Studio "presenze trasparenti" sui diniegati
Sono uomini con un livello medio-alto di istruzione, provenienti dal Continente africano, dall'Afghanistan, dal Kurdistan, presenti in Italia da oltre un anno e giunti nel Belpaese viaggiando per mare e approdando sulle coste siciliane o pugliesi ed il loro primo incontro sul territorio italiano e' stato con le forze di polizia. E' questa la fotografia dei cosiddetti 'diniegati' scattata dallo studio 'Presenze trasparenti' condotto da Caritas, Centro Astalli, Casa dei diritti sociali e Federazione delle Chiese Evangeliche e presentato ieri. La ricerca prende in esame coloro che, migranti o apolidi, si sono visti rifiutare la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato non essendo stati riscontrati i motivi previsti dall'articolo 1 della Convenzione di Ginevra. Sono 33 le storie di richiedenti diniegati che vivono a Roma analizzate nello studio e tra loro c'e' solo una donna proveniente dalla Turchia perche', come spiegano gli analisti, e' particolarmente difficoltoso il viaggio verso l'Italia. In prevalenza single, solo 8 diniegati su 28 si dichiarano coniugati, l'analisi dei dati mostra che 16 su 29 intervistati provengono dall'Africa, 9 da paesi dell'Europa orientale, 2 dall'Asia e 1 dall'America Latina. Se si analizzano le nazionalita' si conferma che la maggior parte dei soggetti proviene da Paesi coinvolti in conflitti o da Stati dove non sono rispettati i diritti umani fondamentali.
E la scelta dell'Italia come destinazione e' spesso determinata dall'accessibilita' del Paese di arrivo o dalla presenza, nello stesso, di familiari o conoscenti che possono agevolare il percorso di ingresso e di integrazione. Nel gruppo intervistato il viaggio e' stato per lo piu' via mare, per cui il mezzo di trasporto maggiormente utilizzato e' la nave o il gommone (22 casi su 29), e 17 diniegati su 24 rispondenti dichiarano di aver avuto i primi contatti con le forze dell'ordine italiane (polizia o carabinieri) e 9 (sempre su 24 risposte valide) hanno detto che il primo alloggio e' stato un Centro di trattenimento o un Centro di accoglienza. Rispetto all'iter per la richiesta di asilo, 10 diniegati su 28 hanno dichiarato di sapere della possibilita' di richiedere asilo in Italia gia' prima di arrivare, mentre 11 lo hanno appreso al momento dell'arrivo e 22 su 29 diniegati hanno presentato domanda entro il primo mese (di questi, 11 hanno presentato domanda all'arrivo). Circa la procedura, le Organizzazioni operanti nel CID (per quanti vi abbiamo alloggiato) sono state il maggiore canale informativo, ma anche le Forze dell'ordine e i connazionali.
Tuttavia, per la maggior parte (14 casi su 25) le informazioni sono state date in una lingua veicolare (inglese o francese) e solo alcuni (13 su 29) hanno avuto un aiuto nella preparazione dell'incontro con la Commissione (ed esclusivamente da Organizzazioni non profit).
L'audizione alla Commissione e' avvenuta entro un mese per 13 diniegati su 28, pero' in 10 casi il richiedente ha dovuto attendere piu' di 6 mesi o anche oltre un anno. La durata dell' intervista e' stata inferiore ai 30 minuti per 18 casi su 28. L' intervista - come spiega la Caritas - si e' svolta nella lingua madre per 4 richiedenti (su 26 rispondenti), mentre e' consueto utilizzare un interprete (in 11 casi su 26, anche se 4 diniegati hanno dichiarato che, secondo loro, l'interprete non era all'altezza) o una lingua veicolare (10 situazioni), molto raro e' l'italiano (nel gruppo considerato si e' registrato un solo caso). La possibilita' di comunicare e di raccontare la propria storia e' particolarmente rilevante - spiega lo studio - considerato che nel tempo a disposizione 7 richiedenti hanno dichiarato di essersi emozionati e, per questo, di non aver presentato in modo adeguato la propria storia, o di non aver avuto modo di raccontarla (9 su 29). Da considerare, pero', che rispetto al collettivo di riferimento di 29 persone che hanno avuto il diniego, a 4 e' stato riconosciuto il permesso per protezione umanitaria. Nella ricerca si ricorda tuttavia che il cambiamento delle procedure e delle modalita' organizzative stabilite con la legge 189/2002 e rese operative a partire dall'aprile 2005, con l'istituzione delle Commissioni territoriali, ha fatto accorciare di molto i tempi di disbrigo delle pratiche dei richiedenti asilo e, conseguentemente, si e' abbreviato l' iter per il riconoscimento dello status. Lo studio analizza poi i percorsi di formazione ricevuti (al di la' di quelli organizzati presso i Centri di accoglienza), nonostante il diniego da parte della Commissione per il riconoscimento dello status, ben 25 persone (su 29 rispondenti) hanno dichiarato di aver avuto la possibilita' di frequentare dei corsi, e di questi 25 solo in 5 casi il corso era iniziato gia' prima del diniego. In realta' - spiega la Caritas - la formazione non garantisce la sopravvivenza, e 13 diniegati su 29 hanno dichiarato di non lavorare e di non aver lavorato.
Quanto all'assistenza sanitaria 13 su 29 non sono mai stati iscritti al Servizio Sanitario Nazionale, altre 4 persone (e quindi in totale 17 diniegati) non risultano essere ora iscritte, mentre 20 diniegati su 22 non hanno il tesserino STP (Straniero Temporaneamente Presente) che consente loro di ricevere le cure mediche necessarie anche a chi non e' in possesso di un permesso di soggiorno.
E la scelta dell'Italia come destinazione e' spesso determinata dall'accessibilita' del Paese di arrivo o dalla presenza, nello stesso, di familiari o conoscenti che possono agevolare il percorso di ingresso e di integrazione. Nel gruppo intervistato il viaggio e' stato per lo piu' via mare, per cui il mezzo di trasporto maggiormente utilizzato e' la nave o il gommone (22 casi su 29), e 17 diniegati su 24 rispondenti dichiarano di aver avuto i primi contatti con le forze dell'ordine italiane (polizia o carabinieri) e 9 (sempre su 24 risposte valide) hanno detto che il primo alloggio e' stato un Centro di trattenimento o un Centro di accoglienza. Rispetto all'iter per la richiesta di asilo, 10 diniegati su 28 hanno dichiarato di sapere della possibilita' di richiedere asilo in Italia gia' prima di arrivare, mentre 11 lo hanno appreso al momento dell'arrivo e 22 su 29 diniegati hanno presentato domanda entro il primo mese (di questi, 11 hanno presentato domanda all'arrivo). Circa la procedura, le Organizzazioni operanti nel CID (per quanti vi abbiamo alloggiato) sono state il maggiore canale informativo, ma anche le Forze dell'ordine e i connazionali.
Tuttavia, per la maggior parte (14 casi su 25) le informazioni sono state date in una lingua veicolare (inglese o francese) e solo alcuni (13 su 29) hanno avuto un aiuto nella preparazione dell'incontro con la Commissione (ed esclusivamente da Organizzazioni non profit).
L'audizione alla Commissione e' avvenuta entro un mese per 13 diniegati su 28, pero' in 10 casi il richiedente ha dovuto attendere piu' di 6 mesi o anche oltre un anno. La durata dell' intervista e' stata inferiore ai 30 minuti per 18 casi su 28. L' intervista - come spiega la Caritas - si e' svolta nella lingua madre per 4 richiedenti (su 26 rispondenti), mentre e' consueto utilizzare un interprete (in 11 casi su 26, anche se 4 diniegati hanno dichiarato che, secondo loro, l'interprete non era all'altezza) o una lingua veicolare (10 situazioni), molto raro e' l'italiano (nel gruppo considerato si e' registrato un solo caso). La possibilita' di comunicare e di raccontare la propria storia e' particolarmente rilevante - spiega lo studio - considerato che nel tempo a disposizione 7 richiedenti hanno dichiarato di essersi emozionati e, per questo, di non aver presentato in modo adeguato la propria storia, o di non aver avuto modo di raccontarla (9 su 29). Da considerare, pero', che rispetto al collettivo di riferimento di 29 persone che hanno avuto il diniego, a 4 e' stato riconosciuto il permesso per protezione umanitaria. Nella ricerca si ricorda tuttavia che il cambiamento delle procedure e delle modalita' organizzative stabilite con la legge 189/2002 e rese operative a partire dall'aprile 2005, con l'istituzione delle Commissioni territoriali, ha fatto accorciare di molto i tempi di disbrigo delle pratiche dei richiedenti asilo e, conseguentemente, si e' abbreviato l' iter per il riconoscimento dello status. Lo studio analizza poi i percorsi di formazione ricevuti (al di la' di quelli organizzati presso i Centri di accoglienza), nonostante il diniego da parte della Commissione per il riconoscimento dello status, ben 25 persone (su 29 rispondenti) hanno dichiarato di aver avuto la possibilita' di frequentare dei corsi, e di questi 25 solo in 5 casi il corso era iniziato gia' prima del diniego. In realta' - spiega la Caritas - la formazione non garantisce la sopravvivenza, e 13 diniegati su 29 hanno dichiarato di non lavorare e di non aver lavorato.
Quanto all'assistenza sanitaria 13 su 29 non sono mai stati iscritti al Servizio Sanitario Nazionale, altre 4 persone (e quindi in totale 17 diniegati) non risultano essere ora iscritte, mentre 20 diniegati su 22 non hanno il tesserino STP (Straniero Temporaneamente Presente) che consente loro di ricevere le cure mediche necessarie anche a chi non e' in possesso di un permesso di soggiorno.
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