tutte le sere, prima di dormire, penso a lui e a mia madre Giovanna. E li prego di aiutarmi. Anche a lasciare la vita in punta di piedi, senza soffrire e, soprattutto, senza far soffrire chi mi vuole bene. La mia paura è di morire male, dopo essere diventato un'altra persona, dentro un corpo che non comando più, che si è mutato in una prigione dove verrò tormentato giorno e notte. Ecco perché sono a favore dell'eutanasia, del suicidio assistito. E' un reato togliersi la vita? No. Danneggio qualcuno se scelgo di andarmene? Nemmeno. E allora perché la Repubblica italiana, la mia Repubblica, non deve darsi una legge che consenta a chi lo vuole di morire con dignità, un diritto per chiunque?
A dirla tutta, penso che non dovrebbe essere necessaria nessuna legge. Potrebbe bastare la volontà di un cittadino, dichiarata in anticipo. Anche verbalmente. Anche molto tempo prima di ammalarsi. Espressa alla persona che gli è più vicina, la moglie o la compagna, il marito o il compagno, un figlio. E' la libertà di scelta il pilastro di tutte le democrazie. Ma in Italia la libertà di decidere se vivere o morire non esiste, e proprio per chi ne sente di più il bisogno. Basta questo per dire che non siamo una democrazia vera.
Adesso il problema è stato riproposto da una malato senza speranza, Piergiorgio Welby, che vuole mettere fine all'inferno che l'opprime. Welby ha rivolto un appello al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. E il capo dello Stato ha invitato i partiti a riflettere sulla sua tragedia e su quella di tanti italiani come Welby.
Ma i partiti che cavolo hanno fatto? Quel~lo che fanno sempre: hanno cominciato a scannarsi fra di loro. Con interviste, dichiarazioni, comparsate televisive. Insomma, la solita giostra, ormai tanto grottesca da meritare un Bestiario quotidiano, non più settimanale.
In questa giostra, ho ascoltato soltanto due voci favorevoli all'eutanasia senza se e senza ma. Una è quella della Rosa nel Pugno, socialisti più radicali. L'altra è di Rifondazione Comunista. Qui devo fare un'autocritica. Ho sempre sfottuto il Parolaio Rosso, ossia Fausto Bertinotti. Ma adesso devo stringergli la mano e ringraziarlo. E più di lui devo ringraziare il suo ministro alla Solidarietà sociale, Paolo Ferrero. Entrambi hanno capito che dire di no all'eutanasia significa condannare molti italiani a una tortura che può durare anni.
Negli ultimi mesi si è discusso tanto della liceità della tortura in casi eccezionali. Ad esempio, per costringere a parlare chi, con la confessione, può aiutarci a evitare una strage terroristica. Ma della tortura che opprime i malati come Welby non si discute mai. Solo qualcuno ha il giusto coraggio di usare questa parola anche per loro. Lo ha fatto Umberto Veronesi su "Repubblica" del 24 settembre, intervistato da Carlo Brambilla: "Negare l'eutanasia a un paziente che la chiede, in piena lucidità, è una vera e propria tortura fatta ai danni di una persona che è incapace di difendersi, proprio perché è paralizzata".
Il giorno successivo ho incontrato la stessa parola in un articolo di Massimo Numa sulla "Stampa". Raccontava la storia terribile di Adolfo Baravaglia, un biellese di 52 anni. Inchiodato al letto dal 1989 per un incidente, ha scritto un libro con l'aiuto di un insegnante che fa parte di Exit-Italia, l'associazione che teorizza il ricorso al suicidio assistito. Il libro s'intitola: "Perché mi torturate?". Il sottotitolo dice: "Costretto a vivere in una gabbia grande quanto il corpo da 17 anni". Nel maggio 2006, un sondaggio dell'Eurisko ha scoperto che il 69 per cento degli italiani è favorevole a legalizzare l'eutanasia. Oggi per l'Ispo anche il 45 per cento dei cattolici praticanti dice sì alla "morte dolce". Per il sondaggio tra i lettori di "Repubblica" (26 settembre 2006) il 95 per cento è a favore dell'eutanasia. Se in democrazia contano le maggioranze, la legge dovrebbe nascere in pochi giorni. E invece scommetto che non accadrà nulla. Il Vaticano ha già richiamato all'ordine i parlamentari cattolici, mentre quasi tutti i partiti stanno nel disordine più completo.
Basta sfogliare un giornale o guardare un tigì per incontrare la loro baraonda. Lo spettacolo non mi stupisce. Dai partiti non mi aspetto più nulla. Il 9 aprile ho ancora votato, come ho sempre fatto. Ma non credo che lo farò più. Forse sto diventando un anarchico individualista. E se morendo male finirò all'inferno, ogni notte andrò a tirare i piedi ai tanti ras nullafacenti che si credono padri della patria.
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