Usa. Il muro col Messico potrebbe non essere mai costruito
Il controverso "muro" sul confine meridionale degli Stati Uniti - previsto dalla legge firmata ieri mattina dal presidente George W. Bush - potrebbe non vedere mai la luce. Alla notizia dà rilievo il quotidiano conservatore Washington Times, che riporta le perplessità espresse sia dai promotori della barriera che dai suoi oppositori. A meno di due settimane dalle incertissimo elezioni di metà mandato, il muro potrebbe essere poco più che uno stunt elettorale. La promessa di Bush ai conservatori sociali, l'ala dura del partito repubblicano, di sigillare la frontiera con il Messico al narcotraffico e all'immigrazione clandestina, potrebbe non essere mai mantenuta.
La legge stanzia i fondi per iniziare i lavori ma non chiarisce come i sei miliardi previsti (1,2 già stanziati) saranno effettivamente spesi. Non sono chiari neppure la collocazione, la data dell'inizio dei lavori, i costi dell'operazione. Non c'è fretta: almeno fino al maggio del 2008 per il governo non c'è alcun impegno da rispettare. Parlamenti statali, governatori, governi delle città e delle contee, oltre a consigli tribali dei nativi, hanno potere di veto sulla collocazione della barriera.
Di miliardi di dollari il muro dovrebbe costarne nove. La legge prevede doppie barriere, illuminazione, strade, sensori, telecamere e altri strumenti di controllo ad alta tecnologia. Ma anche se la costruissero, spiega al Times T.J. Bonner, direttore del National Border Patrol Council, che rappresenta oltre 10.000 addetti alla sicurezza sul confine, "la barriera non farebbe nulla contro l'immigrazione clandestina".
L'esperienza dimostra, secondo Bonner, che l'unica cosa che incida sugli ingressi clandestini è il numero del personale assegnato al controllo di una determinata zona, piuttosto che muri o barriere.
Il "muro" inoltre potrebbe essere virtuale. Il segretario del dipartimento di Homeland Security Michael Chertoff ha ipotizzato una barriera fatta di telecamere, sensori del movimento e altri strumenti, piuttosto che una barriera fisica. E proprio il mese scorso è stato assegnato un contratto a Boeing per una sofisticata tecnologia finalizzata al controllo della frontiera.
Silvestre Reyes, un democratico del Texas e da 26 anni agente di confine, ha definito la legge "un prodotto disperato dell'anno elettorale".
Del resto l'idea del muro, fino alla primavera scorsa, non andava giù neppure al presidente Bush, che chiedeva di prevedere il rafforzamento dei controlli di confine nel quadro di una riforma complessiva dell'immigrazione che includesse una sorta di sanatoria per i tredici milioni di clandestini già oggi nel Paese.
Sul tema dell'immigrazione la grande industria - e quindi la corrente liberista del partito repubblicano - trova una insolita convergenza con l'opposizione democratica. Sono i conservatori sociali del partito repubblicano a schierarsi contro l'immigrazione clandestina, non i liberisti alla John McCain, il senatore dell'Arizona che punta a concorrere alla presidenza tra due anni.
Il multiculturalismo e l'impegno sociale non c'entrano. Le valutazioni sono di ordine economico e molti osservatori politici di Washington suggeriscono come la carenza dei controlli al confine con il Messico non sia affatto una coincidenza. Potenti lobby industriali vedono nella presenza nel Paese di manodopera a basso costo una risorsa irrinunciabile e appoggiano la volontà del presidente di regolarizzare con un programma di lavoro temporaneo gli undici milioni di immigrati illegali presenti nel Paese.
La legge stanzia i fondi per iniziare i lavori ma non chiarisce come i sei miliardi previsti (1,2 già stanziati) saranno effettivamente spesi. Non sono chiari neppure la collocazione, la data dell'inizio dei lavori, i costi dell'operazione. Non c'è fretta: almeno fino al maggio del 2008 per il governo non c'è alcun impegno da rispettare. Parlamenti statali, governatori, governi delle città e delle contee, oltre a consigli tribali dei nativi, hanno potere di veto sulla collocazione della barriera.
Di miliardi di dollari il muro dovrebbe costarne nove. La legge prevede doppie barriere, illuminazione, strade, sensori, telecamere e altri strumenti di controllo ad alta tecnologia. Ma anche se la costruissero, spiega al Times T.J. Bonner, direttore del National Border Patrol Council, che rappresenta oltre 10.000 addetti alla sicurezza sul confine, "la barriera non farebbe nulla contro l'immigrazione clandestina".
L'esperienza dimostra, secondo Bonner, che l'unica cosa che incida sugli ingressi clandestini è il numero del personale assegnato al controllo di una determinata zona, piuttosto che muri o barriere.
Il "muro" inoltre potrebbe essere virtuale. Il segretario del dipartimento di Homeland Security Michael Chertoff ha ipotizzato una barriera fatta di telecamere, sensori del movimento e altri strumenti, piuttosto che una barriera fisica. E proprio il mese scorso è stato assegnato un contratto a Boeing per una sofisticata tecnologia finalizzata al controllo della frontiera.
Silvestre Reyes, un democratico del Texas e da 26 anni agente di confine, ha definito la legge "un prodotto disperato dell'anno elettorale".
Del resto l'idea del muro, fino alla primavera scorsa, non andava giù neppure al presidente Bush, che chiedeva di prevedere il rafforzamento dei controlli di confine nel quadro di una riforma complessiva dell'immigrazione che includesse una sorta di sanatoria per i tredici milioni di clandestini già oggi nel Paese.
Sul tema dell'immigrazione la grande industria - e quindi la corrente liberista del partito repubblicano - trova una insolita convergenza con l'opposizione democratica. Sono i conservatori sociali del partito repubblicano a schierarsi contro l'immigrazione clandestina, non i liberisti alla John McCain, il senatore dell'Arizona che punta a concorrere alla presidenza tra due anni.
Il multiculturalismo e l'impegno sociale non c'entrano. Le valutazioni sono di ordine economico e molti osservatori politici di Washington suggeriscono come la carenza dei controlli al confine con il Messico non sia affatto una coincidenza. Potenti lobby industriali vedono nella presenza nel Paese di manodopera a basso costo una risorsa irrinunciabile e appoggiano la volontà del presidente di regolarizzare con un programma di lavoro temporaneo gli undici milioni di immigrati illegali presenti nel Paese.
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