Vaticano. Esperti a convegno su "I segni della morte"
Come stabilire il momento esatto della morte? Un interrogativo su cui da molti anni si confronta la comunita' scientifica e sul quale le moderne metodiche -secondo gli studiosi riuniti ieri e oggi in Vaticano per iniziativa della Pontificia Accademia delle Scienze - forniscono una quota di certezza pari "al 95 per cento".
Il seminario internazionale sul tema "I segni della morte" intende verificare se il criterio di morte cerebrale indichi lo stato biologico della morte di un individuo, rispetti la dignita' della persona umana, eviti la morte deliberatamente procurata (eutanasia), anche al fine di salvare la vita di un'altra persona mediante trapianti, e l'uso di sofisticati sistemi e attrezzature al solo scopo di assicurare un prolungamento della vita tanto precario quanto penoso (distanasia), con il cosiddetto accanimento terapeutico. Ai lavori a porte chiuse, presso la Casina Pio V in Vaticano, prendono parte neurologi e altri specialisti medici, insieme a filosofi e teologi, provenienti Stati Uniti, Argentina, Australia, Francia, Germania, Spagna e Italia.
"Tutti vorremmo avere il 100 per cento, anzi il 101 per cento di sicurezza in medicina, e figurarsi in un tema cosi' strettamente legato all'essenza della persona", ha spiegato alla Radio Vaticana uno dei partecipanti, il prof. Paolo Maria Rossini, neurologo, direttore del Centro S. Giovanni di Dio-Fatebenefratelli (Irccs) e docente all'Universita' Campus Bio-Medico di Roma. "Direi che la neurofisiologia moderna e quindi l'elettroencefalogramma, unitamente a delle procedure sempre di neurofisiologia -che vanno selettivamente ad analizzare la funzione dei centri che si trovano nel tronco dell'encefalo, che sono poi quelli che regolano la pressione arteriosa, la funzione del cuore, la respirazione- queste metodiche, tutte insieme, dimostrano di arrivare vicino al 100 per cento, siamo intorno al 95 per cento di certezza".
Secondo Rossini, "naturalmente esse non si sostituiscono al clinico, anzi la diagnosi di morte cerebrale rimane una diagnosi medica, fatta dal clinico su sulla base di segni che ci sono, o non ci sono, visitando il malato. Ma vanno ad associarsi, ad affiancare il clinico in tutti quei momenti, in tutte quelle situazioni di dubbio, in cui bisogna comunque o attendere -con il rischio di farlo inutilmente, magari danneggiando irreparabilmente degli organi che possono essere donati per salvare altre vite- oppure d'intervenire troppo precocemente quando la diagnosi di morte e' ancora dubbia".
Per Rossini le ricerche per l'accertamento della morte cerebrale possono servire anche ad evitare l'accanimento terapeutico, "non rispettoso della dignita' della persona e dei familiari di questa persona". Dall'altra parte, per lo studioso occorre avere "una posizione netta e chiara" anche "verso coloro che invece vedono in queste procedure un accorciamento dei tempi, per spendere meno soldi e, quindi, investire meno risorse nell'assistenza e dunque, in qualche modo, togliere di mezzo rapidamente persone troppo fragili per meritare l'attenzione e anche gli investimenti della societa'".
Il seminario internazionale sul tema "I segni della morte" intende verificare se il criterio di morte cerebrale indichi lo stato biologico della morte di un individuo, rispetti la dignita' della persona umana, eviti la morte deliberatamente procurata (eutanasia), anche al fine di salvare la vita di un'altra persona mediante trapianti, e l'uso di sofisticati sistemi e attrezzature al solo scopo di assicurare un prolungamento della vita tanto precario quanto penoso (distanasia), con il cosiddetto accanimento terapeutico. Ai lavori a porte chiuse, presso la Casina Pio V in Vaticano, prendono parte neurologi e altri specialisti medici, insieme a filosofi e teologi, provenienti Stati Uniti, Argentina, Australia, Francia, Germania, Spagna e Italia.
"Tutti vorremmo avere il 100 per cento, anzi il 101 per cento di sicurezza in medicina, e figurarsi in un tema cosi' strettamente legato all'essenza della persona", ha spiegato alla Radio Vaticana uno dei partecipanti, il prof. Paolo Maria Rossini, neurologo, direttore del Centro S. Giovanni di Dio-Fatebenefratelli (Irccs) e docente all'Universita' Campus Bio-Medico di Roma. "Direi che la neurofisiologia moderna e quindi l'elettroencefalogramma, unitamente a delle procedure sempre di neurofisiologia -che vanno selettivamente ad analizzare la funzione dei centri che si trovano nel tronco dell'encefalo, che sono poi quelli che regolano la pressione arteriosa, la funzione del cuore, la respirazione- queste metodiche, tutte insieme, dimostrano di arrivare vicino al 100 per cento, siamo intorno al 95 per cento di certezza".
Secondo Rossini, "naturalmente esse non si sostituiscono al clinico, anzi la diagnosi di morte cerebrale rimane una diagnosi medica, fatta dal clinico su sulla base di segni che ci sono, o non ci sono, visitando il malato. Ma vanno ad associarsi, ad affiancare il clinico in tutti quei momenti, in tutte quelle situazioni di dubbio, in cui bisogna comunque o attendere -con il rischio di farlo inutilmente, magari danneggiando irreparabilmente degli organi che possono essere donati per salvare altre vite- oppure d'intervenire troppo precocemente quando la diagnosi di morte e' ancora dubbia".
Per Rossini le ricerche per l'accertamento della morte cerebrale possono servire anche ad evitare l'accanimento terapeutico, "non rispettoso della dignita' della persona e dei familiari di questa persona". Dall'altra parte, per lo studioso occorre avere "una posizione netta e chiara" anche "verso coloro che invece vedono in queste procedure un accorciamento dei tempi, per spendere meno soldi e, quindi, investire meno risorse nell'assistenza e dunque, in qualche modo, togliere di mezzo rapidamente persone troppo fragili per meritare l'attenzione e anche gli investimenti della societa'".
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