Lo spazio del cibo è sempre più digitale, ma cresce anche la voglia di tornare alla prossimità. Rapporto Camst-Censis
Lo spazio del cibo è sempre più digitale, ma cresce anche la voglia di tornare alla prossimità. Lo smart working sembra infatti aver tradito alcune delle sue promesse e, mentre sui social si raccontano sempre di più i riti quotidiani legati al cibo, nei luoghi di lavoro torna a farsi sentire il bisogno di condividere il momento della pausa.
È quanto emerge dal 2° Rapporto Camst-Censis “Lo spazio e il cibo – Nuove geografie della socialità”, presentato oggi a Bologna. La ricerca analizza la relazione che le persone hanno con i luoghi individuali e collettivi del cibo durante la giornata lavorativa, mettendo a confronto dimensione fisica e digitale, sfera privata e pubblica, vecchie e nuove ritualità.
I numeri raccontano un rapporto sempre più stretto tra cibo, social e vita quotidiana. L’80,7% degli intervistati pubblica online contenuti legati ai riti quotidiani del cibo, mentre il 63,8% sceglie bar, ristoranti e locali anche in base alla loro “instagrammabilità”.
Ma quando si parla di lavoro e pausa pranzo emergono anche alcune contraddizioni. Il 36,2% degli smart worker dichiara di saltare spesso il pranzo o di mangiare mentre continua a lavorare e il 60,1% di chi lavora in modalità agile sperimenta almeno una conseguenza negativa legata alla pausa pranzo.
La voglia di tornare a condividere il momento del pasto è evidente anche tra chi lavora in modalità mista: il 58,5% tornerebbe in ufficio a fronte di spazi e servizi dedicati alla condivisione del cibo. E per l’82,2% dei lavoratori la pausa condivisa contribuisce a costruire un maggiore senso di appartenenza.
Il cibo non è più soltanto nutrimento
Il Rapporto parte da una considerazione: mangiare non significa soltanto nutrirsi, ma anche comunicare, costruire relazioni e raccontare sé stessi.
“Si pubblicano sui social contenuti di eventi di vita reale che si desidera raccontare, condividere con gli altri. Ognuno è regista del proprio storytelling fatto delle cose di sé che si desidera mostrare. Pertanto, l’identità digitale è autentica tanto quanto quella fisica, in un intreccio tra spazio pubblico e privato dai confini sfumati. Esempio emblematico di tale dinamica è il cibo, non più solo nutrimento perché ha assunto una molteplicità di significati legati a identità, senso di appartenenza”, ha dichiarato Massimiliano Valerii, consigliere delegato del Censis.
“Dai momenti di convivialità intorno al cibo alla scelta di ristoranti e piatti orientata dai post sui social, emerge l’intreccio tra digitale e realtà fisica che coinvolge anche la relazionalità tra persone, con il reciproco rinforzarsi delle relazioni sui social e di quelle nella piazza fisica”, ha aggiunto Valerii.
Le persone pubblicano sui social contenuti legati a eventi della propria vita reale che desiderano raccontare e condividere. Ognuno diventa così regista del proprio storytelling, scegliendo cosa mostrare di sé e quali momenti ritiene più significativi.
L’identità digitale diventa quindi tanto autentica quanto quella reale e fisica, all’interno di uno spazio in cui i confini tra pubblico e privato diventano sempre più sfumati.
Il cibo è uno dei protagonisti di questa trasformazione. Non rappresenta più soltanto un bisogno primario, ma assume significati legati all’identità e al senso di appartenenza. Un’evoluzione che si intreccia con l’utilizzo quotidiano e sempre più diffuso dei social e con la costruzione, scelta dalle singole persone, della propria identità pubblica.
Social e vita reale si incontrano a tavola
La presenza dei social non significa però che i luoghi fisici della socialità abbiano perso importanza. Al contrario, la ricerca evidenzia come piazze, strade ed esercizi pubblici continuino a essere spazi fondamentali per incontrarsi e costruire relazioni di prossimità.
Esperienza fisica e digitale non si escludono quindi a vicenda, ma si intrecciano, aumentando le possibilità di relazione offerte dai due mondi.
La presentazione del Rapporto si è svolta questa mattina a Bologna, a Palazzo de Toschi, ed è stata accompagnata da una riflessione alla quale hanno partecipato, oltre a Massimiliano Valerii, consigliere delegato del Censis, e Sara Lena, ricercatrice dell’Area consumi, mercati e welfare dello stesso Istituto, anche Elena Granata, urbanista e docente presso il Politecnico di Milano, Luca Locatelli, fotografo due volte vincitore del World Press Photo e autore di diverse ricognizioni sui luoghi futuribili di produzione del cibo, Maura Gancitano, filosofa e co-fondatrice del progetto culturale Tlon, e Francesco Malaguti, presidente di Camst.
L’evento è stato coordinato dal giornalista e conduttore radiofonico Filippo Solibello.
La convivialità migliora la qualità della vita
Secondo il Rapporto, accanto all’utilizzo ormai consolidato dei canali digitali resta forte il bisogno di condividere spazi fisici, come piazze, strade ed esercizi pubblici, dove la presenza contemporanea delle persone favorisce la costruzione di relazioni.
A questi luoghi viene riconosciuta una funzione importante per il benessere individuale e collettivo. Per l’80,8% degli intervistati migliorano la vivibilità dei territori, per il 79,9% contribuiscono alla qualità della vita collettiva e per il 79,5% rendono tangibile uno degli elementi più caratteristici della cultura italiana: la convivialità.
Il cibo si colloca naturalmente al centro di questa dinamica e si conferma uno dei principali elementi capaci di favorire la socialità.
Il cibo diventa protagonista della propria identità sui social
Il Rapporto evidenzia quanto raccontare sé stessi e la propria vita privata sui social, anche attraverso le immagini, sia ormai diventato un comportamento quotidiano per milioni di persone.
L’85,5% del campione possiede un profilo social e oltre un lavoratore su due, pari al 56,4%, pubblica contenuti con una certa frequenza.
In questa rappresentazione il cibo ha un ruolo di primo piano. L’80,7% degli intervistati pubblica online contenuti relativi ai riti quotidiani del cibo, come pranzi, cene e aperitivi. Il 77,5% pubblica contenuti relativi agli esercizi pubblici frequentati, come ristoranti, bar o enoteche, mentre il 68,7% cura l’aspetto visivo del piatto per pubblicarne foto o video sul web.
La cultura food-social non rimane però confinata alla dimensione online, ma influenza anche le scelte concrete.
L’80,5% dei lavoratori dichiara di scegliere un bar, un ristorante, un pub o un altro locale sulla base di quanto visto o consigliato sui social. Il 63,8% valuta inoltre bar, ristoranti e locali anche in base alla loro instagrammabilità.
La pausa pranzo ai tempi dello smart working
Il rapporto tra spazio fisico e digitale riguarda anche uno dei momenti più tradizionali della giornata lavorativa: la pausa pranzo.
Ed è proprio qui che la ricerca mette in evidenza una certa delusione rispetto alle promesse dello smart working.
Il 54,7% dei lavoratori dichiara di mangiare prevalentemente da solo, una percentuale che scende al 39,2% tra coloro che lavorano abitualmente in presenza in azienda.
Il 36,2% afferma inoltre di saltare spesso il pranzo oppure di mangiare mentre continua a lavorare.
A questi aspetti si aggiunge la difficoltà di organizzare il pasto: il 34,9% dichiara infatti di essere stressato dal doversi preparare da mangiare quando lavora in smart working.
Il lavoro agile sembra inoltre far percepire maggiormente la mancanza dei colleghi. Lo segnala il 29,6% degli intervistati, circa una persona su tre. Il 26,6% ritiene invece che l’assenza del pranzo condiviso abbia ricadute negative sul lavoro.
Nel complesso, al 60,1% dei dipendenti capita di vivere almeno una delle penalità indicate dalla ricerca, mentre per il 37% si tratta di una quota significativa di queste conseguenze.
La voglia di mangiare insieme torna in ufficio
La necessità di recuperare momenti di condivisione non riguarda però soltanto chi lavora da casa.
È il campione nel suo complesso a esprimere l’esigenza di ricostruire occasioni di convivialità. L’85,2% degli intervistati ritiene che un pranzo piacevole favorisca buoni rapporti con i colleghi.
Per l’82,2%, inoltre, la pausa pranzo condivisa contribuisce a creare un maggiore senso di appartenenza al team di lavoro, mentre il 54,2% la considera utile anche per scambiare informazioni.
La pausa pranzo, quindi, non viene percepita soltanto come un momento dedicato al cibo, ma anche come un’occasione per stare insieme, confrontarsi e rafforzare i rapporti tra colleghi.
Lo spazio per mangiare diventa importante anche per le aziende
In questo scenario, lo spazio dedicato al cibo all’interno dell’azienda assume un ruolo nuovo.
Se un tempo il food space coincideva soprattutto con la mensa aziendale, oggi può assumere forme diverse e diventare anche un elemento importante per rendere un’azienda più attrattiva, il cosiddetto “employer branding”.
Oltre la metà di chi lavora in modalità mista, il 58,5%, tornerebbe volentieri in ufficio a fronte di migliori spazi e servizi dedicati alla condivisione del cibo.
La quasi totalità del campione, il 90%, considera inoltre l’offerta di uno spazio adeguato dove mangiare un importante segnale di attenzione da parte dell’impresa.
Tra le caratteristiche considerate più importanti ci sono la qualità del cibo, indicata dall’87,3% degli intervistati, e la velocità del servizio, indicata dall’86,7%.
Seguono la piacevolezza dell’ambiente, per l’86,5%, la varietà e la personalizzazione dell’offerta, per l’82,3%, e la possibilità di accedere al servizio in modo continuativo durante la giornata, indicata dal 75,8%.
“Il desiderio di condividere resta forte”
“I risultati del Rapporto ci invitano a guardare al cibo come a un elemento capace di creare relazioni, generare benessere e rafforzare il senso di comunità. In una società sempre più digitale, il desiderio di condividere momenti di prossimità resta forte, nella vita privata come nei contesti di lavoro”, ha commentato Francesco Malaguti, presidente di Camst.
“In questo scenario, gli spazi dedicati alla pausa e alla convivialità assumono un valore nuovo: non sono semplicemente luoghi in cui consumare un pasto, ma occasioni di incontro, scambio e appartenenza. Come Camst vogliamo contribuire a questa evoluzione, mettendo la nostra esperienza al servizio delle persone e delle imprese e sviluppando modelli di ristorazione capaci di accompagnare i cambiamenti della società e dei modi di vivere il cibo”, ha aggiunto.
Una nuova geografia della socialità
Il quadro che emerge dal Rapporto Camst-Censis è quindi quello di una società nella quale digitale e vita reale convivono e si rafforzano a vicenda.
Da una parte il cibo viene raccontato, fotografato, condiviso e utilizzato per costruire la propria identità sui social. Dall’altra, proprio la crescente dimensione digitale sembra rendere ancora più evidente il valore degli spazi fisici e dei momenti di incontro.
Per le aziende il messaggio appare altrettanto chiaro: condividere il cibo in presenza resta un’esigenza sentita dai lavoratori e può diventare l’occasione per ripensare gli spazi, immaginandoli più aperti e flessibili.
Per la società nel suo complesso, i dati invitano invece a riflettere sul benessere e sulla qualità delle relazioni, dentro e fuori i luoghi di lavoro, in un momento in cui il cibo continua a essere molto più di ciò che mettiamo nel piatto.
(FoodAffairs.it)