Domenica 7 giugno 2026
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Vaticano. Navarrini su Zenit: "La finta etica delle cellule staminali embrionali"

EUROPA - VATICANO
Notizia ·
Pubblichiamo l'intervento di Claudia Navarini, docente presso la Facolta' di Bioetica dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, apparso lo scorso 5 marzo sull'Agenzia Zenit.

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L'importanza assunta dalla bioetica negli ultimi decenni e' il segnale di un profondo bisogno degli individui, delle istituzioni e della societa', i cui paradigmi sembrano crollare di fronte alle sempre piu' stupefacenti possibilita' offerte dalla tecnologia.
Nonostante la gigantesca pressione culturale e mediatica per una amoralita' al servizio di qualunque desiderio trasformato in "diritto", tale bisogno si e' imposto e viene articolato da quelle forze sensibili all'idea di verita' e di bene che per le loro caratteristiche non riescono a essere soffocati con la facilita' che la potenza dei mezzi ad esse contrari lascerebbe supporre. Coscienti di cio', i sostenitori dell'ideologia scientista cercano di farsi scudo di etiche alternative, che rassicurino le istituzioni e i cittadini nascondendo loro gli esiti ultimi delle fallaci premesse da cui muovono in vista dei loro obiettivi.
Nel campo delle nuove tecnologie questo bisogno di etica diventa cruciale, date le pesanti implicazioni per la vita di ogni giorno. Basti pensare alla procreazione assistita o a biotecnologie come la clonazione degli organismi, o ai metodi di diagnostica prenatale e preimplantatoria. Simili tecnologie dischiudono un enorme potere sulla vita umana, che ne resta drammaticamente minacciata. La bioetica, in fondo, nasce proprio dall'esigenza di individuare regole di comportamento nella scienza e nella medicina, sotto la spinta dello sviluppo tecnologico (cfr. V. R. Potter, Bioetica. Ponte verso il futuro [1971], Messina, 2000).
Perche' le regole abbiano un senso, tuttavia, occorre un fondamento piu' sicuro del mero accordo fra diverse volonta', o della correttezza procedurale. Occorre cioe' un'etica fondata su principi e valori condivisi in quanto universali, ovvero propri della natura dell'uomo e a questo accessibili. L'etica intesa come semplice accordo o come correttezza formale e' un'etica finta, una parvenza di etica che si puo' confondere con la legge morale solo perche', ad un certo punto, dice che qualcosa si fa e qualcos'altro non si fa, anche se per pura convenienza, o per compromesso, o per ideologia, o inseguendo la perfezione del meccanismo.
Il risultato e' che il mondo chiede di conoscere la morale, quella vera, ma spesso la risposta a tale desiderio profondo e' l'offerta di un'etica apparente, fluttuante nello spazio delle opinioni. Cosi', il dibattito attuale in tema di cellule staminali embrionali riguarda ultimamente lo statuto dell'embrione umano, la dignita' di ogni uomo, il diritto alla vita a qualunque eta' e in qualunque condizione (cfr. C. Navarini, Staminali embrionali: criteri etici, fatti scientifici e desideri ideologici, ZENIT, 3 luglio 2005). La comunita' scientifica, invece, ci da' in pasto banali istruzioni per l'uso. E le chiama "codici etici".
"Volete l'etica?" - sembrano dire - "eccola, in 19 punti". Tanti sono i "principi" contenuti in un documento diffuso il 24 febbraio 2006 dal Gruppo di Hinxton, un insieme di studiosi di tutto il mondo che ha raggiunto all'unanimita' un accordo sulle cellule staminali, e lo ha trionfalmente consegnato al mondo come prezioso sillabo per l'etica della ricerca (The Hinxton Group, An International Consortium on Stem Cells, Ethics and Law, 24 febbraio 2006).
Il gruppo e' formato da scienziati, filosofi, bioeticisti, giuristi, medici, editori scientifici. Preponderante e' la presenza statunitense (soprattutto la John Hopkins University, che compare tra gli enti fondatori) e britannica; vi e' una discreta rappresentanza cinese, alcuni giapponesi, australiani e israeliani, due italiani (il bioeticista Maurizio Mori e la ricercatrice del San Raffaele Silvia Brunelli), due spagnoli, un indiano, un canadese, un tedesco, un belga. Fra gli editori di riviste scientifiche, compaiono rappresentanti di Nature, Science, Human Reproduction.
L'approccio del documento si rivela fin dalle prime righe di introduzione, che indica la fondamentale ragione "etica" per promuovere la ricerca con le cellule staminali embrionali: ampliare le conoscenze di embriologia, da cui potrebbe seguire la scoperta di nuovi trattamenti terapeutici.
Dunque, si conferma l'idea di fronte alla quale molta gente comune arretra scandalizzata, ma che nel mondo scientifico e' assolutamente accreditata, e cioe' che la distruzione di embrioni umani per ricavarne cellule staminali possa anche servire unicamente a scopo conoscitivo, e non primariamente per curare "milioni di malati", come troppo spesso ci siamo sentiti ripetere.
Il modo "eticamente lecito" di fare ricerca con le staminali, secondo la dichiarazione, consiste essenzialmente nel limitare le restrizioni legali per i ricercatori, e nel bilanciare "sapientemente" i rischi e i benefici, tenendo conto del consenso e dei conflitti di interessi.
Per quanto riguarda il secondo punto, il documento afferma che "la ricerca con le cellule staminali dovrebbe cercare di minimizzare i danni, e ogni rischio dovrebbe essere commisurato alla totalita' dei benefici attesi" (n. 1); esorta poi a tutelare in ogni modo i donatori di cellule e tessuti, ma da tali soggetti viene sorprendentemente escluso il donatore principale, ossia l'embrione prodotto in vitro per trarne staminali.
Tale istanza e' ripresa ai nn. 11 e 13, dove si invita la comunita' scientifica a proseguire nell'elaborazione di linee-guida in tale settore, seguendo i criteri internazionali per la ricerca che coinvolge soggetti umani. Detti criteri, esplicitati dall'Associzione Medica Mondiale nella Dichiarazione di Helsinki (http://www.wma.net/e/policy/b3.htm) del 1964 e successivi emendamenti (l'ultima modifica e' del 2004), comportano - fra l'altro - che ogni sperimentazione clinica rispetti "il diritto del soggetto della ricerca di salvaguardare la sua integrita'". A tal fine, "ogni precauzione va presa per rispettare la riservatezza del soggetto e per minimizzare l'impatto dello studio sulla sua integrita' fisica e mentale e sulla sua personalita'", indipendentemente dal fatto che il consenso sia stato dato o meno (art. 21). La formulazione originaria del documento precisava inoltre che "la salvaguardia degli interessi dell'uomo oggetto della ricerca devono sempre prevalere sugli interessi della scienza e della societa'" (art. 14). Ancora, l'art. 10 indica come dovere del medico proteggere la vita ("life"), la salute ("health"), la privacy e la dignita' ("dignity") del soggetto umano.
Nessuna di tali indicazioni, almeno secondo il Gruppo di Hinxton, sembra riguardare l'embrione, che nel corso della dichiarazione viene costantemente chiamato materiale umano (nn. 1, 11, 16). A dire il vero, il punto 16 (che riguarda le questioni ancora aperte) riconosce che laddove si "considerino i donatori di materiale umano come esseri umani" - e qui non puo' che riferirsi agli embrioni - occorrera' seguire le norme della ricerca su soggetti umani. E tuttavia si affretta a precisare che "le nuove sfide etiche che appaiono all'orizzonte della ricerca con le cellule staminali non possono essere affrontate adeguatamente con i codici etici e le pratiche esistenti" (n. 16).
Il fatto e' che il testo del Gruppo di Hinxton non prende minimamente in considerazione la natura e la dignita' dell'embrione umano. Ruth Faden, membro del gruppo e direttore esecutivo del Phoebe R. Barman Bioethics Institute della Hopkins University, ha affermato chiaramente che il documento riguarda soltanto "persone umane nate e identificabili" (R. Weiss, Universal Stem Cell Principles Proposed. Rules Would Guide Research Efforts, "The Washington Post", 2 marzo 2006).
Eppure, sono proprio le tanto invocate conoscenze della biologia a confermarci l'umanita' indiscussa dell'embrione umano fin dal primo istante della sua vita fisica, costituendo un basilare dato di partenza per qualunque considerazione etica sul punto (cfr. C. Navarini, Procreazione assistita? Le sfide culturali: difesa umana o selezione della vita, Portalupi Editore, Casale Monferrato 2005).
Proprio sviluppando le conseguenze di tale dato, la Pontificia Accademia per la Vita, durante la XII Assemblea Generale e il Congresso Internazionale su "L'embrione umano nella fase del preimpianto: aspetti scientifici e considerazioni bioetiche" (Vaticano, 27-28 febbraio 2006), ha ribadito i fondamentali diritti di cui gode ogni neoconcepito, fra cui il diritto alla vita, all'integrita' fisica, alle cure, alla privacy.
A questo proposito, il neonatologo Carlo Valerio Bellieni ha precisato che l'intromissione nel patrimonio cromosomico embrio-fetale, consentita dalla diagnosi prenatale e preimplantatoria, prefigura "un'intromissione nella privacy dell'individuo, in particolare allorche' si vadano a scrutare delle malattie non letali e magari ad esordio tardivo".
Di fronte ad una diagnosi fatta non per curare, ma per eliminare gli embrioni malati - o magari solo piu' imperfetti di altri - si pone infatti un'importante questione etica: "e' diritto dei genitori sapere tutto del figlio quando questo 'sapere tutto' non va nell'interesse del figlio stesso?". E poi: "qual e' il 'sentire' dei bambini nati nell'attuale stato di possibilita' selettiva", sopravvissuti ad un processo di scelta che magari ha causato l'eliminazione di svariati fratelli e sorelle? Dice Bellieni: "credo che il succo della questione stia nella paura della vita 'inaspettata'. Che il figlio 'indesiderato' sia diventato 'indesiderabile', che ormai esista una vera handifobia" (cfr. C. V. Bellieni (ed.), La risorsa Down. Uno sguardo positivo sulla disabilita', presentazione di Eugenia Roccella, Societa' Editrice Fiorentina, Firenze 2005).
Se si riconoscono - coerentemente - all'embrione umano tutta la dignita' e i diritti degli altri uomini, allora non indignano piu' tanto le avversate parole di Jean-Marie Le Me'ne', presidente della Fondazione Lejeune e membro della Pontifica Accademia per la Vita, che nel corso della tavola rotonda del 28 febbraio (all'interno del congresso) ha parlato di "complicita' di omicidio per chi votasse a favore di un candidato che non rispetta l'embrione". Per quanto un'affermazione cosi' drastica possa disturbare, e ammettere alcune eccezioni - ad esempio quando nessun candidato e' a favore dell'embrione - , resta vero e giusto, addirittura ovvio, che i legislatori hanno una grave responsabilita' etica, e che le leggi non possono stare al di fuori, o la di sopra, della morale.
La dichiarazione del Gruppo di Hinxton, al contrario, mette in guardia le leggi dal "regolare la scienza": le leggi dovrebbero essere "flessibili", in modo da adeguarsi rapidamente al progresso scientifico (n. 2). I medici e i ricercatori "hanno il diritto di sapere, attraverso leggi chiare ed esplicite, che cosa non e' permesso nella ricerca", in modo da potersi attenere alle regole (n. 3). Tuttavia, le leggi non dovrebbero impedire agli studiosi di condurre le loro ricerche sulle staminali all'estero, dove vigono normative piu' permissive (nn. 4-5).
In altre parole, anche il diritto andrebbe svuotato da qualsivoglia norma che attinga ad una legge naturale universalmente valida, per limitarsi ad una correttezza procedurale, ad immagine e somiglianza di una scienza sempre piu' slegata dal rapporto con i valori morali, con le sospirate applicazioni terapeutiche, e dunque con la vita e la salute.
Diventa una scienza dispotica e fine a se stessa, a cui dare alcuni principi di qualita' (verificabilita' dei dati, bibliografia accurata, internazionalizzazione dei risultati), ma nessun reale limite e soprattutto nessuna condizione. In questa prospettiva, non e' buona la ricerca che prosegue con metodi leciti e che e' finalizzata al bene - magari ad una nuova cura - ma la ricerca che spalanca sempre nuovi orizzonti di conoscenza, di avida soddisfazione intellettuale, di sottile potere sulle leggi della natura. Costi quel che costi. E' noto infatti che uno degli slogan preferiti dai propugnatori delle pseudo etiche e' quello reso famoso da Lenin ma attribuito a Hegel: "se i fatti smentiscono la teoria, tanto peggio per i fatti".
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