Telecomunicazioni: Gheddafi ha il 15% di Retelit
La Libyan post, telecommunication & information technology company (Lptic), presieduta da Mohammad Muammar Gheddafi, detiene il 14,798% di Retelit dal 4 agosto. E' quanto risulta dalle comunicazioni Consob. La societa' araba a fine dicembre aveva siglato un accordo con Sirti, azionista di Retelit con il 6% circa, per la costituzione di una societa' mista (a maggioranza Sirti) in Libia per sviluppare le infrastrutture e i sistemi che fanno capo alla stessa Lptic nel Paese nordafricano.
"Un maggiore intervento dei libici nell'economia italiana sarebbe non solo plausibile ma anche auspicabile e non vedrei nulla di preoccupante se intervenissero anche in Telecom". Giulio Sapelli, ordinario di storia economica presso l'Universita' degli Studi di Milano e membro fra l'altro del World Oil Council, commenta cosi' all'Adnkronos la notizia che la Libia, attraverso la Lybian Post Telecommunications Information Technology Company presieduta direttamente dal colonnello Gheddafi, sia diventata a sorpresa il primo azionista (con il 14,7%) di Retelit, societa' italiana di dorsali per le tlc.
I legami della Jamahiriya con l'Italia sono di antica data e consolidati. Senza risalire fino alla conquista dello 'scatolone di sabbia' da parte della 'Grande proletaria', oggi oltre il 40% dell'export libico, riporta sempre il Cia World Factbook, finisce in Italia, di gran lunga il primo acquirente di merci libiche, tra le quali gli idrocarburi fanno la parte del leone. La Germania, il secondo destinatario dell'export libico, riceve solo il 12,2% del totale. L'Italia e' anche il primo partner della Libia nell'import: il 19% delle importazioni libiche, sempre secondo il Cia World Factbook, arriva dal nostro Paese.
Secondo i dati pubblicati dal Ministero del Commercio con l'Estero (gennaio-aprile 2008), la Libia e' il quinto paese nella graduatoria delle importazioni italiane con il 4,5% del totale, dopo Germania (16%), Francia (8,8%), Cina (5,6%), Paesi Bassi (5,4%). La Libia e' il primo fornitore di petrolio dell'Italia, circostanza che rende i rapporti con Tripoli particolarmente importanti e delicati per il nostro Paese.
Da tempo i libici investono in societa' italiane. Il caso piu' celebre e' quello di Fiat, nel cui capitale la Lafico, banca che fa capo allo Stato libico, entro' nel 1976 con il 9,7%, sotto la regia di Enrico Cuccia, per uscire dieci anni dopo. Lafico e' poi riapparsa nel capitale del Lingotto, con una quota piu' modesta, nel 2002, per tornare sotto il 2% nel 2006.
Dieci anni fa i libici mostravano apertamente ambizioni ancora piu' alte che arrivavano fino a Telecom: "c'e' una societa' che mi piace moltissimo, Telecom.Vedremo se potremo entrarci" disse nel 1998 il gestore dei soldi del Colonnello, oltre che presidente e Ad di Lafico, Mohammed Ali El Huwej. Ora, ai giorni nostri, un investimento libico direttamente in Telecom al fianco o al posto degli spagnoli sarebbe per Sapelli "molto plausibile". "Sarebbero ottimi azionisti - dice lo storico dell'economia - farebbero un investimento a lungo termine. E poi insomma sarebbe un fondo sovrano e dovremmo solo rallegrarci se dovesse entrare, anche se per ora su Telecom stiamo parlando solo al condizionale".
La partita con la Libia d'altra parte e' aperta. Proprio in questo periodo il governo sta cercando di chiudere il contezioso con Tripoli per il periodo coloniale anche se i libici starebbero alzando la posta chiedendo, oltre alla costruzione di un'autostrada, anche quella di alloggi. La domanda che sorge e' se le due partite, contezioso post coloniale e Telecom, possano essere incrociate.
Anche se Fiat e' il caso piu' celebre, la storia degli investimenti libici in Italia non comprende solo le automobili, ma spazia in altri settori, come in quello bancario. La Libyan Arab Foreign Investment Bank ha investito anche nella Banca di Roma, ormai dieci anni fa, nel 1998, restando ancora nel capitale ai tempi della fusione di Capitalia in Unicredit.
Nella storia degli investimenti della Lafico figura anche la Juventus: i libici sono tuttora il secondo socio del club bianconero con il 7,5% dopo l'accomandita che porta il nome di Giovanni Agnelli, l'uomo che nel '76, insieme ad Enrico Cuccia, fece in modo che i libici potessero entrare nel capitale di un grande gruppo occidentale 'sensibile' senza che le alzate di sopracciglio creassero problemi al business. L'Avvocato ricordava bene quanto era avvenuto negli anni '50, quando l'ambasciatrice Claire Booth Luce minaccio' di revocare le commesse militari alla Fiat per via della prevalenza nelle rappresentanze sindacali della Fiom, sindacato allora legato al Pci e quindi sospetto di spionaggio a favore dell'Urss.
Il curriculum della Lafico in Italia include anche un investimento in una societa' tessile, l'Olcese, poi finita nella Finpart. L'interesse della Lafico per l'Olcese risale al 1998 quando El Huwej, pur non avendo ancora acquistato azioni del gruppo tessile, entro' nel consiglio d'amministrazione. All'epoca l'amministratore delegato e direttore generale dell'Olcese (dal 1997 al 2002) era un manager palermitano destinato a fare molta strada: Gaetano Micciche', oggi responsabile Corporate and Investment Banking di Intesa SanPaolo, ad di Banca Imi nonche' consigliere di amministrazione di Telecom Italia.
"Un maggiore intervento dei libici nell'economia italiana sarebbe non solo plausibile ma anche auspicabile e non vedrei nulla di preoccupante se intervenissero anche in Telecom". Giulio Sapelli, ordinario di storia economica presso l'Universita' degli Studi di Milano e membro fra l'altro del World Oil Council, commenta cosi' all'Adnkronos la notizia che la Libia, attraverso la Lybian Post Telecommunications Information Technology Company presieduta direttamente dal colonnello Gheddafi, sia diventata a sorpresa il primo azionista (con il 14,7%) di Retelit, societa' italiana di dorsali per le tlc.
I legami della Jamahiriya con l'Italia sono di antica data e consolidati. Senza risalire fino alla conquista dello 'scatolone di sabbia' da parte della 'Grande proletaria', oggi oltre il 40% dell'export libico, riporta sempre il Cia World Factbook, finisce in Italia, di gran lunga il primo acquirente di merci libiche, tra le quali gli idrocarburi fanno la parte del leone. La Germania, il secondo destinatario dell'export libico, riceve solo il 12,2% del totale. L'Italia e' anche il primo partner della Libia nell'import: il 19% delle importazioni libiche, sempre secondo il Cia World Factbook, arriva dal nostro Paese.
Secondo i dati pubblicati dal Ministero del Commercio con l'Estero (gennaio-aprile 2008), la Libia e' il quinto paese nella graduatoria delle importazioni italiane con il 4,5% del totale, dopo Germania (16%), Francia (8,8%), Cina (5,6%), Paesi Bassi (5,4%). La Libia e' il primo fornitore di petrolio dell'Italia, circostanza che rende i rapporti con Tripoli particolarmente importanti e delicati per il nostro Paese.
Da tempo i libici investono in societa' italiane. Il caso piu' celebre e' quello di Fiat, nel cui capitale la Lafico, banca che fa capo allo Stato libico, entro' nel 1976 con il 9,7%, sotto la regia di Enrico Cuccia, per uscire dieci anni dopo. Lafico e' poi riapparsa nel capitale del Lingotto, con una quota piu' modesta, nel 2002, per tornare sotto il 2% nel 2006.
Dieci anni fa i libici mostravano apertamente ambizioni ancora piu' alte che arrivavano fino a Telecom: "c'e' una societa' che mi piace moltissimo, Telecom.Vedremo se potremo entrarci" disse nel 1998 il gestore dei soldi del Colonnello, oltre che presidente e Ad di Lafico, Mohammed Ali El Huwej. Ora, ai giorni nostri, un investimento libico direttamente in Telecom al fianco o al posto degli spagnoli sarebbe per Sapelli "molto plausibile". "Sarebbero ottimi azionisti - dice lo storico dell'economia - farebbero un investimento a lungo termine. E poi insomma sarebbe un fondo sovrano e dovremmo solo rallegrarci se dovesse entrare, anche se per ora su Telecom stiamo parlando solo al condizionale".
La partita con la Libia d'altra parte e' aperta. Proprio in questo periodo il governo sta cercando di chiudere il contezioso con Tripoli per il periodo coloniale anche se i libici starebbero alzando la posta chiedendo, oltre alla costruzione di un'autostrada, anche quella di alloggi. La domanda che sorge e' se le due partite, contezioso post coloniale e Telecom, possano essere incrociate.
Anche se Fiat e' il caso piu' celebre, la storia degli investimenti libici in Italia non comprende solo le automobili, ma spazia in altri settori, come in quello bancario. La Libyan Arab Foreign Investment Bank ha investito anche nella Banca di Roma, ormai dieci anni fa, nel 1998, restando ancora nel capitale ai tempi della fusione di Capitalia in Unicredit.
Nella storia degli investimenti della Lafico figura anche la Juventus: i libici sono tuttora il secondo socio del club bianconero con il 7,5% dopo l'accomandita che porta il nome di Giovanni Agnelli, l'uomo che nel '76, insieme ad Enrico Cuccia, fece in modo che i libici potessero entrare nel capitale di un grande gruppo occidentale 'sensibile' senza che le alzate di sopracciglio creassero problemi al business. L'Avvocato ricordava bene quanto era avvenuto negli anni '50, quando l'ambasciatrice Claire Booth Luce minaccio' di revocare le commesse militari alla Fiat per via della prevalenza nelle rappresentanze sindacali della Fiom, sindacato allora legato al Pci e quindi sospetto di spionaggio a favore dell'Urss.
Il curriculum della Lafico in Italia include anche un investimento in una societa' tessile, l'Olcese, poi finita nella Finpart. L'interesse della Lafico per l'Olcese risale al 1998 quando El Huwej, pur non avendo ancora acquistato azioni del gruppo tessile, entro' nel consiglio d'amministrazione. All'epoca l'amministratore delegato e direttore generale dell'Olcese (dal 1997 al 2002) era un manager palermitano destinato a fare molta strada: Gaetano Micciche', oggi responsabile Corporate and Investment Banking di Intesa SanPaolo, ad di Banca Imi nonche' consigliere di amministrazione di Telecom Italia.
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