Usa. La Corte Suprema non esamina il caso di Regina McKnight
La Corte Suprema ha rifiutato di prendere in considerazione l'appello di Regina McKnight, la ventiseienne della South Carolina condannata a 12 anni per "omicidio di feto" (aborto spontaneo), a causa dell'assunzione di stupefacenti.Nel 1999, i tribunali della South Carolina iniziarono ad estendere i diritti dei bambini ai feti, comprese, quindi, quelle leggi che stabilivano le pene per chi avesse "ceduto droga ad un minore".
Un intervento positivo della Corte Suprema sul caso era stato chiesto da almeno una ventina di associazioni no-profit, tra le quali la American Nurses Association e la American Public Health Association che temono che la politica persecutoria delle corti di quello Stato contro le donne possa andare ad infierire anche contro chi, in gravidanza faccia uso di alcool e tabacco.
Secondo Windy Anderson del National Advocates for Pregnant Women non e' giusto che "questa donna possa passare in prigione buona parte della sua vita. Non c'era nessun intento criminale in quello che e' successo".
Per la Drug Policy Alliance (gia' Lindesmith Center), invece si e' trattato della prima condanna per omicidio della storia "rivolta ad una donna che aveva avuto un aborto spontaneo".
I procuratori statali insistono invece sul fatto che la McKnight sapeva perfettamente quello che stava facendo: "sapeva di essere in stato interessante e nonostante questo ha continuato a fare uso di cocaina finche' il figlio non e' morto. Questo non e' solo un caso, tragico, di aborto spontaneo", ha detto il procuratore generale Henry McMaster.
I giudici dell'alta corte non hanno dato nessuna ragione per aver rifiutato il caso. La Corte rimane comunque divisa sulle questioni che riguardano l'aborto, e per questo i giudici hanno sempre "girato alla larga" dai casi statali che riguardano questo argomento.
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