Sabato 6 giugno 2026
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La teoria economica basata sul Big-Mac

MONDO
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Una polpetta di carne e un cetriolo un po' insipido dentro un panino. Roba da poco? Nient'affatto. Ha una grande importanza, invece, e non solo dal punto di vista alimentare, ma anche economico. Da 25 anni, attraverso i prezzi del Big Mac si compara il potere d'acquisto nel mondo. Oggi il risultato più interessante riguarda la Cina.
Nel 1940, quando avviarono l'attività in California, i fratelli Richard e Maurice McDonald non immaginavano certo che il loro hamburger avrebbe ispirato economisti e studiosi politici. Invece, secondo una certa teoria, è improbabile che due Stati, in cui operano i ristoranti McDonald's, si facciano la guerra tra loro. Un'altra compara il potere d'acquisto delle valute servendosi appunto del Big Mac -l'hamburger a due strati della catena di ristorazione veloce.
L'idea venne ad una redattrice della rivista britannica The Economist nel settembre 1986. Il suo "indice Big Mac", dapprima quasi uno scherzo, divenne tanto significativo da essere riproposto ogni anno, e quest'anno si appresta a festeggiare il quarto di secolo.
Big Mac è presente in più di 100 Paesi, praticamente identico negli ingredienti e nella preparazione, per cui il prezzo non dovrebbe variare. Ma proprio confrontando i prezzi di questo prodotto "identico" emerge che una valuta può essere sotto- o sopravvalutata. Si parte dal dollaro statunitense. In Usa il Big Mac oggi costa 4,07 dollari, in Cina l'equivalente di 2,27. Lo yuan sarebbe dunque sottovalutato del 44% rispetto al dollaro. Viceversa, in Svezia, dove al cambio costa 7,64 dollari, la corona è sovrastimata di quasi il 90%. Naturalmente, un'analisi economica approfondita considera anche altri criteri. Ma intanto c'è una prima indicazione.
I concorrenti al Big Mac non mancano. Via via si sono affacciati sulla scena la lattina di birra Starbucks, l'iPod Nano della Apple, lo scaffale componibile billy dell'Ikea. Ma nessuno di loro è riuscito a imporsi.
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