Trattamenti vitali. Suprema corte non chiarisce quando è legale sospenderli
La Suprema Corte ha rigettato il ricorso di un medico condannato per aver praticato l'eutanasia su un paziente nel 1998. La decisione conferma definitivamente la condanna a 18 mesi, sospesa per tre anni, di Setsuko Suda.Oltre dieci anni fa, Suda ha rimosso il tubo della ventilazione polmonare su richiesta della famiglia, secondo la ricostruzione dell'autorità giudiziaria. Ma per il giudice supremo Mutsuo Tahara, il comportamento del medico avrebbe violato la legge che permette, in determinate condizioni (non chiarite), di sospendere i trattamenti cosiddetti vitali. Secondo la Corte, Suda non aveva svolto i necessari test per accertarsi senza ombra di dubbio sulla irreversibilità della condizione del paziente. Inoltre, non avrebbe informato appropriatamente la famiglia, l'unica in grado di prendere questa decisione visto che il paziente non aveva mai espresso la propria volontà. Questo nonostante la famiglia abbia ribadito, nel chiedere l'assoluzione per il medico, di essere stata informata pienamente e di aver chiesto insistentemente la sospensione della ventilazione artificiale.
Si tratta della prima volta che la Corte suprema è stata chiamata a decidere sulla legalità della sospensione delle cure nei pazienti terminali. Nella motivazione non sono però menzionate le condizioni che, secondo i giudici, renderebbero legittima la sospensione. Una situazione di incertezza che sicuramente peserà sul comportamento dei medici che ogni giorno hanno a che fare con pazienti morenti.
"Onestamente, trovo che sia una decisione ingiusta. Mi hanno giudicato come unico responsabile", ha dichiarato Suda.
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