Sabato 6 giugno 2026
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Usa. Premio Nobel a Mario Capecchi per ricerca su staminali embrionali

AMERICHE - USA
Notizia ·
L'italo-americano Mario Capecchi e' tra i vincitori del Nobel per la medicina. Nato a Verona nel 1937, ha compiuto settant'anni appena due giorni fa.
Insieme al collega statunitense Oliver Smithies e al britannico Martin J. Evans e' stato premiato per le ricerche sulle cellule embrionali.
Renato Capecchi era considerato dalla comunita' scientifica internazionale un candidato naturale all'assegnazione del Nobel. Emigrato con la famiglia da Verona negli Stati Uniti quando aveva appena 7 anni, ha ottenuto i piu' importanti riconoscimenti scientifici. Il 12 maggio scorso l'Universita' di Bologna lo aveva insignito della Laurea honoris causa in Biotecnologie mediche.
La sua tesi di dottorato ad Harvard in biologia molecolare, supervisionata dal premio Nobel James D. Watson, verteva sull'analisi dei meccanismi di iniziazione e di terminazione della sintesi proteica.
Capecchi e' diventato famoso per il suo lavoro pionieristico sullo sviluppo del 'gene targeting' nelle cellule staminali di embrioni murini (ES cells). Questa tecnologia e' utilizzata oggi dai ricercatori di tutto il mondo per 'costruire' topi con mutazioni inserite in un qualsiasi gene.
La potenza di questa tecnologia e' tale che il ricercatore puo' scegliere sia quale gene mutare che come farlo. In pratica il ricercatore puo' scegliere come e quali sequenze di Dna del genoma di topo vuole cambiare e cio' permette di valutare in dettaglio la funzione di ogni gene durante lo sviluppo embrionale o nelle fasi successive. Poiche' tutti i fenomeni biologici sono mediati da geni, il 'gene targeting' sta avendo una ricaduta importante su praticamente tutti gli aspetti della biologia dei mammiferi, inclusi gli studi sul cancro, sull'embriogenesi, sull'immunologia, sulla neurobiologia e in pratica su tutte le malattie umane.
Questa tecnologia ha molte applicazioni per la medicina clinica. Infatti attraverso di essa si puo' costruire qualsiasi modello di malattia genetica umana in animali da laboratorio, studiarne l?evoluzione e verificare l?efficacia di potenziali terapie contro la stessa. In un prossimo futuro, poiche' si puo' scegliere quale gene modificare e come, nuovi approcci alla terapia genica basati sul 'gene targeting' potranno essere usati per correggere un gene endogeno difettoso nel tessuto umano appropriato.
Queste nuove strategie di terapia genica mirate saranno percio' dirette alla causa prima della malattia piuttosto che ai sintomi.
Tra i vari riconoscimenti avuti da Mario Renato Capecchi -da anni cittadino statunitense- ci sono il premio Bristol-Myers Squibb (1992); il premio della Fondazione Gairdner (1993); il premio Alfred P. Sloan Jr. (1994); il premio tedesco per la Bioanalisi molecolare (1996); il premio Kyoto (1996); la medaglia Franklin (1997): il premio Rosenblatt (1998); il premio Baxter (1998); il premio italiano Premio Phoenix-Anni Verdi (2000); il premio spagnolo Jimenez-Diaz (2001); la National Medal of Science (2001), la medaglia John Scott (2002) e il premio Wolf Prize (2002/03).
Laureato al college di Antioch nel 1961, prese il Ph.D. in biofisica ad Harvard nel 1967. Nel 1969 divenne assistente della cattedra di biochimica della Harvard School of Medicine per passare ad associato due anni dopo. Nel 1973 lascio' Harvard per la facolta' di medicina dell'Universita' dello Utah dove ancora oggi lavora.
Capecchi e' dal 1991 membro dell'Accademia nazionale statunitense delle Scienze e dell'Accademia europea delle Scienze dal 2002.<<br />
CAPECCHI: SONO UN SOPRAVVISSUTO -
"Sono felice per il Nobel per la Medicina e dentro di me mi sento sempre un sopravvissuto": così il genetista molecolare italo-americano Mario Capecchi commenta in un'intervista alla Stampa il riconoscimento assegnatogli da Oslo.
Un premio Nobel che giudica anche come "un incoraggiamento per i ricercatori italiani" e "un incentivo allo Stato italiano e ai privati affinchè investano nei giovani e nella conoscenza".
Lo scienziato vuole parlare della madre prima che di scienza, di "Lucie Ramburg, una poetessa". "Prima dell'inizio della guerra aveva scritto contro il fascismo e a guerra iniziata aveva continuato, anche contro il nazismo - racconta - mia mamma odiava l'oppressione, la dittatura, la mancanza di libertà e i suoi versi lo dicevano con grande chiarezza. La Gestapo le dava la caccia e la trovò in un maso dell'altopiano del Renon nel 1941.
Venne deportata a Dachau, che allora era un campo di concentramento solo per detenuti politici". Capecchi si ritrova da solo a 4 anni e mezzo, "per strada". "Cercavo cibo, avevo fame - ricorda - dall'età di 4 anni e mezzo fino a 9 anni ho vissuto per le strade di Bolzano, Verona, Reggio Emilia. Il mio unico pensiero era mangiare, evitare i pericoli e sopravvivere. Ero affamato. Ho vissuto giorno per giorno. Non sapevo se avrei mai più rivisto mia madre". La donna lo ritrova in un ospedale di Reggio Emilia il 6 ottobre 1946, proprio "il giorno del mio nono compleanno". "Fu come un miracolo - ricorda - quel giorno tornai a vivere".
Capecchi e la madre si trasferiscono quindi negli Stati Uniti, dove viveva uno zio del Premio Nobel, "e da allora iniziò una nuova vita". Lo scienziato va a scuola "per la prima volta", quindi frequenta il college Antioch dell'Ohio dove studia chimica e fisica, infine studia ad Harvard, dove si laurea in biofisica nel 1967. Il comitato di Oslo ha motivato l'assegnazione del Nobel con gli studi condotti dallo scienziato sui suoi studi sui geni, "grazie a quali è possibile sviluppare tecnologie potenzialmente capaci di trovare soluzioni alle malattie incurabili che ancora affliggono gli uomini".
Capecchi dice di essere ancora legato all'Italia e sottolinea come il Nobel sia arrivato proprio in occasione del Columbus Day, il giorno in cui gli italoamericani celebrano la loro identità: "Il mio Nobel è un incoraggiamento per i ricercatori italiani - conclude - dimostra che lavorando duro, seguendo la passione per la scienza, si può fare molta strada a dispetto di difficoltà terribili come quelle che ho provato. Ma deve essere di incentivo anche allo Stato italiano e ai privati, affinchè investano nei giovani, nella conoscenza, perchè senza risorse non vi sono opportunità. Sono convinto che molti italiani sono in grado di dare contributi importanti alla ricerca nel mondo, ma devono essere aiutati da chi ha gli strumenti per investire nel sapere".

Il 12 maggio scorso Mario Capecchi era stato insignito della laurea honoris causa a Bologna dalla prestigiosa European Genetics Foundation. Con Capecchi la laurea honoris causa venne assegnata anche a Victor A. McKusick, altro luminare della genetica made in Usa. "Siamo felicissimi", ha commentato il professor Giovanni Romeo, ordinario di genetica medica e presidente della European Genetics Foundation. Il professor Romeo ha appreso la notizia da un cronista dell'Agi e ha immediatamente espresso la sua massima soddisfazione: "E' il riconoscimento a una persona che ha fatto una carriera scientifica di altissimo livello.
Capecchi e' allievo di Watson che, a sua volta, discendeva culturalmente da un grande maestro della genetica italiana, Salvador Luria, emigrato negli Stati Uniti nel 1938 per colpa delle leggi razziali. Luria era un allievo di un altro grande della genetica, Giuseppe Levi, dal cui laboratorio torinese sono usciti ben tre premi Nobel: Luria, appunto, Dulbecco e Levi Montalcini".
Un vero e proprio albero genealogico di grandi maestri della genetica, tutti legati tra loro dall'impegno tenace nella ricerca. Ora, ai premi Nobel del laboratorio del professor Levi, si aggiunge, in discendenza diretta, quello di Capecchi, anche lui italiano di origine ma costretto a emigrare con la sua famiglia all'eta' di sette anni, colpito dalle leggi razziali del regime fascista.

"E' molto probabile che l'assegnazione del premio Nobel per la medicina a tre scienziati che hanno studiato le cellule staminali embrionali, compreso l'italiano Mario Capecchi, rappresenti anche un messaggio politico alla comunita' internazionale. Un messaggio di sostegno a questo filone di ricerca avversato da piu' parti per ragioni etiche". Cosi' Giulio Cossu, professore di istologia all'universita' di Milano ed esperto di staminali, commenta il riconoscimento conferito oggi dalla Fondazione Nobel a Mario Capecchi, Oliver Smithies e Martin Evans.
"Tutti i ricercatori del mondo - aggiunge - sono convinti che le cellule staminali, embrionali o adulte, vadano studiate".
"Sulla valutazione scientifica del premio - dice all'ADNKRONOS SALUTE - siamo tutti concordi. Grazie a Capecchi - spiega Cossu - e' ora possibile studiare nei topi le malattie umane basandoci sulla tecnica da lui inventata, quella del gene-targeting, che consente di sostituire un gene sano con uno malato in modelli murini. Martin Evans, invece, e' stato il primo al mondo a coltivare in laboratorio le staminali embrionali". L'esperto italiano sottolinea come le scoperte degli scienziati premiati oggi "abbiano fatto compiere un passo importante nella ricerca, modificando di fatto le sorti di biologia e genetica, cambiando il volto della scienza".
Cossu spiega che grazie alle scoperte di Evans e' possibile oggi studiare le staminali embrionali per realizzare tessuti di ricambio. Con il contributo di Capecchi invece gli scienziati di tutto il mondo possono creare topi di laboratorio, sempre a partire dalle staminali embrionali, che imitino malattie umane. "Per esempio per patologie come la fibrosi cistica, la distrofia, l'emofilia".
L'esperto italiano incalza: "Il probabile significato politico del premio non aggiunge valore a ricerche importantissime. Le divisioni tra staminali embrionali e adulte - conclude - solo solo di natura politica. E non scientifica"

"Piu' che meritato". Cosi' Angelo Vescovi, professore di Biologia cellulare all'universita' di Milano Bicocca, commenta l'assegnazione del premio Nobel per la medicina al terzetto composto da Mario Capecchi, Martin Evans e Oliver Smithies. "Le loro scoperte - dice all'ADNKRONOS SALUTE - hanno cambiato radicalmente un intero settore della scienza. Dunque valgono il Nobel. L'uso delle cellule staminali embrionali nella ricerca di base, sugli animali, ha aperto numerose e insostituibili strade".
Quanto invece al significato politico di un riconoscimento conferito a chi ha scoperto e utilizzato le staminali embrionali, su cui si concentrano dilemmi etici quando si parla di cellule umane, Vescovi e' perplesso. "Non voglio credere a motivazioni di questa natura. L'istituzione che assegna il premio credo che abbia voluto premiare solo il lavoro scientifico. Su questi temi - conclude - dovremmo essere tutti un po' piu' sereni".

E' stata una scoperta rivoluzionaria, quella che ha valso il Nobel all'italo-americano Mario Capecchi, 'un premio molto ben dato e meritato', secondo il genetista Demetrio Neri, dell'Universita' Cattolica di Roma, collaboratore e amico del Nobel.
'Capecchi - dice Neri - e' un personaggio straordinario. Ha inventato gli animali transgenici e questa scoperta rivoluzionaria ci ha consentito di avere in laboratorio strumenti formidabili per ricreare modelli di malattie umane'.
I contatti di Capecchi con l'Italia, prosegue Neri, sono stati interrotti molto bruscamente: 'durante la guerra era un bambino e in quel periodo ha vissuto molte traversie. La sua e' stata un'infanzia difficile, finche' degli zii americani non lo hanno rintracciato e fatto studiare negli Stati Uniti'. La sua e' stata una carriera brillante fin dagli inizi, quando e' stato uno degli allievi del padre del Dna, James Watson: 'si e' sempre fatto strada da solo'.
Le difficolta' dell'infanzia, prosegue Neri, 'gli hanno temprato il carattere. Capecchi e' molto riservato e molto determinato, tanto da avere perseguito sua linea con molta decisione, anche quando non molti credevano a fattibilita' di quello che andava dicendo'.
Dopo una lunga separazione dall'Italia, Capecchi ha ripreso i contatti con il suo Paese a partire dal 2000, grazie a un convegno sul genoma organizzato in occasione del Giubileo. 'Da allora - conclude Neri - viene spesso in Italia, dove ha ricevuto una laurea ad honorem dalle universita' di Firenze e Bologna'.

"Ho appreso con vivo piacere dell'ambito riconoscimento scientifico da lei conseguito con l'assegnazione del Premio Nobel per la Medicina per l'anno 2007. Il campo di studio da lei affrontato ed i risultati conseguiti con le sue ricerche sulle cellule embrionali, che le hanno consentito di meritare l'ambito riconoscimento, investono un problema essenziale per la medicina del futuro". cosi' il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato a Mario Capecchi, che ha appena vinto il premio Nobel per la Medicina. "E' del piu' alto valore e interesse generale - sottolinea il Capo dello Stato - l'aprire la strada a nuovi approcci alla terapia delle malattie genetiche. Mi congratulo, pertanto, con lei per il suo importante contributo e le auguro ulteriori successi nel suo nobile impegno di ricerca".

"Una magnifica notizia". Cosi' Ignazio Marino (Ds), presidente della commissione Sanita' del Senato, commenta il premio Nobel per la medicina conferito a Mario Capecchi.
"Dobbiamo davvero essere orgogliosi di questo premio- sottolinea Marino- anche perche' si tratta dell'ennesima conferma della buona qualita' dei nostri cervelli e delle capacita' dei nostri ricercatori". Purtroppo, sottolinea pero' il senatore Ds "va registrata anche una notizia meno buona, e cioe' che tutti i nostri premi Nobel della medicina e della fisica degli ultimi cento anni hanno svolto i loro studi piu' significativi, riconosciuti a livello internazionale, in laboratori e centri di ricerca all'estero e non in Italia". Questo e' un "dato di fatto, basti pensare solo ad alcuni nomi da Rita Levi Montalcini a Renato Dulbecco da Carlo Rubbia a Riccardo Giacconi". Questa circostanza "non e' una coincidenza ma piuttosto una tragica costante per il nostro paese, che non riesce a fare fiorire all'interno dei suoi istituti e universita' le menti piu' brillanti e nemmeno a fare rientrare dall'estero scienziati che hanno raggiunto la fama internazionale".
"Non mi stanchero' mai di ripetere- continua Marino- che finche' nel nostro paese non si riuscira' a fare prevalere la logica del merito e della capacita' su quella delle raccomandazioni e degli imbrogli, non servira' a nulla investire energie e risorse".
Bisogna pero' dare atto, ammette il presidente della comissione Sanita' di palazzo Madama "che qualche cosa si sta muovendo: gia' nella scorsa finanziaria una piccola parte dei fondi destinati alla ricerca in campo sanitario e' stata vincolata a scienziati con meno di quarant'anni i cui progetti sono selezionati da una commissione di under-quaranta, in parte stranieri". Questo quindi "e' un segnale nella direzione giusta: mi auguro che nella finanziaria su cui stiamo lavorando in questi giorni al Senato questo metodo venga preso come modello e che i finanziamenti da assegnare ai giovani migliori, con procedure trasparenti, non siano solo- conclude Marino- un premio di consolazione".

'Oltre a felicitarmi per l'importanza del riconoscimento a chi lavora sulle cellule staminali embrionali di topo, voglio sottolineare anche la conferma di una formula di successo, fatta di ingredienti precisi: liberta' di ricerca scientifica, fondi adeguati e circolazione transnazionale dei ricercatori'. Cosi' il segretario dell'associazione Luca Coscioni, l'europarlamentare Marco Cappato commenta l'assegnazione del Nobel per la medicina all'italo americano Mario Capecchi.
'C'e' da augurarsi - prosegue - che la politica italiana voglia reagire e raccogliere la sfida su tutti questi fronti, in particolare abbattendo le barriere alzate contro la ricerca sulle staminali embrionali. Anche a causa delle proibizioni italiane, in un campo dove la cooperazione tra settori di ricerca diversi e' fondamentale, il nostro Paese rischia di restare indietro'.
'La prima occasione che offriamo alla politica - conclude Cappato - e' quella del 16 ottobre, quando Stephen Minger, lo scienziato britannico degli embrioni ibridi, sara' in Italia nostro ospite per presentare all'intergruppo parlamentare Coscioni-Welby le proprie ricerche'.

La ricerca 'e' un tema chiave, importante e fondamentale': lo ha affermato, prendendo spunto dall'assegnazione del premio Nobel per la medicina allo scienziato di origine italiana Mario Capecchi, il sottosegretario alla presidenza dei Consiglio dei ministri e candidato alla segreteria nazionale del Partito democratico, Enrico Letta, a Cagliari per una due giorni elettorale in Sardegna.
'E' un tema che ci stimola tutti e dobbiamo aiutare la ricerca e spingerla sempre piu' in la'. Anche per questo motivo - ha spiegato Letta - non ho firmato e non firmero' l'appello contro gli organismi geneticamente modificati promosso da Mario Capanna e sottoscritto da Walter Veltroni, perche' affrontare cosi' questo tema mi pare sia il frutto di una mentalita' oscurantista mentre occorre spingere per una ricerca libera e per trovare - ha concluso ricordando anche gli interventi previsti nella Finanziaria nazionale - finanziamenti pubblici e privati'.

'Per vincere il Nobel, gli scienziati italiani debbono lavorare all'estero'. Lo afferma Maurizio Ronconi, vicepresidente dei deputati dell'Udc, a proposito del Nobel per la medicina assegnato al professor Mario Capecchi, italiano di nascita ma con una vita di studio e di lavoro che si e' sempre svolta negli Stati Uniti.
'C'e' solo da arrossire - aggiunge Ronconi - per una situazione che ormai si ripete costantemente e che dipende dalla perdurante volonta' di gestire con metodi oscurantisti e clientelari la ricerca in Italia'.
'Anche la prossima finanziaria - osserva il deputato centrista - lesina fondi agli enti di ricerca mentre finanzia largamente fondazioni ben rappresentate e raccomandate'.

E' 'felicissima', Elena Cattaneo, capolaboratorio di biologia delle cellule staminali all'Universita' di Milano, per il Nobel consegnato a Mario Capecchi.
'E' un grande scienziato - commenta la professoressa - che ha fatto molta scuola facendo crescere una comunita' di giovani ricercatori intorno a se'. Quando Capecchi creo' il laboratorio il topolino transgenico - ricorda la Cattaneo - lavoravo a Boston e pensai subito che quella poteva essere una scoperta da premio Nobel'.

"Ancora una volta l'assegnazione di un Nobel a un ricercatore di origine italiana ricorda come nella ricerca scientifica il nostro Paese non possa stare alla finestra ed e' particolarmente significativo per gli sviluppi della ricerca medica mondiale che il riconosciemnto sia stato assegnato a tre ricercatori impegnati in tecnologie riguardanti la manipolazione genetica delle cellule staminali embrionali dei topi". A sottolinearlo, esprimendo soddisfazione per il Nobel alla medicina conferito all'italo-americano Mario Capecchi, e' Silvio Viale, il medico torinese dirigente radicale e membro del consiglio generale dell'associazione Luca Coscioni.
Auspicando che Capecchi "sia presto invitato in Italia dal Comitato nazionale di bioetica, dalle commissioni parlamentari e dalle istituzioni impegnati nella ricerca scientifica", Viale sottolinea che nel suo lavoro, cosi' come in quello di Oliver Smithies e Martin Evans, "non possiamo non scorgere le ragioni e i valori della battaglia politica per la ricerca scientifica nella quale siamo impegnati in Italia".

L'Italia può vantare su Mario Capecchi, vincitore del premio Nobel per la medicina, in squadra con Martin Evans e Oliver Smithies, per la loro ricerca sulle staminali, solo un "merito genetico". Lo ha detto il ministro per l'Università e la Ricerca, Fabio Mussi, commentando a margine di un incontro a Milano: "Mi fa molto piacere che ci sia un nome italiano ma non voglio attribuire il merito solo all'Italia se non per le origini di Capecchi che, a sette anni, è andato a vivere in America. Quello dell'Italia è un merito genetico".
Il ministro ha poi auspicato che "entro qualche anno ci sia non solo un cognome italiano, ma anche qualche scienziato italiano che ha compiuto tutto il suo percorso nel nostro Paese, a vincere il Nobel". In Italia, infatti, nonostante vi siano "molte eccellenze non si è ancora capito se quello scarto che consente di toccare le vette più alte dipende non solo dall'intelligenza, ma anche dalla struttura e dall'ambiente nei quali essa si coltiva. La strada è in salita anche se con questa Finanziaria le cose sono migliorate".
In particolare, le risorse per i finanziamenti alla ricerca rimangono "troppo poche, sopratuttto - ha concluso il ministro - perché lo Stato spende dal 20 al 30% in meno rispetto agli altri Stati europei e le imprese ben l'80% in meno rispetto a quanto fanno i loro colleghi in Europa. Andiamo bene nei settori maturi e di media tecnologia e male in quelli hi-tech perché si preferisce mettere i soldi in cose che hanno una remunerazione immediata".

"Un riconoscimento prestigioso che premia la sua lunga attività di studio e che rende merito al prezioso contributo da Lei arrecato alla ricerca sulle malattie genetiche ed all'individuazione degli strumenti per contrastarle". Così il presidente della Camera dei deputati, Fausto Bertinotti, nel messaggio inviato al premio Nobel per la medicina Mario Capecchi. "Nel formularle il mio sincero apprezzamento per il suo impegno al servizio della scienza, motivo di orgoglio per tutta la comunità nazionale, Le invio il mio augurio più caloroso per il prosieguo della sua attività", conclude Bertinotti.

"Se l'italo-americano Mario Capecchi, che e' stato appena insignito del Nobel per la Medicina per la sua ricerca sulle cellule embrionali, avesse svolto la sua attivita' di studio e di ricerca in Italia, anziche' negli Stati Uniti, non avrebbe mai raggiunto questo prestigioso riconoscimento". Lo afferma Katia Zanotti, deputata di Sinistra Democratica.
"In Italia Capecchi il Nobel se lo poteva scordare - aggiunge -.
La ricerca sulle cellule staminali, che e' diventata ormai dirimente per trovare una cura alle malattie piu' gravi e sulla quale si baseranno, molto probabilmente, i progressi piu' importanti che la Medicina raggiungera' in futuro, in Italia e' ostacolata da una legislazione che fonda la sua ratio principalmente su pregiudiziali di matrice ideologica, invece che su serie riflessioni di carattere etico-scientifico".
"Ci auguriamo che un riconoscimento tanto importante e per certi versi clamoroso - conclude la Zanotti - serva a riaprire il dibattito sullo stato della ricerca in Italia e serva ad eliminare quelle pregiudiziali che tanto danno arrecano al lavoro dei ricercatori nel nostro paese".

Una quarantina di persone fra ricercatori, borsisti e tecnici: e' un grande laboratorio anche per gli standard americani, quello del Nobel Mario Capecchi nell'universita' dello Utah, e l'aria che si respira e' quella di un posto in cui si lavora alacremente per il piacere di raccogliere una sfida difficile. Solo due gli italiani: lo stesso Capecchi, che l'italiano ormai lo legge soltanto, e Eugenio Sangiorgi, che dall'Italia e' arrivato per un periodo.
Il Nobel era nell'aria, ma lo era ormai da molto tempo: 'Mario se lo aspettava, ma cinque o sei anni fa aveva perso le speranze, quando il Nobel era stato assegnato a una tecnica simile, ma meno efficace nel ridurre l'espressione genetica', dice Sangiorgi, che tra qualche mese tornera' in Italia, dove lavora nell'Universita' Cattolica di Roma.
'Mario - aggiunge - e' stato il primo a dimostrare che e' possibile modificare il Dna, ossia il libretto di istruzioni genetiche, in modo da modificare l'organismo. Le sue ricerche hanno gettato le basi per la medicina moderna'. Uno dei piu' grandi strumenti che da un ventina di anni ha fatto ingresso nei laboratori di tutto il mondo e' il topo geneticamente modificato, i cosiddetti topi knock-out, nei quali viene silenziato un unico gene in modo che la sua assenza possa rivelarne la funzione. In questo modo le ricerche di Capecchi hanno dimostrato che il libretto di istruzioni genetiche di un mammifero puo' essere cambiato.
'Sono davvero contento per lui che il Nobel sia finalmente arrivato, era proprio atteso. Sono contento per tutti gli sforzi che ha fatto', dice ancora Sangiorgi. Un merito tanto piu' grande pensando alla determinazione con la quale l'ha ottenuto e che affonda le radici in un'infanzia a dir poco difficile, 'trascorsa per ben quattro anni, in piena guerra, come bambino di strada nelle vie di Verona'. Poi la sua vita e' cambiata, quando gli zii americani lo hanno portato al di la' dell'oceano e lo hanno fatto studiare. E dopo l'universita' di Harvard, prosegue il suo allievo, 'negli anni '70 e' arrivato nell'universita' degli Utah, dove voleva realizzare un grande sogno'. Qui ha allestito il grande laboratorio che oggi e' sotto i riflettori di tutto il mondo.
Ma arrivare al traguardo e' stato tutt'altro che facile.
'Nel 1984 - racconta Sangiorgi - cerco' di farsi finanziare le sue ricerche dai National Institutes of Health, ma gli dissero che i suoi dati non avrebbero mai portato a nessun risultato e gli negarono i fondi. Cosi' Mario ando' avanti con le sue forze, finche' i risultati che ottenne non gli dettero ragione. A quel punto ebbe i finanziamenti'. Da allora i risultati sono arrivati uno dopo l'altro: nel 1988 e' stata la volta del primo topo Ko, un esperimento che dimostrativo, seguito a breve dalle prime applicazioni finche', negli anni, si sono ottenuti milioni di topi modello di malattie umane.
Oggi il laboratorio di Capecchi continua a lavorare a pieno ritmo in questo ambito, ma con il grande respiro tipico della ricerca di base. 'Non si lavora su ricerche finalizzate', osserva Sangiorgi, ma su grandi problemi, grandi sfide: 'l'obiettivo e' rispondere a domande importanti'. Tra queste, il primo amore di Capecchi e' stata la funzione dei geni hox, i geni architetto che controllano lo sviluppo dell'organismo, dal topo all'uomo, al moscerino. 'Adesso - conclude Sangiorgi - la nuova sfida e' scoprire i meccanismi alla base di malattie complesse, i tumori innanzitutto (negli ultimi due anni il laboratorio ha ottenuto i primi due modelli di un sarcoma), ma anche diabete e malattie cerebrali'.

Veronese per poco, ma sempre concittadino: il premio Nobel per la medicina Mario Capecchi, ricevera' le chiavi della citta' dal sindaco di Verona Flavio Tosi. E' lo stesso Tosi ad annunciarlo anche se i particolari della cerimonia non sono ancora stati programmati. Tosi, saputo che Capecchi e' nato a Verona settant'anni fa ha deciso di onorare l'illustre concittadino divenuto poi cittadino statunitense. Mario Renato Capecchi ha visto la luce a Verona, citta' in cui la sua famiglia era approdata quasi per caso nel lungo peregrinare per sfuggire alle persecuzioni razziali fasciste. Un'infanzia vagabonda e poverissima quella di Capecchi che a sette anni ritrovo' la madre dopo un lungo distacco ed emigro' negli Stati Uniti dove si insedio' definitivamente studiando e realizzando una luminosa carriera di genetista. Il sindaco di Verona ha comunque espresso l'orgoglio della citta' scaligera oggi patria di un premio Nobel.

"Il premio Nobel per la Medicina all'italo-americano Capecchi dimostra ancora una volta quanto sia importante la ricerca sulle staminali animali per la ricerca e la cura delle malattie: è, insieme a quella sulle 'adulte', la via più efficace e insieme rispettosa della vita umana". E' quanto sostiene, in una nota, il capogruppo Udc alla Camera, Luca Volontè.
"Dispiace che per l'ennesima volta - aggiunge l'esponente centrista - Cappato e Viale dimostrino di non conoscere la differenza tra le ragioni che hanno portato il premio Nobel a Capecchi e i desiderata ideologici dell'Associazione Coscioni, che non vede l'ora di usare la vita umana per inquietanti esperimenti".

"Il Nobel a Mario Capecchi e' una bellissima notizia. Ancora una volta ad un italiano sono riconosciute, a livello internazionale, capacita', talento e creativita'". Lo afferma la senatrice dell'Ulivo Paola Binetti, che aggiunge: "Tuttavia il fatto che da moltissimi anni Capecchi fosse emigrato negli Stati Uniti dovrebbe indurre il governo e questa maggioranza, gia' dalla Finanziaria per il 2008, ad investire seriamente sulla ricerca italiana, perche' si metta al passo con gli altri Paesi d'Europa e del mondo. Servono quindi maggiori finanziamenti per la ricerca, per valorizzare i talenti rimasti in Italia e per riattrarre i tanti 'cervelli' fuggiti all'estero per poter esercitare la loro attivita' di ricercatori o scienziati".
"Il Nobel oggi assegnato a Mario Capecchi e' un riconoscimento alle sue grandi capacita' di scienziato, all'originalita' di pensiero e all'attitudine allo studio, caratteristica imprescindibile per ogni medico e ricercatore - sottolinea la Binetti -. Ma il Nobel e' anche un riconoscimento al lavoro di squadra, alla solidarieta' che deve esserci fra scienziati per arrivare a risultati di efficacia clinica. Al Nobel Capecchi va inoltre un plauso per aver condotto i suoi studi sulle cellule staminali embrionali dei topi, senza alcuna strumentalizzazione della vita umana. Come spesso accade, infatti, e' dai modelli animali che arrivano risposte significative per comprendere quello che accade negli esseri umani. La ricerca scientifica - conclude la Binetti - ha bisogno di queste esperienze".

"Desidero esprimere le mie piu' sincere congratulazioni a Mario Renato Capecchi per il prestigioso riconoscimento alle sue importantissime ricerche. Le origini italiane del professor Capecchi sono un indubbio stimolo a investire sui nostri giovani ricercatori".
Lo afferma, in riferimento al conferimento del premio Nobel per la Medicina al professor Mario Renato Capecchi, il ministro della Salute Livia Turco.
"E in questo senso - aggiunge - va la decisione che abbiamo assunto di riservare il 5% del fondo per la ricerca sanitaria del Ministero della Salute ai progetti proposti dai ricercatori italiani under 40, che saranno selezionati con un apposito bando pubblico di prossima emanazione. Penso sia giusto ricordare oggi questa opportunita' concreta, ideata proprio per consentire ai nostri scienziati di trovare in Italia la possibilita' di sviluppare le loro ricerche in modo indipendente e senza condizionamenti".

L'Assessore alle Politiche Sanitarie, del Veneto, Francesca Martini, esprime 'enorme soddisfazione per l'assegnazione del Premio Nobel 2007 per la medicina al Professor Mario Capecchi, studioso veneto e in particolare veronese'.
'E' la testimonianza - commenta Martini - che la nostra terra veneta ha dato i natali a grandi scienziati e a grandi intelligenze.
Al Professor Capecchi, che ha studiato la possibilita' di introdurre modifiche genetiche nelle cavie di laboratorio attraverso le cellule embrionali, vanno tutte le mie felicitazioni e i miei complimenti.
Condivido la gioia della vittoria per aver portato a compimento una ricerca di cosi' alto valore scientifico. Spiace che ancora una volta personalita' di tale livello abbiano lasciato il Paese e abbiano dovuto trovare ospitalita' professionale all'estero'.
Conclude Francesca Martini: 'Mi attivero' sin da ora per organizzare un incontro con il Professor Capecchi e per riceverlo con gli onori dovuti nella nostra Regione.'

L'Associazione Scienza & Vita esprime grande soddisfazione per l'attribuzione del Premio Nobel della medicina al ricercatore Mario Capecchi, che ha permesso di avere a disposizione della scienza topi geneticamente modificati. 'Si tratta di una tecnica che puo' avere importanti applicazioni nella medicina clinica - commenta in una nota l'associazione - dal momento che consente di costruire modelli di malattia genetica umana negli animali da laboratorio, per poi studiarne l'evoluzione e verificare l'efficacia di potenziali terapie'.
'L'utilizzo di modelli animali su cui sperimentare - prosegue Scienza & vita - consente di incrementare le conoscenze su genesi, evoluzione e cura delle malattie umane senza necessita' di distruggere embrioni umani per ottenere cellule staminali embrionali'.
'Le ricerche di Capecchi - conclude l'associazione riferendosi alla legge sulla procreazione medicalmente assistita - sono la riprova che il divieto espresso dalla stessa Legge 40 alla sperimentazione su embrioni umani non esclude che conoscenze strategiche e di per se' rivoluzionarie, possano essere acquisite con altre metodiche'.

La motivazione ufficiale del Nobel per la Medicina a Mario Capecchi, Oliver Smithies e Martin Evans, 'per le loro scoperte del principio per introdurre specifici geni nei topi tramite cellule staminali embrionali', racchiude una ricerca durata decenni e che ha cambiato il modo di studiare molte malattie, alcune delle quali molto diffuse, come quelle cardiovascolari o il diabete.
'Capecchi e' un pioniere - spiega Giuseppe Novelli, genetista dell'universita' di Roma Tor Vergata - perche' ha inventato la tecnica della ricombinazione omologa, che consiste nell'andare a sostituire esattamente un unico gene, individuandolo esattamente fra i 25.000 geni del topo, o dell'uomo'.
La tecnica sviluppata dagli scienziati imita quello che la natura ha sempre fatto: la 'ricombinazione omologa', cioe' la capacita' del Dna di sostituire i singoli geni fa parte dell'evoluzione, e la sua esistenza in natura e' stata dimostrata nei batteri negli anni '50 da un altro premio Nobel, Joshua Lederberg. Gli studi di Capecchi e Smithies sono sempre stati tesi a trovare il modo di pilotare questo processo in laboratorio. Il ricercatore di origine italiana ha dimostrato che e' possibile introdurre un Dna estraneo nelle cellule dei mammiferi. Il suo collega americano ha invece effettuato i primi tentativi di riparare mutazioni genetiche nelle cellule umane, dimostrando che tutti i geni possono essere modificati con la 'ricombinazione omologa'.
Le cellule studiate da Capecchi e Smithies all'inizio non potevano pero' dare vita ad animali transgenici: per questo obiettivo e' stata preziosa la ricerca del terzo premiato, Martin Evans. Inizialmente lo scienziato inglese ha lavorato con cellule tumorali di topo, spostandosi pero' ben presto sulle piu' efficaci staminali embrionali. A differenza di quelle tumorali, queste riuscivano ad inserirsi nel genoma, e a dar vita a topi transgenici. Evans e' stato il primo a trasferire materiale genetico estraneo nelle staminali embrionali, e a dar vita a nidiate di animali geneticamente modificati.
La combinazione dei due studi inizia nel 1986, quando Capecchi e Smithies iniziano i tentativi di inserire nei topi il gene legato ad una malattia rara umana, la sindrome di Lesch-Nyan. Il primo topo 'knockout', con un singolo gene spento, e' datato invece 1989. Da qui in poi questa tecnica avra' uno sviluppo esponenziale, con la creazione sia di cavie knockout, utilizzate per capire le funzioni dei singoli tratti del Dna, sia di cavie con mutazioni genetiche legate alle singole malattie.
Due gli obiettivi di questo tipo di ricerche: da una parte si sviluppano modelli di sempre nuove malattie, allo scopo di studiarle (nei prossimi anni saranno prodotti 300mila topi con diverso Dna, corrispondenti ad altrettante patologie), dall'altra il futuro e' rappresentato dalla possibilita' di una vera e propria terapia genica. Applicando la stessa tecnica si cerca di modificare le cellule staminali embrionali per correggere sul nascere geni difettosi, come quelli all'origine di malattie ereditarie, come la fibrosi cistica.

"Non puo' che essere fonte di compiacimento rilevare che oltre a Rita Levi Montalcini e Renato Dulbecco, un altro Premio Nobel ha lavorato nelle nostre strutture. E' un messaggio forte di speranza anche per tanti giovani ricercatori che lavorano con passione e dedizione". Questo il commento del prof. Federico Rossi, vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, alla notizia che il premio Nobel per la Medicina 2007 e' stato assegnato a Mario Renato Capecchi, che e' stato uno dei fondatori del Campus "Adriano Buzzati-Traverso" del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Monterotondo. 
"E' anche dalle scoperte sulle cellule embrionali del prof. Capecchi - aggiunge - che e' partita la grande rivoluzione genetica che nei prossimi anni ci consentira' di realizzare 300.000 mutanti di topo, inserendo mutazioni in ogni possibile gene dei topi e coprendone cosi' l'intero genoma', prosegue Rossi. 'Questa colossale impresa e' possibile solo grazie allo sforzo congiunto di una rete di laboratori impegnati nella ricerca genetica che comprende appunto l'Istituto di Biologia Cellulare del CNR diretto dal prof. Glauco Tocchini Valentini, EMMA (European Mutant Mouse Archive), EMBL (European Molecular Biology Laboratory), ICGEB (International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology) di Trieste. Queste informazioni preziose confluiscono poi negli archivi della grande struttura di Fimre (Federation of International Mouse Resources) permettendo agli scienziati di studiare le funzioni dei diversi geni in un organismo vivente, riprodurre le condizioni patologiche della specie umana, e accelerare la sperimentazione di farmaci destinati a combattere le piu' diverse malattie".

'Attraverso la messa a punto del metodo di ricombinazione omologa Mario Capecchi e' stato il primo a silenziare geneticamente alcuni geni nelle cellule staminali embrionali di topo'. E' questo, secondo il biologo molecolare Cesare Peschle dell'istituto superiore di sanita' il merito maggiore dello scienziato italo-americano al quale e' stato assegnato oggi il premio Nobel per la medicina insieme ai britannici Oliver Smithies e Martin Evans.
Peschle ha ricordato che in questo settore Capecchi 'ha ottenuto risultati molto significativi, identificando la funzione dei casiddetti geni omeotici, i geni architetto. E' stato il primo raggio di luce sulla funzione di geni valutata con il silenziamento stabile in vivo e in provetta'.

'Il Premio Nobel a Mario Capecchi ci rende tutti orgogliosi'. Lo afferma il senatore dell'Ulivo Giuseppe Scalera, presidente dell'Ordine dei medici di Napoli, che commenta con soddisfazione l'assegnazione del Nobel allo scienziato Mario Capecchi per la ricerca nell'ambito delle cellule staminali.
'Capecchi e' stato premiato per il suo lavoro tenace al servizio della scienza - ha detto Scalera - e oggi grazie ai risultati ottenuti, i ricercatori di tutto il mondo utilizzano questa preziosissima tecnologia attraverso la quale e' possibile costruire qualsiasi modello di malattia genetica umana in animali da laboratorio'.
'Siamo tutti costretti ad una riflessione amara, ma quasi ineluttabile: Capecchi e' nato a Verona, ma all'eta' di 7 anni si e' trasferito in America. Se fosse rimasto in Italia avrebbe raggiunto gli stessi obiettivi? E' una riflessione che ci mette tutti davanti alle nostre responsabilita'. Il nostro Paese - ha concluso - deve fare di piu' per la ricerca e il progresso e per valorizzare le persone meritevoli e le eccellenze, mettendoci al passo con i paesi piu' avanzati del mondo'.

"Saluto con orgoglio il conferimento del Premio Nobel a Mario Renato Capecchi per le ricerche, sue e di altri insigni studiosi americani, sulle cellule staminali". Lo afferma in una nota Maurizio Chiocchetti, responsabile Ds Italiani nel mondo. "Questo riconoscimento - prosegue l'esponente della Quercia - consegna alla scienza Italiana un imprimatur molto forte e segue i nobel conferiti ad altri italiani conosciuti in tutto il mondo: Renato Dulbecco, Carlo Rubbia, Riccardo Giacconi e Rita Levi Montalcini. Capecchi entra così a par parte della schiera dei tanti italiani che vivono fuori dai confini nazionali che si sono fatti conoscere ed apprezzare in tutto il mondo. Sono tantissimi, così come sono molti i nostri connazionali, ricercatori, docenti, scienziati che per soddisfare le proprie aspettative lavorative e di ricerca sono costretti ad emigrare". "E' questo un problema ineludibile, di enormi dimensioni per un Paese che vuole svilupparsi e progredire. Occorrono politiche forti - conclude Chiocchetti - non per impedire che i nostri cervelli compiano grandi esperienze all'estero ma per rendere la nostra ricerca competitiva e in grado di essere attrattiva verso gli scienziati che possono entrare in Italia".

'Ha ragione il Nobel Capecchi, non si fa abbastanza per i giovani ricercatori italiani, bisogna dare loro il merito e i mezzi finanziari'.
Sono le parole, a margine della giornata in onore della memoria di Nica Gandini, ricercatrice dell'istituto di biologia cellulare del Cnr, del Nobel per la medicina Rita Levi Montalcini, che invia le sue congratulazioni a Mario Renato Capecchi insignito della prestigiosa onorificenza.
'Il maggior problema e' nei finanziamenti - ha spiegato Levi Montalcini - ma nei finanziamenti in base al merito, e' la meritocrazia la prima cosa, bisogna riconoscere il merito del singolo ed in base ad esso finanziare la ricerca'.
'Capecchi e' il premio Nobel che in Italia probabilmente non avrebbe potuto raggiungere questo traguardo, ha aggiunto Levi Montalcini, in America lo scienziato ha infatti potuto utilizzare mezzi di ricerca straordinari, in piu' lo zio era un fisico, quindi come e' capitato a me che ho avuto il Nobel in America senza questi mezzi sarebbe stato impossibile ottenerlo'.

Il Veneto si è spesso distinto grazie ai suoi emigranti che hanno saputo contribuire alla crescita della comunità scientifica nel mondo come è avvenuto nel caso del Nobel per la medicina, Mario Capecchi, nativo di Verona ed emigrato negli Usa.
A dirlo è l'assessore regionale ai flussi migratori Oscar De Bona, congratulandosi con Mario Capecchi per il prestigioso riconoscimento ottenuto con il premio Nobel per la medicina.
"Un esempio - ha sottolineato De Bona in una nota parlando di Capecchi - di come tanti Veneti hanno contribuito in modo significativo allo sviluppo sociale, scientifico ed economico dei Paesi in cui sono emigrati e della comunità internazionale".
Il premio Noberl per la medicina nacque nel 1937 a Verona, come molti altri partì nel 1946 con la madre per gli USA dove si è laureato in biofisica ad Harvard.
"La massiccia e qualificata presenza di comunità venete in giro per il mondo - fa rilevare De Bona - ha di fatto riservato ai veneti un ruolo importantissimo nei processi di costruzione e di sviluppo dei modelli di crescita, a cui hanno contribuito con il loro sudore, la loro fatica e purtroppo in molti casi anche con la loro vita. Non sempre l'Italia ha avuto per loro la necessaria attenzione e ne ha evidenziato i grandi risultati".
"I nostri emigrati con il loro lavoro e con grande spirito di sacrificio e di iniziativa - conclude De Bona - hanno dimostrato di sapere avviare nuove relazioni sociali, nuove esperienze, esportando valori e modelli di vita supportati da intelligenza, laboriosità, onestà, professionalità, dedizione che hanno assicurato in ogni Paese l'apprezzamento di chi li ospitava e spesso anche la riconoscenza per questo importante apporto. A Capecchi un caloroso ringraziamento, perché rivediamo in lui un 'frammento' di Veneto ".

'L'assegnazione del premio Nobel a Mario Capecchi rappresenti per l'Italia una occasione di riflessione e di stimolo'. E' l'esortazione di Chiara Moroni, vice presidente dei deputati di Forza Italia, in una dichiarazione diffusa mentre e' in viaggio negli Stati Uniti per incontrare rappresentanti del mondo della Ricerca e della innovazione.
'Non ci si puo' limitare a gioire per le origini italiane dello studioso - osserva Chiara Moroni - tentando di appropriarsi della paternita' scientifica della ricerca, ignorando che il nostro Paese in questo campo e' molto indietro.
Il professore Capecchi, negli Stati Uniti, da anni studia le cellule staminali ed e' bene ricordare che nel nostro Paese e' vietata, a causa di una legge assurda, la ricerca sulle cellule staminali embrionali'.
'In Italia non ci sono le condizioni - afferma ancora la parlamentare - le agevolazioni e le opportune iniziative per premiare ed incoraggiare la ricerca. Molte leggi, frutto della ingiustificata paura e delle posizioni ideologiche, impediscono di puntare strategicamente in questa direzione'. 'Sarebbe necessario puntare su una legislazione che ponga il nostro Paese in linea con la comunita' scientifica internazionale ed aumentare i finanziamenti ai 'cervelli' perche' possano operare in condizioni accettabili', sostiene quindi Chiara Moroni, che cosi' conclude: 'L'auspicio e' che l'Italia possa gioire, in un futuro prossimo, per un premio Nobel figlio della capacita' di 'promuovere ricerca''.

Sandro Gozi, dell'Ulivo, commenta il premio Nobel a Mario Capecchi affermando che 'sembra ormai che i cervelli italiani siano ovunque tranne che in Italia. Questo perche' non siamo un paese portato per l'innovazione e il ricambio'. Quindi, per Gozi, 'e' necessario che si instauri una collaborazione tra politica e societa' civile per coadiuvare il governo che sta facendo gia' tanto per cambiare la situazione che e' stata ferma per troppi anni'.
Per il parlamentare, 'il riconoscimento a Capecchi ci ricorda quanti cervelli italiani ci sono in giro per il mondo.
Il primo quaderno dell'Lde, Laboratorio Democratico Europeo affronta proprio questo tema: dare spazio ai giovani professionisti puntando, sul cambiamento prodotto dalle idee di chi il cambiamento non lo teme, vedendo in esso una sfida da accettare e da affrontare con passione'.
'Servirebbe - conclude Gozi - che la politica si aprisse ai giovani professionisti, cio' migliorerebbe la qualita' delle politiche pubbliche, porterebbe all'adozione di nuovi metodi non solo di nuovi contenuti. Le nostre speranze sono rivolte ora al Partito democratico. Sta a noi non deludere gli italiani'.

'Se il Nobel assegnato a Mario Capecchi potesse servire da pungolo all'Italia ben venga, sono d'accordo con lui quando dice che per i ricercatori italiani non si fa abbastanza'.
Rilasciato a margine della giornata tenutasi al Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma (CNR) in onore della memoria di Nica Gandini, ricercatrice dell'istituto di biologia cellulare del Cnr, e' questo il commento all'annuncio del Nobel a Mario Renato Capecchi del direttore Scientifico dell'Istituto Toscano Tumori Lucio Luzzatto che ha aggiunto: 'rare volte questo premio e' stato piu' meritato, quello di Capecchi e' un esperimento fondamentale e brillante, lo chiamerei il massimo della 'nanochirurgia', ovvero cosi' come il chirurgo toglie una parte di un organo o un tessuto, Capecchi ha scoperto la possibilita' dal valore inestimabile di togliere la funzione di un singolo gene'.
'Sarei contento chiaramente - ha detto lo scienziato - se Capecchi lavorasse in Italia'.
'Ha ragione Mario Capecchi - sostiene a sua volta il Nobel 1986 per la medicina Rita Levi Montalcini, anche lei intervenuta oggi al Cnr - non si fa abbastanza per i giovani ricercatori italiani, bisogna dare loro il merito e i mezzi finanziari'. Il Nobel assegnato all'italo-americano puo' essere in un certo senso una lezione all'Italia: Capecchi infatti e' arrivato al premio Nobel anche perche', ha aggiunto Levi Montalcini, 'in America lo scienziato ha potuto utilizzare mezzi di ricerca straordinari, in piu' lo zio era un fisico'. 'Quindi come e' capitato a me che ho avuto il Nobel in America - ha proseguito la scienziata - senza questi mezzi sarebbe stato impossibile ottenerlo'.
Montalcini, Renato Dulbecco, e ora Capecchi, ha sottolineato Luzzatto, sono infatti tutti Nobel ottenuti da questi grandi scienziati lavorando all'estero.
Ma qual e' la ricetta perche' simili riconoscimenti possano arrivare anche a scienziati italiani che rimangono a lavorare nel Bel Paese? 'Il maggior problema e' nei finanziamenti - ha spiegato Levi Montalcini - ma nei finanziamenti in base al merito, e' la meritocrazia la prima cosa, bisogna riconoscere il merito del singolo ed in base ad esso finanziare la ricerca'. 'La ricerca in Italia deve cambiare - ha proseguito Levi Montalcini - deve diventare solamente meritocratica, anche se il momento attuale e' difficile, si deve riconoscere che in Italia abbiamo dei giovani eccellenti, quindi si devono assolutamente aiutare i giovani di merito'.
I soldi e' vero non sono tantissimi, ha detto Levi Montalcini, ma questo non e' il solo problema, bisogna innanzitutto non finanziare la ricerca a caso.
'Capecchi come me ha avuto il Nobel lavorando all'estero - ha dichiarato la scienziata - io ho avuto fortuna perche' ho potuto studiare in Italia dove sono stata allieva di un grande studioso, Giuseppe Levi, e compagna di due futuri premi Nobel, Salvador Luria e Renato Dulbecco, dopo il Nobel preso per il mio lavoro in America ho resistito e sono tornata in Italia dove sono riuscita a fondare l'Ebri'.
Montalicini, Dulbecco, Capecchi, le loro sono tutte storie che hanno molto da insegnare al paese, dunque: 'ha ragione Capecchi che bisogna aiutare la ricerca in Italia - ha sottolineato Luzzatto - dobbiamo fare qualcosa non solo per incentivare i giovani a fare ricerca in Italia, ma addirittura per farne venire altri valenti dall'estero'.
'Il Nobel va dato ai migliori', ha concluso Luzzatto, e Capecchi e' uno scienziato senza confini che se l'e' assolutamente meritato.

'Intendo farmi promotore di una raccolta di firme in Parlamento perche' Mario Capecchi venga insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce'. Lo dichiara Renzo Lusetti della Margherita.
'Oltre all'eccezionale merito in campo medico che ha portato Capecchi ad essere insignito del premio Nobel intendo sottolineare con questa mia proposta -aggiunge l'esponente Dl- la straordinaria vicenda umana di un nostro connazionale.Sebbene il professor Capecchi abbia svolto il suo percorso di studio interamente negli Stati Uniti il riconoscimento che gli e' stato assegnato rende ugualmente grande onore all'Italia."
"Il conferimento dell'onorificenza sarebbe l'occasione per tributare il meritato plauso ad un italiano che non ha mai dimenticato il suo paese ,sebbene vi abbia vissuto solo un'infanzia tragica e difficile.Il professor Capecchi ha infatti ricordato il suo legame con l'Italia e ha sottolineato come il Nobel sia arrivato proprio in occasione del Columbus Day.Sono certo che tutti i miei colleghi si uniranno alla mia proposta, per veder tornare almeno per un giorno un premio Nobel italiano.'

Il premio Nobel Mario Capecchi 'non fu cacciato' dal Sudtirolo quando era un bimbo di pochi anni. Avrebbe avuto inoltre una sorella che fu data in adozione ad una famiglia altoatesina che poi si trasferi' in Austria: e' quanto sostiene il quotidiano in lingua tedesca di Bolzano Dolomiten.
Dopo il racconto della tragica infanzia del premio Nobel - affidato dai genitori ad una famiglia altoatesina del Renon, vicino Bolzano, perche' sfuggisse alle persecuzioni e che poi sarebbe stato allontanato dai contadini perche' i soldi per mantenerlo erano finiti o per timore dei nazifascsti - in Alto Adige c'e' stata una vasta eco. Oggi a esempio, l'altro quotidiano in lingua tedesca, Tageszeitung, parafrasando il titolo di un famoso libro di un autore tedesco, parla di 'bel paese, cattiva gente' evocando la crudelta' di quegli anni di guerra.
Dolomiten che aveva chiesto ai lettori che avessero informazioni su Capecchi di farsi avanti, pubblica un certificato anagrafico del Comune di Reggio Emilia - nel cui ospedale il piccolo Capecchi venne ritrovato dalla madre americana Lucy Ramberg alla fine della seconda guerra mondiale - da cui risulta che il padre del futuro premio Nobel, Luciano, era residente in via Bainsizza 17 dal 27 gennaio del 1942 raggiunto qualche mese dopo dal figlio Mario. Mario Capecchi risulta essere rimasto iscritto all'anagrafe di Reggio Emilia sino a 4 ottobre del 1947 quando espatrio' negli Usa. Dunque, dice il giornale, non e' detto che il piccolo fosse stato cacciato dalla famiglia sudtirolese, i cui protagonisti sono morti, ma restituito al padre.
Il giornale racconta poi di altri documenti del Comune di Renon da cui risulterebbe che la mamma del futuro premio Nobel l'8 febbraio del 1942 diede alla luce una bambina, Marlena Lucia. La bambina venne data in adozione ad una coppia altoatesina del posto: il ferroviere Massimo Bonelli e sua moglie Luigia Linder. La coppia nel 1955 prese la cittadinanza austriaca, con decreto del Land della Carinzia. Di loro il giornale non ha altre notizie, ma si presume che espatriarono.
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