Tassazione grandi piattaforme digitali. Verso un accordo Ue/Usa
Gli Stati Uniti non saranno più un porto sicuro per le Big tech. Dopo anni di pressione da parte dell’Unione europea, Washington ha aperto alla possibilità di una tassa digitale globale per le multinazionali del web. L’accordo per una imposta minima che i vari Google, Facebook, Amazon e Apple dovranno pagare in tutti e 139 Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) dove operano – e non solo dove hanno la sede fiscale – potrebbe arrivare entro l’estate, come confermato dal ministro dell’Economia italiano Daniele Franco.
Dalla Commissione europea l’apertura di Yellen è considerata uno sviluppo «molto incoraggiante». Sia Olaf Scholz che Bruno Le Maire, i ministri delle Finanze di Germania e Francia ritengono probabile un accordo entro giugno, la scadenza autoimposta dall’Ocse. Si potrebbe così evitare uno scontro politico tra le due sponde dell’Atlantico che sarebbe potuto arrivare tra pochi mesi. Infatti nel novembre 2020 il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni aveva promesso che senza un’intesa globale in sede Ocse-G20 sulla web tax entro il primo semestre del 2021 Bruxelles avrebbe proposto da sola una tassa digitale per le Big tech.
Per la Commissione Ue il problema delle Big tech è ideologico: il mercato unico europeo si basa sull’ortodossia della concorrenza e in questi anni Bruxelles ha avuto armi spuntate contro le multinazionali che hanno messo la sede fiscale in Stati membri che offrivano trattamenti fiscali favorevoli come Irlanda, Paesi Bassi e Lussemburgo. Non sono bastate le multe e i singoli procedimenti antitrust per costringere le multinazionali a pagare le imposte anche nei Paesi dove operano.
Per gli Stati europei invece il problema è pragmatico: la pandemia ha accelerato la digitalizzazione dell’economia e, senza maggiori imposte per le Big tech che si sono arricchite molto durante questi mesi, sarà impossibile avere le necessarie risorse per aiutare cittadini e imprese superare la crisi economica.
L’apertura di Yellen non garantisce un accordo sicuro ed è improbabile che gli Stati Uniti possano pensare di tassare in modo pesante le aziende americane che già pagano le loro imposte nel Paese. Inoltre, per approvare l’accordo servirà la ratifica da parte del Congresso che ha giurisdizione su qualsiasi cambiamento nella tassazione delle imprese. Numerosi deputati e senatori si erano detti a favore della clausola Safe Harbor come requisito per approvare l’accordo. Il rischio è che le lobby delle Big tech possano fare pressioni per la bocciatura in caso di un accordo svantaggioso.
Sembra un paradosso, ma le stesse multinazionali sarebbero a favore di una imposta comune in tutti gli Stati Ocse, purché minima. L’obiettivo è quello di evitare una multipla tassazione sugli stessi profitti in base alle differenti legislazioni nazionali. Per esempio in Francia è entrata in vigore una tassa sui servizi digitali.
Sia Washington sia Bruxelles vogliono arrivare a un accordo per iniziare con il piede giusto il rilancio dell’Alleanza atlantica voluta dalla nuova amministrazione Biden. Chiudere in pochi mesi la partita della web tax sarebbe un segnale forte a favore del multilateralismo.
(da Europea/Linkiesta del 01/03/2021)
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