Svizzera. Tribunale: assistenza al suicidio anche per malati psichici
In Svizzera i medici possono fornire assistenza al suicidio anche ai malati psichici. Lo ha stabilito il Tribunale federale. In una sentenza di principio, la massima autorità giudiziaria elvetica precisa però che è vietato fornire senza ricetta medica alle organizzazioni impegnate nell'assistenza al suicidio la sostanza attiva assunta in tali casi.
La decisione interviene dopo il ricorso di un malato con manie depressive che, dopo aver tentato il suicidio due volte, nel 2004 aveva chiesto aiuto all'organizzazione 'Dignitas' perché lo aiutasse a morire. Tutti i medici interpellati si erano però rifiutati di fornirgli la ricetta per ottenere i 15 grammi di sodio pentobarbital necessari. L'uomo aveva quindi chiesto alle autorità del Canton Zurigo e della Confederazione di accordare a Dignitas il diritto di procurarsi, senza ricetta medica, la sostanza mortale. Aveva però ottenuto una risposta negativa. La richiesta è stata respinta anche dai giudici federali. I quali tuttavia, riferendosi alla Convenzione europea per i diritti umani, ritengono che la possibilità di darsi la morte debba essere garantita a qualsiasi individuo. A loro avviso, però, lo Stato non è tenuto a concedere alle organizzazioni di assistenza al suicidio la possibilità di procurarsi, senza ricetta, il veleno letale. Tale incombenza spetta solo ai medici, nel rispetto delle regole deontologiche.
La Corte di Losanna osserva comunque che questo compito può rivelarsi molto delicato, soprattutto nel caso di malati psichici. È importante -affermano i giudici- che il desiderio di mettere fine alla propria esistenza sia espresso in maniera autonoma. E nel caso di un malato con turbe psichiche può essere necessaria una perizia psichiatrica. La responsabilità di un suicidio, sostiene il Tribunale federale, non può in nessun caso essere affidata alle organizzazioni di assistenza. Stando ad uno studio -indica invece la Corte- in 43 casi di suicidio assistito in cui le vittime sono ricorse ai servizi di Exit, l'altra associazione svizzera di assistenza al suicidio, i fattori psichiatrici o sociali non sono stati valutati a sufficienza.
La decisione interviene dopo il ricorso di un malato con manie depressive che, dopo aver tentato il suicidio due volte, nel 2004 aveva chiesto aiuto all'organizzazione 'Dignitas' perché lo aiutasse a morire. Tutti i medici interpellati si erano però rifiutati di fornirgli la ricetta per ottenere i 15 grammi di sodio pentobarbital necessari. L'uomo aveva quindi chiesto alle autorità del Canton Zurigo e della Confederazione di accordare a Dignitas il diritto di procurarsi, senza ricetta medica, la sostanza mortale. Aveva però ottenuto una risposta negativa. La richiesta è stata respinta anche dai giudici federali. I quali tuttavia, riferendosi alla Convenzione europea per i diritti umani, ritengono che la possibilità di darsi la morte debba essere garantita a qualsiasi individuo. A loro avviso, però, lo Stato non è tenuto a concedere alle organizzazioni di assistenza al suicidio la possibilità di procurarsi, senza ricetta, il veleno letale. Tale incombenza spetta solo ai medici, nel rispetto delle regole deontologiche.
La Corte di Losanna osserva comunque che questo compito può rivelarsi molto delicato, soprattutto nel caso di malati psichici. È importante -affermano i giudici- che il desiderio di mettere fine alla propria esistenza sia espresso in maniera autonoma. E nel caso di un malato con turbe psichiche può essere necessaria una perizia psichiatrica. La responsabilità di un suicidio, sostiene il Tribunale federale, non può in nessun caso essere affidata alle organizzazioni di assistenza. Stando ad uno studio -indica invece la Corte- in 43 casi di suicidio assistito in cui le vittime sono ricorse ai servizi di Exit, l'altra associazione svizzera di assistenza al suicidio, i fattori psichiatrici o sociali non sono stati valutati a sufficienza.
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