Usa. Staminali embrionali di macaco ottenute con clonazione "Dolly"
Un risultato senza precedenti avvicina la possibilita' della clonazione terapeutica per l'uomo: due linee di cellule staminali embrionali di scimmia sono state ottenute per la prima volta per clonazione di macachi adulti con lo stesso metodo della pecora Dolly, mai riuscita finora sui primati.
La notizia, anticipata alcuni gerioni fa dall'Indipendent, e' annunciata dalla rivista Nature.
Pur essendo incapaci di terminare lo sviluppo e dar vita a cloni di scimmia, gli embrioni clonati rappresentano un traguardo importantissimo perche' lasciano intravedere la possibilita' di ottenere una riserva di staminali embrionali su misura di ogni singolo paziente. Lo stesso traguardo con embrioni umani, annunciato nel 2004 ma poi smentito, aveva attirato su Hwang Woo-suk in Corea del Sud la 'scomunica' della comunita' scientifica mondiale.
Questa volta invece, almeno sulle scimmie, grazie agli esperimenti diretti da Shoukhrat Mitalipov dell'Oregon Health & Science University a Beaverton e validati da David Cram del Monash University di Melbourne, Australia, si e' arrivati a cloni di embrioni da cui poi gli scienziati hanno estratto le due linee di staminali embrionali.
Gli embrioni di macaco sono stati ottenuti con lo stesso metodo del trasferimento nucleare usato finora per clonare molte specie animali ma mai primati: gli scienziati hanno inserito il Dna di una cellula di pelle (fibroblasto) della scimmia adulta in una cellula uovo svuotata del proprio materiale genetico e attivato lo sviluppo embrionale dell'oocita in provetta.
Cosi' facendo gli scienziati hanno ottenuto dozzine di embrioni in fase precoce di sviluppo (blastocisti). Da questi embrioni, che non hanno completato lo sviluppo, i ricercatori hanno estratto le due linee di staminali embrionali.
Oltre alle cellule ottenute in se', l'importanza di questi risultati e' tutta nella prospettiva che offrono di arrivare un giorno allo stesso modo con clonazione terapeutica, che esclude cloni umani, a produrre una riserva di cellule di ricambio per pazienti con malattie altrimenti incurabili.
Potrebbe essere stata una nuova tecnica a permettere di ottenere embrioni di scimmia a partire da cellule staminali adulte, nell'esperimento condotto nel Centro di ricerca sui primati dell'Oregon e anticipato sulla stampa. E' questa l'ipotesi di Angelo Vescovi, dell'universita' Bicocca di Milano. Secondo l'esperto potrebbe essere stata usata una tecnica che permette di riprogrammare la cellula adulta senza produrre l'embrione.
L'ipotesi di Vescovi e' che la cellula adulta sia stata introdotta, anziche' nell'ovocita come si fa tradizionalmente, in un terreno di coltura che l'ha spinta a 'deprogrammarsi', ossia ad azzerare il suo programma e a tornare ad essere pluripotente, capace cioe' di svilupparsi in numerosi tipi di cellule ma non in un embrione. Se questo processo, chiamato 'deprogrammazione' o 'dedifferenziamento', ha avuto successo nelle scimmie, per Vescovi non c'e' ragione di non applicarlo all'uomo per ottenere in futuro 'fabbriche individuali di pezzi di ricambio'.
'Dubbi' e 'perplessita' ' scienfiche, oltre che morali, di fronte all'esperimento statunitense che sarebbe riuscito a 'clonare' una scimmia: li avanza l'Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede.
'I dubbi e le perplessita' su questo tipo di esperimento sono molti, e consistenti, innanzitutto dal punto di vista della fattibilita' della ricerca stessa e dei risultati che si possono ragionevolmente ottenere, e andrebbero chiariti ancora prima di affrontare lo spinosissimo problema bioetico della creazione di nuove entita' ibride uomo/animale', si legge in un articolo intitolato 'Irresponsabilita' scientifica prima ancora che morale'.
'Ci si chiede com'e' possibile prendere a riferimento un modello cellulare ibrido uomo/animale, in cui la funzionalita' mitocondriale non corrisponde a nessun modello vivente esistente, perche' alterato in partenza rispetto sia a modelli animali che umani, e considerare questo modello valido per malattie umane che sono dovute a un'alterazione patologica di tali funzionalita'', prosegue l'articolo. 'E, piu' in generale, ci si chiede per quale motivo un eventuale sistema cellulare misto uomo/animale, di cui non si sa nulla, dovrebbe essere un modello piu' efficace di quelli animali', conclude il quotidiano pontificio, che cita invece ad esempio le ricerche del premio Nobel italo-americano Mario Capecchi.
La notizia, anticipata alcuni gerioni fa dall'Indipendent, e' annunciata dalla rivista Nature.
Pur essendo incapaci di terminare lo sviluppo e dar vita a cloni di scimmia, gli embrioni clonati rappresentano un traguardo importantissimo perche' lasciano intravedere la possibilita' di ottenere una riserva di staminali embrionali su misura di ogni singolo paziente. Lo stesso traguardo con embrioni umani, annunciato nel 2004 ma poi smentito, aveva attirato su Hwang Woo-suk in Corea del Sud la 'scomunica' della comunita' scientifica mondiale.
Questa volta invece, almeno sulle scimmie, grazie agli esperimenti diretti da Shoukhrat Mitalipov dell'Oregon Health & Science University a Beaverton e validati da David Cram del Monash University di Melbourne, Australia, si e' arrivati a cloni di embrioni da cui poi gli scienziati hanno estratto le due linee di staminali embrionali.
Gli embrioni di macaco sono stati ottenuti con lo stesso metodo del trasferimento nucleare usato finora per clonare molte specie animali ma mai primati: gli scienziati hanno inserito il Dna di una cellula di pelle (fibroblasto) della scimmia adulta in una cellula uovo svuotata del proprio materiale genetico e attivato lo sviluppo embrionale dell'oocita in provetta.
Cosi' facendo gli scienziati hanno ottenuto dozzine di embrioni in fase precoce di sviluppo (blastocisti). Da questi embrioni, che non hanno completato lo sviluppo, i ricercatori hanno estratto le due linee di staminali embrionali.
Oltre alle cellule ottenute in se', l'importanza di questi risultati e' tutta nella prospettiva che offrono di arrivare un giorno allo stesso modo con clonazione terapeutica, che esclude cloni umani, a produrre una riserva di cellule di ricambio per pazienti con malattie altrimenti incurabili.
Potrebbe essere stata una nuova tecnica a permettere di ottenere embrioni di scimmia a partire da cellule staminali adulte, nell'esperimento condotto nel Centro di ricerca sui primati dell'Oregon e anticipato sulla stampa. E' questa l'ipotesi di Angelo Vescovi, dell'universita' Bicocca di Milano. Secondo l'esperto potrebbe essere stata usata una tecnica che permette di riprogrammare la cellula adulta senza produrre l'embrione.
L'ipotesi di Vescovi e' che la cellula adulta sia stata introdotta, anziche' nell'ovocita come si fa tradizionalmente, in un terreno di coltura che l'ha spinta a 'deprogrammarsi', ossia ad azzerare il suo programma e a tornare ad essere pluripotente, capace cioe' di svilupparsi in numerosi tipi di cellule ma non in un embrione. Se questo processo, chiamato 'deprogrammazione' o 'dedifferenziamento', ha avuto successo nelle scimmie, per Vescovi non c'e' ragione di non applicarlo all'uomo per ottenere in futuro 'fabbriche individuali di pezzi di ricambio'.
'Dubbi' e 'perplessita' ' scienfiche, oltre che morali, di fronte all'esperimento statunitense che sarebbe riuscito a 'clonare' una scimmia: li avanza l'Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede.
'I dubbi e le perplessita' su questo tipo di esperimento sono molti, e consistenti, innanzitutto dal punto di vista della fattibilita' della ricerca stessa e dei risultati che si possono ragionevolmente ottenere, e andrebbero chiariti ancora prima di affrontare lo spinosissimo problema bioetico della creazione di nuove entita' ibride uomo/animale', si legge in un articolo intitolato 'Irresponsabilita' scientifica prima ancora che morale'.
'Ci si chiede com'e' possibile prendere a riferimento un modello cellulare ibrido uomo/animale, in cui la funzionalita' mitocondriale non corrisponde a nessun modello vivente esistente, perche' alterato in partenza rispetto sia a modelli animali che umani, e considerare questo modello valido per malattie umane che sono dovute a un'alterazione patologica di tali funzionalita'', prosegue l'articolo. 'E, piu' in generale, ci si chiede per quale motivo un eventuale sistema cellulare misto uomo/animale, di cui non si sa nulla, dovrebbe essere un modello piu' efficace di quelli animali', conclude il quotidiano pontificio, che cita invece ad esempio le ricerche del premio Nobel italo-americano Mario Capecchi.
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