Si' ad espulsione malata di Aids anche in mancanza di cure adeguate nel Paese d'origine
La Gran Bretagna ha avuto oggi luce verde dall'Europa per rimpatriare a forza una donna ugandese malata di Aids che da dieci anni si batte per rimanere in Gran Bretagna - dove e' entrata illegalmente sotto falso nome - sostenendo che nel paese natio sarebbe condannata a morte sicura per mancanza di cure adeguate.
Trentaquattro anni, residente nel quartiere londinese di Clapham, identificata solo con la lettera 'N' nei documenti processuali, la donna ha perso oggi la battaglia finale della sua lunga guerra: a Strasburgo, con 14 voti a favore e tre contro, la Corte europea dei diritti umani ha sentenziato che se la rispedisce in Uganda il Regno Unito non commette nulla di illegale e non viola nessuno dei suoi diritti fondamentali.
L'ugandese ha fatto di tutto per restare il Gran Bretagna dopo che nel 1998 le e' stata diagnosticata la terribile sindrome del sistema immunitario: i suoi avvocati hanno tentato di bloccarne la deportazione dapprima sostenendo che in patria avrebbe rischiato lo stupro e la morte per mano dei ribelli e argomentando poi che in Uganda l'Aids l'avrebbe uccisa in meno di un anno a causa delle enormi carenze nel campo dell'assistenza sanitaria.
Il ministero britannico degli Interni non ne ha pero' voluto sapere: ha considerato 'non credibili' i rischi di stupro e uccisione accampati dalla donna e ha controbattuto che in Uganda le cure per l'Aids sono si' inferiori a quelle disponibili in Gran Bretagna ma comunque esistono e sono 'paragonabili a quelle degli altri Paesi africani'.
Trentaquattro anni, residente nel quartiere londinese di Clapham, identificata solo con la lettera 'N' nei documenti processuali, la donna ha perso oggi la battaglia finale della sua lunga guerra: a Strasburgo, con 14 voti a favore e tre contro, la Corte europea dei diritti umani ha sentenziato che se la rispedisce in Uganda il Regno Unito non commette nulla di illegale e non viola nessuno dei suoi diritti fondamentali.
L'ugandese ha fatto di tutto per restare il Gran Bretagna dopo che nel 1998 le e' stata diagnosticata la terribile sindrome del sistema immunitario: i suoi avvocati hanno tentato di bloccarne la deportazione dapprima sostenendo che in patria avrebbe rischiato lo stupro e la morte per mano dei ribelli e argomentando poi che in Uganda l'Aids l'avrebbe uccisa in meno di un anno a causa delle enormi carenze nel campo dell'assistenza sanitaria.
Il ministero britannico degli Interni non ne ha pero' voluto sapere: ha considerato 'non credibili' i rischi di stupro e uccisione accampati dalla donna e ha controbattuto che in Uganda le cure per l'Aids sono si' inferiori a quelle disponibili in Gran Bretagna ma comunque esistono e sono 'paragonabili a quelle degli altri Paesi africani'.
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